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L’Occidente nella trappola della ricchezza

Pubblicato il 14 Marzo 2014 da admin

Dopo anni di austerità, l’economia non riparte, la disoccupazione aumenta e i conti pubblici peggiorano (anche in paesi, come la Spagna, con un basso rapporto tra debito pubblico e pil prima della “crisi finanziaria”). I policy maker sono intervenuti per “salvare” il sistema, anche con salvataggi bancari (e un conseguente aumento del debito pubblico). E il sostegno alla domanda? Mancano i soldi, dicono. Ciò che vogliamo evidenziare è semmai il contrario: ci sono “troppi” soldi, concentrati in poche mani[1].

Tra fine anni ’70 ed inizio anni ’80 del Novecento, la svolta neoliberista – flessibilità del lavoro, globalizzazione, finanziarizzazione, etc. –  ha promosso un recupero del tasso di profitto nelle economie avanzate, dopo le crisi petrolifere e la stagflazione. Come sottolineato dalla Lettera degli Economisti del 2010, la domanda globale è cresciuta meno della produttività e tende, quindi, ad essere carente rispetto alla capacità produttiva. In questo scenario di “bassi salari”, il credito può creare una fonte di finanziamento addizionale dei consumi. In particolare, l’espansione della finanza[2] è funzionale al processo di accumulazione capitalistica, in quanto svolge la funzione di “riciclaggio” della ricchezza accumulata (Foley, 2012). Prima o poi, però, l’aumento del debito (privato) e l’erosione dei redditi ad opera degli interessi, comportano un’instabilità finanziaria crescente. Un fallimento come quello di Lehman Brothers provoca un crollo della fiducia, i capitali si ritirano dalle posizioni più rischiose (flight-to-quality) e le condizioni nella “periferia” del sistema finanziario internazionale peggiorano (ad esempio, i capitali lasciano la Grecia e tornano in Germania, facendo emergere gli squilibri commerciali che da tempo caratterizzavano l’eurozona).

L’austerità mira a prolungare la fase neoliberista, proponendo ritocchi che, però, lasciano invariati i problemi di fondo dell’accumulazione capitalistica: in particolare, enormi disuguaglianze ed instabilità finanziaria. Problemi analoghi a quelli che emersero durante la belle époque di inizio Novecento[3]. Voler continuare su questa strada significa dover trovare nuove e remunerative occasioni di impiego finanziario per le enormi ricchezze che continuano ad accumularsi nelle mani di pochi (trickle-up economics). Ecco perché ci troviamo in una trappola della ricchezza: una situazione che non consente di ridimensionare la finanza e di ristabilire un percorso di crescita meno diseguale, e che invece promuove la diffusione del rischio, a danno della collettività che poi subisce le pesanti conseguenze “reali” della “crisi finanziaria”[4].

Come uscire dalla trappola della ricchezza? Ci sono almeno tre punti che andrebbero considerati: (i) tassazione, (ii) sostegno della domanda aggregata, e (iii) politica industriale.

La tassazione. Come mostrano Piketty e Saez (2013), il tasso di rendimento della ricchezza privata (al netto delle perdite) è tornato sopra il tasso di crescita dell’economia: conviene quindi essere rentier e non lavoratori, anche se “molto produttivi”. L’inversione di questa tendenza richiede un deciso intervento fiscale: per ristabilire l’efficienza economica di paesi come la Francia e gli USA l’aliquota fiscale ottimale sull’eredità dovrebbe essere dell’ordine del 50%-60% (o ancora maggiore per i super-patrimoni).

La domanda aggregata. Secondo l’insegnamento keynesiano, l’intervento pubblico a sostegno della domanda aggregata (con una banca centrale che affianca il governo) è necessario in un sistema che non è in grado, autonomamente, di uscire (se non nel lungo periodo) da una situazione di elevata disoccupazione. In un’ottica internazionale, inoltre, è necessario contenere sia il disavanzo (ad esempio, nella “periferia” dell’eurozona) che l’avanzo commerciale (ad esempio, in Germania)[5].

La politica industriale. L’intervento pubblico dovrebbe sostenere la domanda aggregata (obiettivo di breve-medio termine), ridimensionare il peso della finanza e indirizzare l’investimento verso i settori innovativi che ancora presentano un rischio elevato, lasciando poi spazio all’iniziativa privata (obiettivo di lungo termine). Da questo punto di vista, il settore pubblico si configura come uno “stato imprenditore” (Mazzuccato, 2013) che, nel mezzo di una crisi di sistema, promuove la creazione del “nuovo” e sostiene la società nel doloroso processo di distruzione del “vecchio”[6].

