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Un falso conflitto generazionale: età pensionabile e occupazione

Pubblicato il 08 Settembre 2011 da admin

Il dibattito sulla situazione economica attuale e sulle politiche per farvi fronte è tanto intenso quanto, molto spesso, superficiale. La discussione si nutre in gran parte di slogan, vale a dire di affermazioni che vogliono essere di effetto, specie per il cittadino comune, ripetute come dogmi indiscussi ma non di rado inconsistenti ad un pur minimo vaglio di analisi economica. Tra le più ricorrenti di tali formule c’è quella che evoca dei pretesi oneri che la generazione presente starebbe addossando sulle spalle delle generazioni future. E’ facile imbattersi nel richiamo a tale ‘snaturato’ comportamento con riguardo al debito pubblico esistente—come se questo fosse un debito della collettività nel suo complesso, e non, quale invece è, un debito del settore pubblico nei confronti dei cittadini, e quindi una forma di attività finanziaria che questi ultimi possiedono e tramandano ai loro discendenti.[1] Ma, come è capitato di leggere ancora in questi giorni, l’appello al ‘risanamento’ finanziario quale condizione di maggiore equità intergenerazionale viene anche lanciato con più specifico riferimento ai meccanismi dell’attuale sistema pensionistico.

Proprio nel contesto del dibattito alimentato dalla ‘manovra’ in atto, da più parti si è sostenuto ancora una volta che un intervento normativo opportuno sarebbe quello del prolungamento dell’età lavorativa, e quindi dell’innalzamento dell’età pensionabile. Gli argomenti utilizzati a sostegno di questa tesi sono sostanzialmente di due tipi. Uno attiene alla dimensione della spesa pensionistica, che si sarebbe dilatata per effetto della estensione della durata media della vita, e il cui equilibrio rispetto alle entrate (a sua volta richiesto dal generale equilibrio nei conti pubblici, considerato indispensabile) richiederebbe pertanto o un aumento dell’imposizione contributiva, che viene però immediatamente escluso per i suoi effetti negativi sul costo del lavoro, oppure una riduzione delle prestazioni, appunto indicata nella forma dell’innalzamento dell’età di pensionamento e conseguente diminuzione degli anni di pensione. A questo argomento, che possiamo chiamare ‘di bilancio’, viene spesso aggiunto quello secondo cui il sacrifico degli ‘anziani’ occupati correggerebbe il sistema attuale nella direzione di una maggiore equità nei confronti delle generazioni ‘giovani’. Ora, se l’argomento ‘di bilancio’ è chiaro nel suo significato, a prescindere dal fatto che lo si possa condividere o meno, è invece difficile comprendere quale sia il senso in cui l’attuale sistema conterrebbe degli elementi di iniquità intergenerazionale, e quali siano quindi i benefici che i ‘figli’ riceverebbero dal prolungamento dell’età lavorativa dei ‘padri’. Riesco a formulare solo due ipotesi in grado di dare razionalità all’argomento: a) data l’estensione della durata media della vita, in assenza dei risparmi di spesa pensionistica connessi al prolungamento dell’età lavorativa gli occupati giovani sarebbero chiamati a pagare contributi più elevati; b) i risparmi di spesa prodotti dal prolungamento verrebbero utilizzati per finanziare elementi di welfare a favore dei giovani (sussidi di disoccupazione, asili-nido, ecc.). L’ipotesi b), cui talvolta viene effettivamente fatto cenno nel dibattito, nella misura in cui si applicasse implicherebbe però una diversa destinazione della spesa sociale, piuttosto che una sua contrazione, e sarebbero in conflitto con l’obiettivo generale di riduzione del disavanzo pubblico al quale il prolungamento dell’età lavorativa viene invece generalmente connesso. Analoga considerazione vale per l’ipotesi a), secondo la quale il prolungamento della vita lavorativa eviterebbe l’innalzamento delle aliquote contributive sugli occupati, e non un più elevato disavanzo pubblico. Insomma, il preteso carattere di maggiore equità intergenerazionale del prolungamento della vita lavorativa non trova spiegazioni evidenti, e quelle che si possono eventualmente concepire lo rendono contraddittorio, anziché complementare, rispetto alla desiderata riduzione del disavanzo pubblico.

In realtà esiste invece una buona ragione per ritenere che, in sé, il prolungamento della vita lavorativa, lungi dal produrre un beneficio per le generazioni giovani, causerebbe loro un danno estremamente grave. Ceteris paribus, è evidente che l’estensione del periodo di lavoro degli attuali occupati produrrebbe un corrispondente ritardo nell’impiego dei giovani chiamati a sostituirli; è forse meno evidente che ciò si risolverebbe in un aumento permanente e di dimensioni potenzialmente rilevanti della disoccupazione. Per mostrare quanto appena detto mi servirò di un semplice esempio numerico, che adotta le seguenti ipotesi:
- il prolungamento consiste nel posticipare l’età del pensionamento dai 65 anni ai 70 anni;
- la vita di un individuo si conclude a 85 anni;
- la popolazione è stazionaria e si distribuisce uniformemente per età;
- l’economia è stazionaria.

