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Perché l’Italia non può permettersi l’austerità di Monti

Pubblicato il 23 Febbraio 2013 da admin

 

Le critiche alle politiche di austerità che l’unione monetaria europea vorrebbe imporre a tutti i paesi dell’area ormai provengono da molti economisti, che temono una spirale deflazionistica e una disintegrazione della zona euro con gravi conseguenze sociali e politiche. Tra questi, Wolfgang Munchau con un articolo sul Financial Times del 20 gennaio che prende di mira la politica di Mario Monti: “Monti is not the right man to lead italy”. In realtà l’attacco è rivolto contro le politiche europee ed un assetto istituzionale che esaspera le differenze interne all’area dell’euro e mette in crisi la coesione.

L’avvitamento della crisi

Le politiche di rigore consistono nell’adozione del pareggio di bilancio (recepito nelle Costituzioni dei singoli paesi), nel rimborso nei prossimi venti anni del debito che superi il 60 per cento del prodotto interno, nella deflazione salariale come strumento di aggiustamento degli squilibri dei conti correnti esistenti fra i paesi. Queste politiche, e l’esistenza di una banca centrale europea che non può acquisire i titoli del debito pubblico, e non può quindi determinare i saggi di interesse, ha conseguenze depressive sui paesi con alti livelli di debito sia pubblico che privato. Per realizzare il pareggio di bilancio occorrono politiche che registrino alti avanzi primari del bilancio pubblico con effetti di caduta della domanda interna; lo stesso effetto avrà la deflazione salariale. Difficile pensare che questi effetti siano compensati da una adeguata crescita delle esportazioni dato il contesto deflazionistico che le politiche europee impongono a tutti i paesi dell’area. Si assiste nei fatti  ad una caduta della domanda interna e del reddito che dai paesi dove le misure di austerità sono più drastiche sta estendendosi agli altri. Senza cambiare rotta ci si può attendere che la crisi si avviti: avanzi primari e deflazione salariale, caduta della domanda e dei redditi, debito fuori controllo. Questo plausibilmente renderà impossibile che il debito diminuisca in rapporto al reddito  e se l’obbiettivo di riduzione al 60 per cento del prodotto interno verrà mantenuto ci saranno due vie possibili: o un ulteriore crescita dell’avanzo primario che si ripeterà nel tempo oppure la vendita del settore pubblico dell’economia. Per evitare questa prospettiva, ed ammettendo che il debito rimanga fermo, occorrerebbe una crescita del reddito monetario del 5 per cento annuo per molti anni.

Che questa strada porti nel baratro le economie più deboli ed indebitate, avvii un processo di crisi e depressione in tutta l’area europea e di disintegrazione dell’area monetaria comune viene sostenuto da molti critici. Si tratta di critiche  che Munchau ha espressamente rivolto a Monti e che sono confermate da ricerche del FMI sui paesi che le hanno adottate fra le due guerre (si veda “The good, the bad, and ugly: 100 years of dealing with pubblic debt overhangs”). In particolare Munchau ha criticato la politica del governo Monti che accetterebbe senza contrastarla in modo adeguato la politica europea imposta dalla Germania.

La BCE e lo spread

La risposta di Monti è stata di dire che Munchau aveva problemi di “frustation with Angela Merker” e nei passi successivi sostiene che quelle politiche hanno messo i conti pubblici a posto. Avremmo ottenuto  la fiducia degli investitori,  che si sarebbe  riflessa nella caduta dello spread:  mentre nel periodo  giugno 2011-giugno 2012, quando si è trattato di ricollocare i BTP decennali, i mercati (che altri non sono che grandi investitori finanziari) chiedevano un saggio di interesse mediamente più alto di 4-4,5  punti rispetto a quello che desideravano per rinnovare i titoli del debito pubblico tedesco; dopo di allora lo spread è diminuito fino a collocarsi fra i 2,5-3 punti.

Munchau attribuisce questo ribasso all’azione della banca centrale europea e non alle politiche di austerità, contrariamente a quanto Monti sostiene. In questo ribasso non c’entrano niente i mercati, c’entrano una successione di interventi della BCE. La BCE interviene nell’acquisto di titoli del debito pubblico dei paesi in difficoltà con il Securities Market Programme; l’intervento ha una impennata a partire dal giugno 2011 e continua decrescendo per tutto l’anno. L’inversione dei rendimenti si ha in coincidenza con  le operazioni di longer-term refinancing operation (LTRO) del 21 dicembre 2011 e 29 febbraio 2012. Le operazioni  hanno  assorbito come collaterale titoli pubblici in cambio di prestiti bancari triennali che hanno potuto essere spesi nel rifinanziamento del debito pubblico. Il rendimento dei BTP decennali si abbassa da oltre il 7 per cento a poco più del 5, ma ad aprile torna a salire attorno al 6-6,5 per cento. L’intervento ha invece effetti significativi sul tasso medio dei BOT, ossia sui titoli a breve, e avviene attraverso il sistema bancario che guadagna la differenza fra i bassi saggi di interesse verso la BCE e quelli più alti dei titoli pubblici sottoscritti. Occorre attendere il nuovo programma OMTs (Outright Monetary Transaction) della BCE del  settembre 2012 per vedere scendere attorno al 4 per cento l’interesse sui BTP decennali nei mesi successivi. Sulla base di questo programma Draghi annuncia che la BCE “potrebbe intraprendere operazioni sul mercato aperto nel volume adeguato per raggiungere gli obbiettivi previsti”, ossia tali da scoraggiare chi pensi di scommettere contro l’euro, e tale è stato l’effetto conseguito con il solo annuncio.

Negli accordi monetari europei la BCE può indebitarsi o emettere moneta per sostenere le banche in difficoltà (l’operazione LTRO ha creato liquidità che in parte si è tradotta in depositi presso la BCE stessa), ma non può intervenire acquisendo titoli del debito pubblico degli Stati membri. E questa è già una stranezza, ma ha una sua logica: impedire la manovra della spesa pubblica per sostenere l’economia e la piena occupazione, manovra che presuppone bassi saggi di interesse, inferiori comunque al tasso di crescita dell’economia.

Monti riconosce che i tassi di interesse sono diminuiti per l’intervento della BCE, ma perché, aggiunge ‘abbiamo fatto i compiti’. Il fatto è che la BCE potrebbe, se gli accordi le permettessero di agire come una normale banca centrale (sul modello di tutti gli altri paesi) acquisire i titoli pubblici dei paesi in difficoltà emettendo obbligazioni, rendendo così possibile la gestione del debito attraverso l’abbattimento dei saggi di interesse sotto il tasso di crescita dell’economia. Un simile controllo sul saggio di interesse  sarebbe possibile poiché l’eurozona nel suo complesso ha una bilancia corrente in attivo, una situazione in cui sarebbe possibile la stessa monetizzazione del debito (una bilancia corrente con l’estero che accusi ripetuti disavanzi può far temere la possibilità di una svalutazione della moneta con effetti di domanda di valuta estera, in questa situazione la monetizzazione del debito sarebbe annullata dal deflusso verso attività estere. Sfugge a questa conclusione la monetizzazione del debito statunitense). Il risultato ovvio di questa politica sarebbe quella di abbattere l’onere del debito e di renderlo compatibile con politiche europee espansive. Il debito non sarebbe un problema.

L’altra conseguenza di un simile intervento della BCE sarebbe quella di annullare il deflusso di capitali verso la Germania dato che il debito pubblico di tutti i paesi sarebbe gravato di bassi interessi e garantito dalla banca centrale europea. Ma qui entrano in gioco i diversi interessi dei paesi che aderiscono alla moneta unica, in particolare delle banche ed imprese industriali tedesche. L’interesse della Germania all’afflusso nel proprio sistema bancario di capitali monetari da altri paesi (senza effetti sul tasso di cambio) appare evidente. Questo afflusso permette di tenere bassi i saggi di interesse sul debito pubblico e permette alle imprese di finanziarsi con tassi inferiori a quelli degli altri paesi. L’afflusso di capitali (di cui lo spread è il risultato per il fatto che, date le altre condizioni, la conversione di titoli del debito italiano  in titoli del debito tedesco provoca una dinamica opposta dei prezzi dei titoli e quindi dei saggi di interesse) è lo strumento per l’espansione dei commerci ed investimenti tedeschi fuori dalla zona euro, oppure per l’acquisto dei patrimoni produttivi dei paesi in disavanzo e costretti a raggiungere il pareggio di bilancio e la restituzione del debito svendendo le proprie attività, come adesso si propone.

Gli effetti recessivi nell’economia italiana delle politiche adottate e la sottostima del moltiplicatore

Monti riconosce che le politiche di austerità hanno avuto effetti recessivi, ma si tratterebbe di un effetto temporaneo, e comunque il pareggio di bilancio costituisce una condizione (insieme alla deflazione salariale) per una ripresa futura. In realtà gli effetti recessivi sull’economia italiana sono stati maggiori del previsto: il reddito è caduto del  2,4 per cento, invece del previsto 1,2. Il FMI rileva che per l’insieme dei paesi  era stato sottostimato il ‘moltiplicatore’ (su questi aspetti si rinvia anche ai recenti articoli di Realfonzo e La Malfa-Gawronski).

In attesa dei dati 2012 si può tentare di stimare il valore del moltiplicatore che ha operato e confrontarlo con quello previsto (non terremo conto delle aumentate esportazioni). Il documento di economia e finanza (DEF) dell’aprile 2012, che riprendo dalla relazione della Banca d’Italia del maggio,  prevedeva per il 2012 un avanzo primario di 57 miliardi, ossia un avanzo superiore di 40 miliardi rispetto a quello del 2011. Questi 40 miliardi (che rappresentano una misura aggiuntiva a quelle realizzate nel 2011) corrispondono a circa il 2,5 per cento del prodotto interno lordo nominale 2011. Secondo le previsioni questa misura aggiuntiva avrebbe dovuto determinare una riduzione del prodotto reale del l’ 1,2 per cento, la riduzione è stata invece del 2,4. Il moltiplicatore non è stato quindi dello 0,5 come previsto, ma attorno  all’uno. La sottovalutazione delle conseguenze dell’aumentato avanzo primario era probabilmente dovuta al fatto che il prelievo fiscale ed  i tagli alle erogazioni sociali  per un importo di 40 avrebbe avuto, secondo quanto si prevedeva, una ricaduta sulla spesa di 20 (le altre 20 sarebbero state comunque risparmiate o che, se non prelevate, sarebbero state spese in importazioni). Se non è accaduto lo si è dovuto plausibilmente al fatto che il prelievo fiscale ha pesato su ceti sociali con bassi redditi ed alta propensione al consumo.

