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Un governo “maledetto”

Pubblicato il 06 Novembre 2012 da admin

L’azione del governo Monti è riassunta dall’andamento del tasso di disoccupazione negli ultimi 12 mesi (il grafico a lato e l’analisi successiva si basano su dati Istat).

Il numero dei disoccupati si è accresciuto del 40%, cioè di oltre 750.000 unità. Il 60% sono persone che hanno perso la precedente occupazione. Nel secondo trimestre 2012, gli occupati a tempo pieno sono risultati inferiori di 439.000 unità rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno, sostituiti, secondo l’ISTAT, da circa 391.000 occupati a tempo parziale (in grande misura involontariamente). Nello stesso periodo, il numero degli occupati dell’industria in senso stretto ha registrato un calo di oltre 100.000 unità, concentrato nelle imprese di medio-grande dimensione. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni sale dal 27,4% (II trimestre 2011) al 33,9%, con un picco del 48% per le giovani donne del Mezzogiorno. Nel II trimestre 2012 il PIL è diminuito del 2,6% rispetto al II trimestre 2011. La spesa delle famiglie (in termini reali) si è ridotta del 3,7%. Gli investimenti fissi lordi si sono ridotti del 9%. Il valore aggiunto dell’industria è caduto del 6% (-5,6% industria in senso stretto, -6,5% le costruzioni). Anche i servizi (commercio, alberghi ecc.) si riducono (-3%), solo credito, attività di intermediazione immobiliare e servizi professionali registrano una (modesta) crescita. Un confronto fra gli stessi trimestri per la spesa pubblica mostra che nel complesso le uscite sono aumentate di 1,3%, ma si sono ridotti (-1,7%) i redditi dei dipendenti pubblici e le uscite in conto capitale  (-11%). Quasi l’intero aumento della spesa pubblica è dovuto ad un aumento (12%) del pagamento per interessi sul debito pubblico. E in effetti il debito pubblico, nonostante l’aumento della pressione fiscale, è aumentato sia in termini assoluti (circa 60 miliardi al luglio 2012 rispetto all’ottobre 2011) che in rapporto al PIL.

Questi sono crudi fatti, gli esiti della scelta di austerità fatta da questo governo, e ci sembra ridicolo consolarsi immaginando che senza quella politica le cose sarebbero andate ancora peggio. Il quadro rappresentato è quello di un vero disastro, che va peggiorando. Il presidente del consiglio sostiene che a partire dalla seconda metà del prossimo anno le cose miglioreranno, ma quale credibilità può avere questa “previsione”, sia per la sua vaghezza, sia per il fatto di venire da un governo che – a decreto “Salva Italia” già approvato – sosteneva che il PIL nel 2012 si sarebbe ridotto dello 0,6% – sottostimando di 4 volte l’effettiva caduta? Quanto ad uso spregiudicato della propaganda, i “tecnici” non hanno nulla da invidiare al precedente governo. Con questo disastro la crisi economica mondiale c’entra relativamente poco: in un quadro di commercio internazionale abbastanza debole le esportazioni italiane sono state l’unica componente della domanda a mostrare un sia pur modesto incremento (+1.2%).

La nuova manovra che il governo sta varando adesso sotto forma di un disegno di “Legge di Stabilità”, prevede (ma il dispositivo continua a cambiare di giorno in giorno) l’aumento di 1 punto dell’aliquota ordinaria dell’IVA a partire dal 1 luglio 2013. Questo aumento dell’IVA (un aggravio di più di 6 miliardi di euro su base annua) viene però presentato dal governo come una riduzione, perché la legislazione varata dallo stesso Monti prevedeva che l’IVA nel luglio 2013 aumentasse di due punti percentuali (uno dei quali per il solo secondo semestre 2013). Con la stessa logica, se il governo avesse in precedenza deciso che l’IVA aumentasse di 10 punti dal luglio 2013 oggi potrebbe venire a raccontarci che la sta riducendo di 9 punti. Considerare l’aumento di un punto di IVA come una riduzione serve a dare un segno (leggermente) espansivo alla manovra della “Legge di stabilità”, ma questo è un inganno: qualunque cosa fosse stata decretata prima, ciò che conta è che dal luglio 2013 ci sarà un aumento permanente dell’IVA ordinaria di 1 punto. Il saldo della manovra è quindi nei fatti negativo, di circa 3 o 4 miliardi per il 2013. E’ solo nella perversa logica dell’austerità “imposta” dagli impegni con l’Unione Europea, che un aumento dell’IVA può essere presentato come una riduzione. Si tratta invece di un ulteriore aggravamento della stretta in cui siamo, e quando ancora gli effetti recessivi del pagamento del saldo IMU non si sono sentiti appieno.