I tre punti precedenti sono legati da un filo comune, che unisce interventi di breve e lungo periodo: (i) l’imposizione patrimoniale (in particolare, sull’eredità) fornirebbe le risorse per finanziare (ii) il sostegno alla domanda aggregata e (iii) la politica industriale alla base di un nuovo modello di sviluppo fondato sulla conoscenza e la sostenibilità ambientale[7]. Allo stesso tempo, sono evidenti le implicazioni politiche di un progetto che punta alla piena occupazione (Kalecki, 1943): l’imposizione patrimoniale, da una parte, e l’aumento dell’occupazione e dei salari, dall’altra, andrebbero a ridurre la disuguaglianza, riportando la dinamica salariale verso quella della produttività, ristabilendo una maggiore mobilità sociale e, in generale, promuovendo un nuovo percorso di sviluppo, per uscire dalla crisi superando il modello neoliberista. All’1% non piacerebbe. Il 99% riuscirà ad organizzarsi?

[1] Secondo Oxfam (2014), la ricchezza degli 85 individui più ricchi nel mondo è pari alla ricchezza totale del 50% più povero della popolazione mondiale.
[2] Sull’alternarsi delle fasi di espansione materiale e finanziaria, si veda Arrighi (1994).
[3] Disuguaglianza e peso dei debiti sono due degli elementi in comune tra crisi attuale e Grande Depressione (Sylos Labini, 2004).
[4] È preferibile “che un uomo eserciti la sua tirannia sul proprio conto in banca che sui suoi concittadini” (Keynes, 1936, p. 568). Il problema è che le enormi ricchezze, influenzando il sistema politico, indirizzano l’evoluzione economica e sociale verso una struttura sempre più diseguale (Stiglitz, 2012).
[5] “Ma se le nazioni possono imparare a costituirsi una situazione di piena occupazione mediante la loro politica interna … non vi è più necessità di forze economiche importanti rivolte al fine di contrapporre l’interesse di un paese a quello dei suoi vicini” (Keynes, 1936, p. 576).
[6] Il New Deal e lo sforzo bellico hanno sostenuto l’economia statunitense, promuovendo la transizione dall’agricoltura alla manifattura in presenza di “vincoli di mobilità” tra settori (Delli Gatti et al. 2012), mentre il Piano Marshall sovvenzionava la ricostruzione dei paesi europei (e garantiva un mercato di sbocco per le esportazioni statunitensi). Oggi abbiamo bisogno di un intervento di simile portata (ed evidentemente non di una guerra mondiale).
[7] Una forte riduzione delle disuguaglianze è avvenuta in seguito alle due guerre mondiali (Piketty e Saez, 2013). Oggi la sfida è riuscire ad abbattere le enormi disuguaglianze promosse dal modello neoliberista sulla base di una alternativa democratica.
Riferimenti bibliografici
Arrighi G. (2004), Il lungo XX secolo, il Saggiatore
Delli Gatti D., Gallegati M., Greenwald B., Russo A., Stiglitz J.E. (2012), “Mobility constraints, productivity trends, and extended crises”, Journal of Economic Behavior and Organization, 83(3): 375-93
Foley D.K. (2012), “The political economy of postcrisis global capitalism”, South Atlantic Quarterly, 111(2): 251-63
Kalecki M. (1943), “Political aspects of full employment”, Political Quarterly, 14: 322-31
Keynes J.M. (1936), Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, ed. it. 2006, UTET
Mazzuccato M. (2013), The Entrepreneurial State, Anthem Press
Oxfam (2014), Working for the Few. Political Capture and Economic Inequality
Piketty T., Saez E. (2013), “A theory of optimal inheritance taxation”, Econometrica, 81(5): 1851-86
Stiglitz J.E. (2012), The Price of Inequality, Norton & Company
Sylos Labini P. (2004), Torniamo ai classici, Editori Laterza

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Lavorare tutti, lavorare meno (come in Germania)

Pubblicato il 13 Febbraio 2014 da admin

Che l’occupazione e il lavoro siano la questione centrale che dobbiamo affrontare non è più messo in discussione da nessuno[1]. Nei primi anni dallo scoppio della crisi il tasso di disoccupazione dell’Italia è stato più basso di quello della media europea, ma negli ultimi anni il fenomeno si è drammaticamente aggravato fino a raggiungere, secondo le ultime rilevazioni ISTAT, relative al novembre 2013, un tasso di del 12,7%, superando il dato medio europeo[2].