Prima del provvedimento si hanno pertanto 20 classi di età di pensionati, e cioè dai 65 agli 84 anni. Supponiamo che in ciascuna classe di età vi siano 2 individui, e quindi 40 pensionati in tutto. Nel gruppo dei pensionati ogni anno muoiono due individui al raggiungimento degli 85 anni, ed entrano due 65enni.

Vediamo ora quali sarebbero gli effetti permanenti che il prolungamento dell’età lavorativa avrebbe sul livello della disoccupazione. Immaginiamo che prima del provvedimento vi fossero 50 classi di età degli occupati, da 15 a 64 anni, ciascuna costituita da 2 lavoratori, per complessivi 100 occupati. Ogni anno 2 individui 65nni andavano a riposo, sostituiti da 2 giovani, che supponiamo fossero 15nni.

Nel periodo 0, precedente al provvedimento, si aveva dunque questa situazione:

 

 

Assumiamo, a partire dal periodo 1, un processo graduale verso il nuovo regime, di questo tipo: i lavoratori che nel periodo 0 hanno 64 anni andranno a riposo a 66 anni (ritardo di 1 anno); i lavoratori che nel periodo 0 hanno 63 anni, andranno a riposo a 67 anni (ritardo di 2 anni), e così, via, fino ai lavoratori che in data 0 hanno 60 anni, e che andranno a riposo a 70 anni (ritardo di 5 anni). Il processo può quindi essere così rappresentato:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nei 10 periodi della transizione si verifica un turnover di 2 unità ad anni alterni, e precisamente negli anni 2, 4, 6, 8, 10 (mentre negli anni dispari si verifica solo l’”invecchiamento” di 1 anno dei medesimi occupati), e l’ipotesi adottata è che ad entrare tra gli occupati siano, di volta in volta, i giovani di età maggiore (così, nel periodo 2 vengono impiegati i due 16nni, nel periodo 4 vengono impiegati i due 17nni, e così via). Quella rappresentata nel periodo 10 costituisce la situazione a regime, che, ferma restando ogni altra condizione, da allora in poi è quindi permanente. Si può così vedere che il prolungamento dell’età lavorativa implica una riduzione permanente di 10 unità nel numero dei pensionati e un equivalente e altrettanto permanente aumento di 10 unità nel numero dei disoccupati.

Il numero dei pensionati si riduce dunque del 25%, che è il rapporto tra il numero di anni di prolungamento della vita lavorativa (5) e l’iniziale numero medio di anni di pensione (20); ovvero, ogni anno di innalzamento dell’età pensionabile riduce il numero dei pensionati del 5%. Volendo applicare questi risultati a grandezze rilevate per l’Italia, consideriamo i seguenti dati:

- nel 2009 (ultimo dato che sono riuscito ad individuare) il numero di percettori di pensioni di vecchiaia era pari a 11.475.000;[2]
- dei suddetti pensionati il 24,6% era relativamente ‘giovane’, in quanto di età compresa tra i 40 e i 64 anni.[3] Questa quota di pensionati può ragionevolmente considerarsi ‘ad esaurimento’ (perché presumibilmente frutto, in gran parte, di meccanismi di pensionamento non ripetibili), e pertanto da non considerare nella stima degli effetti di un innalzamento dell’età pensionabile. Sottraendo tale quota, il numero di percettori di pensioni di vecchiaia rilevante per la nostra valutazione risulta pari a 8.652.000.[4]

Se dunque caliamo nel nostro esempio di economia stazionaria il numero di percettori di pensione di vecchiaia testé individuato, e ad esso applichiamo l’ipotizzato prolungamento dell’età lavorativa, il risultato a regime di questo provvedimento è costituito da una riduzione del numero di pensionati pari al 25% di 8.652.000, e cioè 2.163.000 unità. Corrispondentemente, in questa stessa, rilevante dimensione aumenta, nella nostra economia stazionaria, il numero dei disoccupati. Introducendo nel nostro esempio il numero di persone in cerca di occupazione rilevato alla fine del 2009 in Italia, pari a 2.086.000,  a regime l’effetto del provvedimento sarebbe dunque un incremento del numero dei disoccupati del 104%! Più specificamente, per ogni anno di aumento dell’età pensionabile il numero dei pensionati si ridurrebbe, come abbiamo già osservato, del 5%, pari a 433.000 unità nella nostra economia stazionaria; e di questo stesso numero, pari a ben il 21% della grandezza iniziale, aumenterebbero i disoccupati per ogni anno di innalzamento dell’età pensionabile.

I risultati ottenuti risentono, ovviamente, delle ipotesi adottate. In particolare, l’assunzione di stazionarietà del sistema (inclusa la forza-lavoro) ha lo scopo di isolare gli effetti sulla disoccupazione di un prolungamento dell’età lavorativa, considerando quindi invarianti tutte le altre condizioni. E’ chiaro perciò che l’aumento della disoccupazione prodotto da un simile provvedimento risulterebbe compensato tanto di più, quanto più l’economia crescesse. Tuttavia il trend recente dell’economia italiana, e le politiche economiche in atto, non lasciano sperare in tassi di crescita rilevanti, per non dire positivi. Né vi sono ragioni per ritenere che proprio il prolungamento dell’età lavorativa possa di per sé produrre effetti espansivi—piuttosto il contrario, considerata la contrazione della domanda per consumi inevitabilmente generata da un aumento della frazione di forza-lavoro che rimane disoccupata, e quindi a reddito individuale pressoché nullo.

