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Non una authority ma l’acqua pubblica

Pubblicato il 24 Aprile 2010 da admin

Parte la raccolta di firme per il referendum a favore dell’acqua pubblica, indetto dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, e i fautori della privatizzazione moltiplicano le loro rassicurazioni. Costoro infatti precisano che in Italia non c’è un intento di privatizzare le reti, ma la “semplice” gestione dell’acqua, e rispolverano le solite vecchie tesi in materia dei poteri di controllo sui gestori privati di una nuova authority.

Ma procediamo con ordine. Con il decreto Ronchi approvato dal Parlamento il 18 novembre scorso risultano ulteriormente accentuate le privatizzazioni già promosse dal governo Berlusconi con il ben noto articolo 23 bis della legge 133 del 2008 (che spingeva verso la privatizzazione in materia di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica). Il decreto Ronchi impone la gara per l’affidamento dei servizi e stabilisce che le società a partecipazione pubblica quotate in borsa debbano portare la percentuale di proprietà pubblica al di sotto del 30%. Inoltre il decreto rende ancora più difficile il ricorso a quelle ambigue scappatoie - uno dei pasticci giuridici all’italiana - che sono le società per azioni di proprietà interamente pubblica. Infatti, gli affidamenti diretti (“in house”) a queste società vengono ora ammessi solo in casi di “situazioni eccezionali”, per il cui riconoscimento serve il parere preventivo dell’Antitrust.

Il decreto Ronchi interviene dunque in un ambito delicatissimo e cruciale per l’interesse pubblico nazionale. Per questa ragione sarebbe stato opportuno che per valutare la congruità del provvedimento si fosse aperta una discussione libera da pregiudiziali e fondata su elementi oggettivi. La letteratura scientifica sugli effetti delle privatizzazioni dei servizi pubblici, del resto, è ormai ampia. Autorevoli studi internazionali mostrano che storicamente le privatizzazioni non hanno assicurato una crescita della quantità e della qualità dei servizi offerti ai cittadini. I medesimi studi inoltre evidenziano che a seguito delle privatizzazioni i meccanismi perequativi si riducono e che le tariffe il più delle volte aumentano, dal momento che i ricavi aziendali devono assicurare non solo la copertura dei costi ma anche un margine di profitto. Ed ancora, diverse analisi rivelano che i meccanismi di liberalizzazione e apertura dei mercati risultano facilmente aggirabili, e che il servizio pubblico locale spesso finisce per assumere i tipici caratteri delle attività protette, che consentono ai capitali privati di godere di profitti elevati nella sostanziale assenza di pressioni competitive esterne. Insomma, il vecchio convincimento secondo cui la privatizzazione dei servizi determinerebbe aumenti dell’efficienza e del benessere collettivo, in realtà non trova riscontro nei dati[1].

In molti paesi di queste evidenze si tiene conto. Fin da prima della crisi - e dopo di essa in misura ancor più accentuata - assistiamo a veri e propri cambi di paradigma, che soprattutto in materia di servizi locali determinano un ampliamento della sfera pubblica. Basterebbe ricordare ciò che è accaduto a Parigi, dove le società private Suez e Veolia, che hanno gestito l’acqua nell’ultimo quarto di secolo, hanno lucrato ampi profitti reinvestendoli nei settori più disparati. I parigini, stanchi di assistere a un continuo peggioramento del servizio e ad una progressiva crescita delle tariffe, hanno chiesto a gran voce la rimunicipalizzazione dell’acqua e il sindaco Bertrand Delanoë ha vinto la campagna elettorale proponendo di tornare alla gestione pubblica dell’acqua.

Il governo italiano si muove dunque in controtendenza rispetto a quanto accade nei paesi più progrediti. Tra l’altro, appare significativa anche la scelta di tempo. Obbligare i comuni a cedere quote di proprietà delle società che erogano servizi pubblici in una fase di generale ribasso dei listini azionari può dar luogo a una vera e propria svendita a vantaggio del profitto di pochi. È preoccupante in questo senso che le reazioni al decreto Ronchi di molti esponenti imprenditoriali siano state improntate al grande apprezzamento per il rinnovato impegno liberista del governo. Soprattutto in una fase difficile e profondamente iniqua come questa, sarebbe stato bene che la parte più viva e lungimirante del mondo imprenditoriale avesse valutato il provvedimento dell’esecutivo con maggior consapevolezza e spirito critico.

A tutto ciò si aggiunge che l’operazione del governo ha anche un carattere fortemente sperequato sul piano territoriale, e ciò evidentemente riflette la “partita” politica - tutta settentrionale - che si è svolta intorno ad essa. Attraverso alcune “soglie”, di competenza dell’Antitrust, il decreto è infatti strutturato in modo tale da far sì che “le briciole” vengono lasciate alle aziende di proprietà pubblica del Nord, per i cui interessi territoriali si è evidentemente battuta la Lega, mentre “la polpa” dei servizi pubblici locali dei principali centri urbani va in appannaggio alle grandi società per azioni e alle multinazionali. In particolare, il Mezzogiorno sembra destinato a cedere pressoché interamente la gestione dei servizi pubblici locali, a cominciare proprio dall’acqua, a grandi imprese esterne al territorio.

