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Crisi economica e suicidi in Italia

Pubblicato il 17 Luglio 2013 da admin

[English version]

In uno dei suoi studi più noti, “Le suicide. Étude de sociologie” (1897), Emile Durkheim propose una complessa relazione tra andamento economico e tasso dei suicidi. Secondo il sociologo francese, il tasso di suicidio tenderebbe ad aumentare non soltanto nel caso di crisi recessive, ma anche durante quelle “crisi di prosperità” che determinassero una situazione di “anomia”, ovvero un profondo turbamento dell’ordine sociale, di allentamento, disintegrazione dei legami che vincolano l’individuo alla società.

La recessione economica avviatasi nel 2007-2008, e le successive politiche di austerità adottate in Europa, hanno prodotto effetti negativi non solo sul tenore di vita, ma anche sulle condizioni di salute delle fasce sociali più deboli. In Grecia, per esempio, tagli alla sanità pubblica e crisi economica hanno ridotto l’accesso alle cure per i più indigenti e favorito la diffusione di alcune patologie infettive (Karanikolos et al. 2013). Diversi, poi, gli studi che tendono a confermare la tesi di Durkheim, di un legame, cioè, tra crisi economica e tasso di suicidio.
Un significativo aumento dei suicidi in Italia e Grecia è stato, per esempio, riportato da De Vogli, Marmoth e Stuckler (2012) e, per la UE, da Stuckler et al. (2009; 2011). Un’indagine condotta in Grecia su un campione di 2.256 persone ha stimato una crescita del 36% nei tentativi di suicidio tra il 2009 e il 2011 (Economou et al., 2011). Un lavoro sugli effetti della crisi e delle politiche di austerità sulle condizioni di salute delle popolazioni nella UE (a 15 e a 12 paesi), mostra come il 2007 possa essere considerato un punto di svolta nel trend dei suicidi: dopo un significativo declino, registrato nel periodo 2000-2007, il numero di suicidi è aumentato (Karanikolos et al. 2013). Non mancano, tuttavia, evidenze diverse. È il caso dei paesi Baltici in cui, nonostante la profonda recessione, i dati non mostrano un aumento significativo nei tassi totali di suicidio (Stankunas et al. 2013).
L’Italia è uno dei paesi maggiormente colpiti dalla recessione. Nel periodo 2007-2012, il Pil pro capite reale è diminuito, cumulativamente di 8,5 punti percentuali, mentre i tassi di disoccupazione sono passati dal 6,1 al 10,7 per cento. Come per altri paesi, anche per l’Italia i mass media nazionali e internazionali hanno riportato notizie riguardanti suicidi attribuiti alla crisi economica (New York Times, 2012). Per il periodo 1995-2010, l’Istat fornisce dati dettagliati sui casi di suicidio, disaggregandoli anche sulla base delle motivazioni dei suicidi, inclusi quelli dovuti a ragioni economiche. La Figura 1, riporta l’andamento dei tassi totali di suicidio nel periodo 1995-2010. Si può osservare un trend decrescente. Nel periodo 2003-2008, in particolare, il tasso di suicidi è calato, mentre l’impatto della recessione (post-2007) appare insignificante.

Se si considerano i soli suicidi attribuiti a motivi economici, si osserva un andamento notevolmente diverso. Come mostra la Figura 2, dopo il 2007, il tasso di suicidio tende ad aumentare. Uno studio, basato su dati relativi al periodo 2000-2010, ha stimato per l’Italia 290 suicidi e tentativi di suicidio per motivazioni economiche dovuti alla recessione (De Vogli, Marmot e Stuckler, 2012).
Tra le variabili legate ai cicli economici, la disoccupazione è quella che risulta più strettamente legata all’andamento dei suicidi (Ceccherini-Nellie e Priebe, 2011). La Figura 2 riporta anche l’andamento del tasso di disoccupazione. Nel caso italiano, se si considerano i dati annuali relativi al periodo 1995-2010, i tassi di disoccupazione non sembrano, tuttavia, essere correlati con i suicidi. Tra il 2007 e il 2010, il numero di suicidi è, tuttavia, cresciuto del 34% tra i disoccupati, del 19% tra gli occupati e del 13% tra le persone ritirate dal lavoro (Figura  3). È importante osservare, comunque, come per queste tre categorie, i suicidi siano diminuiti in tutto il periodo 1995-2008, per aumentare nei due anni seguenti.

I dati, disponibili fino al 2010, consentono di trarre solo indicazioni preliminari sull’andamento dei suicidi durante la crisi. In Italia, la recessione si è protratta fino al 2013, per cui trarre delle conclusioni sarebbe prematuro. Le differenze negli andamenti dei tassi totali di suicidio e di quelli dovuti a motivazioni economiche, suggeriscono, inoltre, come sia necessaria grande prudenza nell’interpretazione di un fenomeno così complesso come il suicidio.