Un’altra implicazione dell’ipotesi di stazionarietà è la costanza della produttività del lavoro, la quale ha tuttavia l’effetto di limitare l’aumento della disoccupazione rispetto a quella che si produrrebbe in presenza di un eventuale andamento crescente della produttività. Vale infatti notare che gli aumenti di produttività riducono la quantità di lavoro richiesta per unità di prodotto, e che perciò, se non associati ad una crescita sufficiente dell’economia, essi hanno un effetto negativo sui livelli di occupazione.

Infine, le ipotesi circa la durata media della vita e di distribuzione uniforme delle età degli individui non sembrano essere decisive per i risultati ottenuti. Una vita media di 85 anni appare semmai leggermente sovrastimata, e quindi tale da ridurre, a parità di numero iniziale di pensionati, l’aumento della disoccupazione ottenuto nel nostro esempio. Una vita media più breve, riducendo il denominatore del rapporto tra prolungamento della vita lavorativa e il numero iniziale di anni di pensione, implicherebbe una maggiore riduzione, a regime, nel numero dei pensionati, e quindi un aumento maggiore nel numero dei disoccupati.

In conclusione, questa nota ha lo scopo di mettere in evidenza come l’aumento dell’età pensionabile sia di per sé in grado di produrre effetti negativi molto rilevanti sull’occupazione, e quindi sulla possibilità di impiego dei giovani. Ciò non significa, naturalmente, che l’estensione del limite dell’età di lavoro sia un fatto necessariamente e intrinsecamente negativo: dove vada fissato tale limite è però questione che il governo di una collettività dovrebbe stabilire considerando le molteplici implicazioni di tale determinazione, nelle date condizioni economiche e sociali. E la capacità del sistema economico di dare occupazione è certamente una delle più importanti di tali condizioni.

 

 

 

 

[1] Il valore dei titoli pubblici che la generazione successiva in quanto tale eredita da quella precedente equivale ovviamente al valore del debito pubblico in essere, e compensa quindi qualsiasi ammontare di maggiori imposte che essa sia eventualmente chiamata a pagare al fine di ridurre o limitare la dimensione del debito.
[2] Trattamenti pensionistici e beneficiari al 31dicembre 2009, INPS e ISTAT, 21 giugno 2011, tav. 9, p. 9.
[3] Ibid., tav. 7, p. 8.
[4] L’opportunità di sottrarre la quota di pensionati ‘giovani’ mi è stata fatta notare dal collega Attilio Trezzini.
[5] ISTAT, Occupati e disoccupati, Serie storiche.

 

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La riforma del TFR nell’era del giudizio