 

L’andamento dei tassi di disoccupazione per l’area Euro e le tre maggiori economie europee è mostrato nel grafico 1. Sono riportati nel grafico anche la stima da parte dell’ AMECO del tasso di disoccupazione del 2013 (che risulta per l’Italia leggermente inferiore a quello calcolato dall’Istat) e le proiezioni per il 2014 e il 2015. Come si vede è impressionante l’accelerazione che la crescita del tasso di disoccupazione ha avuto a partire dal 2011.

Il fatto che tutti siano, almeno a parole, consapevoli della gravità del problema non significa affatto che sia altrettanto estesa la determinazione o semplicemente la volontà di affrontarlo.

Dal punto di vista dell’ideologia economica è dominante l’idea che in fondo il problema dell’occupazione sia un problema del mercato. Se le condizioni del mercato sono tali da creare un’alta disoccupazione, c’è poco che la politica possa fare direttamente per risolvere il problema. In questo quadro una parte consistente della disoccupazione è considerata “naturale”[3]. Un’azione diretta del governo, secondo questa opinione, creerebbe ulteriori problemi, aggravando le condizioni del debito pubblico, distorcendo ulteriormente il mercato e via dicendo. Al massimo si può cercare di oliare ulteriormente i meccanismi di mercato, magari rendendo più flessibile il lavoro (nonostante l’indice dell’OCSE segnali già da molto tempo che il mercato del lavoro italiano è notevolmente flessibile in rapporto agli altri paesi europei) o cercando di creare dei deboli incentivi verso l’assunzione di nuovi lavoratori.

Come mostra il grafico 2, la rigidità della legislazione sulla protezione del lavoro a tempo indeterminato, secondo l’indice stimato dall’OECD, è minore, nel 2013, di quella della Francia e della Germania.

Che le politiche proposte come riforme strutturali si siano rivelate spesso controproducenti e comunque del tutto insufficienti non sembra aver scalfito questa certezza. Cosicché si attende una salvifica ripresa della crescita che, nel migliore dei casi dopo qualche anno, incentivi la domanda di lavoro alleviando, ma non risolvendo il problema.

Al contrario, ogni ragionevole idea di politica economica dovrebbe rovesciare l’approccio: la priorità è l’obiettivo della piena occupazione, cui subordinare gli altri obiettivi, compreso quello del contenimento del deficit pubblico. I costi umani, sociali ed anche puramente economici (di minore produzione, insufficiente domanda aggregata e di deterioramento del cosiddetto capitale umano) di un’alta disoccupazione permanente sono del tutto insostenibili. Ottenere una drastica diminuzione del tasso di disoccupazione è indispensabile al fine di rompere il circolo vizioso bassa occupazione-bassa crescita-aumento della disoccupazione.

Tra le possibili misure di politica economica volte all’aumento dell’occupazione ce ne sono due che nel nostro paese sarebbero particolarmente efficaci, ma che sono considerate quasi delle bestemmie. Non a caso negli USA, in cui nessuno ha paura di apparire troppo statalista o post-comunista, se ne parla invece approfonditamente[4]. La prima è quella di una assunzione diretta di lavoratori da parte dello stato, per progetti pubblici indifferibili, come il risanamento idrogeologico, la salvaguardia, la conservazione e la fruizione dei beni culturali e altre iniziative urgenti di grande valore sociale. Non mi soffermo su questo aspetto, se non per notare di passaggio che non è vero, al contrario di quanto comunemente si afferma, che in Italia gli impiegati pubblici sono “troppi” in rapporto agli altri paesi. Infatti, secondo le stime dell’OCSE, nel 2011 il nostro impiego pubblico rappresentava il 13,7% della forza-lavoro, minore degli Stati Uniti (14,4%), della media dei paesi OCSE (15,5%), del Regno Unito (18,3%) e della Francia (21,9%)[5].

Ma ciò su cui vorrei attirare l’attenzione è l’orario di lavoro[6]. Poiché l’argomento rischia di riportarci a passati dibattiti sui quali non è il caso di tornare in questa sede, partirò dai dati. Innanzitutto la tendenza di lungo periodo di pressoché tutti i paesi avanzati è la diminuzione dell’orario di lavoro. L’unica eccezione negli ultimi decenni che conosco è rappresentata dalla Svezia. Occorre aggiungere, in effetti, che durante gli anni ‘90 le ore lavorate in un anno in media da una persona sono aumentate anche negli Stati Uniti, il che ha indotto qualche commentatore ad affermare che la tendenza secolare alla diminuzione dell’orario di lavoro si era interrotta. Tuttavia la conclusione è prematura e negli anni 2000 anche negli Stati Uniti questa tendenza è ripresa con decisione.