Di fronte a questa azione privatizzatrice per troppo tempo le forze del centrosinistra sono apparse inerti, con il Partito Democratico che è risultato manifestamente portatore di interessi al suo interno divergenti, diviso come è tra fautori e critici delle privatizzazioni dei servizi pubblici locali. Ora il Partito Democratico annuncia una proposta di legge di riordino del settore che, riprendendo in buona misura le tesi avanzate dal sito lavoce.info[2], sembra ruotare intorno alla creazione di una nuova authority, che dovrebbe controllare una gestione sostanzialmente affidata ai privati. Vengono quindi rispolverate tesi già avanzate in occasione di passate operazioni di privatizzazione. E va da sé che, anche in questo caso, assisteremmo alla creazione di un altro organismo inutile, del tutto impotente rispetto alle multinazionali dell’acqua, al punto che gli esiti rischierebbero di non essere diversi da quelli del decreto Ronchi. Al tempo stesso, altrettanto discutibili appaiono le altre proposte presenti nel centrosinistra italiano che continuano ad avanzare soluzione ibride, che spingono nella direzione del ricorso a società miste pubblico-private o a formule giuridiche di diritto privato. È vero infatti che negli ultimi anni il ricorso alle spa di proprietà interamente pubblica è stato considerato spesso una soluzione utile per limitare i danni della privatizzatrice legislazione vigente (e su questo punto si è sviluppato un dibattito all’interno stesso dei movimenti per l’acqua pubblica[3]), ma questa soluzione non rappresenta certo l’ideale a cui tendere nel momento in cui si tratta di ridisegnare la normativa sui servizi pubblici locali.

Per tutte queste ragioni, i referendum proposti dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, con l’ampissimo tessuto sociale che lo sostiene, vanno nella direzione giusta. L’approvazione dei tre quesiti referendari, infatti, segnerebbe una straordinaria vittoria politica delle forze critiche verso le privatizzazioni e ci riconsegnerebbe una gestione dell’acqua finalmente affidata a un soggetto interamente pubblico.

 

[1] Si rinvia ad esempio agli studi sulle privatizzazioni britanniche, le più studiate. Tra gli altri i contributi di Massimo Florio hanno dimostrato che gli effetti positivi delle privatizzazioni sono stati sempre modesti o nulli per i consumatori e comunque largamente superati dagli effetti individuali e sociali negativi. A riguardo si rinvia al volume di Florio, The Great divestiture. Evaluating the welfare impact of British privatizations (MIT Press) 2004 e al contributo dello stesso autore nel volume a cura mia e di P. Leon dal titolo L’economia della precarietà (manifestolibri, 2008). Si veda inoltre il contributo di Bruno Bosco, “Privatization, reproduction and crisis: the case of utilities”, in corso di pubblicazione in E. Brancaccio e G. Fontana, The Global Economic Crisis. New Perspectives on the Critique of Economic Theory and Policy (Routledge).
[2] Il riferimento è ad esempio agli articoli di Carlo Scarpa del 18 novembre 2009 e di Antonio Massarutto del 10 dicembre 2009.
[3] In questi anni alcuni comitati hanno sostenuto la possibilità, a legislazione vigente, di sottrarre il servizio idrico all’applicazione dell’articolo 23-bis e della normativa successiva (mediante una delibera del Comune che dichiara il servizio “privo di rilevanza economica”), e quindi l’attribuzione del servizio idrico a un’azienda speciale. Altri hanno ritenuto che a legislazione vigente non sia  praticabile la soluzione dell’azienda speciale, e hanno quindi in tal senso auspicato un mutamento del quadro legislativo nazionale. A riguardo rinvio all’articolo di Carlo Iannello in questa rivista (http://www.economiaepolitica.it/index.php/primo-piano/lacqua-pubblica-sotto-il-vincolo-della-legge/).

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Salari meridionali in gabbia