Pubblicato il 29 Gennaio 2009 da admin

Il 2008 è stato il primo anno a regime della riforma del TFR introdotta nel 2007. E’ naturalmente facile lasciarsi andare a semplici ironie visti i chiari di luna dei mercati finanziari. Cerchiamo invece di fare una valutazione più complessiva.
1. Le ragioni della riforma
La riforma prevedeva, com’è noto, il trasferimento su base volontaria – ma col principio del silenzio assenso – del TFR maturando ai fondi pensione, negoziali o “aperti”, limitatamente al solo settore privato. Il TFR era già una forma di risparmio gestito (dall’impresa stessa). Con la riforma se ne è dunque trasformata l’amministrazione affidandola ai fondi pensione. Se il TFR rimane in azienda, lo si presta direttamente alla propria impresa; se lo si affida ai fondi lo si presta all’insieme delle imprese, ma nulla cambia a livello macroeconomico[1].
Qualche effetto macro si può invero verificare per la parte di TFR lasciata nelle aziende con più di 50 addetti e che viene deviata presso il Tesoro, ma questo non c’entra nulla coi fondi pensione.  Perché dunque si è voluta la riforma?
Il suo scopo principale è la trasformazione di una forma di risparmio gestito che non aveva precipue finalità previdenziali in previdenza complementare nella speranza che ciò possa compensare il calo delle pensioni che si avrà con la progressiva andata a regime della riforma Dini. L’idea è che con la riforma del TFR i lavoratori potrebbero così mantenere la pensione che avevano prima della riforma Dini, poiché il minor importo della pensione sarebbe compensato dalla trasformazione del TFR in previdenza complementare con i suoi presunti più elevati rendimenti. Si trascura tuttavia il dato elementare che prima della riforma Dini un lavoratore poteva contare su una più alta pensione pubblica più il TFR, con i suoi modesti ma sicuri rendimenti (l’1,5% più il 75% del tasso di inflazione), mentre adesso può solo sperare che la trasformazione del TFR in previdenza complementare assicuri la sola stessa pensione pubblica di prima al prezzo di una perdita secca pari all’intero ammontare del TFR.
Ma anche sui presunti maggiori rendimenti v’è molto da ridire. In realtà, essi dipendono dal fatto che le imprese che “perdono” il TFR sono risarcite più che abbondantemente dallo Stato con cospicui sgravi fiscali, che costeranno allo Stato circa 0,5 miliardi all’anno[2]. Sicché in ultima analisi saranno i contribuenti (e specialmente i più solerti tra essi, ossia i lavoratori dipendenti) a pagare i presunti maggiori rendimenti del fondi. Per contro, sebbene sia logico ritenere che i fondi presteranno il TFR alle imprese a tassi più elevati di quelli che le imprese stesse dovevano corrispondere sul TFR di cui disponevano in precedenza, è altrettanto logico supporre che saranno proprio i fondi a lucrare la gran parte della differenza. Di conseguenza, fatti i conti, i lavoratori potrebbero finire per rimetterci.
Insomma, la riforma del TFR non muta nulla dal punto di vista macroeconomico e neppure dal punto di vista del singolo lavoratore. Le sole a guadagnarci saranno imprese finanziarie private e sindacalisti che gestiranno un cospicuo stock di risparmio (il patrimonio dei fondi negoziali nel 2007 era di 11,5 miliardi di euro, ma questo crescerà di parecchi miliardi all’anno con l’andata a regime della riforma).
2. Risultati della riforma: adesioni
Il numero dei lavoratori dipendenti del settore private affiliati a un fondo pensione è cresciuto da 2,16 milioni della fine del 2006 a 3,6 milioni a ottobre 2008, un aumento del 65,9% realizzato soprattutto nel 2007, l’anno della riforma[3]. La maggior parte dei nuovi aderenti (834 mila su un complesso di 1.440 mila nuovi membri) ha optato per i fondi negoziali. Nel complesso, includendo anche i lavoratori autonomi, il numero totale degli aderenti ai fondi è cresciuto da 3,2 milioni a 4,8 milioni, un aumento del 50,8%.
Considerando i soli settori dove i fondi pensione sono pienamente operativi (circa 8 milioni di lavoratori) la Covip stima cifre di adesione ai fondi contrattuali da parte dei lavoratori dipendenti di questi settori che oscillano attorno al 30%. La cifra aumenterebbe se si includessero anche gli aderenti ad altre forme di previdenza complementare. L’obiettivo del governo Prodi del 40% di adesioni è stato dunque avvicinato. Altri autori hanno tuttavia suggerito che se si considerasse l’insieme del lavoro dipendente il tasso di adesione scenderebbe assai (3,6 milioni di aderenti su 13 milioni di lavoratori dipendenti dà il 27,7%)[4]. I tassi di adesione sono più elevati dove la sindacalizzazione è più forte, dunque nelle imprese di maggiore dimensione. Lì il sindacato ha potuto esercitare la persuasione più efficace e le imprese hanno potuto fare meno pressione sui lavoratori affinché trattenessero il TFR in azienda.
I lavoratori hanno fatto nella totalità una scelta consapevole: solo in 60 mila hanno aderito con la formula del silenzio-assenso. Ciò nonostante disinformazione e analfabetismo finanziario, che sono spesso indicati come la causa principale della mancata adesione ai fondi pensione. Ciò va valutato alla luce di quanto un sostenitore delle riforme pensionistiche, Roberto Perotti, ha scritto sul Il Sole 24 Ore (30-11- 2008) a proposito della mancata previsione della crisi finanziaria da parte degli economisti: “[questi] sono stati presi alla sprovvista, in gran parte perché la conoscenza di importanti dettagli, molto tecnici ma fondamentali, non è percolata in tempo dagli esperti di settore ai macroeconomisti”. Chissà perché dovrebbe “percolare” più facilmente a Cipputi.
3. Risultati della riforma: rendimenti
La tabella 1 illustra i risultati finanziari del fondi pensione negoziali e aperti nel periodo 1999-ottobre 2008 e li confronta coi risultati del TFR. La Covip ritiene soddisfacente il rendimento complessivo sul periodo 2003-2007, sebbene nel 2007 i rendimenti dei fondi peggiorino rispetto al TFR, per poi sprofondare nel segno negativo nel 2008 in seguito all’attuale crisi finanziaria. La Covip da un lato rassicura che solo una infima minoranza dei fondi deteneva valori trascurabili di titoli “tossici” e, dall’altro, sostiene che la redditività dei fondi pensione va giudicata nel lungo periodo, anche tenuto conto dei vantaggi fiscali loro accordati e del contributo del datore di lavoro a coloro che hanno devoluto volontariamente il TFR ai fondi.