Il grafico 3, che riporta anche i dati relativi alla Svezia e agli Usa oltre a quelli dell’Unione Europea, della Germania, della Francia e dell’Italia, mostra chiaramente le tendenze sopra accennate e mostra anche come in Italia le ore annue medie lavorate per persona sono molto alte.

Al di là delle tendenze secolari, quest’ultimo dato ci permette di passare al qui ed ora.

La realtà è che se confrontiamo il numero di ore lavorate in un anno in media da un lavoratore italiano con quello degli altri paesi europei, scopriamo subito che il dato dell’Italia è molto più alto. Dai dati dell’AMECO, sito statistico della Commissione Europea si ricava che un lavoratore europeo[7] ha lavorato nel 2013 in media l’89% di ore rispetto ad un lavoratore italiano. Se poi consideriamo la Francia e la Germania i dati sono ancora più netti. Nello stesso anno in Francia le ore annue per lavoratore sono state in media l’84,5%  e in Germania il 79% di quelle italiane.

La tabella 1) riporta per il 2013 i dati relativi all’occupazione complessiva (E), le ore lavorate in media annualmente da una persona (h), le ore complessivamente lavorate nell’economia (H), il numero di lavoratori disoccupati (U), il tasso di disoccupazione (%u), il numero di lavoratori dipendenti (DE) e la percentuale dei lavoratori dipendenti sull’occupazione totale (%DE). Come si può notare il numero dei lavoratori dipendenti in Italia è minore in relazione alla occupazione totale che negli altri paesi. Ai nostri fini può essere utile cercare di stimare le ore lavorate in media da un lavoratore dipendente, che sono quelle che effettivamente ci interessano. Infatti, almeno in Europa[8], i lavoratori dipendenti lavorano in media un numero di ore minore rispetto ai lavoratori autonomi. Poiché in Italia il peso del lavoro autonomo è maggiore che negli altri paesi, questo ci porterebbe a sovrastimare la differenza di ore lavorate in media da un lavoratore dipendente italiano rispetto a quelle lavorate negli altri paesi. Supponiamo, almeno come prima approssimazione, che il numero di ore lavorate da un lavoratore dipendente in un anno sia circa il 94% del dato medio[9].

Ricaviamo in questo modo la tabella 2), con le ore lavorate in media da un lavoratore dipendente in un anno (hd) e con le ore totali lavorate dai lavoratori dipendenti (Hd).

 

Come si vede, il dato italiano delle ore annue lavorate per persona, così corretto, resta ancora molto superiore rispetto a quello degli altri paesi.

Possiamo ora fare il seguente esperimento mentale: immaginiamo che in Italia sia mantenuto lo stesso numero di ore annue complessivamente lavorate in totale, ma che ciascun lavoratore dipendente sia impiegato per un numero di ore annue uguale alla media europea, a quella francese o a quella tedesca. La domanda è: di quanto dovrebbe aumentare l’occupazione per ottenere questo risultato? La risposta è molto sorprendente, come mostrato dalla tabella 3.

Nella tabella 3) DE rappresenta i lavoratori dipendenti potenzialmente occupabili in Italia con un carico annuale di lavoro pari rispettivamente a quello europeo, tedesco e francese. DE è l’incremento in termini assoluti dell’occupazione che si realizzerebbe in queste ipotesi, %DE l’incremento percentuale dell’occupazione e %u il tasso di disoccupazione corrispondente.

In questa semplice simulazione l’occupazione dovrebbe crescere dell’8,84% se un lavoratore italiano dovesse lavorare in media le stesse ore annue di un lavoratore europeo, del 14,12% se dovesse lavorare come un lavoratore francese e addirittura del 19,98% se dovesse lavorare come un tedesco. Nel primo caso il tasso di disoccupazione ufficiale si abbasserebbe drasticamente, nel secondo si annullerebbe e addirittura diverrebbe negativo, nel terzo troverebbero occupazione molti potenziali lavoratori scoraggiati, cioè coloro che sono disposti a lavorare ma non cercano attivamente un lavoro, stimati dall’ISTAT in 3.300.000 unità.

Ovviamente si tratta di un esercizio che non può essere applicato meccanicamente alla realtà[10]. Infatti non si può essere affatto sicuri che se per qualsiasi motivo diminuissero di colpo le ore lavorate in un anno da ciascun lavoratore le imprese sarebbero disposte ad assumere un numero proporzionale di nuovi lavoratori.