Si deve infatti considerare l’effetto redistributivo delle politiche di pareggio del bilancio quando non pesano su chi si vede liquidati gli interessi sul debito. Dato che la spesa per interessi si aggira attorno a  ottanta miliardi di euro (circa il 5 per cento del prodotto interno) dovremo destinare le maggiori entrate e le minori spese pubbliche al pagamento di quell’ammontare di  interessi (in parte lo si è già fatto). Si è ridotto, si continua a ridurre, la spesa per pensioni, sanità, scuola, servizi pubblici e la si è trasferita e si continua a trasferirla  a chi ha investito in titoli, ossia a chi ha avuto maggiori possibilità di risparmio, in genere chi ha alti redditi. Se gli interessi non diminuiscono mentre diminuisce il reddito, il pareggio di bilancio richiederà trasferimenti sempre maggiori dal settore della spesa sociale. Ci troviamo di fronte ad una rilevante redistribuzione del reddito. Tutto questo da un lato rappresenta un elemento di ingiustizia sociale e di discriminazione, fra chi ha poco e chi ha molto, dall’altro questa redistribuzione ha avuto ed avrà ulteriori effetti recessivi.

Non è difficile prevedere cosa accadrà nel 2013. L’obbiettivo del pareggio di bilancio nel prossimo anno (o nel biennio prossimo)  dovrà prevedere un avanzo primario di circa 80 miliardi (se questo sarà l’importo degli interessi da pagare sul debito), ossia una manovra aggiuntiva fra i 20 ed i 25 miliardi, se  le entrate fiscali non diminuiranno rispetto a quelle che erano state previste. Sappiamo invece che  la diminuzione del reddito nel 2012 non è stata  dell’1,2 come previsto nel DEF 2012, ma del 2,4 e questo comporterà  una pari diminuzione di entrate, un aumento del debito e, se permane l’obbiettivo del pareggio di bilancio, occorrerà una manovra aggiuntiva ben più pesante. Questa manovra aggiuntiva potrebbe essere evitata solo se si ridurranno gli interessi nella stessa misura (la diminuzione dovrebbe essere di 20-25 miliardi più l’accresciuto debito, più gli interessi sul nuovo debito). Una diminuzione che non sarà assicurata dalla diminuzione dello spread sui rinnovi del debito degli ultimi sei mesi.

L’ulteriore avanzo sarà realizzato con tagli alla spesa pubblica ed infatti  di questo si parla. In questo caso è facile immaginare che il reddito cadrà ben oltre quella diminuzione di spesa, il moltiplicatore salirà ben oltre un punto. Esiste uno studio  (di Toralf Push, “fiscal spending multiplier calculations - an application to EU member States” comparso sul vol. 9 del 2012, dell’ European Journal of Economics and Economic Policy) secondo il quale in Italia il moltiplicatore della spesa pubblica (data una  propensione al consumo di 0.60 e contenuti di importazione delle diverse spese pubbliche fra 0,06 e 0,19) varia fra 1,84 e 1,57. Se dovessimo considerare l’effetto occupazionale di una diminuzione dell’occupazione pubblica di  100 occupati  nel settore della scuola, e/o della sanità e/o dei servizi pubblici,  questa diminuzione avrà una ricaduta negativa anche  sull’occupazione del settore privato dove si perderanno altri 60-80  posti di lavoro, dipenderà dal moltiplicatore.

Le conseguenze della deflazione salariale

Nonostante le conseguenze sull’occupazione di queste  politiche Monti ci dice che la fase della politica di austerità continuerà e che occorrerà attendere il ribasso ‘conseguente’ dei tassi di interesse, ma soprattutto gli effetti della deflazione salariale,  di una aumentata disciplina sul lavoro e di nuovi rapporti-tipologie contrattuali (sul modello Marchionne-Fiat). La disoccupazione provvederà a che questo avvenga e comunque occorrerà fissare nella legge i nuovi rapporti di forza fra le classi sociali.

L’Unione Europea di fronte agli squilibri che si sarebbero aggravati come conseguenza delle politiche di austerità non prevede l’adozione di politiche simmetriche, fra i diversi paesi, convergenti nella soluzione dello squilibrio, ma lascia aperte solo politiche deflazionistiche. Le politiche deflazionistiche, che sono conseguenza di quegli accordi, hanno svolto il ruolo che era loro assegnato:  ridurre al minimo lo stato sociale e la forza contrattuale dei salariati (si veda Greg Palast, “Robert  Mundel Evil Genius of the Euro” nel Guardian del 26 giugno 2012).

Monti non ci dice come deflazione salariale e deregolamentazione del mercato del lavoro possono determinare la ripresa economica e dell’occupazione; la sua risposta a Munchau risulta infatti incomprensibile. Scrive: “Italy’s markets are now as open as the EU average, according to the OECD. It estimates the reforms will have lifted Italy’s growth potential by at least 4 percentage points of gross domestic product by 2020”. Ammesso che dal 2020 la crescita sarà del 4 per cento sarebbe importante sapere rispetto a quale base, da quale livello di capacità produttiva, e che cosa accadrà alla capacità produttiva da qui al 2020.

Se lo si interpreta, il suo modo di ragionare sembra il seguente: la deflazione salariale e la maggiore intensità del lavoro permetteranno di abbassare i prezzi sotto quelli degli altri paesi della zona euro e diminuirà anche la differenza con quelli dei paesi esterni alla zona. Cresceranno le esportazioni, migliorerà la posizione del paese nei confronti con l’estero. Per l’estero potrebbe diventare conveniente investire, non solo rilevando il settore pubblico ma anche  imprese esistenti, potrebbero essere convenienti nuovi investimenti. Tutto si gioca quindi sulla crescita delle esportazioni e su nuovi investimenti. La crescita di questi due elementi dovrebbe essere tale da sostituire la caduta della domanda interna.

Per quanto riguarda i nuovi investimenti si deve rilevare che anche essi dipendono dalla dinamica della domanda tale da richiedere nuova capacità produttiva e dal saggio di profitto atteso. Sono circostanze che orientano gli investimenti  verso paesi con mercati in espansione e, a parità di tecniche, con costi del lavoro molto bassi. Sembra più probabile che in situazioni di accresciuta concorrenza continui il processo di delocalizzazione. La crescita delle esportazioni appare limitata dalle politiche deflazionistiche di tutti i paesi dell’unione europea, occorrerebbe che i paesi in avanzo facessero politiche espansive e che la domanda fosse sostenuta da politiche di spesa pubblica dell’unione europea. Non sembra questa la scelta che l’Europa sta facendo.

Diminuire i diritti del rentier, sostenere i salari, penalizzare gli avanzi correnti

Per uscire da questa situazione  occorrerebbe una discesa dei saggi di interesse. Nel 1926, dopo la prima guerra mondiale, in una situazione simile, di alti livelli di debito pubblico conseguente al finanziamento della guerra stessa, Keynes suggeriva al ministro delle finanze francese di diminuire “i diritti del rentier” mantenendo i diritti dei salariati, non solo per ragioni di pacificazione e di giustizia sociale, ma perché l’economia potesse espandersi (si veda Keynes, lettera aperta al ministro delle finanze di Francia, ora in ‘esortazioni e profezie’).

Per quanto riguarda il debito derivante da squilibri della bilancia corrente dei pagamenti vale l’idea di Keynes proposta nella prima elaborazione dell’International Clearing Union. Questa proposta prevedeva che i paesi in avanzo erano essi stessi responsabili della soluzione dei problemi dei paesi in disavanzo ed i loro avanzi dovevano ricevere un interesse negativo. La proposta di Clearing Union di Keynes aveva il compito di risolvere i problemi valutari che un paese poteva incontrare facendo politiche espansive e creava meccanismi per risolvere squilibri attraverso politiche simmetriche.

Le proposte di Munchau sono simili. C’è una sola soluzione perché l’eurozona non salti: l’aggiustamento fra le posizioni delle nazioni creditrici e quelle debitrici deve essere condiviso, ossia occorrono “una vera unione bancaria con la piena capacità di assicurare i depositi bancari; obbligazioni europee e politiche espansioniste dei paesi in avanzo quali la Germania”. La scelta è quella fra aggiustamenti simmetrici oppure l’uscita dalla zona euro. C’è un’altra possibilità: se il peso di pagare interessi e ridurre il debito rimane sulle spalle dei singoli paesi, e le classi dirigenti decidono di rispettare quegli accordi si avrà un avvitamento della crisi che potrà avere sbocchi economici e quindi politici drammatici, come insegna la storia della Germania fra il 1930 ed il 1932.

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La “Lettera degli economisti” contro l’austerità del giugno 2010

Pubblicato il 14 Novembre 2012 da admin

Economia e Politica condivide le ragioni dello sciopero indetto per oggi dalla European Trade Union Confederation (ETUC) contro le politiche di austerità che continuano a essere sostenute dai governi d’Europa. I risultati di queste politiche sono nefasti. Basti guardare al caso italiano, dove il “fiscal compact” firmato da Berlusconi e l’accelerazione imposta alle politiche di austerità dal governo Monti stanno aggravando la condizione economica del Paese. La produzione nazionale di beni e servizi continua a ridursi significativamente, il tasso di disoccupazione ha raggiunto un livello sconosciuto da decenni, le imprese continuano a perdere quote di mercato nel commercio internazionale. E nonostante tutti questi “sacrifici” l’obiettivo che il governo si era prefissato non è stato colto, se è vero che il debito pubblico italiano ha raggiunto il massimo di tutti i tempi, tanto in valore assoluto quanto come quota del Pil.
Per tutte queste ragioni riteniamo che sia necessaria e urgente una svolta di politica economica in Italia e in Europa, secondo i contenuti indicati dalla “Lettera degli economisti” contro le politiche restrittive pubblicata da questa rivista nel 2010 e sottoscritta da una parte autorevole dell’accademia italiana e straniera. Quel documento aveva largamente previsto quali sarebbero stati i rischi delle politiche di austerità e a partire da esso ha preso vita un dibattito intenso che indica una strada alternativa per lo sviluppo della nostra economia e per il benessere sociale. Riteniamo quindi che quel documento sia ancora di stringente attualità e ne riproponiamo la pubblicazione, in omaggio a tutti quanti sono scesi nelle piazze per protestare contro la politica economica ispirata all’austerità.

LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI,
ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA
DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA
SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE
UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E
DELL’OCCUPAZIONE

Ai membri del Governo e del Parlamento
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica

La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.

Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.

Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero.

***

La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non essendo intervenuti sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di fatto mai usciti. Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori. Per lungo tempo questo divario è stato compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e dell’indebitamento privato che, partendo dagli Stati Uniti, ha agito da stimolo per la domanda globale.

Vi è chi oggi confida in un rilancio della crescita mondiale basato su un nuovo boom della finanza statunitense. Scaricando sui bilanci pubblici un enorme cumulo di debiti privati inesigibili si spera di dare nuovo impulso alla finanza e al connesso meccanismo di accumulazione. Noi riteniamo che su queste basi una credibile ripresa mondiale sia molto difficilmente realizzabile, e in ogni caso essa risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso consideriamo illusorio auspicare che in assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale la Cina si disponga a trainare la domanda globale, rinunciando ai suoi attivi commerciali e all’accumulo di riserve valutarie.

Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un sistema economico mondiale senza una fonte primaria di domanda, senza una “spugna” in grado di assorbire la produzione.

L’irrisolta crisi globale è particolarmente avvertita nella Unione monetaria europea. La manifesta fragilità della zona euro deriva da profondi squilibri strutturali interni, la cui causa principale risiede nell’impianto di politica economica liberista del Trattato di Maastricht, nella pretesa di affidare ai soli meccanismi di mercato i riequilibri tra le varie aree dell’Unione, e nella politica economica restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo commerciale. Tra questi assume particolare rilievo la Germania, da tempo orientata al contenimento dei salari in rapporto alla produttività, della domanda e delle importazioni, e alla penetrazione nei mercati esteri al fine di accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in Europa. Attraverso tali politiche i paesi in sistematico avanzo non contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli. La Germania, in particolare, accumula consistenti avanzi commerciali verso l’estero, mentre la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Francia tendono a indebitarsi. Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dalla Germania più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti.

La piena mobilità dei capitali nell’area euro ha favorito enormemente il formarsi degli squilibri nei rapporti di credito e debito tra paesi. Per lungo tempo, sulla base della ipotesi di efficienza dei mercati, si è ritenuto che la crescita dei rapporti di indebitamento tra i paesi membri dovesse esser considerata il riflesso positivo di una maggiore integrazione finanziaria dell’area euro. Ma oggi è del tutto evidente che la presunta efficienza dei mercati finanziari non trova riscontro nei fatti e che gli squilibri accumulati risultano insostenibili.

Sono queste le ragioni di fondo per cui gli operatori sui mercati finanziari stanno scommettendo sulla deflagrazione della zona euro. Essi prevedono che per il prolungarsi della crisi le entrate fiscali degli Stati declineranno e i ricavi di moltissime imprese e banche si ridurranno ulteriormente. Per questa via, risulterà sempre più difficile garantire il rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Diversi paesi potrebbero quindi esser progressivamente sospinti al di fuori della zona euro, o potrebbero decidere di sganciarsi da essa per cercare di sottrarsi alla spirale deflazionista. Il rischio di insolvenza generalizzata e di riconversione in valuta nazionale dei debiti rappresenta pertanto la vera scommessa che muove l’azione degli speculatori. L’agitazione dei mercati finanziari verte dunque su una serie di contraddizioni reali. Tuttavia, è altrettanto vero che le aspettative degli speculatori alimentano ulteriormente la sfiducia e tendono quindi ad auto-realizzarsi. Infatti, le operazioni ribassiste sui mercati spingono verso l’alto il differenziale tra i tassi dcinteresse e i tassi di crescita dei redditi, e possono rendere improvvisamente insolventi dei debitori che precedentemente risultavano in grado di rimborsare i prestiti. Gli operatori finanziari, che spesso agiscono in condizioni non concorrenziali e tutt’altro che simmetriche sul piano della informazione e del potere di mercato, riescono quindi non solo a prevedere il futuro ma contribuiscono a determinarlo, secondo uno schema che nulla ha a che vedere con i cosiddetti ‘fondamentali’ della teoria economica ortodossa e i presunti criteri di efficienza descritti dalle sue versioni elementari.

***

In un simile scenario riteniamo sia vano sperare di contrastare la speculazione tramite meri accordi di prestito in cambio dell’approvazione di politiche restrittive da parte dei paesi indebitati. I prestiti infatti si limitano a rinviare i problemi senza risolverli. E le politiche di “austerità” abbattono ulteriormente la domanda, deprimono i redditi e quindi deteriorano ulteriormente la capacità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, pubblici e privati. La stessa, pur significativa svolta di politica monetaria della BCE, che si dichiara pronta ad acquistare titoli pubblici sul mercato secondario, appare ridimensionata dall’annuncio di voler “sterilizzare” tali operazioni attraverso manovre di segno contrario sulle valute o all’interno del sistema bancario.

Gli errori commessi sono indubbiamente ascrivibili alle ricette liberiste e recessive suggerite da economisti legati a schemi di analisi in voga in anni passati, ma che non sembrano affatto in grado di cogliere gli aspetti salienti del funzionamento del capitalismo contemporaneo.

E’ bene tuttavia chiarire che l’ostinazione con la quale si perseguono le politiche depressive non è semplicemente il frutto di fraintendimenti generati da modelli economici la cui coerenza logica e rilevanza empirica è stata messa ormai fortemente in discussione nell’ambito della stessa comunità accademica. La preferenza per la cosiddetta “austerità” rappresenta anche e soprattutto l’espressione di interessi sociali consolidati. Vi è infatti chi vede nell’attuale crisi una occasione per accelerare i processi di smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di fondo è che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione sfruttando tra l’altro una minor concorrenza sui mercati e un ulteriore indebolimento del lavoro.

Occorre comprendere che se si insiste nell’assecondare questi interessi non soltanto si agisce contro i lavoratori, ma si creano anche i presupposti per una incontrollata centralizzazione dei capitali, per una desertificazione produttiva del Mezzogiorno e di intere macroregioni europee, per processi migratori sempre più difficili da gestire, e in ultima istanza per una gigantesca deflazione da debiti, paragonabile a quella degli anni Trenta.

***

Il Governo italiano ha finora attuato una politica tesa ad agevolare questo pericoloso avvitamento deflazionistico. E le annunciate, ulteriori strette di bilancio, associate alla insistente tendenza alla riduzione delle tutele del lavoro, non potranno che provocare altre cadute del reddito, dopo quella pesantissima già fatta registrare dall’Italia nel 2009. Si tenga ben presente che sono altamente discutibili i presupposti scientifici in base ai quali si ritiene che attraverso simili politiche si migliora la situazione economica e di bilancio e quindi ci si salvaguarda da un attacco speculativo. Piuttosto, per questa via si rischia di alimentare la crisi, le insolvenze e quindi la speculazione.

Nemmeno si può dire che dalle opposizioni sia finora emerso un chiaro programma di politica economica alternativa. Una maggior consapevolezza della gravità della crisi e degli errori del passato va diffondendosi, ma si sono levate voci da alcuni settori dell’opposizione che suggeriscono prese di posizione contraddittorie e persino deteriori, come è il caso delle proposte tese a introdurre ulteriori contratti di lavoro precari o ad attuare massicci programmi di privatizzazione dei servizi pubblici. Gli stessi, frequenti richiami alle cosiddette “riforme strutturali” risultano controproducenti laddove, anzichè caratterizzarsi per misure tese effettivamente a contrastare gli sprechi e i privilegi di pochi, si traducono in ulteriori proposte di ridimensionamento dei diritti sociali e del lavoro.

Quale monito per il futuro, è opportuno ricordare che nel 1992 l’Italia fu sottoposta a un attacco speculativo simile a quelli attualmente in corso in Europa. All’epoca, i lavoratori italiani accettarono un gravoso programma di “austerità”, fondato soprattutto sulla compressione del costo del lavoro e della spesa previdenziale. All’epoca, come oggi, si disse che i sacrifici erano necessari per difendere la lira e l’economia nazionale dalla speculazione. Tuttavia, poco tempo dopo l’accettazione di quel programma, i titoli denominati in valuta nazionale subirono nuovi attacchi. Alla fine l’Italia uscì comunque dal Sistema Monetario Europeo e la lira subì una pesante svalutazione. I lavoratori e gran parte della collettività pagarono così due volte: a causa della politica di “austerità” e a causa dell’aumento del costo delle merci importate.
Va anche ricordato che, con la prevalente giustificazione di abbattere il debito pubblico in rapporto al Pil, negli anni passati è stato attuato nel nostro paese un massiccio programma di privatizzazioni. Ebbene, i peraltro modesti effetti sul debito pubblico di quel programma sono in larghissima misura svaniti a seguito della crisi, e le implicazioni in termini di posizionamento del Paese nella divisione internazionale del lavoro, di sviluppo economico e di benessere sociale sono oggi considerati dalla piu autorevole letteratura scientifica altamente discutibili.

***

Noi riteniamo dunque che le linee di indirizzo finora poste in essere debbano essere abbandonate, prima che sia troppo tardi.

Occorre prendere in considerazione l’eventualità che per lungo tempo non sussisterà una locomotiva in grado di assicurare una ripresa forte e stabile del commercio e dello sviluppo mondiale. Per evitare un aggravamento della crisi e per scongiurare la fine del progetto di unificazione europea è allora necessaria una nuova visione e una svolta negli indirizzi generali di politica economica. Occorre cioè che l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo delle forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, di equità sociale.

Affinchè una svolta di tale portata possa concretamente svilupparsi, è necessario in primo luogo dare respiro al processo democratico, è necessario cioè disporre di tempo. Ecco perchè in via preliminare proponiamo di introdurre immediatamente un argine alla speculazione. A questo scopo sono in corso iniziative sia nazionali che coordinate a livello europeo, ma i provvedimenti che si stanno ponendo in essere appaiono ancora deboli e insufficienti. Fermare la speculazione è senz’altro possibile, ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità politiche. Bisogna quindi che la BCE si impegni pienamente ad acquistare i titoli sotto attacco, rinunciando a “sterilizzare” i suoi interventi. Occorre anche istituire adeguate imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie a breve termine ed efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale. Se non vi fossero le condizioni per operare in concerto, sarà molto meglio intervenire subito in questa direzione a livello nazionale, con gli strumenti disponibili, piuttosto che muoversi in ritardo o non agire affatto.

L’esperienza storica insegna che per contrastare efficacemente la deflazione bisogna imporre un pavimento al tracollo del monte salari, tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale, pensare di affidare il processo di distruzione e di creazione dei posti di lavoro alle sole forze del mercato è analiticamente privo di senso, oltre che politicamente irresponsabile.

In coordinamento con la politica monetaria, occorre sollecitare i Paesi in avanzo commerciale, in particolare la Germania, ad attuare opportune manovre di espansione della domanda al fine di avviare un processo di riequilibrio virtuoso e non deflazionistico dei conti con l’estero dei Paesi membri dell’Unione monetaria europea. I principali Paesi in avanzo commerciale hanno una enorme responsabilità, al riguardo. Il salvataggio o la distruzione della Unione dipenderà in larga misura dalle loro decisioni.

Bisogna istituire un sistema di fiscalità progressiva coordinato a livello europeo, che contribuisca a invertire la tendenza alla sperequazione sociale e territoriale che ha contribuito a scatenare la crisi. Occorre uno spostamento dei carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale e alle rendite, dai redditi ai patrimoni, dai contribuenti con ritenuta alla fonte agli evasori, dalle aree povere alle aree ricche dell’Unione.