* Università Magna Graecia di Catanzaro 

Riferimenti
Ceccherini-Nelli A., Priebe S. (2011), Economic factors and suicide rates: associations over time in four countries, Soc Psychiatry Psychiatr Epidemiol., vol 46, 10, pp. 975-82.
De Vogli R., Marmot M., Stuckler D. (2012), Letter: Excess suicides and attempted suicides in Italy attributable to the great recession.  J. Epidemiol. Community Health, jech-2012-201607, Published Online First: 2 August 2012.
De Vogli R., Marmot M., Stuckler D. (2013), Strong evidence that the economic crisis caused a rise in suicides in Europe: the need for social protection,  J. Epidemiol Community Health 67:4 298 Published Online First: 15 January 2013 doi:10.1136/jech-2012-202112.
Durkheim E. (1897), Le suicide. Étude de sociologie. (trad. it., Il suicidio. Studio di sociologia, BUR, Milano, 2007).
Economou M., Madianos M., Peppou L. E., Theleritis C., Stefanis C. N. (2012), Suicidality and the economic crisis in Greece, The Lancet, vol. 380, 9839, p. 337.
Eurostat, Real gross domestic product per capita  and unemployment rates, http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/statistics/search_database. Extracted on 06.06.2013.
Karanikolos M., Mladovsky P., Cylus J., Thomson S., Basu S., Stuckler D., Mackenbach J. P., McKee M. (2013), Financial crisis, austerity, and health in Europe, The Lancet, vol. 381, 9874, pp. 1323-1331.
ISTAT. Suicidi e Tentativi di Suicidio in Italia (Tavole 2000-2010). Istituto Nazionale di Statistica, Rome. Per l’anno 2012, si veda http://www.istat.it/it/archivio/55646.
New York Times (2012), Increasingly in Europe, Suicides ‘by Economic Crisis’, by E. Povoledo and D. Carvajal, April, 14, 2012.
Stankunas M., Lindert J., Avery M., Sorensen R. (2013), Suicide, recession, and unemployment. The Lancet, vol. 381, 9868, p. 721.
Stuckler D., Basu S., Suhrcke M., Coutts A., McKee M. (2009),The public health effect of economic crises and alternative policy responses in Europe: an empirical analysis. The Lancet, vol. 374, 9686, pp. 315-323.
Stuckler D., Basu S., Suhrcke M., Coutts A., McKee M. (2011), Effects of the 2008 recession on health: a first look at European data. The Lancet, vol. 378, pp. 124-125.

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La vera dimensione della crisi occupazionale

Pubblicato il 07 Dicembre 2009 da admin

L’impatto della recessione economica internazionale sul mercato del lavoro italiano è sempre più evidente com’è dimostrato dall’emergere di sempre nuove e più gravi crisi aziendali e occupazionali, dall’inasprirsi del conflitto sindacale – che rispetto ai mesi passati sta trovando un po’ più di spazio in quotidiani e telegiornali – e dal diffondersi di condizioni, spesso drammatiche, di disagio sociale. La situazione non migliorerà nei prossimi mesi, anzi le proiezioni economiche diffuse dall’OECD nelle scorse settimane segnalano che nel prossimo anno la disoccupazione per l’Italia continuerà ad aumentare, pur in un contesto di lieve ripresa economica[1].

Le statistiche sul tasso di disoccupazione, però, non colgono che una parte dell’attuale crisi occupazionale, sia per distorsioni tecniche nella misurazione della disoccupazione, come si avrà modo di chiarire, sia perché il disagio materiale dei lavoratori è anche legato alla precarizzazione dell’occupazione che s’intreccia all’assenza di lavoro. Il tasso di disoccupazione pertanto è un indicatore che sottostima il disagio economico ed occupazionale dei lavoratori che è un fenomeno a più dimensioni che riguarda lo scoraggiamento nella ricerca di occupazione, il ricorso alla cassa integrazione, la sottoccupazione e il lavoro a termine. È opportuno, quindi, soffermarsi con più attenzione sulle statistiche disponibili per meglio individuare le dimensioni della crisi occupazionale.

I dati più aggiornati e dettagliati ISTAT sul tasso di disoccupazione in Italia, riguardano il secondo trimestre 2009[2]. A quella data le persone in cerca di occupazione – alla base del calcolo del tasso di disoccupazione – erano oltre 1,8 milioni, un valore che è tendenzialmente cresciuto nei mesi seguenti, come dimostrano le recentissime stime mensili provvisorie diffuse dall’ISTAT, registrando che ad ottobre 2009 il numero dei disoccupati era salito a circa 2 milioni[3]. È noto, però, che si tratta di un calcolo che esclude un numero rilevante di persone che pure essendo senza lavoro e ritenendosi disoccupate vengono considerate come “non attive”, perché il conteggio tra i “disoccupati” è vincolato alla ricerca attiva del lavoro e all’immediata disponibilità a lavorare[4]. I lavoratori considerati inattivi perché non soddisfano tali requisiti possono essere considerati “scoraggiati”, cioè persone che hanno smesso la ricerca attiva del lavoro, nella convinzione di non poter trovare occupazione. A questi si aggiungono quelli che, invece, non sono incondizionatamente disponibili a cominciare un lavoro nelle due settimane successive all’intervista, come spesso capita a donne con figli o anziani a carico. L’effetto di questi fenomeni – lo scoraggiamento appunto – può essere stimato analizzando la composizione della popolazione non attiva. Sulla base dei già citati dati ISTAT, l’insieme dei lavoratori scoraggiati contava, a seconda degli aggregati che si includono, tra un minimo di 3,1 milioni persone, ad un massimo di 4,7 milioni di persone. Si tratta di lavoratori che solo per motivi definitori non sono considerati disoccupati e che possono essere conteggiati in aggiunta ai 1,8 milioni di persone ufficialmente in cerca di lavoro e che, se considerate ai fini del calcolo del tasso di disoccupazione, lo farebbero salire dal 7,4%, all’11,9% (calcolo restrittivo) o addirittura al 16,9% (calcolo allargato).

Guardando, d’altra parte, i dati sul numero degli occupati – circa 23,2 milioni – va sottolineato che non viene considerata la diffusione della cassa integrazione guadagni (CIG) a cui le imprese hanno fatto ampio ricorso nel 2009. È opportuno ricordare, infatti, che la CIG non incide sullo stato occupazionale dei lavoratori che, durante i periodi in cassa integrazione, rimangono ufficialmente “occupati”. L’INPS, relativamente al periodo gennaio-ottobre 2009, ha comunicato di aver concesso circa 716,8 milioni di ore di CIG[5]. In relazione a questi dati INPS, le elaborazioni dell’Osservatorio CIG della CGIL stimano un valore medio di 970.844 lavoratori interessati dalla cassa integrazione nei primi dieci mesi dell’anno[6]. In altri termini si tratta di circa un milione di lavoratori che, pur non avendo perso l’occupazione, hanno registrato una riduzione, più o meno rilevante, del reddito da lavoro.

