Tag Archive | "ricerca"

Tags: , , , , , , ,

L’università e il mito meritocratico

Pubblicato il 22 Dicembre 2010 da admin

Sulla cosiddetta riforma dell’Università, è bene sgombrare il campo da un equivoco: il suo reale obiettivo non è introdurre criteri di valutazione che premino il merito, bensì operare un depotenziamento del sistema formativo pubblico che non ha precedenti nella storia recente del Paese[1]. Depotenziamento che è già, in parte, passato attraverso la legge 33/2008, con la quale si è provveduto a sottrarre al sistema universitario pubblico circa un miliardo e mezzo di euro, per il biennio 2010-2011, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa di molti Atenei. I fondi recuperabili con la Legge di stabilità non serviranno a ripianare i bilanci degli Atenei italiani, ma, nella migliore delle ipotesi, ad arginare le proteste degli attuali ricercatori in ruolo, che hanno consentito – negli anni passati - la sopravvivenza di corsi di studio, svolgendo attività didattica non retribuita, e ai quali il Ministero offre oggi in cambio la messa ad esaurimento del loro ruolo. Peraltro – e non si tratta di un aspetto marginale – la riduzione dei finanziamenti è ‘lineare’, ovvero non tiene conto delle variabili di contesto (PIL procapite, tassi di disoccupazione) e, dunque, grava maggiormente sulle Università meridionali. La delegittimazione mediatica del sistema universitario pubblico (che regge sulla duplice retorica dei professori ‘baroni’ e ‘fannulloni’) sostiene questo disegno[2].

Sebbene nessuno possa negare che casi, anche frequenti, di nepotismo negli Atenei italiani esistano, occorre sottolineare che l’intervento legislativo non contiene misure che pongano argini a questi problemi[3]. Queste misure sono demandate a regolamenti che il Ministero dovrà emanare successivamente all’approvazione della Legge, e alcune sono di difficilissima attuazione (si pensi alla previsione, di cui all’attuale stesura del DDL Gelmini, di commissioni concorsuali nelle quali uno dei componenti deve essere un docente strutturato in una Università dell’area OCSE). Misure ulteriori che si aggiungono agli oltre 1.500 provvedimenti che hanno riguardato l’Università nell’ultimo decennio. Difficile, poi, immaginare che il merito venga premiato con la precarizzazione del ruolo di ricercatore. Nella stesura attuale del disegno di Legge, si prevede che i ricercatori verranno assunti con contratti a tempo determinato triennali, rinnovabili, ai quali può far seguito la prosecuzione dell’attività di ricerca solo in caso di definitiva stabilizzazione: il che, con il taglio dei finanziamenti, è un’ipotesi piuttosto ardua[4].

E’ del tutto evidente che questo dispositivo non ha nulla a che fare con il merito e, semmai, può produrre danni rilevanti, generando esiti esattamente opposti a quelli che si dichiara voler ottenere: accentuare la ‘fuga di cervelli’, già in atto, e reclutare ricercatori qualitativamente inferiori a quelli che si potrebbero assumere con contratti a tempo indeterminato e stipendi più alti. L’esito esattamente opposto a quello che i sostenitori della riforma dichiarano di voler ottenere.

Il DDL Gelmini, come è noto, è apertamente sostenuto da Confindustria, ed è di fatto pensato dal Ministero dell’Economia. Per comprendere le ragioni del sostegno imprenditoriale alla riforma è opportuno partire da alcuni dati.