Anche con queste cautele, i risultati dell’esperimento mentale sono veramente impressionanti e segnalano che esiste in Italia un margine di manovra amplissimo per stimolare l’occupazione agendo sulle ore lavorate. Ovviamente questa linea di azione dovrebbe accompagnarsi ad una politica economica più complessiva che stimoli la domanda aggregata e, nel medio-lungo periodo, ad una politica industriale che affronti i problemi della nostra struttura produttiva (ad esempio, ma non solo, scarsa domanda di laureati e scarsa spesa in ricerca e sviluppo in confronto agli altri paesi europei). Evidenti ragioni di spazio rendono opportuno, in questa sede, concentrarsi sull’argomento specifico che stiamo affrontando. Si afferma in continuazione che dobbiamo essere più simili agli altri paesi europei e non si vede perché non dobbiamo seguirne l’esempio anche in questo caso. Anche se non si tratta di abbassare le ore lavorate per decreto, si apre un campo vastissimo per andare in questa direzione attraverso accorte e decise misure di politica economica ed incentivi. Due condizioni sono però necessarie: la prima è che non si colga in questo quadro il pretesto per cercare di abbassare ulteriormente i salari[11], la seconda è che sia effettivamente perseguita una politica di sostegno alla domanda aggregata, cui abbiamo già accennato, senza la quale le imprese non sarebbero disposte ad assumere nuovi lavoratori. Queste due condizioni sono collegate tra loro.

Si deve poi notare che proprio in Germania il relativamente basso tasso di disoccupazione (di poco superiore al 5%) è stato ottenuto anche attraverso le politiche di job sharing. Tuttavia occorre notare che i lavoratori part time erano nel 2012, secondo l’OCSE, il 22 per cento dell’occupazione totale in Germania contro il 19% in Italia. La differenza nelle ore lavorate annue in media tra l’Italia e la Germania non è causata solo dalla maggiore incidenza del part time  in Germania, ma anche dalle ore effettivamente lavorate dai lavoratori a tempo pieno. Si può però in Italia cercare di generalizzare i contratti di solidarietà, non solo al fine di evitare licenziamenti nei singoli casi di crisi aziendale (contratti di solidarietà difensiva), ma anche al fine di sostenere l’occupazione. In questo senso occorre rivedere e incentivare i contratti di solidarietà espansiva, cioè quelli volti all’assunzione di nuovi lavoratori, che, pur previsti dalla normativa, non hanno praticamente fino ad ora trovato applicazione consistente[12].

Certamente ci sono problemi: proprio in Germania sono aumentati i working poors anche perché si è esteso il numero di lavoratori part time involontari. Anche in questo caso, però, le statistiche sono illuminanti: tra i lavoratori part time quelli involontari, sempre secondo l’OCSE, erano nel 2012 il 15% in Germania e il 47,2% in Italia. Il part time involontario è molto più diffuso in Italia che in Germania. Si tratta quindi di incentivare il part time volontario, certamente non quello involontario. Inoltre il reddito minore, che nel breve periodo i lavoratori otterrebbero dalle imprese, potrebbe essere sostenuto dalle risorse che si liberano in seguito ad una diminuzione dei sussidi alla disoccupazione conseguente alla crescita dell’occupazione. In un periodo più lungo, i salari potrebbero addirittura crescere, per effetto della diminuzione del tasso di disoccupazione e della conseguente crescita della domanda aggregata.

In ogni caso occorre agire con decisione per aggredire la disoccupazione, pensando out of the box e senza ripetere stanche formule inefficaci e questa è una strada che occorre intraprendere se si vogliono ottenere risultati.