Bisogna ampliare significativamente il bilancio federale dell’Unione e rendere possibile la emissione di titoli pubblici europei. Si deve puntare a coordinare la politica fiscale e la politica monetaria europea al fine di predisporre un piano di sviluppo finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa. Il piano deve seguire una logica diversa da quella, spesso inefficiente e assistenziale, che ha governato i fondi europei di sviluppo. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla produzione pubblica di beni collettivi, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile.

Si deve disciplinare e restringere l’accesso del piccolo risparmio e delle risorse previdenziali dei lavoratori al mercato finanziario. Si deve ripristinare il principio di separazione tra banche di credito ordinario, che prestano a breve, e società finanziarie che operano sul medio-lungo termine.

Contro eventuali strategie di dumping e di “esportazione della recessione” da parte di paesi extra-Ume, bisogna contemplare un sistema di apertura condizionata dei mercati, dei capitali e delle merci. L’apertura può essere piena solo se si attuano politiche convergenti di miglioramento degli standard del lavoro e dei salari, e politiche di sviluppo coordinate.

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Siamo ben consapevoli della distanza che sussiste tra le nostre indicazioni e l’attuale, tremenda involuzione del quadro di politica economica europea.
Siamo tuttavia del parere che gli odierni indirizzi di politica economica potrebbero rivelarsi presto insostenibili.

Se non vi saranno le condizioni politiche per l’attuazione di un piano di sviluppo fondato sugli obiettivi delineati, il rischio che si scateni una deflazione da debiti e una conseguente deflagrazione della zona euro sarà altissimo. Il motivo è che diversi Paesi potrebbero cadere in una spirale perversa, fatta di miopi politiche nazionali di ”austerità” e di conseguenti pressioni speculative. A un certo punto tali Paesi potrebbero esser forzatamente sospinti al di fuori della Unione monetaria o potrebbero scegliere deliberatamente di sganciarsi da essa per cercare di realizzare autonome politiche economiche di difesa dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione. Se così davvero andasse, è bene chiarire che non necessariamente su di essi ricadrebbero le colpe principali del tracollo della unità europea.

***

Simili eventualità ci fanno ritenere che non vi siano più le condizioni per rivitalizzare lo spirito europeo richiamandosi ai soli valori ideali comuni. La verità è che è in atto il più violento e decisivo attacco all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.

Per questo, occorre immediatamente aprire un ampio e franco dibattito sulle motivazioni e sulle responsabilità dei gravissimi errori di politica economica che si stanno compiendo, sui conseguenti rischi di un aggravamento della crisi e di una deflagrazione della zona euro e sulla urgenza di una svolta di politica economica europea.

Qualora le opportune pressioni che il Governo e i rappresentanti italiani delle istituzioni dovranno esercitare in Europa non sortissero effetti, la crisi della zona euro tenderà a intensificarsi e le forze politiche e le autorità del nostro Paese potrebbero esser chiamate a compiere scelte di politica economica tali da restituire all’Italia un’autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione.

Promotori dell’iniziativa sono Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio) e Antonella Stirati (Università Roma Tre).

Adesioni:Nicola Acocella (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniel Albarracín Sànchez (Universidad Autònoma de Madrid), Luigi Aldieri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Alberto Alonso González (Universidad Complutense de Madrid), Asunción Gómez Alonso (Profesora de Economia), Ignacio Álvarez (Universidad Complutense de Madrid), Mercedes Álvarez Coñi (Economista), Adalgiso Amendola (Università di Salerno), Jose Manuel Arizaga Alvarez (Economista), Roberto Artoni (Università Bocconi), Adam Asmundo (Università di Palermo), Alberto Asquer (Università di Cagliari), Ivàn H. Ayala (Universidad Complutense de Madrid), Juan Josè Azcona Olòndriz (Universidad Complutense Madrid), Aldo Barba (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Bartolini (Università di Siena), Francesco Baruffi (Democenter Sipe - Modena), Enrico Bellino (Università Cattolica di Milano), Sergio Beraldo (Università di Napoli ‘Federico II’), Luigi Bernardi (Università di Pavia), Paola Bertolini (Università di Modena e Reggio Emilia), Mario Biagioli (Università di Parma), Gianni Bianco Università di Torino), Salvatore Biasco (Università di Roma ‘La Sapienza’), Samuele Bibi (Università Roma Tre), Adriano Birolo (Università di Padova), Ivan Blecic (Università di Sassari), Mariangela Bonasia (Università di Napoli ‘Parthenope’), Piervincenzo Bondonio (Università di Torino), Giovanni Bonifati (Università di Modena e Reggio Emilia), Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Luigi Bosco (Università di Siena), Paolo Bosi (Università di Modena e Reggio Emilia), Carlo Brambilla (Università dell’Insubria), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Massimiliano Bratti (Università di Milano), Sergio Bruno (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Burlando (Università di Torino), Pablo Bustelo (Universidad Complutense de Madrid), Antonio Cabrera Santamarìa (Universidad Complutense de Madrid), Katia Caldari (Università di Padova), Romano Calvo ((Università di Milano Bicocca), Rosaria Rita Canale (Università Parthenope di Napoli), Marco Canepari (Università ‘Joseph Fourier’ - Grenoble), Francesco Carlucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Enza Caruso (Università di Perugia), Lorenzo Caselli (Università di Genova), Maurizio Caserta (Università di Catania), Stefano Casini Benvenuti (IRPET Firenze), Mario Cassetti (Università di Brescia), Lucilla Castellucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Duccio Cavalieri (Università di Firenze), Mario Cedrini, (Università del Piemonte Orientale), Giuseppe Celi (Università di Foggia), Mario Centorrino (Università di Messina), Sergio Cesaratto (Università di Siena), Victoria Chick (University College London), Laura Chies (Università di Trieste), Guglielmo Chiodi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Massimo Cingolani (Banca europea per gli investimenti), Romeo Ciminello (Pontificia Università Gregoriana di Roma), Giorgio Colacchio (Università del Salento), Elena Colopardi (ANCE), Giuseppe Conti (Università di Pisa), Angiola Contini (Università Cattolica di Milano), Lilia Costabile (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Crespi (Universit Roma Tre), Antonio Cuerpo Carrera (Universidad Complutense de Madrid), Salvatore Curatolo (Università di Parma), Mirella Damiani (Università di Perugia), Carmela D’Apice (Università Roma Tre), Marcello De Cecco (Scuola Normale Superiore di Pisa), Marcello Degni (Università di Pisa), Massimiliano Deidda (ISFOL), Carlo Del Gaudio (Università di Napoli ‘Federico II’), Pasquale De Muro (Università Roma Tre), Elina De Simone (Università Orientale di Napoli), Carlo Devillanova (Università Bocconi), Giancarlo De Vivo (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefania Di Bono (Università di Pisa), Umberto Di Giorgi (Università Roma Tre), Davide Di Laurea (ISTAT), Amedeo Di Maio (Università Orientale di Napoli), Antonio Di Majo (Università Roma Tre), Marco Di Marco (ISTAT), Fernando Di Nicola (ISAE), Giuseppe Di Taranto (Università ‘LUISS Guido Carli’), Giuseppe Di Vita (Università di Catania), Leonardo Ditta (Università di Perugia), Maria Giuseppina Eboli (Università di Roma ‘La Sapienza’), Gerald Epstein (University of Massachusetts), Bruno Estrada Lopez (Director de Estudios), Giorgio Fabbri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Sebastiano Fadda (Università Roma Tre), Tommaso Fanfani (Università di Pisa), Riccardo Faucci (Università di Pisa), Giovanni Favero (Università ‘Ca’ Foscari’ Venezia), Eladio Febrero (Universidad de Castilla-La Mancha), Alberto Feduzi (Università Roma Tre), Pablo Fernàndez-Olano (Universidad Complutense de Madrid), Stefano Figuera (Università di Catania), Alejandro Fiorito (Universidad Nacional de Lujan), Massimo Florio (Università di Milano), Giuseppe Fontana (Università del Sannio), Jorge Oscar Fonseca Castro (Universidad Complutense de Madrid), Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Saverio Fratini (Università Roma Tre), Lia Fubini (Università di Torino), Stefania Gabriele (ISAE), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Ana Mª Garcia García (Maestra-Gijón-Asturias), Pierangelo Garegnani (Università Roma Tre), Adriano Giannola (Università di Napoli ‘Federico II’), Andrea Ginzburg (Università di Modena e Reggio Emilia), Enrico Giovannetti (Università di Modena e Reggio Emilia), Alessandro Girardi (ISAE), Claudio Gnesutta (Università di Roma ‘La Sapienza’), Jorge Uxò Gonzàlez (Universidad de Castilla La Mancha), Santiago Eduardo Gutierrez Benito (Economista), Alberto Grandi (Università di Parma), Stefano Grando (Università di Roma ‘La Sapienza’), Augusto Graziani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Mario Gregori (Università di Udine), Vanesa Guzmán (Escuela Universitaria de Turismo Iriarte), Andrea Imperia (Università di Roma ‘La Sapienza’), Francisco Javier Braña Pino (Universidad de Salamanca), Bruno Jossa (Università di Napoli ‘Federico II’), John King (La Trobe University), Heinz Kurz (University of Graz), Laureano Làzaro Araujo (Cuerpo Superior de Administradores Civiles del Estado, España), Frederic S. Lee (University of Missouri-Kansas City), Paolo Leon (Università Roma Tre), Sergio Levrero (Università Roma Tre), Paolo Liberati (Università Roma Tre), Antonio Lopes (Seconda Università di Napoli), Paloma López Núñez (Economista), Luigi Loris (IRES Emilia Romagna), Javier Loscos Fernàndez (Universidad Complutense de Madrid), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Fernando Luengo (Universidad Complutense de Madrid), Giorgio Lunghini (Università di Pavia), Vincenzo Maffeo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marc Mangenot (Fondazione COPERNIC - Francia), Ugo Marani (Università di Napoli ‘Federico II’), Fèlix Marcos (Universidad Complutense de Madrid), Maria Cristina Marcuzzo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Domenico Marino (Università Mediterranea di Reggio Calabria), Ferruccio Marzano (Università di Roma ‘La Sapienza’), Pietro Masina (Università di Napoli ‘L’Orientale’), Fabio Masini (Università Roma Tre), Nicolás Mateos La Orden (Universidad Complutense de Madrid), Giovanni Mazzetti (Università della Calabria), Marco Mazzoli (Università Cattolica del S. Cuore di Piacenza), Giuseppe Melis (Università degli Studi di Cagliari), Luca Michelini (Università LUM), Riccardo Milano (Banca Popolare Etica), Román Mínguez Salido (Universidad de Castilla-La Mancha), Salvatore Monni (Università Roma Tre), Mario Morroni (Università di Pisa), Rafael Muñoz de Bustillo Llorente (Universidad de Salamanca), Ignacio Muro Beneyas (Universidad Carlos III Madrid), Marco Musella (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Musotti (Università di Perugia), Oreste Napolitano (Università di Napoli ‘Parthenope’), Nunzia Nappo (Università di Napoli ‘Federico II’), Sebastiano Nerozzi (Università Cattolica di Milano), Alberto Niccoli (Università Politecnica delle Marche), Mario Nuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Guido Ortona (Università del Piemonte Orientale), Franco Osculati (Università di Pavia), Andrea Pacella (Università del Sannio), Ugo Pagano (Università di Siena), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense de Madrid), Paolo Palazzi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniela Palma (ENEA), Stefano Palmieri (Responsabile Ufficio Europa CGIL), Antonella Palumbo (Università Roma Tre), Roberto Panizza (Università di Torino), Carmine Pappalardo (ISAE), Mariangela Paradisi (Università Politecnica delle Marche), Nicola Parmentola (Università di Napoli ‘Federico II’), Sergio Parrinello (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marco Passarella (Università di Bergamo), Rosario Patalano (Università di Napoli ‘Federico II’), Riccardo Paternò (Università di Napoli ‘Federico II’), Lorenzo Pellegrini (Erasmus University Rotterdam), Stefano Perri (Università di Macerata), Cosimo Perrotta (Università del Salento), Fabio Petri (Università di Siena), Paolo Piacentini (di Roma ‘La Sapienza’), Antonella Picchio (Università di Modena e Reggio Emilia), Marco Piccioni (Università di Napoli ‘Federico II’), Paolo Pini (Università di Ferrara), Federico Pirro (Università di Bari), Massimo Pivetti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Silvia Pochini (Università di Pisa), Pier Luigi Porta (Università di Milano Bicocca), Giuseppe Privitera (Università di Catania), Felice Roberto Pizzuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Paesani (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense de Madrid), Elena Podrecca (Università di Trieste), Michele Raitano, (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Fabio Ravagnani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Piercarlo Ravazzi (Politecnico di Torino), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Angelo Reati (ISEG), Michele Rosco (Università di Salerno), Sergio Rossi (Università di Friburgo), Roberto Romano (CGIL Lombardia), Santos M. Ruesga (Universidad Autònoma de Madrid), Alberto Russo (Università Politecnica delle Marche), Vincenzo Russo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Andrea Salanti (Università di Bergamo), Francesco Scacciati (Università di Torino), Salvatore Scanu, (Universitàdi Cagliari), Giovanni Scarano (Università Roma Tre), Roberto Schiattarella (Università di Camerino), Ernesto Screpanti (Università di Siena), Mario Seccareccia (Università di Ottawa), Fabio Sforzi (Università di Parma), Primo Silvestri (TuttoRiminiEconomia - TRE), Annamaria Simonazzi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Riccardo Soliani (Università di Genova), Giovanni Solinas (Università di Modena e Reggio Emilia), Serena Sordi (Università di Siena), Justo Sotelo Navalpotro (Universidad CEU San Pablo), Bruno Sovilla Sogne (Universidad Complutense de Madrid), Luca Spinesi (Università di Macerata), Stefano Staffolani (Università Politecnica delle Marche), Alessandro Sterlacchini (Università Politecnica delle Marche), Antonella Stirati (Università Roma Tre), Francesco Strati (Università ‘Mediterranea’ di Reggio Calabria), Francesca Stroffolini (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Sylos Labini (ENEA), Piero Tani (Università di Firenze), Daniele Tavani (Colorado State University), Valeria Termini (Università Roma Tre), Andrea Terzi (Franklin College Switzerland e Università Cattolica), Angela Testi (Università di Genova), Mario Tiberi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Bruno Tinel (University of Paris 1 ‘Panthèon-Sorbonne’), Patrizio Tomassetti (Regione Abruzzo), Juan Torres Lòpez (Universidad de Sevilla), Guido Tortorella Esposito (Università del Sannio), Paolo Trabucchi (Università Roma Tre), Attilio Trezzini (Università Roma Tre), Pasquale Tridico (Università Roma Tre), Michele Trimarchi (Università di Catanzaro), Domenica Tropeano (Università di Macerata), Giovanni Trovato (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Lefteris Tsoulfidis (University of Macedonia), Gianni Vaggi (Università di Pavia), Bernard Vallageas (Universitè Paris-Sud), Vittorio Valli (Università di Torino), Michelangelo Vasta (Università di Siena), Sergio Vellante (Seconda Università di Napoli), Antonio Gutiérrez Vegara (Economista), Alessandro Vercelli (Università di Siena), Antonio Villanacci (Università di Firenze), Enrique Viaña Remis (Universidad de Castilla-La Mancha), Carmen Vita (Università del Sannio), Luca Zamparelli (Università ‘LUISS Guido Carli’), Adelino Zanini (Politecnica delle Marche), Gennaro Zezza (Università di Cassino), Andrea Zhok (Università di Milano).