La “Legge di Stabilità” è recessiva non solo nel saldo ma anche nella composizione delle variazioni di entrate e uscite. Ad esempio, per le maggiori entrate, oltre all’aumento dell’IVA, il governo intende rendere permanente l’aumento (per circa 1 miliardo) delle accise decretato per far fronte ai danni del terremoto in Emilia; dal lato delle spese, il governo intende ridurre di circa un miliardo la spesa per sanità ed enti previdenziali e assistenziali. Ammesso si trattasse di spesa “cattiva”, esso è un taglio, non una sostituzione con spesa “buona”. E va ricordato che un ventilato aumento di 3 punti di imposizione sui redditi superiori a 150.000 euro annui è rapidamente scomparso dall’orizzonte, eliminato dal fuoco della Confindustria e del partito di Berlusconi, con l’immediata acquiescenza del Partito Democratico. Hanno detto che era dannoso perché faceva ridurre i consumi: è nata così una nuova categoria di keynesiani, i keynesiani d’accatto. E’ vero invece che quel poco di tassazione sui redditi alti ed i consumi di lusso che il “Salva Italia” aveva introdotto ha avuto risultati quasi nulli, ma questo non dimostra certo che sarebbe impossibile ottenerne, se lo si volesse seriamente.

Nella conferenza stampa al termine del consiglio dei ministri in cui il governo ha presentato la “Legge di Stabilità” Monti ha dichiarato: “oggi possiamo cominciare a vedere e toccare con mano che la disciplina di bilancio paga, la disciplina di bilancio conviene”. Ma non si vede dove sarebbe questa convenienza. Naturalmente si possono sempre  tirare in ballo le future generazioni: ma qualcuno deve ancora spiegare come potremmo mai arricchire le future generazioni impoverendoci.

Monti sostiene adesso che il suo governo è più popolare dei partiti. Da dove lo ricava? La presidenza del consiglio ha ereditato i sondaggisti del precedente governo? E’ certo vero che la popolarità dei partiti è vicina allo zero, ma è tutto da dimostrare che ciò sia dovuto solo alle ruberie dei vari Fiorito e gli sia invece estraneo l’appoggio dato da quasi tutti i partiti al governo Monti. In effetti lo stesso Monti ha detto anche che il suo è un governo “maledetto” – in altri tempi sarebbe stato chiamato “governo della fame”. Ma certo esso gode dell’appoggio incondizionato dei principali organi di stampa e del presidente della repubblica (che tra l’altro gli consente di moltiplicare ad libitum il ricorso al voto di fiducia).

La situazione politica è ad uno strano frangente. Il governo sembra dettar legge al Parlamento, i partiti (almeno per ora) abbaiano ma non mordono. Guido Carli (uno che di tecnici e di governi se ne intendeva) ebbe a dichiarare: “Un governo di tecnici o è una trovata qualunquista o è una soluzione sovversiva”. Ci sembra che la fase qualunquistica della trovata si sia esaurita.

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La decrescita infelice del governo Monti

Pubblicato il 26 Ottobre 2012 da admin

Tra l’anno passato e quello in corso sono ben cinque le manovre[1], dei governi Berlusconi e Monti, che hanno aumentato le entrate e tagliato la spesa pubblica, con un impatto complessivo sul triennio 2012-2014 pari addirittura a 120 miliardi di euro (Banca d’Italia). A queste manovre si aggiunge la nuova Legge di Stabilità che rimodula una parte degli interventi pregressi per un valore pari a quasi 13 mld di euro, con un ulteriore contributo al saldo finanziario di 5 mld.

L’effetto di queste manovre è stato e sarà fortemente recessivo, ed è a dir poco sottostimato da Monti. Infatti, ormai certificato che queste manovre hanno contribuito ad abbattere il Pil nel 2012 almeno di due punti e mezzo, il governo prevede ottimisticamente che già il prossimo anno la caduta dovrebbe arrestarsi (-0,2%). E questo essenzialmente perché – dopo i pesanti cali dei consumi e degli investimenti di quest’anno (stimati, rispettivamente, del 3,6% e del 10,6%) – secondo Monti nel 2013 i consumi si ridurranno appena dello 0,5% mentre gli investimenti dovrebbero già cambiare segno, marcando una prima significativa ripresa (più 0,9%)[2].

Ma le previsioni dei professori al governo non convincono affatto. In realtà, utilizzando stime realistiche circa il moltiplicatore della politica fiscale (che qui opera ovviamente in negativo), nelle condizioni attuali e con le manovre effettuate dal governo è corretto assumere che il valore della produzione nazionale dovrebbe contrarsi nel 2013 di circa due punti percentuali[3].

Ed è importante notare che, nonostante il sacrificio recessivo imposto da queste politiche, l’agognato “risanamento” continua ad essere un miraggio e il peso del debito pubblico non cessa di crescere. D’altra parte, se il PIL prosegue la sua diminuzione è ben facile che  il rapporto debito/PIL cresca: sia perché il denominatore diminuisce, sia perché una contrazione del PIL frena la crescita delle entrate fiscali, contribuendo anche per questa via a peggiorare le condizioni della finanza pubblica. Certo, la pressione fiscale è prevista in aumento, passando dal 44,7% del 2012 al 45,3% del 2013. Ma non tutte le entrate hanno lo stesso segno. Le entrate tributarie dirette registrano, infatti, un calo coerente con la dinamica dei redditi (si passa dai  243 mld del 2012 ai 241 del 2013), mentre le imposte indirette crescono (dai 236 mld del 2012 ai 253 del 2013)[4].