Circa la redditività nel lungo periodo, tuttavia, la media 1999-2007 da noi calcolata e riportata in tabella mostra come la redditività del TFR non sfigura a confronto di quella dei fondi. Se si include il 2008, il TFR batte ambedue i tipi di fondi. Circa i vantaggi fiscali questi sono certamente cospicui. Va però segnalato che: (a) essi sono assai regressivi: si può detrarre dall’imponibile Irpef contributi fino a 5.164 € laddove il TFR conferito da un operaio ha approssimativamente il valore di uno stipendio (1250€ giusta i dati di Antonella Stirati, www.economiaepolitica.it), e anche in sede di montante finale, più si è accumulato, più si ottengono sconti fiscali;  (b) i mancati introiti fiscali dovuti a questi sgravi sono finanziati in gran parte dagli stessi lavoratori. Ammesso dunque, e non concesso, che il lavoro dipendente avesse un po’ più di rendimento rispetto al TFR, si tratterebbe giusto di quel che ha pagato come maggiori imposte per gli sgravi alle imprese e i vantaggi fiscali al ceto medio-alto.
4. Stelle comete
Circa il contributo datoriale che si aggiunge al TFR devoluto alla previdenza complementare, ciò che appare sorprendente è l’inclusione di quest’ultimo da parte dei fondi negoziali nel calcolo del rendimento (non però da parte della Covip nei dati della tab. 1)[6]. Il contributo aggiuntivo del datore di lavoro è chiaramente una quota del salario differito del lavoratore concessa in sede di contratti di lavoro in luogo di aumenti del salario diretto e in nessun senso può essere considerato come un rendimento dei fondi. La tabella 2 riproduce una simulazione di Cometa (il fondo dei metalmeccanici) pubblicata da Il Sole (supplemento Plus 24, 29.11.2008) che esibisce un rendimento sul periodo 1999-2008 del 20,27% ottenuto includendovi appunto il contributo della azienda, contro un rendimento del TFR del 10,4%. Se tuttavia si rifanno i conti considerando il contributo aziendale come una ulteriore parte del salario del lavoratore devoluta ai fondi, il rendimento scende a 6,8%, ben sotto il TFR.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5. Finale della favola e una proposta
Gli economisti chiamano il sistema dei fondi pensione “fully funded”, ovvero totalmente autofinanziato. Pare che invece il nostro governo abbia l’intenzione di intervenire a sostenere le pensioni private di coloro che si pensionano nel periodo 8/2008-8/2009 (almeno per la quota relativa al TFR versato), sperando che poi passi la “nuttata”. Tutto ciò suona come una clamorosa smentita per tutti coloro che hanno sinora decantato l’autosufficienza finanziaria dei sistemi a capitalizzazione.
Perché i sindacati non hanno lottato perché fosse rafforzato il rendimento del TFR in azienda, portandolo ad es. al 2% annuo con copertura al 100% dall’inflazione e con la possibilità di trasformazione in vitalizio a condizioni favorevoli al pensionamento? Si fa sempre in tempo, solo gli sciocchi non cambiano mai idea.


[1] E’ peraltro priva di fondamento la tesi che la destinazione del TFR ai fondi pensione danneggerebbe il sistema economico italiano perché il risparmio dei lavoratori sarebbe portato all’estero. Per un economista rigorosamente keynesiano i risparmi non sono una grandezza che va a spasso per il mondo. Su questo e altro v. S. Cesaratto, Invecchiamento della popolazione e questione pensionistica, “Economia e società regionale”, vol. 99, 2007. Sull’economia delle riforme pensionistiche: Id., The Transition to Fully Funded Pension Schemes: A non-Orthodox Criticism, “Cambridge Journal of Economics”, 30, 2006.

[2]
Chiorazzo e Dilani, Imprese ben compensate, la voce, 25.01.2007, (www.lavoce.info/articoli/pagina2552.html).
[3]
Dati Covip, 2008, www.covip.it/homepage.htm.
[4]
Boeri Zingales, Indipendenti sono le autorità o i numeri?, la voce, 20.9.2007 (www.lavoce.info/articoli/pagina1000045.html).
[5]
Cesari, Grande e Panetta, Quel vantaggio molto fiscale, la voce, 19.06.2007, http://www.lavoce.info/articoli/pagina2777.html.
[6]
Tale contributo è nella misura del 10/15% del TFR (ovvero poco più dell’1% dello stipendio lordo) e lo si ottiene se anche il lavoratore aggiunge al TFR una cifra analoga.

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A destra e a sinistra dell’età pensionistica

Pubblicato il 14 Gennaio 2009 da admin

Lo scorso novembre la Corte di giustizia europea bocciò le modalità di ritiro differenziato donne/uomini nel comparto pubblico e nella lettera del 13-1-09 il governo si è impegnato a riformare il sistema. A dicembre Brunetta colse l’occasione per avanzare cifre fantasiose di aumenti occupazionali che risulterebbero dall’innalzamento dell’età pensionabile per le donne. La principale obiezione è proprio nella diminuzione di opportunità di lavoro per i giovani. Non si deve tuttavia rifiutare ogni ipotesi di riforma se le risorse resesi disponibili andassero direttamente a creare occupazione femminile e incrementare i servizi sociali.

1. Cifre in liberta’

Come reazione alla sentenza europea il ministro Brunetta dichiarò (La Repubblica 15-12-08) che secondo un calcolo del Partito radicale le risorse liberate dalle pensioni ammonterebbero a 7 miliardi di euro da cui ”fatti due conti”, si potrebbero creare 2,5 milioni di posti di lavoro nei servizi e il tasso di occupazione si innalzerebbe di circa 10 punti. Non è serio che un ministro della Repubblica avanzi cifre in questo modo, citando fonti la cui attendibilità è appena superiore a quella di Topolino. Comunque, “fatti due conti”, creare un posto di lavoro costerebbe duemilaottocento euro, si presume di sgravi fiscali ai datori di lavoro, ma anche di incentivi sulla busta paga per stimolare l’offerta di lavoro femminile secondo quanto suggerito da Alesina e Ichino (Il Sole 19-12-2008). Francesco Forte (http://www.loccidentale.it/) ha avanzato cifre simili. Queste prese di posizione appaiono banalizzare il problema dell’occupazione, come se davvero potesse essere risolto innalzando l’età pensionistica. Nella lettera  a Bruxelles inviata il 13 gennaio il governo si è impegnato a equiparare “con la dovuta gradualità” l’età pensionabile nel pubblico impiego. Ma l’obiettivo sarà forse più ampio.