Non tutti i restanti occupati, però, possono essere considerati a riparo dal bisogno materiale. Al contrario, tra i lavoratori sottoccupati, i lavoratori dipendenti a termine e i lavoratori autonomi parasubordinati, c’è una quota a basso reddito e a ridotte (o nulle) protezioni sociali che può essere assimilata a quella che nei contesti anglosassoni viene definita come l’area dei working poors e che, probabilmente, sono più di altri in condizioni di disagio economico e sociale, anche fuori dalla crisi occupazionale.

Tornando alle statistiche disponibili, una dimensione quantitativa indicativa della sottoccupazione emerge dai dati sugli occupati per ore lavorate. Poiché per essere considerati occupati dall’ISTAT basta aver lavorato anche un’ora nella settimana di riferimento, è opportuno scorporare dall’aggregato degli occupati i lavoratori con un orario estremamente ridotto. L’Istituto di statistica rileva che, al secondo trimestre 2009, circa 510 mila persone registrate come occupate hanno svolto meno di 10 ore di lavoro settimanale (circa il 2,2% degli occupati).

Bisogna infine considerare un’area più vasta di occupazione temporanea, più o meno esposta alla precarietà, ma sicuramente a forte rischio nell’attuale crisi occupazionale, cioè in una fase in cui le opportunità di rioccupazione a scadenza di contratto si riducono. Un primo aggregato di lavoratori a rischio occupazionale è quello dei lavoratori dipendenti a tempo determinato che, facendo riferimento alla stessa fonte ISTAT, erano pari a 2,2 milioni (il 9,5% dell’occupazione totale). A questi si può aggiungere una quota di lavoratori parasubordinati conteggiati tra i lavoratori autonomi. Non ci sono dati aggiornati sul lavoro autonomo parasubordinato, tuttavia per avere un ordine di grandezza è utile rifarsi ai dati disponibili di fonte INPS aggiornati al 2007. Analizzando il database INPS, senza considerare i professionisti, si osserva che circa il 58% dei collaboratori non va oltre i 10mila euro di reddito annuo e di questi il 92% ha un solo committente[7]. Questo gruppo di collaboratori a monocommittenza e a reddito basso che rappresenta la quota più debole dei collaboratori era pari nel 2007 a circa 984 mila lavoratori.

L’analisi dei dati statistici disponibili, per quanto artigianale e bisognosa di maggiori approfondimenti evidenzia che la crisi occupazionale, se letta in un’ottica multidimensionale, riguarda un numero di lavoratori che si pone in un ordine di grandezza che è almeno cinque volte l’ammontare della disoccupazione ufficiale. Si tratta di indicazioni di massima coerenti con le informazioni che giorno per giorno la cronaca registra sul malessere dei lavoratori e sul crescente conflitto sociale e che dovrebbero spingere per tempo le istituzioni di governo a mettere la crisi occupazionale e la condizione dei lavoratori al vertice dell’agenda politica, a livello nazionale e territoriale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*Assegnista di ricerca, Dipartimento di Sociologia e Scienza della Politica, Università di Salerno

[1] Cfr. OECD, Economic Outlook: Flash file - quarterly projections. Italy - Key economic projections, Parigi, 19 novembre 2009.
[2] Cfr. ISTAT, Rilevazione sulle forze di lavoro. II semestre 2009, Roma, 22 settembre 2009.
[3] Cfr. ISTAT, Rilevazione sulle forze di lavoro – Dati mensili. Ottobre 2009: dati provvisori, Roma, 1 dicembre 2009.
[4] Sono considerate in cerca di occupazione le persone non occupate tra 15 e 74 anni che hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nei trenta giorni che precedono l’intervista e sono disponibili a lavorare entro le due settimane successive all’intervista. Sulle distorsioni prodotte dalle definizioni alla base della Rilevazione sulle forze di lavoro, si veda quanto già pubblicato in questa sede: Pirone F., Di cosa parlano le nostre statistiche sul mercato del lavoro?, Economia e Politica, 17 Febbraio 2009.
[5] Cfr. INPS, Osservatorio sulle ore autorizzate di cassa integrazione guadagni, (aggiornato ad ottobre 2009).
[6] Cfr. CGIL, CIG ottobre 2009, a cura dell’Osservatorio CIG del Dipartimento Settori Produttivi, Roma, 2009.
[7] Cfr. INPS, Osservatorio sui parasubordinati. Contribuenti collaboratori, (aggiornato all’anno 2007).

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Una nuova Gepi per risanare l’industria?