E ben poco conta che il governo - almeno parzialmente consapevole dell’effetto depressivo delle manovre sulla domanda aggregata - abbia provato ad accrescere la domanda di consumi, rimodulando leggermente l’Irpef: il piccolo taglio delle aliquote vale poco più di 4 mld nel 2013 e circa 6 e mezzo nel 2014. Ma queste minori tasse sono purtroppo compensate dal resto della manovra. In primo luogo, dalla riduzione delle agevolazioni e delle detrazioni fiscali (maggiori entrate per oltre 2 mld di euro). Poi dalla spending review, che va a recuperare non meno di 20 mld di euro, e dall’aumento dell’Iva di un punto percentuale. E, in conclusione, dagli ulteriori tagli dei trasferimenti agli enti locali (pari a 2,2 mld di euro, a cui si aggiunge il taglio di quasi due miliardi ai ministeri) che prefigurano uno Stato residuale rispetto all’insieme dell’economia del paese. Non bisogna, infatti, dimenticare che la spesa primaria dell’Italia è tra le più contenute dei paesi di area euro, e alle tasse pagate già corrisponde una quantità e qualità di servizi assolutamente insoddisfacente.

Insomma, il governo è ingessato dalla sua politica di austerità che pone drastici saldi obiettivo di finanza pubblica e in particolare il pareggio di bilancio (strutturale)[5]. Nulla di nuovo, dunque, sotto il cielo del governo Monti. La Legge di Stabilità conferma l’impronta conservatrice di una politica che genera decrescita, disoccupazione e smantella quel po’ che rimane dello stato sociale. Aspettando che le misure legate all’applicazione del fiscal compact – che dovrebbero accelerare l’abbattimento del debito pubblico – facciano il resto.

 

 

[1] Il d.l. n. 98 del 2011; il d.l. n. 138 del 2011; la Legge 12 novembre 2011, n. 183, che è poi la Legge di Stabilità per il 2012; il d.l. n. 201 del 2011; il d.l. n. 95 del 2012, meglio noto come spending review.
[2] Tra il quadro a legislazione vigente e programmatico del DEF (documento di programmazione economico e finanziaria) si osserva una minore riduzione dell’indebitamento netto e una contrazione del saldo primario. L’indebitamento netto passa, infatti, dall’1,6% a legislazione vigente per il 2013, all’1,8% del quadro programmatico, mentre l’avanzo primario passa dal 4% al 3,8%.
[3] Sotto questo aspetto più attendibili delle previsioni del governo, ma a nostro avviso ancora ottimistiche, sono quelle del FMI, che ha pronosticato una crescita negativa del PIL per il 2013 pari a -0,7%. Si veda a riguardo: IMF, World Economic Outlook, October 2012. Interessanti le riflessioni sulla frequente sottostima del moltiplicatore della politica fiscale (pp. 41-43).
[4] Nota di aggiornamento del Documento Economia e Finanza 2012, settembre 2012.
[5] Il governo prevede lo 0,9% per il 2012, lo 0,0% per il 2013 e lo 0,2% per il 2014.

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Crisi del debito: cosa dovrebbe fare il governo

Pubblicato il 08 Settembre 2011 da admin

In questi giorni non trovo sui quotidiani o sui siti internet, anche ‘alternativi’, interventi che suggeriscano proposte concrete alternative a quelle del governo, in grado di fronteggiare la crisi corrente del debito italiano, e che non consistano di proposte perché l’Europa e la BCE cambino politica. Nessun altro sembra osare fare quello che prova a fare Sbilanciamoci ogni anno, indicazioni concrete per una manovra di bilancio alternativa (purtroppo la manovra alternativa di Sbilanciamoci per quest’anno è stata superata dagli eventi, anche se varie buone idee in essa vanno mantenute). Critiche alla politica della BCE e alla non volontà europea di creare un vero governo europeo in grado di fare politiche fiscali e monetarie efficaci non mancano; ma su cosa il governo italiano potrebbe e dovrebbe fare adesso, subito, non trovo granché. Quello che sembra emergere anche dagli interventi di economisti non allineati è che le soluzioni si trovano solo a livello di politiche europee; in Italia, sembrerebbe, si può fare molto poco a parte stringere la cinghia, se l’Europa non aiuta; al massimo distribuire in modo un po’ più equo le sofferenze. (Il PD sembra essere del tutto su questa lunghezza d’onda, a giudicare ad esempio dalla timidezza delle reazioni di Stefano Fassina alle proposte governative, nell’intervista sul Fatto Quotidiano del 6 agosto.) Ma è davvero così, o vi è in alcuni una autocensura che porta a non indicare cosa si potrebbe fare di alternativo perché lo si ritiene politicamente impossibile? Sono sempre stato contrario a che non si enuncino affatto delle proposte solo perché si pensa che non vi sia lo spazio politico perché quelle proposte siano seriamente considerate. Almeno una parte delle persone finisce per non rendersi conto che delle alternative ci sono, e che magari col loro sostegno politico potrebbero avere una chance. Vorrei sollecitare coloro che hanno ben più competenze di me (che sono economista teorico) su questioni di debito pubblico e di stato di salute dell’economia italiana a provare a indicare molto concretamente cosa sarebbe necessario fare – per quanto radicale – per uscire da questa crisi del debito pubblico italiano senza far aumentare la disoccupazione e la povertà a livelli vertiginosi, assumendo una scarsa volontà dell’Europa di aiutare. Provo a cominciare io, ma, conscio dei miei limiti, solo pour encourager les autres.