L’ultimo Rapporto Almalaurea certifica che fra i 27 paesi dell’Unione Europea, il finanziamento pubblico in istruzione superiore italiano è più elevato solo di quello della Bulgaria. Il quadro non migliora nel settore strategico della Ricerca e Sviluppo al quale l’Italia ha destinato l’1,2% del PIL nel 2007, risultando così ultimo fra i Paesi più avanzati. A fronte del sottofinanziamento della ricerca, si rileva che le pubblicazioni dei ricercatori italiani – per quantità e qualità – sono classificate fra le prime dieci al mondo[5]. Aumenta sensibilmente la disoccupazione rispetto allo scorso anno, e non solo fra i laureati triennali. La disoccupazione cresce anche fra i laureati magistrali, dal 14 al 21%. Infine cresce anche fra i c.d. specialistici a ciclo unico (laureati in medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza), dal 9 al 15%. Una tendenza questa che si registra indipendentemente dal percorso di studio (anche fra i laureati tradizionalmente caratterizzati da un più favorevole posizionamento sul mercato del lavoro, come gli ingegneri) e dalla sede degli studi e che si estende anche ai laureati a tre ed a cinque anni dal conseguimento del titolo. Diminuisce il lavoro stabile e le retribuzioni medie, a un anno dalla laurea, si assestano attorno a 1.100 euro ad un anno dalla laurea. Ciononostante, la condizione occupazionale e retributiva dei laureati resta migliore di quella dei diplomati di scuola secondaria superiore. Nell’intero arco della vita lavorativa, i laureati presentano un tasso di occupazione di oltre 10 punti percentuali maggiore rispetto ai diplomati (78,5 contro 67%). Viene confermato che la retribuzione premia i titoli di studio superiori: nell’intervallo compreso fra i 25 e i 64 anni di età, essa risulta più elevata del 55% rispetto a quella percepita dai diplomati di scuola secondaria superiore. Si tratta di un differenziale retributivo in linea con quanto rilevato in Germania, Regno Unito e Francia.

Nel caso italiano, il migliore posizionamento dei laureati nel mercato del lavoro discende dal fatto che – essendo l’Italia fra i Paesi OCSE quello con minore mobilità sociale – i laureati provengono, di norma, da famiglie più ricche rispetto ai non laureati e, conseguentemente, potendo disporre di redditi non da lavoro, hanno maggior potere contrattuale. La riduzione dei finanziamenti pubblici, inducendo gli Atenei ad aumentare le tasse universitarie, non può che produrre un duplice effetto negativo. In primo luogo, e in linea generale, l’aumento della tassazione rende più difficile la mobilità sociale, dal momento che un numero minore di giovani potrà permettersi di pagarle. In secondo luogo, questa misura si renderà necessaria nei casi nei quali la decurtazione dei finanziamenti pubblici non è compensata da finanziamenti privati. Il che riguarda la gran parte degli Atenei meridionali, con la conseguenza che il sottofinanziamento del sistema universitario pubblico penalizzerà soprattutto i giovani meridionali. In sostanza, il provvedimento incide negativamente sulla (già bassa) mobilità sociale italiana ed è oggettivamente redistribuivo a danno del Mezzogiorno. Ed è un provvedimento che non solo non agisce sul merito dei ricercatori, ma finisce per penalizzare gli studenti meritevoli con basso reddito.

A ciò si può aggiungere che, da oltre un decennio, è in atto un significativo processo di accentuazione dell’overeducation, ovvero di ‘eccesso di istruzione’ rispetto alla domanda di lavoro qualificato espressa dalle imprese. Acquisita la laurea, si svolgono attività non adeguate alle competenze acquisite o, soprattutto nel caso del Mezzogiorno, si emigra. L’eccesso di offerta di lavoro qualificato dipende essenzialmente dalla bassa propensione all’innovazione da parte delle imprese italiane, a sua volta imputabile in primis alle piccole dimensioni aziendali e – dato non irrilevante – al fatto che solo il 14% dei nostri imprenditori è in possesso di laurea[6]. E’ chiaro che in un Paese nel quale non si produce innovazione – se non per rare eccezioni – il finanziamento della ricerca scientifica è solo un costo, al quale le nostre imprese neppure riescono a far fronte reclutando dall’estero manodopera qualificata. E’ una buona ragione, sul fronte confindustriale, per dare sostegno e impulso alla politica dei tagli all’istruzione, continuando a perseguire una modalità di competizione basata sulla compressione dei costi (e dei salari, in primis)[7].