Pubblicato il 14 Settembre 2009 da admin

La politica per il Mezzogiorno del governo Berlusconi cade in una evidente contraddizione logica. Il progetto di una nuova politica nazionale d’intervento per rilanciare lo sviluppo del Sud è infatti del tutto in contrasto con l’intento ventilato, continuamente annunciato e ritirato, di reintrodurre con legge un meccanismo di retribuzione salariale ancorato al costo della vita, che tenga conto della circostanza che nelle regioni meridionali il livello dei prezzi risulta inferiore al Centro-Nord (del 17% secondo Banca d’Italia).
Se, infatti, il progetto di reintrodurre una agenzia nazionale per il Sud sul modello della Tennessee Valley Authority (come un inedito roosveltiano Berlusconi si è spinto a dichiarare) sembrerebbe strizzare l’occhio ad uno schema di intervento keynesiano, fondato su un programma di lavori pubblici a sostegno della domanda, l’idea di adeguare i salari monetari dei lavoratori meridionali al minor costo della vita agirebbe in senso opposto: contenere i redditi nel Mezzogiorno non può che comprimere la domanda di beni di consumo, aggravando ulteriormente il dato dell’economia locale. Naturalmente, una logica di fondo c’è, non ha nulla a che fare con gli interessi del Mezzogiorno ed è piuttosto legata agli equilibri tra i blocchi di interesse che sostengono il governo. L’introduzione di gabbie salariali, che come è noto costituisce un elemento rilevante del programma leghista, sembra infatti essere il prezzo che Berlusconi potrebbe pagare per far passare l’Agenzia per il Sud, con la quale mettere le mani sulle risorse per il Mezzogiorno, contrastare rischi di nascenti “partiti del Sud” e controllare consensi. Siamo evidentemente molto lontani da quanto occorrerebbe mettere in campo per affrontare il tema del Mezzogiorno come questione nazionale.
Con la proposta leghista, formulata in termini di riduzione dei carichi fiscali sulla contrattazione decentrata nelle aree a maggior tasso d’inflazione, il Paese sarebbe sostanzialmente diviso in macroaree caratterizzate da rilevanti differenze retributive. Ma ad una attenta verifica non c’è alcun elemento sul piano analitico che possa giustificare tale proposta.
In primo luogo, è opportuno precisare che alcuni richiami all’esperienza italiana del passato sono del tutto impropri. In Italia il sistema dei differenziali salariali su base territoriale ha operato tra il 1945 (a seguito dei famosi accordi del 6 dicembre) e il 1969, ed era inizialmente fondato su quattordici aree e poi, dal 1961, su sette. Le gabbie dell’epoca riguardavano essenzialmente la regolamentazione dei minimi salariali in un quadro diretto alla progressiva perequazione retributiva in un Paese che usciva dalla guerra mondiale, dall’esperienza autoritaria corporativa e che presentava straordinarie diseguaglianze nel mercato del lavoro accanto ad un fortissimo grado di concentrazione della contrattazione salariale. Un sistema che all’inizio degli anni Sessanta si presentava ormai fortemente discriminatorio al punto che la sua abolizione - al grido “stessa paga per uguale lavoro” - fu uno dei successi dell’autunno caldo. Oggi se il governo riprendesse sul serio il progetto delle gabbie salariali, pensando di portare indietro l’orologio della storia, si muoverebbe in palese violazione delle norme antidiscriminatorie stabilite dalle convenzioni dell’International Labour Organisation (ILO).
Un secondo ordine di problemi concerne il fatto che almeno dal XVIII secolo gli economisti sanno che un più alto indice territoriale del costo della vita è generalmente effetto di un maggior livello di ricchezza. Non a caso, come rivela la stessa Banca d’Italia, “l’ordine di grandezza dei divari di prezzo Est/Ovest in Germania appare relativamente simile a quello tra Mezzogiorno e Centro-Nord in Italia”. Si tratta insomma di fenomeni tipici di quei paesi che hanno un forte squilibrio territoriale. D’altronde risulta facile comprendere che le dinamiche dei prezzi non possono non riflettere la circostanza che oltre i due terzi (il 68,6%) delle famiglie povere d’Italia risiede nel meridione, che l’incidenza delle famiglie monoreddito è più alta al Sud (47% contro il 41% del Centro-Nord) e che sempre al Sud una famiglia su tre guadagna tra 500 e 1500 euro al mese mentre al Centro-Nord solo una famiglia su cinque è ferma a questi livelli reddituali. Insomma: la diversità nel livello dei prezzi riflette i profondi e notissimi divari di ricchezza tra il Mezzogiorno e il resto del Paese.
A quanto appena osservato si potrebbe replicare che una fetta consistente del mondo del lavoro (a cominciare dall’impiego pubblico) viene trattato alla stessa stregua al Nord e al Sud, con effetto penalizzante per i lavoratori del Nord. Ma anche questa osservazione ad un esame attento risulta non fondata. Per comprendere il punto occorre chiarire che costruire un indice del costo della vita capace di catturare realmente il diverso livello di potere d’acquisto dei salari non è affatto impresa agevole. Recentemente l’Istat ha compiuto un tentativo in tal senso (”Le differenze nel livello dei prezzi fra i capoluoghi delle regioni italiane”) che tuttavia ha una efficacia molto limitata, dal momento che si ferma solo a tre capitoli di spesa che coprono solo un terzo dei consumi delle famiglie. Problematica è anche la scelta della scala temporale, se cioè si fa riferimento ad un determinato istante (il livello dei prezzi in un anno), o se invece si fa riferimento ad andamento dinamico del costo della vita (variazione dei prezzi da un periodo all’altro), e i risultati ottenuti potrebbero essere radicalmente diversi nei due casi, in quanto il Mezzogiorno di fronte a più bassi indici medi del costo della vita, registra un tasso d’incremento dei prezzi più sostenuto rispetto al Centro Nord. Ma il punto centrale che qui è bene richiamare consiste nella circostanza che normalmente per costruire gli indici vengono considerati panieri di beni considerati omogenei per le diverse partizioni del Paese. Ma la verità è che i panieri non sono affatto omogenei, proprio perché nelle aree più povere del Paese molti beni e servizi offerti sono di qualità inferiore. Per chiarire il punto pensiamo ai servizi pubblici, ad esempio al trasporto o alla sanità. È ben noto che nel Mezzogiorno – per un insieme di fattori, inclusa la cronica povertà di infrastrutture – tali servizi sono più scadenti rispetto a quelli offerti nel Centro-Nord con la conseguenza che il meridionale deve spesso andare sul mercato per sopperire alla deficienza dei servizi pubblici. Per questa ragione le indicazioni provenienti da un semplice esame dei livelli dei prezzi possono essere drammaticamente fuorvianti (a riguardo si veda anche l’articolo di Forges Davanzati e Pacella).
Come se tutto ciò non bastasse vi sono molti altri argomenti contro l’introduzione di gabbie salariali. L’esperienza ormai ci ha infatti insegnato che il l’introduzione di differenziali salariali non costituisce un volano per lo sviluppo del Mezzogiorno. Basti pensare agli esiti dei differenziali del costo del lavoro che di fatto hanno operato nel Mezzogiorno con l’introduzione degli sgravi contributivi introdotti con la legge 1089 del 1968 e che non hanno generato alcun beneficio al Sud. E d’altra parte chi può negare che di fatto i lavoratori settentrionali già godono di una retribuzione mensile significativamente più alta dei colleghi del Sud (il 30%, secondo un recente rapporto della Cgia di Mestre)? La verità è che in tanti anche recentemente, con l’approvazione del Trattato di Maastricht, si erano anche illusi che i bassi salari potessero rilanciare l’economia meridionale. L’idea era che il Mezzogiorno avrebbe finalmente potuto sfruttare, con l’introduzione della moneta unica, il vantaggio rispetto alle aree ricche d’Europa che derivava appunto dal differenziale salariale. Purtroppo è stato vero il contrario. Nel Mezzogiorno i bassi salari da un lato hanno progressivamente portato alla contrazione della domanda e dall’altro hanno spinto le imprese ad adagiarsi su una competitività fondata sulla compressione dei costi con rinuncia a qualsiasi forma di investimento. La stagnazione e le ulteriori perdite di quote di mercato sono stati gli esiti delle politiche di bassi salari nel Sud.
Insomma, provvedimenti governativi nella direzione dei bassi salari e delle gabbie salariali non farebbero che appesantire ancora il passo all’economia meridionale. Ma, si sa, la tentazione delle destre è sempre quella: fare dei salari la variabile dipendente dell’economia, la spugna che dovrebbe assorbire tutti i capricci del mercato.