2. Età pensionistica e occupazione

La tabella 1 mostra come in Italia l’età effettiva di pensionamento sia più bassa che negli altri paesi europei (con l’eccezione della Francia): 60,4 per maschi e femmine e 59,8 anni per le sole donne contro una media europea rispettivamente di 61,5 e 61,1. La medesima tabella illustra come assai più bassi sono anche i tassi di occupazione dei lavoratori maturi (oltre i 55 anni), in particolare quelli femminili. In Italia, bassi tassi di attività dei lavoratori maturi sono associati a ridotti tassi di attività in generale (48,9% contro, ad esempio, il 56,3% della Francia, per non parlare del 71,1% della Svezia), ma questo non significa che i primi implichino i secondi poiché in Italia i tassi di occupazione sono bassi pressoché in ogni fascia di età, come si evince dalla tabella. Anche la tesi che l’elevato prelievo previdenziale sia causa della bassa occupazione può essere ribaltato sostenendo che, più plausibilmente, è la bassa occupazione a fare in modo che una ristretta base occupazionale sia caricata di oneri fiscali e contributivi indubbiamente elevati, i quali sono un effetto più che una causa. Le ragioni dei bassi livelli occupazionali sono da ricercarsi in problemi antichi e strutturali, aggravati dal contesto deflativo della politica economica europea. Per questo motivo la principale obiezione all’aumento dell’età pensionistica diventa quello di non diminuire ulteriormente i posti di lavoro disponibili per i più giovani. Certo, la piena occupazione e non il pensionamento anticipato sarebbe la soluzione migliore[1].

Una seconda obiezione è che molte occupazioni sono usuranti soprattutto se si è cominciato a lavorare molto presto, mentre le attese di vita sono inferiori rispetto ad altre mansioni. Questo è certamente vero soprattutto per gli operai, mentre sarei più cauto per altre funzioni in cui l’insofferenza per il lavoro può dipendere da fattori culturali da non giudicarsi sempre positivamente (particolarmente nel pubblico impiego), ma su cui “certa sinistra” flirta. L’assenza di servizi sociali adeguati di cura e assistenza a figli e anziani e la disorganizzazione specialmente delle grandi città sul piano dei trasporti, oltre che la nota scarsa partecipazione dei maschi italiani agli impegni domestici, rende certamente il lavoro più gravoso per le donne. Si scaricano però qui sul sistema pensionistico, di nuovo, inefficienze che andrebbero comunque affrontate.

In sintesi, in Italia esiste un problema pensionistico come risultato dei bassi tassi di attività e occupazione, tanto che l’aumento dell’età pensionistica potrebbe solo aggravarli. L’aumento delle risorse sociali messo a disposizione dalla piena occupazione consentirebbe di pagare a tutti pensioni più dignitose dando al contempo a ciascuno margini di flessibilità nello scegliere l’età pensionistica anche attraverso forme morbide e socialmente utili di transizione fra lavoro e pensionamento. La piena occupazione è tuttavia scomparsa dai programmi politici.

L’argomento con cui si vuol far digerire l’aumento dell’età pensionabile è che la prospettiva di una permanenza più lunga delle donne incentiverebbe l’investimento del datore di lavoro e della stessa lavoratrice sulla propria carriera, oltre che farle maturare una pensione più alta. Una obiezione è che già ora è possibile proseguire l’attività lavorativa sino a 65 anni[2], come i maschi, anche se si è conseguito il diritto alla pensione di vecchiaia, e molte donne lo fanno per incrementare la propria anzianità contributiva: infatti: solo il 44% delle lavoratrici pubbliche va in pensione con meno di 60 anni (dati Inpdap, Il Sole 14-12-08) e tale numero si ridurrà progressivamente con l’operare degli “scalini” Prodi-Damiano. Le pensioni di vecchiaia a 60 anni riguardano dunque numeri relativamente piccoli. Circa l’impatto sfavorevole del privilegio femminile di ritirarsi a 60 anni sulle loro carriere si può ricordare come molti studi indichino che tali discriminazioni siano indipendenti da fattori di questo tipo (per cui le scelte di ritiro prematuro, ove occorrano, sono più effetto che causa dello scarso investimento individuale e del datore di lavoro sulle carriere femminili).