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Un governo “maledetto”

Pubblicato il 06 Novembre 2012 da admin

L’azione del governo Monti è riassunta dall’andamento del tasso di disoccupazione negli ultimi 12 mesi (il grafico a lato e l’analisi successiva si basano su dati Istat).

Il numero dei disoccupati si è accresciuto del 40%, cioè di oltre 750.000 unità. Il 60% sono persone che hanno perso la precedente occupazione. Nel secondo trimestre 2012, gli occupati a tempo pieno sono risultati inferiori di 439.000 unità rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno, sostituiti, secondo l’ISTAT, da circa 391.000 occupati a tempo parziale (in grande misura involontariamente). Nello stesso periodo, il numero degli occupati dell’industria in senso stretto ha registrato un calo di oltre 100.000 unità, concentrato nelle imprese di medio-grande dimensione. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni sale dal 27,4% (II trimestre 2011) al 33,9%, con un picco del 48% per le giovani donne del Mezzogiorno. Nel II trimestre 2012 il PIL è diminuito del 2,6% rispetto al II trimestre 2011. La spesa delle famiglie (in termini reali) si è ridotta del 3,7%. Gli investimenti fissi lordi si sono ridotti del 9%. Il valore aggiunto dell’industria è caduto del 6% (-5,6% industria in senso stretto, -6,5% le costruzioni). Anche i servizi (commercio, alberghi ecc.) si riducono (-3%), solo credito, attività di intermediazione immobiliare e servizi professionali registrano una (modesta) crescita. Un confronto fra gli stessi trimestri per la spesa pubblica mostra che nel complesso le uscite sono aumentate di 1,3%, ma si sono ridotti (-1,7%) i redditi dei dipendenti pubblici e le uscite in conto capitale  (-11%). Quasi l’intero aumento della spesa pubblica è dovuto ad un aumento (12%) del pagamento per interessi sul debito pubblico. E in effetti il debito pubblico, nonostante l’aumento della pressione fiscale, è aumentato sia in termini assoluti (circa 60 miliardi al luglio 2012 rispetto all’ottobre 2011) che in rapporto al PIL.

Questi sono crudi fatti, gli esiti della scelta di austerità fatta da questo governo, e ci sembra ridicolo consolarsi immaginando che senza quella politica le cose sarebbero andate ancora peggio. Il quadro rappresentato è quello di un vero disastro, che va peggiorando. Il presidente del consiglio sostiene che a partire dalla seconda metà del prossimo anno le cose miglioreranno, ma quale credibilità può avere questa “previsione”, sia per la sua vaghezza, sia per il fatto di venire da un governo che – a decreto “Salva Italia” già approvato – sosteneva che il PIL nel 2012 si sarebbe ridotto dello 0,6% – sottostimando di 4 volte l’effettiva caduta? Quanto ad uso spregiudicato della propaganda, i “tecnici” non hanno nulla da invidiare al precedente governo. Con questo disastro la crisi economica mondiale c’entra relativamente poco: in un quadro di commercio internazionale abbastanza debole le esportazioni italiane sono state l’unica componente della domanda a mostrare un sia pur modesto incremento (+1.2%).

La nuova manovra che il governo sta varando adesso sotto forma di un disegno di “Legge di Stabilità”, prevede (ma il dispositivo continua a cambiare di giorno in giorno) l’aumento di 1 punto dell’aliquota ordinaria dell’IVA a partire dal 1 luglio 2013. Questo aumento dell’IVA (un aggravio di più di 6 miliardi di euro su base annua) viene però presentato dal governo come una riduzione, perché la legislazione varata dallo stesso Monti prevedeva che l’IVA nel luglio 2013 aumentasse di due punti percentuali (uno dei quali per il solo secondo semestre 2013). Con la stessa logica, se il governo avesse in precedenza deciso che l’IVA aumentasse di 10 punti dal luglio 2013 oggi potrebbe venire a raccontarci che la sta riducendo di 9 punti. Considerare l’aumento di un punto di IVA come una riduzione serve a dare un segno (leggermente) espansivo alla manovra della “Legge di stabilità”, ma questo è un inganno: qualunque cosa fosse stata decretata prima, ciò che conta è che dal luglio 2013 ci sarà un aumento permanente dell’IVA ordinaria di 1 punto. Il saldo della manovra è quindi nei fatti negativo, di circa 3 o 4 miliardi per il 2013. E’ solo nella perversa logica dell’austerità “imposta” dagli impegni con l’Unione Europea, che un aumento dell’IVA può essere presentato come una riduzione. Si tratta invece di un ulteriore aggravamento della stretta in cui siamo, e quando ancora gli effetti recessivi del pagamento del saldo IMU non si sono sentiti appieno.

La “Legge di Stabilità” è recessiva non solo nel saldo ma anche nella composizione delle variazioni di entrate e uscite. Ad esempio, per le maggiori entrate, oltre all’aumento dell’IVA, il governo intende rendere permanente l’aumento (per circa 1 miliardo) delle accise decretato per far fronte ai danni del terremoto in Emilia; dal lato delle spese, il governo intende ridurre di circa un miliardo la spesa per sanità ed enti previdenziali e assistenziali. Ammesso si trattasse di spesa “cattiva”, esso è un taglio, non una sostituzione con spesa “buona”. E va ricordato che un ventilato aumento di 3 punti di imposizione sui redditi superiori a 150.000 euro annui è rapidamente scomparso dall’orizzonte, eliminato dal fuoco della Confindustria e del partito di Berlusconi, con l’immediata acquiescenza del Partito Democratico. Hanno detto che era dannoso perché faceva ridurre i consumi: è nata così una nuova categoria di keynesiani, i keynesiani d’accatto. E’ vero invece che quel poco di tassazione sui redditi alti ed i consumi di lusso che il “Salva Italia” aveva introdotto ha avuto risultati quasi nulli, ma questo non dimostra certo che sarebbe impossibile ottenerne, se lo si volesse seriamente.