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Fallimento strategico

Pubblicato il 18 Febbraio 2009 da admin

Le dimissioni di Walter Veltroni da segretario del Partito democratico hanno un significato eminentemente politico, ma segnano anche un punto di svolta nella contesa tra paradigmi alternativi di politica economica. Esse ratificano infatti un percorso fallimentare che sarebbe ingeneroso attribuire alla sola volontà del segretario dimissionario, ma che questi ha comunque perseguito con tenacia: la rescissione di ogni legame fra gli eredi del Partito comunista italiano e quella tradizione, che potremmo definire “solidaristico-keynesiana”, che aveva ispirato la redazione delle norme fondamentali della nostra “costituzione economica”.

Quali esse siano è ben noto. L’art. 41 Cost., che – dopo aver affermato che l’iniziativa economica è libera – stabilisce che essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da ledere la sicurezza, la libertà e la dignità umana e demanda alla legge il compito di definire i “piani e programmi” opportuni perché l’iniziativa pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. L’art. 42, che enuncia il diritto di proprietà solo per attribuirgli una funzione sociale e disciplinarla in modo da renderla accessibile a tutti. L’art. 43, che riserva alla proprietà pubblica (ed eventualmente a “comunità di lavoratori”) la produzione e distribuzione di servizi pubblici essenziali o di beni in regime di monopolio naturale o che abbiano preminente interesse generale. L’art. 44, che disciplina la proprietà terriera prevedendo obblighi e vincoli che assicurino equi rapporti sociali.

Ma si debbono aggiungere (e approssimando comunque per difetto) l’art. 36, che assicura al lavoratore una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato e in ogni caso sufficiente a garantire a lui e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa; l’art. 37, che garantisce piena equiparazione fra uomo e donna anche sul lavoro (non senza precisare che il raggiungimento dell’eguaglianza richiede una legislazione di favore per le donne); l’art. 38, che garantisce che siano provveduti i mezzi a chi si trova nell’impossibilità di lavorare per infortunio, malattia, invalidità, vecchiaia e disoccupazione involontaria; e certamente l’art. 39, che istituisce il contratto collettivo nazionale come forma principe per la determinazione della “giusta retribuzione”.