Pubblicato il 28 Luglio 2009 da admin

Nonostante alcuni segnali di ripresa soprattutto nel comparto dell’auto, nella vendita di veicoli ecologici e in certe aziende dell’automotive - causati dalla politica governativa degli incentivi che avrebbe potuto essere avviata dall’inizio del 2009 e non dal successivo 7 febbraio - la situazione complessiva dell’economia italiana rimane segnata da pesanti difficoltà di molti comparti industriali, in particolare nel Mezzogiorno. Rallentamento della domanda interna, rarefazione del credito, crollo delle esportazioni e del pil nel primo trimestre dell’anno nella misura del 5,9%, rispetto allo stesso periodo del 2008: sono queste, lo sappiamo, alcune delle cause che stanno prostrando numerose piccole, medie e grandi imprese in varie parti d’Italia, con esiti purtroppo molto pesanti sui loro livelli occupazionali.
Le sollecitazioni della Confindustria al Governo sono state pressanti per l’attivazione di sostegni a partire alle piccole aziende, così come forti sono state le pressioni dei Sindacati per garantire il reddito ai lavoratori colpiti da crisi industriali; esse hanno strappato qualche risultato in termini di ammortizzatori sociali, anche se, almeno sinora, non si è stati in grado, neanche fra le forze di opposizione, di delineare un convincente piano alternativo di politica economica sul quale incalzare il Governo in Parlamento e nel Paese.
Intanto a Porto Marghera - polo chimico di rilievo nazionale con interconnessioni produttive con quelli di Ravenna e Mantova - il fallimento del tentativo dell’imprenditore veneto Sartor di rilevare gli impianti della multinazionale Ineos, rischia di causare il tracollo del comparto in quell’area, con pesanti riflessi occupazionali. In Sardegna, invece, a Porto Torres, è stata l’Eni ad annunciare - a causa di rilevanti giacenze di magazzino e di perdite gestionali nell’ultimo trimestre - il fermo per due mesi dell’impianto di cracking, infliggendo così un colpo durissimo alle attività indotte e ponendo a repentaglio, nonostante le rassicurazioni dell’amministratore delegato della holding Paolo Scaroni, l’occupazione diretta e indotta della chimica nella zona. Proprio negli ultimi giorni, peraltro, si è giunti ad un accordo a livello governativo per una rotazione nelle fermate degli impianti su cui operare le relative manutenzioni, scongiurando almeno per il momento i pesanti riflessi sull’occupazione.
Le vicende in Puglia e Basilicata della Natuzzi  -  che pure lotta per conservare almeno su certi mercati esteri la leadership nel settore del mobile imbottito - evidenziano la necessità che nel ‘triangolo interregionale del salotto’ si metta a punto e si persegua concretamente con il concorso attivo di Governo, Istituzioni locali e partenariato sociale un percorso di rigenerazione del tessuto economico territoriale. Bisogna difenderne infatti, sia pure sul medio e lungo periodo, l’occupazione e la stessa tenuta sociale, dal momento che una durissima ristrutturazione selettiva ha decimato nell’ultimo quinquennio le piccole e medie società del comparto legno-mobilio, con la perdita sino ad oggi di oltre 4.000 addetti.
Ma anche in altre aree del Meridione - come ad esempio nel Molise ove è stata collocata in amministrazione straordinaria la grande azienda del tessile abbigliamento IT ERRE con il crollo di un’intera galassia interregionale di piccoli e medi  subfornitori - si registrano sempre più spesso aziende in difficoltà. I loro elementi di debolezza sono prevalentemente di natura finanziaria, gestionale e di management, e in molti casi riguardano imprese che pure sono in possesso di buoni prodotti e tuttavia bisognose di essere supportate da un soggetto pubblico, o a prevalente controllo pubblico. Esso dovrebbe concorrere a rilanciarle, ove necessario, con accorti interventi sul capitale, negli assetti organizzativi, nei rapporti con il mercato e nella conduzione societaria.
Allora, è lecito chiedersi: è giusto assistere impotenti alla scomparsa di aziende che, invece, potrebbero essere salvate e rilanciate dopo, beninteso, accurate due diligence ad esse riferite?  E se si ipotizzasse la costituzione di una nuova Gepi, come struttura di salvataggio, di riorganizzazione e di ricollocazione sul mercato di aziende risanabili, bisognerebbe per ciò stesso gridare al ritorno ad un passato di sperpero di denaro pubblico e di assistenzialismo?
Ragioniamo: in un momento in cui lo Stato vara con il danaro dei contribuenti i ‘Tremonti bond’ per non meno di dodici miliardi di euro come strumento per consolidare gli assetti degli Istituti di credito che li stanno acquistando - anche se al momento non per l’intero importo reso disponibile - sarebbe poi così deprecabile la creazione di un fondo sovrano finanziato con capitale pubblico? Esso potrebbe essere dotato di strumenti e regole di intervento, sia industriale che finanziario, non per interventi a pioggia stile vecchia Gepi, ma per selezionare con rigore progetti industriali di rilancio di intere aree interessate da crisi strutturali di settori in difficoltà e per reimpiegarvi in aziende competitive coloro che, altrimenti, rischierebbero di uscire dai luoghi di lavoro. E se gli interventi di tale fondo - che potrebbe far capo ad una Finanziaria pubblica, o avere esso stesso personalità giuridica - servissero anche a rigenerare con partecipazioni azionarie temporanee e con obbligo di un loro riscatto aziende in temporanea difficoltà?
Si profilerebbe così il rischio che si costituisca una finanziaria destinata a diventare nel tempo una sorta di ‘cronicario’ di imprese decotte? Sì, il rischio potrebbe paventarsi, ma l’evitarlo, o almeno l’attenuarlo al massimo, dipenderebbe dal dettato della legge istitutiva del suddetto fondo, dallo statuto della società chiamata a gestirlo, e dalla concreta operatività dei vertici e del management della struttura.
Si potrebbe, ad esempio, stabilire che non si possa entrare nel capitale di aziende che presentino passività strutturali prolungate nel tempo e costanti perdite gestionali, o nelle quali non vi sia, per la ricapitalizazione necessaria al rilancio, un significativo apporto di mezzi propri da parte dell’azionista privato, o di nuovi soci.  L’obbligo del riscatto della quota pubblica inoltre - una volta risanata la società - dovrebbe essere tassativo e potrebbe essere garantito, all’inizio dell’operazione di ingresso nel suo capitale, anche da una fideiussione dell’azionista privato, escutibile a prima richiesta.
Insomma, molti potrebbero essere gli accorgimenti per evitare una seconda Gepi.  E poi bisogna domandarsi se sia più utile ed economico per lo Stato corrispondere ammortizzatori sociali a persone - che potrebbero essere indotte  in tal modo anche al lavoro sommerso - o se invece non sia preferibile impiegare produttivamente in nuove iniziative industriali, o per il rilancio di industrie risanabili, risorse pubbliche altrimenti destinate solo all’assistenza.
Se ne discuta comunque approfonditamente a livello governativo, in Parlamento, fra i Sindacati, in Confindustria, senza pregiudizi ideologici, ed anche a livello comunitario per non incorrere in possibili violazioni della disciplina degli aiuti di Stato, soprattutto in una fase storica in cui - senza l’intervento risolutivo delle Istituzioni pubbliche e delle risorse dei contribuenti in tanti Paesi anche dell’Unione Europea - si sarebbe profilato il rischio concreto di un vero e proprio collasso planetario del sistema fondato sull’economia di mercato.