Il problema centrale del rientro da un debito pubblico elevato è noto: se lo stato o le amministrazioni locali aumentano la pressione fiscale o riducono la spesa pubblica, fanno diminuire la domanda aggregata inducendo una riduzione delle entrate fiscali che può ridurre di molto la riduzione del deficit pubblico. (Incidentalmente, non è solo il debito dello stato italiano che va considerato, ma anche quello di regioni, province e comuni, che è anch’esso parte del debito pubblico a tutti gli effetti; il problema dunque è ancora più serio di quanto non si dica.) Inoltre la riduzione della domanda aggregata riduce il tasso di utilizzo degli impianti e le prospettive di aumento delle vendite, scoraggiando gli investimenti; si può innescare una interazione acceleratore-moltiplicatore che può fare ulteriormente diminuire la domanda aggregata e dunque le entrate fiscali. Esistono modelli econometrici keynesiani che permettono di stimare sia pure in modo rozzo la grandezza di questi effetti, sarebbe importante che queste stime venissero diffuse. Inoltre la riduzione degli investimenti rende l’economia meno competitiva perché sono i nuovi investimenti che incorporano le tecnologie più recenti, dunque meno investimenti vuol dire struttura industriale in media sempre più vecchia e dunque in media sempre meno produttiva rispetto a quella delle altre nazioni, dunque maggiore difficoltà a reggere la concorrenza internazionale, tendenza delle esportazioni a diminuire, ulteriore effetto di rallentamento della domanda aggregata e di riduzione del gettito fiscale.

Bisogna quindi trovare il modo affinché anche l’Italia si comporti come un singolo individuo. Quando un normale individuo si trova con debiti da pagare, cerca di lavorare di più per aumentare il suo reddito e così avere i soldi per ripagare il debito. Bisogna trovare il modo per far sì che l’Italia produca di più, tutto l’opposto di quello che la manovra di Tremonti causerebbe. E farlo celermente, in modo che la porzione di debito pubblico rinnovata a tassi d’interesse elevati resti piccola. Visto il quadro europeo, bisogna chiedersi cosa l’Italia può fare da sola al riguardo.

Il primo modo indicato a tal fine dalla teoria economica ragionevole è il teorema di Haavelmo o ‘del bilancio in pareggio’. Un aumento della spesa pubblica accompagnato da un pari aumento del prelievo fiscale fa aumentare il PIL; ad esempio se la propensione marginale e media al consumo dal reddito disponibile (PIL meno prelievo fiscale) è c=0,8, e se la propensione marginale e media a importare è q=0,3, numeri non lontani dalla situazione italiana, allora il moltiplicatore della spesa pubblica con bilancio ‘in pareggio’ (o meglio con aumenti della spesa pubblica accompagnati da pari aumenti del prelievo fiscale) è (1–c)/(1–c+q)=0,4. Ma allora si può aumentare la spesa pubblica e aumentare un po’ di più il prelievo fiscale, e si otterrà sia un aumento anche se più piccolo del PIL, sia una riduzione del deficit. Se l’aumento del prelievo fiscale non è ottenuto con imposte una tantum – e non può esserlo se non marginalmente, giacché l’espansione della spesa pubblica deve essere duratura – vi è una difficoltà: l’aumento della spesa pubblica e di conseguenza dei redditi deve essere previsto in modo che la produzione e i redditi comincino ad aumentare in anticipo rispetto all’aumento della spesa pubblica, altrimenti se è la spesa pubblica che deve dare inizio al processo di moltiplicazione del reddito essa deve precedere l’aumento di gettito fiscale e dunque va finanziata con ulteriore indebitamento. Essendo praticamente impossibile che i nuovi occupati possano spendere di più già prima di essere assunti, possono essere solo le imprese a spendere addirittura in anticipo rispetto all’aumento della spesa pubblica. L’indicazione dunque sembra essere chiara: l’aumento di spesa pubblica deve essere rivolto a investimenti che inducano imprese a investire addirittura prima che cominci l’erogazione della spesa pubblica. Imprese pubbliche, perché no – l’avversione generalizzata alle imprese pubbliche non ha alcuna base né teorica né empirica, riflette solo gli interessi del capitale privato. Questi investimenti devono ovviamente essere redditizi su periodi di tempo lunghi, dunque richiedono una oculata politica industriale, che sappia valutare i campi in cui investimenti industriali possano risultare profittevoli; bisogna creare teams di esperti che sappiano apprendere dalle esperienze positive all’estero, come quella giapponese o quella della Corea del Sud. Lo sviluppo di modi di sfruttare energie alternative è un esempio di campo che viene in mente. (Sergio Cesaratto mi informa ad esempio che lo scorso anno l’Italia ha importato pannelli solari per 10 miliardi da Germania e Svizzera; ci vorrebbe molto a produrli in Italia?) Inoltre le imprese che questa spesa pubblica faranno nascere o espandere devono essere vincolate a restare in Italia per molti anni. Sulla capacità di creare imprese competitive a livello mondiale non sottovaluterei le potenzialità italiane, nonostante il grande mal parlare che si fa dell’università italiana le competenze che essa produce non sono inferiori a quelle che producono i sistemi universitari di altre nazioni, non bisogna confondere le poche università anglosassoni di elite con il prodotto medio, e la fuga di cervelli dall’Italia suggerisce che probabilmente il numero di persone molto brave prodotte dalle università italiane non è di molto inferiore a quello estero in percentuale, solo che è sparpagliato e dunque meno visibile. Quel che appare invece importante è creare sistemi efficaci di controllo sulla efficienza delle scelte compiute, bisogna evitare che le imprese favorite dalla spesa pubblica diventino carrozzoni clientelari. Qui bisogna escogitare nuovi sistemi di controllo popolare, io sarei per rappresentanti del popolo eletti direttamente, indipendentemente dai partiti, per periodi brevi (non superiori a due anni) e non rinnovabili, e pagati solo poco più di quanto guadagnavano (con diritto a tornare al posto di lavoro precedente), che abbiano il diritto di sedere nei consigli di amministrazione delle imprese e delle banche e riportare al pubblico tutto ciò che queste fanno.