[1] La valutazione della ricerca è demandata all’ANVUR, agenzia costituita nel 2006 mai resa operativa. In ogni caso, il DDL Gelmini stabilisce un dispositivo premiale per la produttività scientifica nella misura massima del 10% del fondo di funzionamento ordinario
[2] Occorre rilevare che il DDL Gelmini non solo non incide su questo problema, semmai lo accentua. Se per “baroni” si intendono i professori di I fascia, le nuove disposizioni normative – in quanto attribuiscono loro la gran parte del potere di decisione sulla governance degli Atenei e sul reclutamento – rendono l’Università italiana più gerarchizzata e, dunque, potenzialmente più “baronale”.
[3] La previsione di un codice etico può fare ben poco a riguardo, anche in considerazione del fatto che la gran parte delle Università italiane negli ultimi anni si sono dotate di codici etici. Può fare ben poco perché un codice etico indica ciò che non occorrerebbe fare, ma non contiene misure di sanzionamento di comportamenti eticamente censurabili.
[4] A ciò si aggiunge che la disposizione di blocco degli scatti stipendiali (resi ora triennali) penalizza maggiormente coloro che, in Università, percepiscono gli stipendi più bassi, ovvero proprio i ricercatori (a tempo indeterminato, con ruolo ad esaurimento) e a tempo determinato, a legislazione vigente.
[5] Cfr. http://www.chim.unipr.it/riforma.pdf
[6] E’ quanto risulta dall’ultimo censimento Almalaurea. Si veda http://www.almalaurea.it/universita/occupazione/occupazione08/premessa2.shtml
[7] Per una trattazione più ampia di questo aspetto, si rinvia al mio L’Università che piace a Confindustria, su questa rivista.

Commenti (10)

Tags: , , , , , , , ,

Riforma dell’università: ultimo atto?

Pubblicato il 20 Dicembre 2010 da admin

Non ancora sopito l’eco delle polemiche politiche sulla giornata del 14 dicembre (la bagarre sui “violenti” della piazza è riuscita in parte ad oscurare il cattivo spettacolo di quelli dentro il palazzo), apprendiamo che il ddl di riforma dell’università, che tanta parte ha avuto nelle proteste delle ultimi settimane, andrà in Aula al Senato questa settimana, senza relatore. La commissione Istruzione del Senato, infatti, considerata la mole di emendamenti presentati dall’opposizione, non sarebbe stata in grado di concludere l’esame in sede referente in tempo utile per l’inizio dell’esame in Assemblea (prevista per il 20 dicembre alle ore 11), nonostante l’estremo tentativo, da parte del Pd, di costringere la maggioranza ad esaminare un numero ristrettissimo di emendamenti, 3 o 4 al massimo, con l’obiettivo di strappare qualche risorsa in più su diritto allo studio e progressioni di carriera degli attuali ricercatori.

Nella settimana prima di Natale, quindi, sapremo se la saga della cosiddetta “riforma Gelmini” è arrivata all’ultimo atto, con l’approvazione definitiva mediante la fiducia (visto il gran numero di emendamenti) o se la votazione finale sarà rinviata a gennaio.

In queste ultime convulse settimane molti si sono esercitati sul tema della riforma giungendo alla fine a descrivere, al netto delle sfumature e dei distinguo, tre posizioni: i sostenitori senza se e senza ma (rintracciabili soprattutto tra gli editorialisti del Corriere della Sera e de Il Sole 24 Ore), i possibilisti che ritengono giusti molti degli obiettivi della riforma ma inadeguati gli strumenti e le risorse (si veda l’interessante dibattito in proposito su lavoce.info[1]), coloro che, come la Cgil e la maggioranza delle associazioni di docenti e ricercatori, avversano il provvedimento in quanto non separabile dalle contestuali misure finanziarie operate dal Ministro Tremonti nella manovra estiva ed in quella autunnale (in quanto, di fatto, rendono inapplicabili anche le migliori intenzioni della proposta). Non è un caso che nelle loro manifestazioni gli studenti abbiano rinominato il provvedimento “ddl Gelmini-Tremonti”.