Ebbene, ripercorrendo a ritroso le scelte di politica economica sostenute dalla maggioranza di coloro che del Partito democratico sono stati ispiratori (ossia i superstiti dell’ala cattolico-sociale della Democrazia cristiana e i liquidatori del Partito comunista italiano) è agevole verificare come siano state tutte di segno opposto rispetto al quadro delineato dalla nostra Costituzione. L’adesione acritica – talora perfino ridicola – a tutti i dettami dell’ortodossia economica di ispirazione neoclassica e di segno politico monetarista ha fatto sì che, durante le loro esperienze di governo (incluse quelle immediatamente successive al terremoto politico del 1992), essi hanno provveduto a privatizzare il patrimonio industriale, bancario e produttivo pubblico, depotenziare fino a svilirlo il contratto nazionale di lavoro, comprimere l’area di applicazione della legislazione a tutela del lavoro, abbattere la garanzia pubblica per le pensioni, liberalizzare i prezzi dei mercati immobiliare e mobiliare, imbrigliare entro rigidi paletti quantitativi e “federalisti” le leve collettive della politica fiscale e di bilancio e ridurre consequenzialmente il lavoro pubblico ad un’area di nullafacenti (poco) privilegiati – quasi mai per cattiveria loro, beninteso, ma spesso semplicemente per mancanza di mezzi con cui lavorare. E dall’opposizione, essi hanno contestato i governi in carica solo perché (ed in quanto) non facevano altrettanto.

I risultati di questo lavoro ultradecennale, certificati dalla perdita secca dei salari sul piano distributivo e dal correlativo innalzamento delle quote appropriate dalla rendita (specie finanziaria e immobiliare) e dai profitti, hanno progressivamente eroso il bacino di consenso dell’Ulivo, poi dell’Unione e ora del Partito democratico, fino a ridurlo all’attuale lumicino. Mentre il “bisogno di comunità” indotto dalla feroce dinamica che un mercato concorrenziale assume in una periferia capitalistica, quale indubbiamente è il nostro Paese, ha aperto spazi prima inimmaginabili al voto a destra: un voto pesantemente segnato da Dio, Patria e Famiglia, ma che ai lavoratori, sommersi e non, appare ormai senz’altro preferibile rispetto allo stolido inno alle magnifiche sorti e progressive del capitalismo concorrenziale, al quale credono ormai soltanto gli ultimi giapponesi de lavoce.info.

E’ comprensibile che dal Popolo delle Libertà si levi commosso l’onore delle armi per il segretario dimissionario: nessuno come il capo dell’attuale classe dirigente del Partito democratico ha fatto così tanto per assicurare all’avversario una vittoria così durevole. Altra questione è se quel partito potrà risollevarsi dopo una bancarotta materiale e ideale così pesante: si tratta al momento di una scommessa così aleatoria che si farebbe fatica a trovare un buon credit default swap.

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In pensione più tardi per pagare la crisi? Una replica a Tabellini

Pubblicato il 22 Dicembre 2008 da admin

 

Da tempo la questione  del debito pubblico si situa al centro del dibattito di politica economica nazionale. Ma con il sopraggiungere della recessione, la tematica è divenuta ancor più cruciale per le sorti del paese. Il problema è che fino ad oggi ha prevalso a nostro avviso una lettura distorta del problema, che ha dato luogo a indicazioni di politica economica discutibili e pericolose. Il convincimento dominante è quello secondo cui la politica del bilancio statale dovrebbe fondarsi su drastiche restrizioni finalizzate al rapido abbattimento del rapporto tra debito pubblico e Pil. Persino adesso, nel corso di  una crisi che si annuncia grave, vi è chi si ostina a indicare la via della politica restrittiva. Il prof. Guido Tabellini, Rettore della Università Bocconi, è tra quanti la pensano a questo modo. Suo è l’editoriale apparso in prima pagina sul Sole 24 Ore del 2 novembre scorso, dal titolo “Risparmiare sulle pensioni per finanziare l’emergenza. Nell’articolo Tabellini sostiene che il crescente differenziale tra i rendimenti dei titoli del debito pubblico italiani e quelli tedeschi “è facile da spiegare”. Egli sostiene che, a differenza di quelle tedesche, le garanzie offerte dallo Stato italiano per la solvibilità del sistema finanziario non sono solide: “per via del suo alto debito pubblico, lo Stato italiano non può essere più credibile di tanto”. “In passato - prosegue Tabellini - molti si erano illusi che l’euro fosse sufficiente a proteggerci, e a tenere basso il costo del debito indipendentemente dalle sue dimensioni. Due anni fa, ad esempio, settanta economisti firmarono un appello per indurre l’allora Governo Prodi a non perseguire l’obiettivo di ridurre il rapporto debito/Pil, limitandosi a tenerne stabile il rapporto (il manifesto, 16 luglio 2006). È anche per via di queste illusioni che in passato non abbiamo approfittato delle circostanze favorevoli, come invece hanno fatto altri Paesi europei. Nel 2000 il debito pubblico italiano era il 109% del prodotto interno lordo. Da allora è sceso di soli 5 punti percentuali. Ora paghiamo le conseguenze di questi ritardi”. Il riferimento di Tabellini è all’appello degli economisti per la stabilizzazione del debito pubblico rispetto al Pil consultabile all’indirizzo www.appellodeglieconomisti.com. Il ragionamento di Tabellini prosegue con l’invito a “non abbandonare il percorso di rientro del debito pubblico”, per cui “eventuali provvedimenti di espansione del disavanzo vanno accompagnati da interventi in senso opposto”. E si chiude con l’invito a “uno scambio che è nell’interesse di tutti: più investimenti pubblici e più sostegno ai disoccupati e ai redditi bassi oggi, in cambio di un innalzamento graduale dell’età di pensionamento e di una riduzione futura della spesa pensionistica”.