3. Opporsi “a prescindere”?

Ci si deve comunque opporre all’aumento dell’età pensionistica femminile, fatte salve le mansioni operaie? Non potrebbero i presunti risparmi di spesa previdenziale trovare qualche utile impiego? Il Sole (14-12-08) ci informa che l’innalzamento della pensione di vecchiaia delle impiegate pubbliche a 62 anni frutterebbe da 1,3 a 1,8 miliardi[3]. Dal punto di vista del complesso della spesa pubblica (di cui la spesa previdenziale è parte) tali risparmi sono assai dubbi in quanto un pensionato costa allo Stato meno di un dipendente in servizio, a meno che questo venga rimpiazzato[4]. Ciò che l’aumento dell’età pensionistica eviterebbe è l’aumento del rapporto fra spesa pensionistica (la quale aumenterebbe) e PIL (il quale diminuirebbe perché c’è una lavoratrice in meno, o rimarrebbe costante se tale lavoratrice venisse rimpiazzata). La sinistra potrebbe allora appoggiare una manovra che destinasse tale mancato aumento alla creazione di ulteriori posti di lavoro pubblici destinati alle donne nei servizi sociali, asili, ecc. creando un apposito fondo presso l’Inpdap. Si noti che questa non è la medesima proposta di Alesina e Ichino che si basa sull’impiego dei risparmi di spesa previdenziale per incentivare domanda e offerta di lavoro nel mercato. La nostra sfiducia nella reazione automatica delle forze di mercato agli incentivi ci fa ritenere che la creazione di posti di lavoro possa essere assicurata solo con la creazione diretta di occupazione da parte dell’operatore pubblico.


[1]
Secondo Cazzola (www.loccidentale.it, 5-1-09), tuttavia, “proprio le norme di innalzamento dell’età legale di vecchiaia (salita dal 1993 al 2000, da 55 a 60 anni) hanno largamente contribuito a determinare, negli ultimi anni, un forte incremento dell’occupazione femminile nella fascia d’età compresa tra i 55 e i 64 anni e più in generale delle lavoratrici over 50”. Tale incremento si è avuto però in tutte le fasce d’età in seguito all’aumento dell’occupazione femminile di un milione di unità, quasi 300 mila nella fascia in oggetto. Da segnalare che fra il 2001 e il 2007 l’occupazione assoluta nella fascia d’età  25-34, più motivata e istruita, sia invece rimasta stabile, nonostante un tasso di occupazione ancora relativamente basso (in questa fascia, infatti, l’aumento del tasso di occupazione è dovuto a una cospicua diminuzione dell’offerta di lavoro in seguito al calo demografico). Senza stabilire frettolose correlazioni, un effetto spiazzamento dovuto all’accrescimento dell’età pensionabile non è da escludere.
[2]
Più due anni, da poco concessi a facoltà dell’amministrazione in contraddizione con l’obiettivo proclamato da Brunetta.
[3]
Secondo Cazzola (cit.), che richiama elaborazioni riservate dell’Inps (alla faccia della trasparenza del dibattito pubblico): “sarebbe sufficiente elevare a 62 anni (in due tranche, entro il 2013) il requisito anagrafico di vecchiaia per le lavoratrici …per consentire il recupero, nell’arco temporale compreso tra il 2009 e il 2013, buona parte di quei di 7,5 miliardi di euro cumulati che verranno a mancare per effetto del nuovo requisito di anzianità, meno rigoroso, previsto nella legge n.247 del 2007”. Cazzola si riferisce evidentemente a un aumento dell’età pensionabile sia nel settore pubblico che in quello privato, come indicato nella sua proposta di legge alla Camera (n.1299, 16-6-08). La proposta di Cazzola (Sole 13-1-09), che potrebbe fare da base alle proposte del governo, è di introdurre per tutti in maniera flessibile la scelta di pensionamento fra 62 e 67 anni (con penalizzazioni per chi si ritira prima), almeno per chi rientra nel contributivo, preceduta da un aumento graduale al 2013 della vecchiaia a 62 anni per le donne che rientrano nel retributivo. Questa proposta potrebbe risultare vincente sull’aumento a 65 anni della pensione di vecchiaia in quanto svantaggioso per le donne che solo in minima parte raggiungono i minimi contributivi per la pensione di anzianità, come invece accade per gli uomini. 
[4]
Da una parte il governo sembrerebbe intenzionato a ridurre il numero dei dipendenti pubblici. La Repubblica (14-10-08) ci informa così che in base all’articolo 72 del DL 112/2008, regolamentato da una circolare di Brunetta del 20-10, si incentivano i dipendenti pubblici a starsene a casa a stipendio ridotto, in contraddizione con l’obiettivo declamato di farli lavorare più a lungo. Dall’altra parte il fatto che il numero di dipendenti pubblici negli ultimi anni sia rimasto pressoché  costante (3.640 mila nel 2000, 3.632 mila nel 2006 secondo l’ILO) può far supporre che in barba ai blocchi delle assunzioni i dipendenti pubblici siano stati sinora rimpiazzati.

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In pensione più tardi per pagare la crisi? Una replica a Tabellini

Pubblicato il 22 Dicembre 2008 da admin

 