La spesa pubblica dovrebbe seguire anche un altro criterio: ridurre drasticamente le sue componenti che si rivolgono a ditte estere. Questa riduzione non causerebbe riduzioni di reddito e occupazione in Italia. Dunque è sacrosanta anche per questo motivo la proposta di Sbilanciamoci di non comprare i caccia statunitensi che comporterebbero una spesa di 15 miliardi di euro. Ma devono esservi altre spese riducibili di questo tipo. Se in Italia non esistono produttori competitivi con quelli esteri per certi prodotti, lo stato dovrà intervenire affinché nascano.

L’aumento del gettito fiscale complessivo considerato nel teorema di Haavelmo richiede un aumento della sua quota del PIL, ma non di grande entità. Supponendo PIL=C+I+G+Esp–Imp e supponendo Esp=Imp e le propensioni marginali già indicate, per avere il bilancio in pareggio quella quota deve essere t=[G(1–c+q)]/[I+Esp+G(1–c)]; se I è il 20% del PIL, Esp il 30%, G il 50% (di nuovo, percentuali non lontane dalla realtà italiana) si ottiene t=5/12≈42%; un aumento di G del 10% (che è enorme) che lasci I e Esp invariati comporta t≈45%, un aumento del 3%, molto meno degli aumenti contemplati da Tremonti, e inoltre si può presumere che gli investimenti aumenterebbero, riducendo l’aliquota fiscale necessaria. L’aumento delle aliquote ufficiali potrà non essere necessario se un aumento della lotta all’evasione fiscale comporterà un aumento sufficiente del gettito fiscale. (Un invito ai colleghi che si occupano di analisi costi-benefici: sarebbe interessante una stima dei costi e dei benefici dell’aumentare il personale statale dedicato alla repressione dell’evasione fiscale, invertendo l’orribile direzione della politica del governo al riguardo, denunciata da una lettera a Repubblica il 10 agosto.) In ogni modo l’aumento della pressione fiscale deve essere effettuato in modo da scoraggiare il meno possibile i consumi; devono essere i risparmi a essere tassati, in particolare quelli dei più abbienti, che quasi certamente non ridurranno affatto i loro consumi (e la cui quota del reddito nazionale è molto aumentata nell’ultimo decennio). L’ideale sarebbe riuscire ad aumentare la propensione marginale al consumo e con essa il moltiplicatore; una politica chiaramente intesa a stimolare la crescita e l’occupazione molto probabilmente avrebbe qualche effetto in questa direzione, giacché farebbe aumentare in media il reddito atteso.

Queste politiche, facendo aumentare la domanda, farebbero ovviamente aumentare il disavanzo estero, ma non vedo motivo per preoccuparsi per ciò. In primo luogo, poiché la politica statale se ben fatta farebbe aumentare gli investimenti e la competitività dell’economia, questo aumento del disavanzo estero sarebbe solo temporaneo. In secondo luogo, l’aumento del disavanzo estero corrisponderebbe ad aumento dell’indebitamento privato rispetto all’estero delle imprese non finanziarie, o di banche che hanno fatto prestiti a imprese non finanziarie (e non verso consumatori o altre imprese finanziarie); l’esempio di Irlanda e Spagna non può essere usato come prova che l’indebitamento verso l’estero in quanto tale è considerato dai mercati come analogo al debito pubblico, in entrambe queste nazioni il problema era la fragilità del settore bancario dovuta ai titoli tossici, problema molto minore in Italia; un indebitamento sull’estero che direttamente o indirettamente provenga da imprese solide con prospettive di aumento delle vendite non vedo perché dovrebbe spingere i mercati alla sfiducia verso l’Italia, sarà una (piccola) parte del complesso di considerazioni che influenza il cambio dell’euro.