L’analisi di Tabellini non ci convince. Per questo abbiamo scritto una breve replica che però il Sole -24 Ore alla fine ha preferito non pubblicare. La riproponiamo in basso con l’auspicio che il prof. Tabellini voglia intervenire su “Economia e politica”, o dove meglio ritiene opportuno, e chiarire gli aspetti del suo ragionamento che ci sembrano oscuri e che per esser sostenuti richiederebbero adeguati supporti teorici ed empirici.

Replica a Tabellini
di Riccardo Realfonzo

A quanto pare i venti di crisi riportano alla ribalta la questione del debito pubblico e della scelta dei vari indirizzi di politica economica ai quali ispirarsi per gestirlo. Nell’editoriale del 2 novembre scorso Guido Tabellini esprime un giudizio negativo sull’appello del 2006 di cento economisti italiani contro l’abbattimento del rapporto tra debito pubblico e Pil e a favore di una sua stabilizzazione nell’arco di una legislatura. Secondo Tabellini, infatti, è da proposte di questo tipo che deriverebbero molti degli attuali guai italiani, a cominciare dal rischio di default statale segnalato a suo dire dall’aumento del differenziale tra i tassi d’interesse sui titoli pubblici italiani e i titoli tedeschi. Insomma, ci spiega Tabellini, se non continuiamo ad abbattere il debito pubblico rischiamo la bancarotta. In base a questo suo ragionamento, egli dunque propone che l’inevitabile gestione anticiclica del disavanzo nella fase di crisi venga repentinamente compensata da un ulteriore intervento restrittivo sulle pensioni, e in particolare sull’età di pensionamento.

Il ragionamento di Tabellini appare scarsamente documentato, e dunque allo stato dei fatti molto poco persuasivo. Tra i vari punti oscuri dell’argomentazione di Tabellini ci permettiamo nel poco spazio disponibile di richiamare l’attenzione sul seguente. Sussistendo una vasta letteratura sull’argomento, e non essendovi per quel che ci risulta una ferrea connessione tra rapporto debito/pil e differenziali sui tassi d’interesse, gradiremmo delucidazioni sul punto. A noi pare, infatti, che lo spread sui tassi risponda a numerose sollecitazioni, non ultima quella relativa al grado di competitività nazionale e al connesso andamento della crescita in quanto tale e dei conti esteri. A nostro avviso è esattamente da questa seconda problematica che bisognerebbe far partire ogni discorso sulla sostenibilità della politica economica nazionale, anche perché il tentativo confindustriale di recuperare margini competitivi tramite il reiterato inabissamento dei salari ci pare abbia ormai evidenziato tutti i suoi limiti e la sua inefficacia. Sotto questo punto di vista, d’altra parte, esiste una solida tradizione accademica che propone da tempo, sulla scorta appunto di una proposta alternativa in tema di finanze pubbliche, l’adozione di incisive politiche industriali e infrastrutturali per rilanciare la competitività italiana. Ad ogni modo, e ancor più in una fase nella quale numerosi dogmi economico-finanziari sembrano a dir poco vacillare, sarebbe  d’aiuto al dibattito se gli economisti si preoccupassero di citare dati e ricerche prima di presentare al grande pubblico proposte così impegnative sul piano politico e – almeno a nostro avviso – alquanto ardimentose sul piano scientifico.

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Un fisco progressivo e redistributivo contro la crisi