 

*Docente di Storia dell’Industria nell’Università di Bari e di Politiche economiche territoriali nell’Ateneo di Lecce.

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Quell’ombra in fondo al tunnel

Pubblicato il 29 Maggio 2009 da admin

E’ giunta inattesa, ed è stata da molti sottovalutata[1]. Eppure siamo di fronte alla crisi più grave dai tempi del dopoguerra. Senza indugio, vi è chi già la paragona alla Grande Crisi degli anni Trenta. Il confronto è prematuro ma non del tutto azzardato. Basti notare che in questi mesi la velocità di caduta del reddito e dell’occupazione mondiale è arrivata a oltrepassare quella che si registrò nel 1929[2]. Stando alle previsioni del Fondo monetario internazionale, un tale precipitoso declino determinerà per il 2009 una riduzione del reddito reale dell’1,3% a livello mondiale, del 2,8% negli Stati Uniti, del 4,2% nell’area euro, del 4,4% in Italia[3]. E proprio oggi il governatore della Banca d’Italia va oltre, prevedendo per il nostro paese una caduta del reddito intorno a cinque punti percentuale. Le pesanti conseguenze in termini occupazionali sono evidenti in tutto il mondo, e saranno ancor più marcate nel prossimo futuro. In particolare, in Italia abbiamo già assistito ad una esplosione delle ore di cassa integrazione. Stime prudenti della Commissione europea prevedono cinquecentomila disoccupati in più entro fine anno[4], e Draghi parla oggi di un tasso di disoccupazione che potrebbe ben presto superare il dieci per cento. Tra l’altro, è importante chiarire che tutte le previsioni sul 2009 sono fondate sulla aspettativa di una ripresa mondiale nel 2010. E al momento è difficilissimo dire se si tratti di una fondata previsione o di una mera speranza[5].

Le tesi prevalenti: crisi da eccesso di avidità o di credito

Sulle cause della crisi, si è fatto un gran parlare di greed: cioè a dire di una immorale, sconfinata avidità che avrebbe indotto manager, banchieri e speculatori ad assumere comportamenti irresponsabili e al limite truffaldini. L’abisso nel quale siamo piombati sarebbe l’esito delle spregiudicate manovre compiute in questi anni da una pletora di novelli Gordon Gekko, lo spietato finanziere interpretato da Michael Douglas nel celebre Wall Street di Oliver Stone. Tanto cara a Obama, così come a Benedetto XVI, questa del greed è una tesi che ha trovato largo seguito tra i media, ma vi è motivo di credere che la realtà del problema sia ben diversa dalla narrazione suggerita dalla grande stampa e dalla televisione. Bisognerebbe infatti ricordare che i vituperati agenti del capitale erano quasi tutti rispettosi esecutori delle leggi: quella dello stato e quella ancor più cogente del mercato. Lo dimostra il fatto che le truffe sono state una goccia nel mare della speculazione legalizzata, e che mantenevano i posti di comando delle banche d’affari solo gli operatori capaci di tenere i rendimenti dei titoli al passo con le esplosive medie dei mercati. Delle chiavi di lettura moralistiche quindi è bene non fidarsi. Il problema, infatti, non è quello di rimuovere il marcio da un sistema sano e prospero. Il problema è il sistema.

Non appena però ci si azzarda a mettere sotto accusa il sistema nel suo complesso, ecco puntuali serrarsi i ranghi dell’ortodossia, che subito propone una spiegazione sotto vari aspetti minimalista del tracollo. Infatti, la tesi più accreditata tra gli esponenti del mainstream neoclassico è che le determinanti della crisi siano da ricercare in una politica monetaria americana lassista, e nell’assenza di vincoli all’uso della leva finanziaria da parte delle banche. Stando insomma alla interpretazione dominante, la recessione sarebbe stata provocata da troppa moneta e da troppo credito[6]. Ritenuti colpevoli di non aver saputo anticipare la crisi, gli economisti del mainstream appaiono dunque impegnati nell’esortare i governi a irrigidire e a rendere più uniformi a livello mondiale i sistemi di regolamentazione della finanza. Un invito che a quanto pare trova diversi riscontri in ambito politico, come dimostra la crescente attenzione internazionale verso il legal standard, una proposta avanzata dal ministro Tremonti al fine di introdurre un comune codice etico globale dei mercati finanziari e dei sistemi bancari[7]. Al momento in verità non è chiaro se quella proposta da Tremonti sia una mera carta d’intenti o una normativa dotata di opportune sanzioni. Ad ogni modo, sia pure con diverse sfumature sul piano delle coercizioni previste, è indubbio che una maggior disciplina finanziaria trovi d’accordo molti esponenti dell’ortodossia neoclassica[8]. Al tempo stesso, però, tra gli economisti ortodossi si levano altrettanto numerose le grida contro una eventuale ripresa delle regolamentazioni sul mercato del lavoro. In particolare, alcuni economisti neoclassici sono arrivati a dichiarare che l’introduzione di minimi salariali o di vincoli ai licenziamenti finirebbe per aggravare ulteriormente la recessione[9].