Nella conferenza stampa al termine del consiglio dei ministri in cui il governo ha presentato la “Legge di Stabilità” Monti ha dichiarato: “oggi possiamo cominciare a vedere e toccare con mano che la disciplina di bilancio paga, la disciplina di bilancio conviene”. Ma non si vede dove sarebbe questa convenienza. Naturalmente si possono sempre  tirare in ballo le future generazioni: ma qualcuno deve ancora spiegare come potremmo mai arricchire le future generazioni impoverendoci.

Monti sostiene adesso che il suo governo è più popolare dei partiti. Da dove lo ricava? La presidenza del consiglio ha ereditato i sondaggisti del precedente governo? E’ certo vero che la popolarità dei partiti è vicina allo zero, ma è tutto da dimostrare che ciò sia dovuto solo alle ruberie dei vari Fiorito e gli sia invece estraneo l’appoggio dato da quasi tutti i partiti al governo Monti. In effetti lo stesso Monti ha detto anche che il suo è un governo “maledetto” – in altri tempi sarebbe stato chiamato “governo della fame”. Ma certo esso gode dell’appoggio incondizionato dei principali organi di stampa e del presidente della repubblica (che tra l’altro gli consente di moltiplicare ad libitum il ricorso al voto di fiducia).

La situazione politica è ad uno strano frangente. Il governo sembra dettar legge al Parlamento, i partiti (almeno per ora) abbaiano ma non mordono. Guido Carli (uno che di tecnici e di governi se ne intendeva) ebbe a dichiarare: “Un governo di tecnici o è una trovata qualunquista o è una soluzione sovversiva”. Ci sembra che la fase qualunquistica della trovata si sia esaurita.

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La politica è finita e la democrazia è una finzione

Pubblicato il 31 Ottobre 2012 da admin

Il disastro economico che pervade da un capo all’altro l’Europa, la stessa crisi del modello europeo fondato sul primato e sui vincoli dell’unione monetaria, ripropongono, con maggiore vigore rispetto al recente passato, il tema della funzione della politica nelle nostre società e quello della sua autonomia rispetto agli altri poteri.

Nel secolo trascorso l’autonomia della politica si è inverata nell’esercizio collettivo di una critica dell’esistente attraverso i partiti di massa, nel conflitto tra visioni diverse, antitetiche, del mondo, tra differenti progetti di società.

Oggi i partiti, quelli di massa che abbiamo conosciuto nel corso del Novecento, non esistono più: sono stati sostituiti da simulacri di partito politico, dietro cui predominano soltanto le carriere personali dei leader ed il loro rapporto diretto con la massa elettrice, naturalmente passiva ed amorfa.

In quanto all’indipendenza di questi leader, e delle loro organizzazioni, rispetto al potere dei mercati, delle istituzioni bancarie e dei grandi gruppi industriali, è inutile dire che è inesistente: la loro è una funzione asseveratrice della ineluttabilità del modello economico in cui le nostre esistenze sono immerse.

Ogni giorno siamo inondati da notizie sull’andamento delle borse, sul rendimento dei titoli di Stato. Parole come spread, default, listini, indici, sono entrati ormai nel linguaggio corrente delle persone. Cosa c’è dietro quei numeri, chi ne determina l’andamento, nessuno però lo sa. Tutti sanno però cosa significano le misure che vengono adottate dai governi nazionali per stare dietro alle fluttuazioni dei listini della borsa e dei tassi d’interesse sul debito, perché toccano la carne viva della loro esistenza, incidono sulle loro aspettative e sul proprio futuro.

In base a questo meccanismo, mentre la speculazione finanziaria rimane anonima, impersonale, le manovre di risanamento colpiscono uomini e donne in carne ed ossa, con nome e cognome. Non solo: gli stati e i governi, la cui funzione negli ultimi vent’anni è stata sistematicamente ridimensionata in nome del libero mercato, oggi vengono chiamati a soccorrere un’economia ammorbata dagli effetti delle fraudolente bancarotte del capitalismo finanziarizzato.

Il problema, tuttavia, è che le politiche portate avanti dai governi nazionali sotto la dettatura dei centri di potere finanziario europei,  lungi dal risolvere la crisi in atto, evidentemente la stanno aggravando. Quando si dice che la cura è peggiore del male. Come in molti fanno notare, ormai, i continui tagli alla spesa pubblica, figli delle dissennate politiche di austerità imposte dall’Europa, stanno avendo effetti esattamente opposti a quelli che si prefiggono: meno consumi e occupazione, più debito e speculazione. Si è innescata una spirale austerità/recessione, d’altro canto, che sta ammazzando le nostre economie, negando ogni prospettiva di futuro alle giovani generazioni.

Diciamolo più chiaramente: i parametri di compatibilità europea, da Maastricht in giù, fino a quelli imposti dai trattati sul Fiscal compact e sul Mes, in questo quadro appaiono sempre più come il cappio che stringe il collo dei paesi membri, non tanto la garanzia della loro stabilità od il presupposto del loro futuro benessere. E non c’è bisogno di evocare la Grecia per rendersene conto, basta guardare in casa propria.

E se ciò sta accadendo, è potuto accadere, è perché la “funzione politica” in Europa è ormai transitata dai governi e dai parlamenti alle burocrazie finanziare: oggi in Europa la politica economica la fa più la Bce che i governi nazionali e la stessa Commissione.

Come ha fatto correttamente osservare Mario Tronti, in suo libro intitolato La politica al tramonto, il tratto distintivo della politica moderna è stata la sua autonomia, il suo rapporto “agonico”, conflittuale, con l’economia e le sue leggi. Ma anche la sua capacità di scendere a compromessi, di trovare forme di mediazione col potere economico. Proprio quello che manca oggi, nel contesto di sostanziale esautoramento della politica da parte di organismi non democratici per definizione.

Ma chiediamoci: cos’è la politica senza conflitto? Qual è la sua funzione senza dialettica tra distinte opzioni programmatiche e visioni del futuro, senza l’appartenenza ad un campo anziché ad un altro? La risposta è semplice: né più né meno che sterile politicantismo, carrierismo, fredda amministrazione della cosa pubblica, subalternità al potere economico.

Esattamente quello che succede oggi nelle nostre società, dove, con la politica al crepuscolo, le differenze tra le varie soggettività in campo sono assolutamente fittizie, tutte facilmente ricomponibili nell’ambito della comune appartenenza al partito della conservazione dell’esistente.

Da questo punto di vista  la vicenda del governo Monti è stata proverbiale, chiarificatrice. Partiti e movimenti che per anni si sono combattuti aspramente si sono poi ritrovati insieme a comporre la maggioranza del nuovo governo dei professori. Forse perché hanno cambiato idea sulle loro vecchie posizioni? No, è tutta un’altra questione: ciò su cui per anni si sono divisi non costituiva nulla di dirimente rispetto agli attuali assetti economici e sociali, italiani ed europei. La lotta era condotta esclusivamente su un terreno che potremmo definire “politicista”: è stato un rinfacciarsi continuo di cose che, in linea generale, nulla avevano a che vedere con visioni contrapposte della realtà, con la prospettazione di diversi modelli di sviluppo per le nostre società. Per questo si sono potuti ritrovare insieme, a sostenere senza troppi sacrifici le misure proposte dal governo Monti.

Il grande tema di oggi è dunque l’autonomia della politica. Ma una politica autonoma ha bisogno, oltre che di forme organizzative adeguate e chiari punti di vista sulle questioni dirimenti dell’attualità, anche di una visione generale dei rapporti di forza in campo e di un’idea condivisa della prospettiva storica. Non sto proponendo un ritorno ad ideologie escatologiche, che andrebbero ad ingabbiare l’azione degli attori politici in visioni astratte della realtà, senza aderenza alle condizioni oggettive dell’economia e della società. No. Ciò di cui sto parlando è l’auspicio che nella nostra società possano trovare spazio, svilupparsi, nuove culture critiche della realtà, capaci di sostenere l’azione di partiti e movimenti realmente alternativi al modello capitalistico oggi dominante.

In questo senso lasciano ben sperare certe forme di movimentismo che stanno cercando di farsi strada nelle nostre società, promuovendo una critica dal basso degli attuali assetti di potere in Europa e delle folli politiche di austerità che gli stati membri stanno pervicacemente adottando. Essi, al di là delle rivendicazioni contingenti, possono contribuire a scuotere il palazzo ed un sistema politico anchilosato, ripiegato su se stesso, del tutto autoreferenziale. Possono contribuire a riformare le nostre democrazie, perché la questione dell’autonomia della politica, diciamolo chiaramente, ha molto a che fare con la loro qualità.

D’altronde sarebbe sbagliato considerare la democrazia  solo un insieme di regole a presidio della libertà dei cittadini. La sua vera essenza risiede nel dare rappresentanza e forza di governo alle idee che promanano dalla società, attraverso la mediazione delle forze politiche e delle organizzazioni di massa. Cosa succede oggi nelle nostre democrazie? L’azione dei governi è realmente l’espressione della volontà popolare? Il potere decisionale risiede effettivamente nel parlamento e nei governi nazionali? Chi afferma questo dice il falso, evidentemente. La crisi della politica risiede sempre più nella sua inutilità, essendo la sua attuale funzione quella di dare il crisma dell’ufficialità e della cogenza a decisioni prese in altre sedi.

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La decrescita infelice del governo Monti

Pubblicato il 26 Ottobre 2012 da admin

Tra l’anno passato e quello in corso sono ben cinque le manovre[1], dei governi Berlusconi e Monti, che hanno aumentato le entrate e tagliato la spesa pubblica, con un impatto complessivo sul triennio 2012-2014 pari addirittura a 120 miliardi di euro (Banca d’Italia). A queste manovre si aggiunge la nuova Legge di Stabilità che rimodula una parte degli interventi pregressi per un valore pari a quasi 13 mld di euro, con un ulteriore contributo al saldo finanziario di 5 mld.

L’effetto di queste manovre è stato e sarà fortemente recessivo, ed è a dir poco sottostimato da Monti. Infatti, ormai certificato che queste manovre hanno contribuito ad abbattere il Pil nel 2012 almeno di due punti e mezzo, il governo prevede ottimisticamente che già il prossimo anno la caduta dovrebbe arrestarsi (-0,2%). E questo essenzialmente perché – dopo i pesanti cali dei consumi e degli investimenti di quest’anno (stimati, rispettivamente, del 3,6% e del 10,6%) – secondo Monti nel 2013 i consumi si ridurranno appena dello 0,5% mentre gli investimenti dovrebbero già cambiare segno, marcando una prima significativa ripresa (più 0,9%)[2].

Ma le previsioni dei professori al governo non convincono affatto. In realtà, utilizzando stime realistiche circa il moltiplicatore della politica fiscale (che qui opera ovviamente in negativo), nelle condizioni attuali e con le manovre effettuate dal governo è corretto assumere che il valore della produzione nazionale dovrebbe contrarsi nel 2013 di circa due punti percentuali[3].