Non è dunque per via del vincolo estero ma per stimolare la domanda interna che andrebbero contemplati interventi (in ogni caso utili anche a ridurre il disavanzo estero) intesi a spostare la domanda interna di più su beni prodotti in Italia, aumentando le esportazioni e riducendo le importazioni. Qui il vincolo principale all’uso di dazi, tariffe e sussidi secondo i dettami tradizionali della teoria dell’economia internazionale (quella sensata, keynesiana) è costituito dagli accordi europei. La mia proposta è molto semplice: violarli se necessario, senza paura. (Ad esempio, tassare le automobili di lusso: le Mercedes, BMW, Saab…) Come Francia e Germania hanno violato le disposizioni di Maastricht sul deficit massimo e non sono state espulse dall’Unione Europea, anche l’Italia potrà violare le disposizioni europee adducendo che è più importante ridurre la disoccupazione e onorare i debiti, e non sarà espulsa. Al massimo riceverà una multa. Una multa piccola potrà essere pagata senza problemi, una multa grossa non andrà pagata e basta. Finché un vero governo europeo non esiste, bisogna sfruttare l’inesistenza di un vero potere europeo sanzionatorio. Questo è importante anche rispetto alle regole di Maastricht che mirano a minimizzare la possibilità che i governi facciano politiche industriali, una totale idiozia. Se non c’è un governo europeo centrale che faccia politiche fiscali e industriali per risolvere i problemi delle sue regioni/nazioni, devono pensarci le regioni/nazioni stesse.

L’avviamento di politiche come quelle qui considerate avrebbe un immediato effetto calmante sui mercati finanziari, in quanto farebbe intravvedere finalmente una crescita del PIL italiano e dunque una prospettiva di riduzione del rapporto debito/PIL. La non riduzione dei servizi essenziali forniti dallo stato ridurrebbe anche la pressione agli aumenti salariali, altrimenti inevitabile per la necessità di procurarsi privatamente (a costi più alti) i servizi sanitari, assicurativi, di istruzione ecc. non più forniti dallo stato o dalle amministrazioni locali.

 

* Professore ordinario nell’università di Siena.

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Federalismo fiscale: studio di economiaepolitica.it, più tasse per i lavoratori

Pubblicato il 29 Ottobre 2010 da admin

(AGI) – Roma, 28 ott. – Il federalismo e’ destinato a produrre un aumento della pressione fiscale sui lavoratori a reddito fisso. Lo evidenzia uno studio per la rivista economiaepolitica.it dell’economista Domenico Moro, in cui si analizza il decreto legislativo in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario, approvato recentemente dal Consiglio dei ministri, che si muove sulla strada di una politica fiscale che negli ultimi anni ha visto la riduzione del “numero degli scaglioni dell’Irpef nazionale, le addizionali Irpef regionali e l’aumento della tassazione indiretta, cioe’ sui consumi”.
Secondo lo studio con il federalismo si avra’: “1) Aumento delle tasse, poiche’ il decreto prevede la possibilita’ per le amministrazioni locali di aumentare ancora la tassazione diretta ed e’ falso che i primi due scaglioni di reddito sarebbero stati esentati dall’aumento. L’art. 5, al comma 2, dice che ‘la maggiorazione oltre lo 0,5 per cento non deve comportare aggravio, sino ai primi due scaglioni di reddito’. Se ne ricava che una maggiorazione entro lo 0,5% e’ prevista per tutti. 2) Redistribuzione del reddito nazionale a favore delle imprese.Infatti, la tassa sui redditi da lavoro dipendente, l’Irpef, aumentera’, e’ prevista la riduzione e finanche l’azzeramento dell’Irap, che per altro non e’ propriamente definibile una tassa, ma rappresenta una parte del salario, quella ‘indiretta’, pagata in servizi pubblici. 3)Riduzione della progressivita’ della tassazione. Col federalismo fiscale aumentera’ l’importanza dell’Iva e delle altre imposte indirette, come l’accisa sulla benzina e la tassa automobilistica, perche’ queste dovranno compensare la soppressione dei trasferimenti dello Stato centrale alle Regioni”.
In questo modo, conclude lo studio di economiaepolitica.it: “Aumentera’ il gap tra salari e profitti; aumentera’ il gap tra regioni del Sud e del Nord; la sanita’ pubblica sara’ gravemente ridotta. Ci sara’, dunque, una spinta a diminuire le tasse alle imprese e si compensera’ il taglio alle aziende con la riduzione dei servizi e/o con l’aumento dell’addizionale Irpef e delle tasse sui consumi, anche perche’ il taglio dell’Irap e’ a carico esclusivo delle Regioni”. (AGI)

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Federalismo fiscale, chi paga?

Pubblicato il 26 Ottobre 2010 da admin

Il problema della pressione fiscale è molto avvertito nel nostro Paese, soprattutto per il peso eccessivo a carico dei lavoratori dipendenti e dei redditi più bassi. Sotto questo aspetto gli interventi recenti non hanno migliorato le cose, preoccupandosi di ridurre il numero degli scaglioni dell’Irpef nazionale, introdurre addizionali Irpef regionali e aumentare la tassazione indiretta, cioè sui consumi.