Una tesi alternativa: la crisi di un mondo di bassi salari

Per quanto diffusa, l’interpretazione mainstream della crisi appare sotto molti aspetti superficiale e per certi versi fuorviante. Che l’espansione monetaria americana e l’eccesso di leva abbiano giocato un ruolo è un fatto evidente. Tuttavia questa non è semplicemente una turbolenza finanziaria. La Federal reserve, la finanza, il crollo dei mutui c’entrano tutti, ma rappresentano i complementi di un meccanismo più profondo, che può essere opportunamente messo in luce adottando una chiave di lettura di tipo storico-materialista, e traendo da essa lo spunto per una rinnovata elaborazione della critica della teoria economica dominante. Muovendoci lungo questo sentiero alternativo di ricerca, possiamo affermare che questa è la crisi di un sistema che compensava una tendenza strutturale alle sproporzioni e alla sovrapproduzione attraverso la creazione di continue bolle speculative[10]. In termini analitici, si può quindi definire questa recessione una crisi speculativa da sovra-sproporzioni[11]. Il che implica, semplificando al massimo, che questa può essere anche considerata la crisi di un mondo di bassi salari[12]. Dove il riferimento è ai salari sia diretti che indiretti: cioè direttamente erogati dalle imprese ma anche indirettamente erogati dallo stato tramite i servizi pubblici, il welfare, i diritti sociali universali.
L’odierno mondo di bassi salari rappresenta l’esito di tre processi interrelati, che sono andati dispiegandosi nell’ultimo trentennio in tutti i paesi OECD. Innanzitutto, una vasta deregolamentazione dei mercati: dei mercati finanziari, dei mercati delle merci, e soprattutto del mercato del lavoro. Inoltre, una impetuosa centralizzazione dei capitali: la proprietà effettiva e il controllo effettivo del capitale sono finiti in poche mani, in sempre meno mani. Infine, una continua frammentazione e divisione dei lavoratori: oggi abbiamo lavoratori identici, che svolgono mansioni identiche, magari fianco a fianco, e che tuttavia possono essere sottoposti a padroni, a contratti e persino a leggi diverse. Dunque: deregolamentazione dei mercati, centralizzazione dei capitali, frammentazione del lavoro. A causa di questi tre fenomeni interconnessi il capitale si è progressivamente rafforzato sul piano sociale e politico, mentre il lavoro e le sue rappresentanze si sono progressivamente indeboliti, in tutta Europa e in gran parte del mondo. Il risultato principale di questo spostamento nei rapporti di forza è il seguente: negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una divaricazione progressiva tra la produttività oraria dei lavoratori e il salario lordo orario dei lavoratori. La produttività oraria cresceva continuamente mentre il salario orario arrancava, spesso restava fermo al palo, e talvolta addirittura regrediva. Questa divaricazione è stata globale. Tra il 1996 e il 2006, il divario tra produttività e salari reali è aumentato di oltre 1 punto percentuale in Italia, di 2 punti in Spagna e in Grecia, di 3 punti in Austria, Finlandia e Francia, di 4 punti in Germania, e così via. In Cina e nei paesi asiatici il divario è stato ancora più grande. Ed è bene tener presente che c’era un divario significativo anche negli Stati Uniti[13].

Questo scarto crescente tra produttività e salari indica una cosa in fondo semplice: grazie al progresso tecnico e grazie anche alla intensificazione dei ritmi produttivi, i lavoratori sono stati in grado di produrre sempre di più, ma non sono stati più in grado di acquistare quel che producevano. La capacità produttiva dei lavoratori dunque cresceva, ma la loro capacità di spesa no. Il processo tendeva oltretutto ad auto-alimentarsi. La bassa capacità di spesa dei lavoratori dava luogo infatti a una bassa domanda interna, e induceva quindi le imprese dei vari paesi ad esercitare ulteriori pressioni al rialzo sulla produttività e al ribasso sui salari, in modo da abbattere i costi unitari, rendere più competitive le proprie merci e cercare quindi all’estero uno sbocco per la produzione realizzata. Il problema è che così facevano le imprese di tutti i paesi, in una corsa senza fine allo schiacciamento delle retribuzioni e alla intensificazione degli sforzi lavorativi. Ma allora, se la forbice tra la crescente capacità produttiva dei lavoratori e la declinante capacità di spesa degli stessi andava progressivamente allargandosi, e se tutti cercavano di compensare la conseguente caduta della domanda interna tramite le vendite all’estero, chi mai comprava al fine di garantire la tenuta complessiva del sistema?[14] La risposta è che questo mondo di bassi salari ha potuto funzionare soprattutto perché gli Stati Uniti hanno lungamente agito come una gigantesca spugna assorbente delle eccedenze produttive mondiali. Quel che gli altri producevano, gli americani lo compravano. Questa spugna sussisteva non certo perché i salari dei lavoratori americani fossero alti, ma perché negli Stati Uniti montava un debito privato eccezionale, in grado di finanziare gli enormi acquisti di merci importate dall’estero. Per avere un’idea della dimensione del fenomeno, va tenuto presente che l’onda del debito statunitense ha man mano coinvolto tutti gli strati sociali della popolazione. Si è passati dai dirigenti ai quadri del sistema americano, fino ad arrivare ai lavoratori delle periferie estreme delle metropoli, spesso già insolventi e pignorati. Il sistema era ormai talmente drogato che permetteva a un operaio di pagare i debiti di un mutuo accendendo un nuovo prestito, e di rimborsare i soli interessi del prestito attivando una carta di credito, e così via. Insomma, parafrasando Hyman Minsky[15], potremmo parlare di ultra-speculative working poors, cioè di poveri tramutati loro malgrado in ultra-speculatori.