Pubblicato il 09 Dicembre 2008 da admin

Il ciclo economico ha imboccato il sentiero decrescente da oltre un anno ma è solo a seguito del fallimento di Lehman Brothers, nel settembre scorso, che la recessione ha iniziato davvero a far paura. Abbiamo assistito al collasso di grandi multinazionali finanziarie, crolli di borsa, torsioni violente dei mercati monetari, cadute vertiginose nei prezzi delle materie prime, e per i prossimi mesi si annunciano crisi industriali di portata storica. Nei soli Stati Uniti, in un anno, si sono persi quasi due milioni di posti di lavoro. Contemporaneamente, tanti dogmi liberisti che parevano inviolabili, per anni presentati come leggi ferree dell’economia, hanno mostrato tutta la loro evanescenza. Adesso, tra pudori e imbarazzi, in tanti hanno cominciato a prenderne le distanze. La Commissione Europea si è vista costretta a mettere nel congelatore il Patto di Stabilità, dopo aver più volte dichiarato che quell’accordo avrebbe potuto reggere a qualsiasi situazione. In paesi di solida tradizione liberista vengono praticati interventi e nazionalizzazioni che si sarebbero ritenuti impensabili appena pochi mesi fa. Dappertutto si approntano piani di intervento pubblico di vaga ascendenza keynesiana.
Queste tendenze non indicano necessariamente che a livello internazionale la politica stia agendo bene. Per quanto apparentemente poderosi, gli interventi delle autorità di governo dei vari paesi sono finora apparsi limitati rispetto alla dimensione della crisi, attenti a salvaguardare i vecchi interessi costituiti e soprattutto ancora fortemente scoordinati. Tuttavia è in Italia che l’azione di governo appare drammaticamente inadeguata alle dinamiche in atto. L’esecutivo ha infatti approntato un piano anti-crisi deludente e pericoloso. Il decreto con il quale si vorrebbe fronteggiare la situazione impegna per il 2009 risorse per appena poco più di sei miliardi di euro, nemmeno mezzo punto di Pil. Inoltre, una parte significativa di queste risorse viene semplicemente sottratta a spese già programmate del FAS (il Fondo Aree Sottoutilizzate). Nel complesso la manovra appare risibile sia per la quantità sia per la qualità dei provvedimenti di spesa. In sua difesa, il ministro Tremonti ha ripescato dalla scatola degli attrezzi retorici la questione della tenuta dei conti pubblici, gravati a suo avviso dal fardello del debito. Secondo il ministro, tutti gli interventi anti-crisi dovrebbero essere resi compatibili con la consueta linea di abbattimento del debito pubblico rispetto al Pil. Anche la crescita del differenziale tra i rendimenti dei titoli italiani e quelli tedeschi viene interpretata come una evidenza della fragilità delle nostre finanze e dunque della necessità di proseguire sulla via del cosiddetto “risanamento” dei conti statali. Contro le attese e in spregio alla logica, dunque, Tremonti sceglie per adesso di mettersi sotto una campana di vetro, confermando la politica di bilancio restrittiva che in condizioni molto meno drammatiche già aveva contribuito ad affossare il governo Prodi.
Abbiamo in più occasioni evidenziato che, per quanto diffuso, questo modo di interpretare il problema dei conti pubblici nazionali è superficiale e rischia di essere del tutto fuorviante. La verità è che i differenziali tra i tassi d’interesse stanno aumentando in molti paesi, siano essi caratterizzati da debiti pubblici alti oppure bassi in rapporto al Pil. Nell’area dell’euro, non solo i tassi sui titoli italiani ma anche quelli sui titoli greci, portoghesi e spagnoli sono cresciuti rispetto ai rendimenti tedeschi. Eppure questi paesi presentano debiti statali diversi tra loro e in alcuni casi anche molto contenuti. Non trova dunque sostegno logico l’affermazione secondo cui la crescita relativa dei nostri tassi d’interesse dipenderebbe dall’elevato debito pubblico nazionale. Ciò che piuttosto accomuna questi paesi all’Italia sono i bassi livelli di produttività, quindi gli alti costi di produzione e di conseguenza una scarsa competitività internazionale. Per queste ragioni tutti questi paesi sono esposti alla prospettiva di una crisi ancora più accentuata che altrove e a un forte aumento dei disavanzi nei conti con l’estero man mano che la recessione andrà avanti. Naturalmente, l’asprezza della recessione e il peggioramento dei conti esteri potrebbero effettivamente suscitare dubbi sul valore futuro dei titoli italiani e potrebbero anche favorire una crisi dei conti pubblici. Ma la relazione logica è chiaramente invertita rispetto a quella di Tremonti, e prima di lui di Padoa Schioppa. In questa diversa ottica, per evitare il rischio di un tracollo finanziario dovremmo smetterla di concentrarci sul livello del debito pubblico. Piuttosto, dovremmo interrogarci sul fallimento delle politiche filo-confindustriali di questi anni, che hanno visto pressoché tutti i governi tentare di rimediare alla bassa competitività nazionale a colpi di controlli salariali e di indiscriminate regalie fiscali alle imprese.
Se l’Italia non abbandonerà una linea rigorista controproducente e fuori tempo massimo, e se non investirà massicciamente nell’ammodernamento delle infrastrutture produttive e in un piano organico di politica industriale, allora è possibile che la nostra economia attraverserà una fase di dissesto dei conti, e comunque si troverà dopo la crisi definitivamente relegata tra le estreme periferie d’Europa. Ma non è tutto. Non vi è infatti solo la necessità di reperire risorse per le politiche industriali: è anche indispensabile spostare il costo della crisi dal mondo del lavoro alle classi agiate del Paese. Questa è, si badi bene, un’esigenza che non risponde esclusivamente ad istanze di ordine etico. La crisi ha infatti una delle sue cause profonde nella massiccia sperequazione dei redditi avvenuta nell’ultimo quarto di secolo. Sia in termini di scarto tra i redditi personali, sia soprattutto in termini di divario tra profitti e salari, siamo di fronte ad una forbice che palesemente deprime la domanda. È principalmente questa redistribuzione che ha determinato la tendenziale stagnazione a cui si è assistito in Europa e alla quale si è fatto fronte negli USA, dopo il 2001, con una gigantesca espansione del credito al consumo.
Un processo redistributivo che incrementasse la quota dei salari nel prodotto complessivo sarebbe dunque urgente. Certo, si tratta di una politica lunga e complessa, la cui attivazione dipenderà in gran parte da una nuova tutela del lavoro, sul piano normativo e contrattuale, che interrompa ed inverta un processo che negli ultimi anni ha eroso e distrutto il potere rivendicativo delle lavoratrici e dei lavoratori. Ma sarebbe da subito opportuno mettere allo studio una riforma fiscale in senso fortemente redistributivo: un pacchetto di massiccio recupero dell’evasione, di nuove aliquote sui redditi più alti e sui redditi da capitale e un’imposta sui grandi patrimoni accumulati in questi anni. Si tratterebbe di una riforma per la quale ci sono tutte le condizioni di praticabilità ed efficacia, e che è già stata avviata in altri paesi. In questa ottica, un fisco nuovamente progressivo e realmente redistributivo non verrebbe concepito come l’ennesima versione della politica restrittiva, della quale abbiamo sempre evidenziato l’inconsistenza logica e l’insipienza politica. Piuttosto, una riforma fiscale progressiva e redistributiva potrebbe logicamente situarsi in coda a un abbattimento della tassazione sul lavoro, a poderose azioni di riavvio della domanda e contribuirebbe al rilancio del nostro sistema economico e sociale.
“Che i ricchi paghino la loro crisi” non è dunque necessariamente un’affermazione demagogica, ma contiene in sé un elemento di profonda razionalità economica. Noi pertanto proponiamo una riforma fiscale progressiva e redistributiva, che si affianchi a dei provvedimenti di arresto della deflazione salariale, di blocco dei licenziamenti e di estensione universale dei sussidi, dei quali a breve probabilmente non potremo fare a meno. È questo il vero ordine di grandezza delle soluzioni di cui abbiamo bisogno per affrontare una crisi già adesso gravissima. Il governo e le opposizioni sono in grado di rendersene conto?