Da tempo la questione  del debito pubblico si situa al centro del dibattito di politica economica nazionale. Ma con il sopraggiungere della recessione, la tematica è divenuta ancor più cruciale per le sorti del paese. Il problema è che fino ad oggi ha prevalso a nostro avviso una lettura distorta del problema, che ha dato luogo a indicazioni di politica economica discutibili e pericolose. Il convincimento dominante è quello secondo cui la politica del bilancio statale dovrebbe fondarsi su drastiche restrizioni finalizzate al rapido abbattimento del rapporto tra debito pubblico e Pil. Persino adesso, nel corso di  una crisi che si annuncia grave, vi è chi si ostina a indicare la via della politica restrittiva. Il prof. Guido Tabellini, Rettore della Università Bocconi, è tra quanti la pensano a questo modo. Suo è l’editoriale apparso in prima pagina sul Sole 24 Ore del 2 novembre scorso, dal titolo “Risparmiare sulle pensioni per finanziare l’emergenza. Nell’articolo Tabellini sostiene che il crescente differenziale tra i rendimenti dei titoli del debito pubblico italiani e quelli tedeschi “è facile da spiegare”. Egli sostiene che, a differenza di quelle tedesche, le garanzie offerte dallo Stato italiano per la solvibilità del sistema finanziario non sono solide: “per via del suo alto debito pubblico, lo Stato italiano non può essere più credibile di tanto”. “In passato - prosegue Tabellini - molti si erano illusi che l’euro fosse sufficiente a proteggerci, e a tenere basso il costo del debito indipendentemente dalle sue dimensioni. Due anni fa, ad esempio, settanta economisti firmarono un appello per indurre l’allora Governo Prodi a non perseguire l’obiettivo di ridurre il rapporto debito/Pil, limitandosi a tenerne stabile il rapporto (il manifesto, 16 luglio 2006). È anche per via di queste illusioni che in passato non abbiamo approfittato delle circostanze favorevoli, come invece hanno fatto altri Paesi europei. Nel 2000 il debito pubblico italiano era il 109% del prodotto interno lordo. Da allora è sceso di soli 5 punti percentuali. Ora paghiamo le conseguenze di questi ritardi”. Il riferimento di Tabellini è all’appello degli economisti per la stabilizzazione del debito pubblico rispetto al Pil consultabile all’indirizzo www.appellodeglieconomisti.com. Il ragionamento di Tabellini prosegue con l’invito a “non abbandonare il percorso di rientro del debito pubblico”, per cui “eventuali provvedimenti di espansione del disavanzo vanno accompagnati da interventi in senso opposto”. E si chiude con l’invito a “uno scambio che è nell’interesse di tutti: più investimenti pubblici e più sostegno ai disoccupati e ai redditi bassi oggi, in cambio di un innalzamento graduale dell’età di pensionamento e di una riduzione futura della spesa pensionistica”.

L’analisi di Tabellini non ci convince. Per questo abbiamo scritto una breve replica che però il Sole -24 Ore alla fine ha preferito non pubblicare. La riproponiamo in basso con l’auspicio che il prof. Tabellini voglia intervenire su “Economia e politica”, o dove meglio ritiene opportuno, e chiarire gli aspetti del suo ragionamento che ci sembrano oscuri e che per esser sostenuti richiederebbero adeguati supporti teorici ed empirici.

Replica a Tabellini
di Riccardo Realfonzo

A quanto pare i venti di crisi riportano alla ribalta la questione del debito pubblico e della scelta dei vari indirizzi di politica economica ai quali ispirarsi per gestirlo. Nell’editoriale del 2 novembre scorso Guido Tabellini esprime un giudizio negativo sull’appello del 2006 di cento economisti italiani contro l’abbattimento del rapporto tra debito pubblico e Pil e a favore di una sua stabilizzazione nell’arco di una legislatura. Secondo Tabellini, infatti, è da proposte di questo tipo che deriverebbero molti degli attuali guai italiani, a cominciare dal rischio di default statale segnalato a suo dire dall’aumento del differenziale tra i tassi d’interesse sui titoli pubblici italiani e i titoli tedeschi. Insomma, ci spiega Tabellini, se non continuiamo ad abbattere il debito pubblico rischiamo la bancarotta. In base a questo suo ragionamento, egli dunque propone che l’inevitabile gestione anticiclica del disavanzo nella fase di crisi venga repentinamente compensata da un ulteriore intervento restrittivo sulle pensioni, e in particolare sull’età di pensionamento.

Il ragionamento di Tabellini appare scarsamente documentato, e dunque allo stato dei fatti molto poco persuasivo. Tra i vari punti oscuri dell’argomentazione di Tabellini ci permettiamo nel poco spazio disponibile di richiamare l’attenzione sul seguente. Sussistendo una vasta letteratura sull’argomento, e non essendovi per quel che ci risulta una ferrea connessione tra rapporto debito/pil e differenziali sui tassi d’interesse, gradiremmo delucidazioni sul punto. A noi pare, infatti, che lo spread sui tassi risponda a numerose sollecitazioni, non ultima quella relativa al grado di competitività nazionale e al connesso andamento della crescita in quanto tale e dei conti esteri. A nostro avviso è esattamente da questa seconda problematica che bisognerebbe far partire ogni discorso sulla sostenibilità della politica economica nazionale, anche perché il tentativo confindustriale di recuperare margini competitivi tramite il reiterato inabissamento dei salari ci pare abbia ormai evidenziato tutti i suoi limiti e la sua inefficacia. Sotto questo punto di vista, d’altra parte, esiste una solida tradizione accademica che propone da tempo, sulla scorta appunto di una proposta alternativa in tema di finanze pubbliche, l’adozione di incisive politiche industriali e infrastrutturali per rilanciare la competitività italiana. Ad ogni modo, e ancor più in una fase nella quale numerosi dogmi economico-finanziari sembrano a dir poco vacillare, sarebbe  d’aiuto al dibattito se gli economisti si preoccupassero di citare dati e ricerche prima di presentare al grande pubblico proposte così impegnative sul piano politico e – almeno a nostro avviso – alquanto ardimentose sul piano scientifico.

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