Il volto nuovo e feroce dell’America deflazionista

Alla fine però la bolla speculativa americana è scoppiata. E’ quindi venuta meno la fiducia sulle attività denominate in dollari, la cui continua emissione faceva montare il debito privato americano. L’effetto sugli equilibri mondiali è pesantissimo: gli Stati Uniti non sembrano più in grado di fungere da spugna delle eccedenze produttive mondiali. Anzi, al di là dei proclami e delle apparenze, la politica espansiva statunitense sembra essersi improvvisamente trasformata nel suo opposto: non più comoda spugna ma macchina da guerra commerciale. All’epoca del boom speculativo gli Stati Uniti alimentavano la domanda mondiale e in questo modo contribuivano a mitigare gli effetti della sfrenata competizione salariale nella quale si cimentava il resto del mondo. Adesso invece l’America si presenta anch’essa sulla scena internazionale con intenzioni ferocemente deflazioniste. Con i sindacati in ginocchio, il dollaro sospinto verso il declino e un governo pronto a erogare montagne di denaro pur di rimettere in carreggiata le aziende nazionali, oggi gli Stati Uniti non attenuano ma al contrario rendono ancor più violenta la concorrenza mondiale sulle retribuzioni e sulle condizioni di lavoro[16]. L’America sembra insomma intenzionata ad abdicare dalla propria leadership politico-monetaria globale. La conseguenza è che il sistema mondiale non dispone più di una spugna assorbente, cioè non dispone del meccanismo che garantiva la sua stessa sopravvivenza. E poiché sembra alquanto remota la possibilità di individuare a breve termine una nuova spugna per le eccedenze di produzione, ecco spiegato il motivo per cui questa potrebbe rivelarsi una crisi lunga, per molti versi refrattaria alle politiche economiche convenzionali e soprattutto priva di contrappesi alla dilagante deflazione salariale.

Quell’ombra in fondo al tunnel

Il governatore della Banca centrale europea ha aggiunto di recente la propria autorevole voce a quelle di coloro che insistono sull’idea che una luce in fondo al tunnel della crisi finalmente si intravede. Di contro, negli ultimi tempi si possono trovare in giro dei cartelli stradali imbrattati da una scritta maliziosa: “a causa della crisi economica, la luce alla fine del tunnel è temporaneamente spenta”[17]. In effetti, al momento la situazione appare talmente incerta che questi ironici graffiti potrebbero rivelarsi ben più azzeccati degli austeri bollettini emessi dal banchiere centrale di Francoforte[18].

 

* Una versione estesa del presente articolo è in corso di pubblicazione sulla rivista Marxismo oggi, 2009/1. Parte del materiale citato in questo articolo è disponibile sul sito www.emilianobrancaccio.it.