[1] Una versione più breve di questo articolo è stata pubblicata nel Manifesto del 28 gennaio 2014.
[2] L’esplosione della crescita di un tasso di disoccupazione già alto a partire dal 2011 è correlata all’inasprimento delle politiche di austerità e agli effetti della riforma delle pensioni che si sono attuate a partire da quell’anno. Su quest’ultimo punto si veda R. Ciccone, Un falso conflitto generazionale: età pensionabile e occupazione, Economia e politica, 8/09/2011. Va comunque osservato che in Italia le politiche fiscali hanno avuto un segno recessivo per un lungo periodo, indebolendo il sistema economico già prima della crisi reale. Basti pensare, a titolo di esempio, che secondo l’OCSE che tra il 2001 e il 2011 tutti i paesi aderenti a questa organizzazione hanno sperimentato un tasso medio annuo di crescita della spesa pubblica pro capite in termini reali positivo tranne Israele (con un tasso negativo) e l’ Italia (con un tasso pari a zero). Si veda OECD, Government at Glance 2013, OECD Publishing, 2013, p. 75. Peraltro l’Italia è il solo paese tra i 12 dell’area euro iniziale che ha sperimentato dal 1991 al 2013 un solo anno, il 2009, in cui l’avanzo primario del bilancio dello stato è stato negativo (dati AMECO). Dopo l’Italia vengono il Belgio e la Finlandia, con cinque anni di avanzo primario negativo. In Germania l’avanzo primario è stato negativo in sette diversi anni.
[3] Basti pensare che nel il 2013 il nawru, non accelerating wage rate of unemployment è stato, secondo l’AMECO, in Italia il 10,35%. Il tasso è salito molto rispetto al pur alto 7,41% del 2007.
[4] Si veda ad esempio l’interessante libro di D Baker e J. Bernstein, Getting Back to Full Employment. A better Bargain for Working People, Center for Economic and Policy Research, Washnigton, 2013.
[5] Si veda OECD, Government at Glance 2013, OECD Publishing, 2013, p. 103.
[6] La letteratura sull’orario di lavoro è molto vasta. Qui si rimanda a J. C. Messenger (2011), Working time trends and developments in Europe, Cambridge Journal of Economics, 35, 295-316. In generale la letteratura si basa sui dati relative all’orario settimanale piuttosto che sulle ore lavorate in  media in un anno per persona.
[7] Si riporta, in questa come nelle successive tabelle, il dato dell’ area euro a 12 perché è per questo aggregato che sono disponibili i dati rilevanti.
[8] E’ curioso notare come invece, secondo i dati OCSE, un lavoratore dipendente negli USA, in Giappone on in Russia, tra gli altri, tenda a lavorare un numero di ore leggermente superiore alla media.
[9] Secondo i dati OCSE nei paesi aderenti alla area euro a 12 la media di ore lavorate dai lavoratori dipendenti rispetto al totale in Francia e in Germania si situa sopra il 94% ma sotto il 95%. Purtroppo i dati OCSE non includono le ore annue medie lavorate da un dipendente italiano. Facendo però il rapporto tra il numero medio di ore settimanali effettivamente lavorate pro-capite riportate dall’ISTAT da un dipendente italiano (34) e il numero medio di ore settimanali di tutti gli occupati (36), si ottiene il 94,4%. Per contro il numero medio di ore settimanali effettivamente lavorate pro-capite dagli indipendenti è pari a 40, con picchi pari a 43 per i lavoratori maschi nel nord-est e nel mezzogiorno.
[10] Per rendere più realistico l’esercizio occorrerebbe considerare molte altre variabili, comprese le ipotesi su come dovrebbe variare il salario. Di per sé l’esercizio indica solo di quanto dovrebbe variare l’occupazione, nell’ipotesi astratta che restino costanti le ore lavorate in totale.
[11] Sull’effetto negativo che la politica dei bassi salari ha avuto nel nostro paese rimando al mio Ascesa e caduta del modello economico italiano, in questa rivista.
[12] Si veda a questo proposito le informazioni contenute nel sito Inps.

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L’industria, gli incentivi e la politica che non c’è

Pubblicato il 26 Ottobre 2009 da admin

Da molti anni la Commissione Europea si adopera per evitare che gli aiuti pubblici alle imprese possano distorcere o dare un vantaggio a particolari soggetti sul mercato. Gli “Aiuti di Stato” sono pertanto divenuti “pratica non gradita” in Europa e per questo sono stati messi sotto osservazione i paesi con maggiore intensità di sussidi al sistema produttivo. Nel mirino dei paesi “sorvegliati” è rientrata anche l’Italia e, a tutt’oggi, l’opinione che il nostro paese sia tra quelli con i livelli di erogazione più elevati, appare relativamente diffusa al di là delle evidenze. In effetti, nel corso di questi ultimi 12 anni l’Italia, dall’essere uno dei paesi maggiormente erogatori di aiuti, è transitata in fondo alla graduatoria dei paesi che sovvenzionano le imprese. Tra il 1996 e il 2007 gli aiuti europei (area euro) in rapporto al Pil sono diminuiti del 50,47%, passando da un’incidenza dell’1,05% ad una dello 0,53%, mentre in Italia lo stesso rapporto è passato dall’1,20% allo 0,33%, con una riduzione di oltre il 300%[1]. La recente indagine condotta dal Met[2] su un campione di 25.000 imprese, consente inoltre di stimare un’ulteriore riduzione di questi flussi per il 2008, proiettando l’Italia su valori inferiori perfino a quelli del Regno Unito, tradizionalmente caratterizzato da livelli minimi di sussidi.