Ed è importante notare che, nonostante il sacrificio recessivo imposto da queste politiche, l’agognato “risanamento” continua ad essere un miraggio e il peso del debito pubblico non cessa di crescere. D’altra parte, se il PIL prosegue la sua diminuzione è ben facile che  il rapporto debito/PIL cresca: sia perché il denominatore diminuisce, sia perché una contrazione del PIL frena la crescita delle entrate fiscali, contribuendo anche per questa via a peggiorare le condizioni della finanza pubblica. Certo, la pressione fiscale è prevista in aumento, passando dal 44,7% del 2012 al 45,3% del 2013. Ma non tutte le entrate hanno lo stesso segno. Le entrate tributarie dirette registrano, infatti, un calo coerente con la dinamica dei redditi (si passa dai  243 mld del 2012 ai 241 del 2013), mentre le imposte indirette crescono (dai 236 mld del 2012 ai 253 del 2013)[4].

E ben poco conta che il governo - almeno parzialmente consapevole dell’effetto depressivo delle manovre sulla domanda aggregata - abbia provato ad accrescere la domanda di consumi, rimodulando leggermente l’Irpef: il piccolo taglio delle aliquote vale poco più di 4 mld nel 2013 e circa 6 e mezzo nel 2014. Ma queste minori tasse sono purtroppo compensate dal resto della manovra. In primo luogo, dalla riduzione delle agevolazioni e delle detrazioni fiscali (maggiori entrate per oltre 2 mld di euro). Poi dalla spending review, che va a recuperare non meno di 20 mld di euro, e dall’aumento dell’Iva di un punto percentuale. E, in conclusione, dagli ulteriori tagli dei trasferimenti agli enti locali (pari a 2,2 mld di euro, a cui si aggiunge il taglio di quasi due miliardi ai ministeri) che prefigurano uno Stato residuale rispetto all’insieme dell’economia del paese. Non bisogna, infatti, dimenticare che la spesa primaria dell’Italia è tra le più contenute dei paesi di area euro, e alle tasse pagate già corrisponde una quantità e qualità di servizi assolutamente insoddisfacente.

Insomma, il governo è ingessato dalla sua politica di austerità che pone drastici saldi obiettivo di finanza pubblica e in particolare il pareggio di bilancio (strutturale)[5]. Nulla di nuovo, dunque, sotto il cielo del governo Monti. La Legge di Stabilità conferma l’impronta conservatrice di una politica che genera decrescita, disoccupazione e smantella quel po’ che rimane dello stato sociale. Aspettando che le misure legate all’applicazione del fiscal compact – che dovrebbero accelerare l’abbattimento del debito pubblico – facciano il resto.

 

 

[1] Il d.l. n. 98 del 2011; il d.l. n. 138 del 2011; la Legge 12 novembre 2011, n. 183, che è poi la Legge di Stabilità per il 2012; il d.l. n. 201 del 2011; il d.l. n. 95 del 2012, meglio noto come spending review.
[2] Tra il quadro a legislazione vigente e programmatico del DEF (documento di programmazione economico e finanziaria) si osserva una minore riduzione dell’indebitamento netto e una contrazione del saldo primario. L’indebitamento netto passa, infatti, dall’1,6% a legislazione vigente per il 2013, all’1,8% del quadro programmatico, mentre l’avanzo primario passa dal 4% al 3,8%.
[3] Sotto questo aspetto più attendibili delle previsioni del governo, ma a nostro avviso ancora ottimistiche, sono quelle del FMI, che ha pronosticato una crescita negativa del PIL per il 2013 pari a -0,7%. Si veda a riguardo: IMF, World Economic Outlook, October 2012. Interessanti le riflessioni sulla frequente sottostima del moltiplicatore della politica fiscale (pp. 41-43).
[4] Nota di aggiornamento del Documento Economia e Finanza 2012, settembre 2012.
[5] Il governo prevede lo 0,9% per il 2012, lo 0,0% per il 2013 e lo 0,2% per il 2014.

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Spending Review? Un taglio classista della spesa pubblica

Pubblicato il 28 Luglio 2012 da admin

Il decreto legge n° 95 del 6 luglio 2012 “Disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi pubblici”, è l’ultima puntata di una serie di manovre correttive del bilancio pubblico italiano.

L’Italia ha subito 5 manovre correttive, maggiori entrate e tagli alla spesa pubblica, tra il 2011 e il 2012, per un ammontare complessivo che sfiora i 120 miliardi di euro, al netto del fiscal compact e dell’euro plus che costringerà il paese a delle misure (correttive) tra i 35-45 mld di euro.

Le previsioni di crescita del Paese sono sicuramente condizionate dal contesto internazionale e, in particolare, europeo, ma le stime di crescita sono in qualche misura coerenti con il taglio della spesa pubblica e la riduzione del reddito delle famiglie via incremento della pressione fiscale. Adottando un criterio prudenziale[1] è possibile stimare una diminuzione del Pil italiano per il 2012 del 2,5% e del 3% nel 2013. Sono ordini di grandezza che trovano una parziale conferma nelle prime proiezioni del FMI e della Banca d’Italia (-2% per il 2012), mentre Confindustria si è spinta oltre (-2,4%). Diversamente da queste previsioni, il governo stima la crescita per il 2012 in meno 1,2% (DEF aprile 2012). Probabilmente un eccesso di fiducia, oppure la necessità di far conciliare i saldi di finanza pubblica che non sono neutri rispetto all’andamento del Pil, come mostra la crescita della spesa corrente intervenuta tra il 2007 e il 2011, dal 44,1% al 47,5% del Pil, per lo più imputabile agli stabilizzatori automatici[2].

La contrazione della crescita ha condizionato il rapporto debito/Pil, facendolo aumentare, più di quanto non abbia fatto la crescita dei tassi di interesse. Infatti, l’onere degli interessi passivi sul debito, pur rimanendo saldamente al di sopra del 5% del Pil, passa da una previsione del 5,1% dell’aprile del 2011 al 5,3% del Pil dell’aprile 2012. Quindi è proprio la dinamica del Pil a condizionare il rapporto debito/Pil, mentre la spesa per interessi concorre in misura più contenuta, per il momento.

Il DL 95/2012 (Spending Review) non si discosta molto dalla filosofia dei provvedimenti adottati da Tremonti e Monti (2011): forte incremento delle entrate, riduzione del ruolo degli enti territoriali (comuni, province, regioni), ridimensionamento degli enti di ricerca, contenimento dell’impiego pubblico (meno 10% degli impiegati e meno 20% dei dirigenti), più una punta di raggiro che rende alcuni provvedimenti fastidiosi.

Da una parte è del tutto evidente che il DL 95/2012 non è una qualificazione ma un taglio della spesa, con risparmi attesi nel medio periodo di 80 mld di euro su 250 mld. Ci sono poi delle inefficienze e sovrapposizioni (maggiori costi) nella parte relativa alla soppressione delle province (Servizio Bilancio del Senato), mentre si prospetta una ulteriore stretta per le famiglie interessate dalle agevolazioni fiscali (detrazioni-deduzioni) che rendono veramente fastidioso il rinvio dell’aumento dell’IVA. Infatti, la riduzione dell’IVA, meno 3.280 mln nel 2012, meno 6.569 mln nel 2013 e meno 9.840 nel 2014, è condizionata da un aumento delle entrate fiscali legate alla rivisitazione delle agevolazioni fiscali (delega fiscale di Tremonti). Indubbiamente l’IVA è una imposta odiosa perché in ultima istanza si scarica su tutti i consumatori (regressiva), ma il taglio delle agevolazioni (detrazioni e deduzioni) ha contorni che sfiorano il grottesco. Tecnicamente sono le famiglie più bisognose a beneficiare delle detrazioni e delle deduzioni fiscali.

Il governo Monti ha trovato nell’opinione pubblica un certo sostegno e, in ragione di questo consenso (?), ha adottato dei provvedimenti che agli occhi dell’Europa erano indispensabili[3]. In qualche misura “costretto” dal contesto europeo ha precarizzato il mercato del lavoro, contratto i diritti e “liberalizzato” il mercato delle public utilities, ma la spending review non è imposta dall’Europa. Poteva essere una occasione per valorizzare le “competenze” del Governo. Infatti, la revisione della spesa pubblica è una attività normale del governo della cosa pubblica. Ogni qualvolta c’è uno speco o una spesa mal allocata è giusto intervenire.  La spending review di Monti è un taglio lineare e mirato allo stesso tempo, con forti tratti classisti. Sostanzialmente un governo classista e “leggero” con il diritto positivo, che gioca con la costituzione (pareggio di bilancio).

Questa crisi è molto peggio di quella del ’29. Krugman l’ha descritta efficacemente. Ma gli europei (gli italiani) si meritavano dei dirigenti-tecnici-politici così scadenti?

[1] La Commissione europea stima l’effetto della contrazione della spesa pubblica in una percentuale del 50%.
[2] Relazione Annuale Banca d’Italia 2011.
[3] Con questo non vuol dire che approvo le misure adottate.

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I salvatori dell’Italia

Pubblicato il 15 Febbraio 2012 da admin

Il governo Monti ha iniziato lo scorso dicembre una manovra economica i cui primi due tempi ha modestamente chiamato “Salva Italia” e “Cresci Italia”. Ci sembra utile tornare brevemente sia sul “salvataggio” che sulla “crescita”.

La prima fase dell’intervento è consistita in tagli di spesa e maggiori entrate per un totale di circa 30 miliardi di euro (per il 2012). Di questi 30 miliardi, 6 consistono in aumenti di accise (carburanti)  e aumenti del prezzo dei tabacchi, 1.6 miliardi in tagli alle pensioni, 3.3 miliardi in aumenti dell’IVA, 2.2 miliardi in un’addizionale Irpef, 2.8 miliardi in una riduzione di trasferimenti agli enti locali: 16 miliardi su 30 sono quindi in larghissima parte aggravi per lavoratori dipendenti e pensionati. La manovra prevede poi anche un aumento di 11 miliardi di imposizione sugli immobili. Questa è indubbiamente un’imposta sulla ricchezza, che va nel senso della patrimoniale invocata da molti, ma che, oltre ad essere solo sulla ricchezza immobiliare, non presenta praticamente nessun elemento di progressività. Ad esempio, anche se stabilisce una minore aliquota (e detrazioni) per la prima casa, non si fa nessuna distinzione tra edilizia economica, popolare e ultrapopolare da un lato, e ville e castelli dall’altro: tutte hanno la stessa aliquota – che siano prima casa oppure no. A quanto già elencato va aggiunto un prelievo di circa 3.2 miliardi sulla ricchezza finanziaria e i beni posseduti all’estero, praticamente l’unico elemento a carico dei soli redditi alti. La manovra grava in larghissima misura su lavoratori e pensionati anche considerata al netto dei circa 10 miliardi di maggiori spese e minori entrate in essa deliberati: 6 o 7 di questi sono infatti a favore delle imprese, e solo 4 vanno ad eliminare il taglio alle agevolazioni fiscali previsto dalla precedente manovra del ministro Tremonti, sulla cui applicabilità erano stati sollevati molti dubbi. L’impianto della manovra Monti è quindi recessivo non solo per il suo segno complessivo, ma perché fortemente regressiva: incidendo molto sui redditi medio-bassi, taglia pesantemente la domanda. L’incidenza sui redditi più bassi aumenta automaticamente con il passare degli anni: nel 2013 ad esempio, il “contributo” pagato dalla riduzione delle pensioni alla riduzione del’indebitamento più che raddoppia, e nel 2014 più che triplica (da 1.6 a 3.9 a 6 miliardi), mentre il “contributo” della impo¬sizione su ricchezza finanziaria e beni esteri quasi si dimezza (da 3.2 a 3.7 a 1.8 miliardi). Se doveva essere l’equità della manovra a permettere di “con¬ciliare crescita e rigore”, i professori hanno fatto male i compiti. Di fatto le previsioni sulla (de)crescita del PIL italiano per il 2012 sono peggiorate: il FMI la stima oggi a -2.2%, e circola una stima che la dà a -3%.