La riduzione a cinque degli scaglioni Irpef ha limitato la progressività della tassazione diretta, quella sui redditi, che pesa sui lavoratori dipendenti. Inoltre, le addizionali Irpef regionali, al contrario dell’Irpef nazionale, non rispettano per nulla il criterio di progressività. Ad esempio, nel Lazio l’aliquota addizionale è dell’1,4% per tutti i redditi. Anche in Veneto c’è una sola aliquota, ma è dello 0,9%. In Piemonte, invece, ci sono tre aliquote che però variano in modo non progressivo. Ad esempio, coloro che hanno un reddito inferiore a 15mila euro pagano lo 0,9%; l’aliquota passa all’1,3% con un reddito oltre 15mila euro e all’1,4% oltre i 22mila euro; ma sempre su tutto l’imponibile e non, come avviene a livello nazionale, solo sulla parte che eccede lo scaglione precedente. Il panorama delle addizionali è insomma una vera giungla, in cui ogni regione adotta criteri propri, aumentando la confusione - anche a causa dell’intricato ventaglio di deduzioni (18) detrazioni (39) ed esenzioni fiscali (46) - e la disparità di trattamento dei cittadini-contribuenti lungo lo stivale.

A tutto questo si è aggiunto l’aumento della pressione delle tasse indirette sui consumi, dall’Iva alle accise, ai pedaggi autostradali. Scegliere di aumentare le tasse indirette appare un buon escamotage per governi attenti al consenso, in quanto appaiono più “neutre” e sono meno evidenti agli occhi di chi le subisce rispetto alla tassazione diretta. C’è però un grave neo: non sono progressive cioè pesano ugualmente su tutti, su Montezemolo e su Cipputi, che, quando comprano un prodotto o un servizio, pagano la stessa tassa, pur avendo redditi molto differenti.

Il risultato di queste misure è una tassazione fortemente ingiusta dal punto di vista sociale, ed anche anticostituzionale. Infatti, la Costituzione all’articolo 53 afferma che le tasse devono essere progressive, devono aumentare all’aumentare del reddito.

In un quadro siffatto il dibattito recente ha portato molti a concludere che il federalismo potrebbe allentare la pressione fiscale e risolvere la carenza di servizi-infrastrutture in cui versa il nostro Paese, costringendo la classe politica a più efficienti allocazioni delle risorse. Ma sarà veramente così? O non si rischia di accentuare le inique tendenze della fiscalità degli ultimi anni?

Per appurarlo vediamo cosa prevede lo schema di Decreto legislativo in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario, approvato recentemente dal consiglio dei ministri (D.Lgs. 11/10/2010). In primo luogo, emergono i seguenti punti:

• Aumento delle tasse. Il decreto prevede la possibilità per le amministrazioni locali di aumentare ancora la tassazione diretta. Il tetto dell’addizionale regionale Irpef sarà dell’1,4% fino al 2013, del 2% dal 2014, e del 3% dal 2015 (art. 5, comma 1). A questo proposito è falso quanto riportato da alcuni giornali, secondo cui i primi due scaglioni di reddito sarebbero stati esentati dall’aumento. In realtà, sempre l’art. 5, al comma 2, dice che “la maggiorazione oltre lo 0,5 per cento non deve comportare aggravio, sino ai primi due scaglioni di reddito”. Se ne ricava che una maggiorazione entro lo 0,5% è prevista per tutti.[1]

• Redistribuzione del reddito nazionale a favore delle imprese. Mentre la tassa sui redditi da lavoro dipendente, l’Irpef, aumenterà, è prevista la riduzione e finanche l’azzeramento dell’Irap, la “tassa” pagata dalle aziende per la salute di chi lavora. Fra l’altro è falso che l’Irap non può essere ridotta se viene aumentata l’Irpef, perché all’articolo 4 comma 3 si dice solo che, in caso di riduzione dell’Irap, l’aumento dell’Irpef non può superare lo 0,5%. È da notare, infine, che l’Irap non è propriamente definibile una tassa. Rappresenta il vecchio contributo alla assistenza sanitaria dei lavoratori che nel 1997 venne inclusa, insieme ad altre voci, nell’Irap. Si tratta in pratica di una parte del salario, quella “indiretta”, pagata in servizi pubblici.

• Riduzione della progressività della tassazione. Col federalismo fiscale aumenterà l’importanza dell’Iva e delle altre imposte indirette, come l’accisa sulla benzina e la tassa automobilistica, perché queste dovranno compensare la soppressione dei trasferimenti dello Stato centrale alle regioni (articoli 14 e 15). Con l’Iva, ad esempio, si alimenterà il fondo perequativo per le spese regionali (art. 11, comma 5). Si viene così a creare un meccanismo che spingerà ad incrementare proprio la tassazione sui consumi, ovvero la tassazione per eccellenza non progressiva.