Il capovolgimento della posizione italiana nella graduatoria europea degli aiuti alle imprese è tuttavia solo l’aspetto più tangibile di una questione ben più ampia. Infatti, contrariamente al resto delle principali economie europee, in Italia manca, da lungo tempo, una visione compiuta sulle possibili strategie di supporto alle imprese. La stessa analisi del Met, che da questa “denuncia” parte, reclama l’assenza ingiustificata delle politiche industriali dall’attuale dibattito “politico-giornalistico-economico” nazionale mentre, e proprio con l’incedere della crisi, tali politiche hanno guadagnato attenzione (e terreno) in tutte le maggiori economie industrializzate. La politica per le imprese è così finita per diventare “un tema di politica economica rimosso, quando non […] esplicitamente una forma di intervento pubblico da condannare e a cui si addebitano colpe di ogni natura al di là delle entità reali, delle dimensioni degli interventi e di ogni ragionevolezza o analisi”[3]. E’ importante allora chiarire, nelle sue linee essenziali, i passaggi di un meccanismo perverso per cui, in Italia, l’iniziale disattenzione per le politiche industriali, si è trasformata in ripudio dell’intervento pubblico, quasi al suo passare di scena.

Ai nostri fini può essere utile concentrare l’attenzione sulla questione dell’efficacia delle politiche di sostegno alle imprese che, con buona ragione, potrebbe essere imputata tra le maggiori responsabili dell’abbandono di campo di cui si è detto. Di fronte agli esiti generali di un sistema produttivo che perde piuttosto che guadagnare in competitività e alle valutazioni che ci provengono da recenti analisi quantitative condotte sull’efficacia di diverse tipologie di aiuti[4], lo scenario che emerge è infatti quello di un “apparato” produttivo perlomeno assai poco reattivo agli stimoli che provengono dagli interventi ad esso diretti. In prima battuta, la conclusione potrebbe quindi essere quella che si è provveduto ad eliminare un inutile spreco e che, anzi, in coerenza con questo ragionamento e con risultati che si confermano continuamente insoddisfacenti, sarebbe bene procedere con ulteriori tagli.

In verità, bisogna fare un passo indietro per vedere che la questione si pone diversamente, e per fare questo è necessario porre un quesito fondamentale: gli incentivi sono stati effettivamente progettati come strumenti di politiche finalizzate ad incidere e orientare le scelte delle imprese verso obiettivi economicamente e socialmente rilevanti?

Indagini circostanziate in materia[5] mettono in luce come ciò non sia accaduto e come, piuttosto, l’orientamento delle politiche che si sono andate affermando sia stato di fatto quello di non intervenire a modifica delle caratteristiche del sistema produttivo a cui erano rivolte. Per esemplificare questo passaggio vale la pena richiamare il caso degli incentivi alla R&S e innovazione ai quali è stato assegnato un ruolo centrale per ciò che riguarda le ricadute attese in termini di competitività del sistema produttivo. Particolarmente studiati proprio per la loro valenza propulsiva sull’attività economica[6], questi incentivi non hanno fatto eccezione quanto ad inefficacia, ossia non hanno avuto l’effetto di correggere la bassa intensità di spesa in R&S che caratterizza (patologicamente) l’intero nostro sistema produttivo (nel 2007 lo 0,55% del Pil, contro una media dei paesi di area euro pari a 1,19%). Il punto è però che gli incentivi dedicati all’innovazione hanno avuto come scopo quello di attivare una presunta insufficiente propensione delle singole imprese ad investire in R&S, mentre il problema è altrove. La bassa entità di tale spesa a livello nazionale deve essere infatti ricondotta alla struttura della specializzazione produttiva del sistema industriale italiano in cui è scarsa la presenza di settori “ad alta intensità tecnologica” (caratterizzati da una propensione delle singole imprese nella spesa in R&S fisiologicamente più elevata) e numerosa, quella di settori tradizionali con imprese di piccole e piccolissime dimensioni (la cui più bassa propensione di spesa in R&S condiziona la massa critica della spesa di tutto il sistema produttivo).

L’incapacità delle politiche di sostegno alle imprese di guardare al problema della specializzazione produttiva va comunque oltre le considerazioni espresse nello specifico per la spesa in R&S. Si tratta, infatti, di una incapacità che rende intrinsecamente inefficaci molti degli interventi che possono essere pensati come volano dello sviluppo.