Va notato che nel “secondo tempo” della manovra il governo ha messo la sordina al leitmotiv dell’equità, ed iniziato a decantare l’effetto che potrebbero avere sulla crescita del PIL italiano l’apertura di 5.000 nuove farmacie, una riduzione delle tariffe dei taxi, o il permettere licenziamenti arbitrari, e facendo intendere di aver lanciato una lotta senza quartiere all’evasione fiscale. La Guardia di Finanza è stata allora mandata ad occupare manu militari celebrati luoghi di turismo di lusso, per stanare l’evasore al semaforo, verificando la congruità del numero dei cavalli vapore dell’auto con la dichiarazione dei redditi dei proprietari. Il governo – ed i mezzi di informazione – sembrano aver dimenticato che non è neces¬sario fermare i SUV ai quadrivi di Cortina per controllare se il proprietario dichiari un reddito sufficiente; e, ciò che è peggio, hanno dimenticato che per l’ordinamento fiscale italiano non è necessariamente un evasore fiscale chi compra auto di lusso e yacht senza dichiarare neanche un euro di reddito. I possessori di ricchezza finanziaria non sono tenuti in quanto tali a compilare alcuna dichiarazione dei redditi: quel poco di tasse che pagano vengono trattenute alla fonte con aliquota secca – e bassa. La riprova è nei dati sul gettito delle imposte sostitutive sulle attività finanziarie, che nel 2010 è stato in tutto pari a circa 8 miliardi di euro, a fronte di circa 130 miliardi da ritenute sui redditi da lavoro dipendente e pensioni (che pagano i ¾ del gettito IRPEF). Se  gravare il lavoro del grosso del carico fiscale è il pilastro della politica fiscale dell’Europa unita, va notato che nel 2008, tra i 27 paesi dell’unione, l’Italia aveva il più elevato livello di imposte sul lavoro e contributi sociali in rapporto al salario lordo. Sembrava si fosse giunti al punto in cui il peso del debito pubblico a carico della parte attiva della popolazione fosse diventato insopportabilmente alto, e che fosse arrivato il tempo di spostare la tassazione sulle spalle di altri. Il governo Monti ha pensato diver¬sa¬mente, e questo può non sorprendere. Quello che sorprende è che partiti di centro-sinistra la pensino come Monti, e che, in nome della “responsabilità”, si attribuiscano il “merito” delle sue manovre. Eppure ci sono segnali che dovrebbero farli riflettere. Da un lato, la Grecia sta subendo una “cura” che ha portato le condizioni sociali ad un punto di rottura, e chi si distanzia dalla manovra è la destra, che ha appena annunciato di uscire dal governo per non approvare l’ennesima raffica di tagli, licenziamenti ecc. Dall’altro lato, è proprio per non lasciare alla destra la rappresentanza del montante malcontento che in Francia il candidato socialista alla presidenza si dichiara indisponibile ad appoggiare la ratifica del nuovo Trattato fiscale. In ballo ci sono non solo l’aumento dell’imposizione indiretta e i tagli alle pensioni, ma, più significativamente, ulteriori svuotamenti di sovranità di uno stato che i francesi evidentemente non considerano ancora un ferro vecchio. Quanto di elettoralistico e quanto invece di concreto vi sia in queste promesse si vedrà, e dipenderà in buona misura dagli sviluppi della crisi. Il fatto resta, però, che mentre in Francia la sinistra moderata si propone di aprire una breccia sul fronte del rigore ad ogni costo, in Italia difende politiche estreme di austerità che, come ha scritto un autorevole commentatore sul Financial Times, porteranno l’Europa “a sbattere”.

Quanto sta avvenendo in questi mesi riporta potentemente alla memoria quello che successe in Italia a cominciare dall’autunno 1976, quando la sinistra per la prima volta dopo il 1948 tornò ad appoggiare un governo (un monocolore democristiano guidato da Andreotti) sull’onda di una grave crisi valutaria, e di una sua grande vittoria elettorale. Poco dopo, di fronte a una nuova caduta del cambio e alla necessità di accedere ad un prestito del FMI, Andreotti approvò un pacchetto di pesantissimi aumenti delle imposte indirette, delle tariffe dei servizi pubblici e dei prezzi amministrati (in particolare tabacchi ed olii combustibili). In una “conversazione” televisiva sulla manovra il presidente del consiglio spiegò che i “sacrifici” richiesti agli italiani avrebbero favorito investi¬menti atti a rafforzare l’apparato produttivo e l’occupazione giovanile, e che il governo aveva avviato una serie di misure contro la piaga dell’evasione fiscale: il ministro delle finanze e il comandante della guardia di finanza erano già “al lavoro” per compilare gli elenchi dei “sabotatori dell’economia e della moneta nazionale”. Lungi dall’obiettare, lo sventurato PCI rispose: con la solennità di un Comitato Centrale dichiarò di lottare perché si facesse “una severa politica di austerità”, naturalmente aggiungendo che questa avrebbe dovuto essere “socialmente equa” e servire “ad avviare una grande politica di trasfor¬mazione della società”. Anche in quel caso l’equità, gli investimenti e la grande trasformazione si persero nelle nebbie (per non parlare della caccia ai “sabotatori”), ma poco dopo, di fronte a una situazione che naturalmente non miglio¬rava affatto, in particolare sul fronte della disoccupazione, i sindacati, spronati dal PCI, con¬clusero un singolare accordo con la Confindustria in cui si accettavano tagli ai salari, allungamenti dell’orario di lavoro, ecc., in cambio di nessuna contropartita – una manifestazione dell’ “autonomia” dei lavoratori, secondo esponenti della sinistra, alcuni dei quali accusavano i sindacati di non fare seriamente la “lotta all’inflazione”, e di “aver tutelato validamente gli interessi degli occupati a danno dei disoccupati” (G. Amendola, Corriere della Sera, 16 marzo 1977). Fu la “tregua” salariale. Il PCI rimase così a bagnomaria per un altro paio di anni, sostenendo il governo dei sacrifici contro promesse. All’inizio del 1979 si vide costretto a ritirare il suo appoggio, opponendosi ad un ulteriore congelamento dei salari, ed all’adesione dell’Italia al Sistema Monetario Europeo, ma senza veramente chiarire i motivi di questo passo – di fatto, lo stesso gruppo dirigente fu in parte contrario a questa svolta, e molti invitarono a non “buttare a mare una esperienza di governo nazionale” (Napolitano). Alle elezioni anticipate di qualche mese dopo il PCI, per la prima volta nella storia repubblicana, vide diminuire i suoi voti, perdendone un milione e mezzo. Da allora fu una frana continua. Forse il governo Monti rappresenta un ultimo movimento di assestamento.

*Università di Napoli “Federico II”

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Crisi: per “Economia e Politica” crescita e rigore inconciliabili

Pubblicato il 26 Dicembre 2011 da admin

(AGI) - Roma, 26 dic. - “Crescita e rigore, cioe’ austerita’, sono inconciliabili”. E’ il grido d’allarme degli economisti Riccardo Realfonzo, ordinario nell’Universita’ del Sannio, e Antonella Stirati, professore di Economia politica all’Universita’ Roma Tre, che sulla rivista online “Economia e politica” contestano le certezze del premier Monti e della sua “manovra di ‘risanamento’ aspramente restrittiva”, ma anche i diktat della cancelliera tedesca Merkel.
“L’origine della crisi italiana - sostengono Realfonzo e Stirati - non sta nell’indebitamento pubblico eccessivo e la politica di austerita’ non frena ma, al contrario alimenta la speculazione, in quanto determina recessione, disoccupazione e aumento delle insolvenze dei soggetti indebitati, si tratti di famiglie o imprese”. Allora, a livello europeo “l’unica strada per fermare il rialzo dei tassi di interesse e gli attacchi speculativi contro i titoli del debito pubblico e’ una politica di intervento della BCE sul mercato dei titoli, volta ad abbassare e stabilizzare i tassi di interesse sui debiti sovrani dell’area. Questa politica non risolverebbe i problemi strutturali, con la Germania che vanta un surplus commerciale piu’ grande di quello cinese”, ma “porrebbe fine alla situazione di emergenza, ridurrebbe gli oneri della spesa per interessi nei bilanci pubblici e creerebbe le condizioni per un reale confronto democratico sulle modalita’ per rilanciare l’economia e il progetto di Unione europea, al riparo da fanatismi liberisti”.
Sul fronte italiano, sostengono Realfonzo e Stirati, “sotto l’ombrello di una BCE che agisse finalmente da prestatore di ultima istanza”, la ricetta necessaria diverge da quella del governo e puo’ cosi’ essere sintetizzata: “Far pagare le tasse a chi puo’ e deve; ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente; promuovere un modello di specializzazione produttiva legato alla ricerca, alle nuove tecnologie, alla creazione di imprese di medie e grandi dimensioni in settori strategici per la nostra economia. Non c’e’ invece una emergenza pensioni”. Insomma, “l’equita’ va nella stessa direzione della crescita: la redistribuzione del reddito verso i redditi da lavoro genera maggiori consumi, fa aumentare la domanda aggregata, sostiene il mercato interno”, ma anche qui occorre fare attenzione: “La crescita declinata alla stregua della manovra Monti come incentivi e benefici fiscali alle imprese - concludono Realfonzo e Stirati - non sostiene l’attivita’ produttiva e l’occupazione: non risolve i problemi delle imprese in crisi, perche’ non c’e’ mercato per i loro prodotti, fornendo al massimo un transitorio sollievo”. (AGI) Cav

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