Quali saranno le conseguenze sociali del federalismo fiscale? Saranno gravi da almeno tre punti di vista:

• Aumenterà il gap tra salari e profitti. Negli ultimi venticinque anni l’8% della ricchezza nazionale si è spostato dai salari ai profitti[2]. Con il federalismo fiscale il divario si allargherà. Il salario diretto verrà decurtato con l’aumento del tetto dell’addizionale Irpef e quello indiretto con la riduzione dei servizi pagati con l’Irap. Nello stesso tempo i profitti, sgravati interamente o parzialmente dall’Irap, aumenteranno. Il divario si aggraverà - è bene precisarlo - anche al Centro-Nord, proprio perché le regioni con meno difficoltà di bilancio e con l’addizionale Irpef allo 0,9%, saranno maggiormente invogliate a favorire le imprese, tagliando l’Irap, e a compensarla, aumentando l’addizionale Irpef.

• Aumenterà il gap tra regioni del Sud e del Nord. Non solo in termini di divario nella qualità dei servizi e nella disponibilità di infrastrutture. C’è un altro aspetto che non è stato considerato: la riduzione e ancor di più l’abolizione dell’Irap faciliteranno l’attrazione degli investimenti. E, dal momento che solo le regioni con bilanci in attivo, cioè quelle più ricche del Nord, potranno farlo, il Sud subirà un’ulteriore riduzione dell’afflusso dei capitali e una accentuazione della fuga già consistente della produzione verso il Nord. Il Pil del Mezzogiorno, sceso nel 2009 al livello minimo dall’Unità d’Italia (23,2% sul totale nazionale)[3], rischia un ulteriore tracollo.

• La sanità pubblica sarà gravemente ridotta. Con il federalismo si potrà ridurre l’Irap solo se i conti sono in regola e/o in presenza di tagli massicci alla spesa, ovvero con la riduzione del servizio. Già oggi si stanno chiudendo reparti e interi ospedali, con il federalismo fiscale ci sarà una vera ecatombe. Molti territori di provincia saranno costretti a fare capo alle strutture sopravvissute lontane decine di chilometri, con tutto ciò che ne consegue. Molti lavoratori rimarranno senza assistenza, con il non trascurabile effetto che la sanità privata avrà più spazi.

Ci sarà, dunque, una spinta a diminuire le tasse alle imprese, che è il vero obiettivo del federalismo, ed è per questa ragione appoggiato da Confindustria. Di conseguenza, si compenserà il taglio alle aziende con la riduzione dei servizi e/o con l’aumento dell’addizionale Irpef e delle tasse sui consumi, anche perché il taglio dell’Irap è a carico esclusivo delle regioni (art.4, comma 2).

Il vero nodo della fiscalità italiana è la più alta evasione fiscale d’Europa, stimata in 100 miliardi di euro, ovvero il 7% del Pil, un dato superiore al deficit pubblico, che ammonta al 5,2%. I maggiori responsabili dell’evasione sono gli industriali (32%), e l’incremento maggiore degli evasori nel 2010 si è registrato al Nord, in particolare nelle virtuose Lombardia (+10,1%) e Veneto (+9,2%)[4]. La questione fiscale è e diventerà sempre più importante nel nostro Paese e in generale nei Paesi più avanzati. Naturalmente è questione cruciale nella determinazione del salario reale complessivo, riguardando il salario indiretto ed il welfare, che è sotto attacco in tutta la Ue. E poi, con il permanere della crisi e la pressione dei mercati a ridurre deficit e debiti pubblici, la spinta ad aumentare le tasse rischia di essere sempre più forte. Quindi, decidere chi e in che misura deve pagare le tasse sarà decisivo.

* Economista, consulente Filmcams-Cgil.

  
 [1] Bisogna, inoltre, considerare che, al di là dei primi due scaglioni Irpef, il cui limite massimo è stato abbassato dal governo Berlusconi da 29 a 28mila euro lordi, l’aumento colpisce molti lavoratori. Infatti, 28mila euro corrispondono a poco più di 1400 euro per 14 mensilità di un lavoratore single o a 1500 euro per un lavoratore con coniuge e un figlio a carico. Quindi, percepire  importi di 1500 euro o di 1600 euro, non certo redditi da nababbi, comporta il ricadere in aumenti al di sopra dello 0,5%.
[2] L. Ellis – K. Smith, The global upward trend in the profit share, Bank for International Settlements, luglio 2007. Vedi anche M. Ricci, Il declino degli stipendi, la Repubblica, 3 maggio 2008, e M. Mucchetti, “Torna il tema della redistribuzione”, Corriere della Sera, 24 agosto 2008.
[3] Per i dati storici vedi di Vittorio Daniele e Paolo Malanima, “Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004)”, Rivista di politica economica anno XCII – serie III, marzo-aprile 2007 fascicolo III-IV, p.267-seguenti. Per il dato 2009 vedi il Sito web dell’Istat, Tabella allegata a Istat -Statistiche in breve, Principali aggregati dei conti economici regionali anno 2009, 28 settembre 2010.
[4] Sportello del contribuente (Contribuenti.it-Associazione contribuenti italiani), Rapporto del contribuente 2010.

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