L’attuale clamore che circonda il tema della “riconversione ambientale” dell’economia attraverso la produzione di energia da fonti rinnovabili, con prospettive quasi miracolistiche di recupero della stagnazione economica, ne è un ulteriore emblematico esempio. La cronaca recente[7] ci descrive pittorescamente il fenomeno come “un fiorire di iniziative […] che ricorda la stagione radiofonica dei 1000 fiori, quando nasceva una radio libera praticamente su ogni campanile”. Un boom, questo, che interessa soprattutto l’eolico e il fotovoltaico, e che è sostenuto proprio dalla politica degli incentivi statali. Si tratta della stessa politica che, poco più di un anno fa, la Commissione Europea ha giudicato persino “troppo generosa” se valutata in termini di efficienza[8], mentre il settore si va sviluppando in modo frammentario, con una intensa attività che ruota intorno all’installazione di componenti importati dall’estero, non essendo chiaro quando potrà emergere una reale capacità produttiva in grado di competere sui mercati internazionali così da far leva sulla capacità di crescita del paese.

Ma la disattenzione circa i limiti del nostro sistema produttivo che ha caratterizzato le politiche di sostegno alle imprese manifesta i suoi riflessi negativi anche in raggi d’azione molto più generali. In proposito ci si può riferire ai tentativi di utilizzare la strumentazione fiscale come forma di politica industriale selettiva in grado di premiare gli operatori con comportamenti ritenuti virtuosi e con l’obiettivo di accrescere, per questa via, la competitività dell’industria. A questa famiglia di strumentazione possono essere ricondotte molte iniziative, estremamente diverse per obiettivi dichiarati e modalità operative[9]. La struttura finanziaria del nostro sistema produttivo, che il vasto sistema di piccole e piccolissime imprese sottende, condiziona tuttavia questa tipologia di aiuti[10]. Se indaghiamo il valore netto della produzione delle imprese, osserviamo che il 40% delle società di capitale (SRL e SPA) dichiara un valore negativo o assente. In tal senso, la struttura dei bilanci delle società di capitale dà forma ad un sistema economico fondato su un’economia “grigia”, in cui la possibilità di fare politica industriale appare limitata in ragione di spazi “finanziari” davvero esigui.

L’esperienza descritta ci consente in definitiva di considerare come alla base di quell’inefficacia a cui si è fatto appello per screditare il ricorso alle politiche industriali stia proprio quell’abbandono di “visione” della politica industriale richiamato all’inizio del ragionamento. Un paradosso, questo, che sembra non trovare limiti nella sua capacità di accrescimento. Guardando al Mezzogiorno, notoriamente messo all’indice per essere all’origine di ogni spreco di denaro pubblico, le insufficienze del sistema industriale e dell’intervento pubblico per le imprese, così come se ne è qui discusso, assumono infatti proporzioni ancor più rilevanti[11]. Il circolo vizioso si è ormai però innescato: l’incapacità delle politiche industriali di agire per quello che ora sono, lascia gioco facile nel dimostrare che ogni euro in più speso dallo Stato è un euro sprecato e che, per questo, bisogna “lasciar fare” al mercato.

 

* ENEA, Ufficio Studi

 

[1] http://epp.eurostat.ec.europa.eu/tgm/table.do?tab=table&init=1&language=en&pcode=tsier100&plugin=1
[2] Met, Imprese e politiche in Italia, Roma, 18 settembre 2009.
[3] Ibid., cit.
[4] Si rimanda in proposito al volume: de Blasio G., Lotti F., (a cura di), La valutazione degli aiuti alle imprese, Il Mulino, 2008.
[5] Si veda per questo anche Met, Stato e imprese, Donzelli, 2008.
[6] de Blasio G., Lotti F., op. cit.
[7] Leone L., “Il verde che forse verrà”, Milano Finanza, 15 agosto 2009.
[8] I dati di riferimento di tale valutazione sono presenti in OPT-RES – Assessment and optimisation of renewable energy support schemes in the European electricity market. Final Report, Karlsruhe, February 2007.
[9] La riduzione delle aliquote contributive (cuneo fiscale), l’abbozzo di introduzione di Zone Franche (con dotazioni finanziarie risibili), le richieste di riduzione selettiva delle aliquote fiscali, la concessione di crediti di imposta a valere su investimenti o sulle spese in Ricerca e diversi altri “accenni” di politica.
[10] Bellinazzo M., Roscini Vitali F., Società e patrimoni. Pochi capitali per uscire dalla crisi, Il sole 24 ore, 26 luglio 2009.
[11] Si veda nuovamente Met, Imprese e politiche in Italia, op. cit.

 

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