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Comunicato stampa: nasce “Economia e politica”

Pubblicato il 06 Dicembre 2008 da admin

Il 10 dicembre 2008 verrà presentata a Roma la rivista online Economia e politica, che sarà consultabile all’indirizzo www.economiaepolitica.it.

La rivista si propone di fornire al grande pubblico una voce autorevole e indipendente, in grado di elaborare una critica documentata alle principali decisioni di politica economica di questi anni: le privatizzazioni, le deregolamentazioni del mercato del lavoro e dei mercati finanziari, le politiche di bilancio e monetarie restrittive, i tagli allo stato sociale. La rivista intende mostrare che tali politiche non godono di un adeguato supporto scientifico e che esiste una vasta letteratura, perlopiù trascurata dai media, la quale evidenzia che quelle politiche hanno spesso ridotto il benessere collettivo ed aumentato gli squilibri economici. Economia e politica intende dare spazio a questo patrimonio di analisi critica con l’intento di contribuire ad elaborare proposte di politica economica e sociale, alternative rispetto alle ricette neoliberiste diffusesi in questi ultimi anni anche tra forze politico-culturali tradizionalmente progressiste.

La rivista pubblicherà articoli, interviste e video dal linguaggio chiaro e accessibile. Lo scopo è di fornire spunti di riflessione e pungoli per il continuo sviluppo del dibattito di politica economica, nazionale e internazionale.

Economia e politica nasce su impulso di un gruppo di economisti accademici e studiosi di scienze sociali i quali negli ultimi anni hanno animato diverse iniziative finalizzate a rilanciare l’economia politica critica. La rivista sarà coordinata da Riccardo Realfonzo, professore nell’Università del Sannio e promotore nel 2006 dell’appello degli economisti contro le politiche di bilancio restrittive e a favore della stabilizzazione del rapporto tra debito pubblico e Pil. La redazione sarà composta da Bruno Bosco, Luigi Cavallaro, Sergio Cesaratto, Roberto Ciccone, Guglielmo Forges Davanzati, Francesco Garibaldo, Sergio Marotta, Rosario Patalano, Massimo Roccella, Roberto Romano e Antonella Stirati. Emiliano Brancaccio sarà consulente editoriale. La rivista si avvale inoltre di un autorevole consiglio scientifico, composto dal sociologo Luciano Gallino e dagli economisti Pierangelo Garegnani e Augusto Graziani.

La rivista online Economia e politica verrà presentata a Roma mercoledì 10 dicembre 2008. Nell’occasione si svolgerà un dibattito tra Pier Luigi Bersani e Paolo Ferrero sul volume L’economia della precarietà, pubblicato dalla Manifestolibri (2008). Introduce Riccardo Realfonzo, modera Gabriele Polo (Roma, Centro Congressi Cavour, Palazzetto delle Carte Geografiche, via Napoli 36, ore 17,30).

Contatti: redazione@economiaepolitica.it; tel.: 3456085850.

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Riccardo Realfonzo presenta “Economia e Politica” (video)

Pubblicato il 02 Dicembre 2008 da admin

Benevento, 8 dicembre 2008

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