[1] «Questa è la più grande crisi finanziaria della Storia. Rischia anche di essere una delle recessioni più profonde e durature. La prima recessione davvero globale, che avviene su scala planetaria. Nessuno di noi redattori de lavoce.info, dobbiamo riconoscerlo, l’aveva prevista. Molti di noi l’avevano sottovalutata». Dalla introduzione dei redattori del sito lavoce.info al libro a cura di Loriana Pellizzon (2009), Il mondo sull’orlo di una crisi di nervi, Castelvecchi, Roma 2009.
[2] Barry Eichengreen, Kevin O’Rourke, A tale of two depressions, in http://www.voxeu.org/, 6 april 2009.
[3] International Monetary Fund, World Economic Outlook, spring 2009.
[4] Corrispondenti a un incremento del tasso di disoccupazione dal 6,8% del 2008 all’8,8% previsto a fine 2009. Si veda European Commission, Economic forecast, spring 2009.�
[5] Basti notare la quantità di ipotesi restrittive che sono state stabilite per poter formulare le previsioni del World Economic Outlook, cit. (le ipotesi sono esplicitate nella premessa al documento).
[6] Sembra questo nella sostanza il parere di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi in La crisi. Può la politica salvare il mondo? Il Saggiatore, Milano 2008. Di simile avviso appare anche la maggioranza dei contributi riportati nel volume a cura di Emilio Barucci e Marcello Messori, Oltre lo shock. Quale stabilità per i mercati finanziari, Egea, Milano 2009. Per un esempio della influenza di questa interpretazione anche in ambito divulgativo, si veda Massimo Gaggi, La valanga. Dalla crisi americana alla recessione globale, Laterza, Bari 2009. E’ interessante notare come questa interpretazione sia stata subito condivisa dalle rappresentanze degli istituti bancari. Per esempio, in Italia l’ABI ha esplicitamente aderito ad essa. Del resto, è noto che dopo il crack di Lehman Brothers la fiducia e la patrimonializzazione delle banche sono cadute, e gli istituti di credito hanno quindi optato per una ferrea linea di razionamento del credito. Per giustificare questo cambio di strategia – che molti problemi ha comportato alle attività produttive – le banche hanno quindi trovato naturale fare riferimento agli economisti che attribuivano la crisi a un’epoca di eccessi nelle erogazioni creditizie.�
[7] Giulio Tremonti, “La crisi è globale perché ha origine nella globalizzazione”, Italianieuropei 1/2009. Si vedano anche gli articoli apparsi sul Financial Times del 16 gennaio 2009, sul Corriere della Sera del 10 marzo 2009 e sul Foglio dell’8 aprile 2009, dedicati alla proposta di Legal standard internazionale in campo finanziario e alla decisione del ministro di costituire un team di esperti incaricato di redigere un “manifesto del diritto futuro”, che definisca le basi per un accordo tra i paesi.
[8] E non solo tra i neoclassici: alcuni economisti che molto tempo fa potevano esser considerati di scuola sraffiana hanno espresso pareri favorevoli sulla iniziativa di Tremonti. Si veda Luigi Spaventa, Legal standard una speranza per i mercati, in Affari&Finanza di Repubblica, 19 gennaio 2009.
[9] Ad avviso di Alesina e Giavazzi, fu proprio l’interventismo politico sul mercato del lavoro a far sì che la recessione del 1929 si trasformasse in una grave depressione: «Hoover intervenne nelle contrattazioni salariali, impedendo alle imprese di tagliare le retribuzioni. In un periodo di recessione e di deflazione molte imprese non riuscirono a mantenere costanti i salari e fallirono. L’interventismo nel mercato del lavoro finì per rivelarsi controproducente: invece di mantenere il potere d’acquisto dei salari e sostenere la domanda la ridusse, aumentando disoccupazione e miseria» (in Alesina e Giavazzi, cit., p. 26). La posizione di Alesina e gavazzi si basa sul presupposto che la riduzione dei salari monetari attivi un meccanismo in grado di ricondurre il sistema economico verso la piena occupazione. Ma questa assunzione è smentita dalla teoria e dai fatti. Basti pensare che il calo dei salari può implicare una caduta dei prezzi e dei redditi in rapporto agli oneri finanziari, e quindi può condurre a una esplosione dei fallimenti. Di fatto, Alesina e Giavazzi sembrano proporre un ritorno alle tesi pre-keynesiane, ampiamente superate dal dibattito novecentesco su flessibilità dei salari e piena occupazione e ritenute oggi insostenibili anche dai principali manuali americani di macroeconomia, come ad esempio Olivier Blanchard, Macroeconomia, Il Mulino, Bologna 2009 (di cui tra l’altro Giavazzi è il curatore italiano).
[10] Appare invece più difficile dire se questa sia o meno una crisi che attenga pure a una tendenziale caduta del saggio di profitto. Il problema non verte tanto sulla ascesa del saggio di profitto che è stata empiricamente registrata negli ultimi anni. Potremmo infatti trovarci semplicemente di fronte a una controtendenza rispetto a un processo di più lungo periodo. Piuttosto, vi sono i noti problemi di ordine teorico derivanti dalla impossibilità di accettare la interpretazione tradizionale del valore-lavoro, sulla quale la versione originaria della legge di caduta tendenziale del profitto si basa. Inoltre, sul piano empirico sembra difficile trarre elementi di supporto o di smentita della legge guardando ai soli dati relativi a singoli paesi o a gruppi di paesi. Riteniamo in questo senso che le eventuali verifiche empiriche della legge andrebbero effettuate su un campione di dati rappresentativo della intera economia mondiale o di una parte altamente significativa della medesima. E’ bene comunque precisare che eventuali elementi a sostegno della legge, in quanto tali, non entrerebbero in contrasto con l’interpretazione del crollo in termini di “crisi speculativa da sovra-sproporzioni”, ma anzi potrebbero ulteriormente rafforzarla. Ad ogni modo, a sostegno della caduta tendenziale del saggio di profitto, si vedano tra gli altri Gerard Dumenil e Dominique Levy, Capital resurgent, Cambridge MA, Harvard University Press 2004.
[11] Per un approfondimento sul paradigma di riferimento teorico da cui traiamo spunto, si veda Emiliano Brancaccio, “Una teoria monetaria della riproduzione sociale”, in La crisi del pensiero unico, Franco Angeli, Milano 2009.
[12] Per una esposizione didattica del confronto tra la interpretazione ortodossa della crisi e la interpretazione da bassi salari, si veda Emiliano Brancaccio, Dispense integrative al manuale Macroeconomia di Olivier Blanchard, Università del Sannio, anno 2009 (riportate nella sezione didattica del sito: http://www.emilianobrancaccio.it/).
[13] I dati sono tratti dal database OECD. Per un approfondimento sui dati europei rinviamo a Emiliano Brancaccio, “Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista”, in Studi economici, n. 96, 2008/3.
[14] Per una esposizione analitica del problema, mi permetto di rinviare a Emiliano Brancaccio, “Una teoria monetaria della riproduzione sociale”, in La crisi del pensiero unico, cit.
[15] Sulla interpretazione della crisi capitalistica basata sul concetto di posizioni finanziarie coperte, speculative e ultra-speculative, si veda Hyman P. Minsky, Potrebbe ripetersi?, Einaudi, Torino 1984. Di Minsky, si veda anche la recente ristampa di Keynes e l’instabilità del capitalismo, Bollati Boringhieri 2009, con una introduzione inedita di Riccardo Bellofiore.
[16] La recente intesa tra Fiat e Chrysler ci pare emblematica, in tal senso. Si veda Emiliano Brancaccio, “Dietro l’accordo Fiat-Chrysler”, Liberazione, 3 maggio 2009.
[17] Marcello De Cecco, “Poca luce in fondo al tunnel”, La Repubblica, Affari & Finanza, 11 maggio 2009.
[18] Del resto, il motivo per cui nei giorni scorsi si è parlato di “luce in fondo al tunnel” è che si sono semplicemente registrati alcuni, modesti segnali di “rallentamento del deterioramento”, vale a dire di minore velocità di caduta del reddito e dell’occupazione (una variazione tra l’altro modestissima, come si evince dall’indice €-coin della Banca d’Italia: http://www.bancaditalia.it/). Il timido ottimismo di Bernanke e Draghi di aprile, e ora di Trichet, verte esclusivamente su questo tipo di rilevazioni. Ed è curioso notare come alcuni esponenti politici e padronali (tra i quali la presidente di Confidustria Emma Marcegaglia) abbiano tradotto la minore velocità di caduta del reddito con l’impropria espressione “ripresa”. Tra l’altro, in assenza di una “spugna”, vi è motivo di credere che anche nel momento in cui una vera ripresa effettivamente affiorasse, la dinamica del sistema sarebbe per lungo tempo caratterizzata da ripetute “false partenze”: piccoli slanci e immediate ricadute.

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