Quello che colpisce circa questo dibattito sulla “grande” stampa e sui principali siti di informazione è il suo essere fortemente condizionato da un vizio di prospettiva soggettiva: i principali dibattenti sono professori ordinari (o comunque strutturati cui nessuna riforma, per quanto “meritocratica”, negherà un dignitoso accompagnamento verso la più o meno imminente pensione) e autorevoli opinionisti che, talora, si mostrano poco precisi sulla realtà di cui parlano. Penso ad Alberto Orioli[2], l’influente vicedirettore de Il Sole 24 Ore, il quale spiega che non basta “aver seguito un corso post-doc di 2-3 anni” per definirsi un precario della ricerca. In realtà, gli assegnisti post-doc non sono soggetti in formazione, ma studiosi tra i 30 e i 35 anni, quindi nel pieno della propria produttività scientifica, cui si deve un grosso numero delle pubblicazioni nazionali ed internazionali che le università producono, Nell’Italia del 2010, anche il poco desiderabile titolo di “precario della ricerca” è oggetto di contesa. Per ragioni facili da spiegare in un paese “bloccato” come il nostro, gli assenti dal dibattito sono proprio loro, i giovani studiosi più o meno “meritevoli” che, lottando contro la riforma farebbero gli interessi dei “baroni” (come ha sostenuto il Ministro Gelmini nelle scorse settimane), e che sulle pagine dei giornali trovano spazio solo quando si atteggiano a “caso umano”:  giovane scienziato in odore di nobel costretto ed emigrare, precaria della ricerca costretta a vivere con i genitori…  A tutti costoro (sono circa 25 mila i ricercatori strutturati e oltre 60 mila i cosiddetti “precari”: assegnisti, borsisti, co.co.pro) non restano che le prime due delle tre opzioni hirschmaniane[3]: exit, voice, loyalty. Moltissimi, scegliendo l’exit, sono già partiti ed hanno intrapreso carriere di soddisfazione all’estero (in buone posizioni sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista delle responsabilità, a dimostrazione che il livello dei nostri giovani accademici non è così mediocre come a volte ci vogliono far credere[4]), a chi non ha potuto o non ha voluto partire è rimasto solo il tetto o la piazza come luoghi di espressione del proprio (qualificato) punto di vista, della propria voice. Quanto alla loyalty, questa generazione ha da tempo capito che non è strategia praticabile né remunerativa in quanto per ricompensare la fedeltà (verso l’istituzione o verso il singolo referente scientifico) non sono rimaste nemmeno le briciole. Basterebbe guardare i curricula dei candidati all’ultima tornata dei “vecchi” concorsi da ricercatore o alle selezioni per gli assegni di ricerca: a contendersi le residue risorse sono decine di candidati (anche l’antica consuetudine, o stortura, del singolo candidato per concorso è saltata) che per titoli, pubblicazioni ed esperienza didattica potrebbe, in molti casi, aspirare tranquillamente ad un posto da associato.

Che cosa prospetta il combinato disposto della riforma e della manovra economica per costoro? Quanto agli attuali ricercatori non strutturati (i circa 60.000 precari), la riforma prevede l’introduzione di un contratto di ricercatore a tempo determinato (in sostituzione della “vecchia” figura del ricercatore a tempo indeterminato, messo ad esaurimento già dal Ministro Moratti nel 2005) che vorrebbe assomigliare ad una “tenure-track” anglosassone[5]. La manovra economica di luglio, però, ha stabilito che a partire dal 2011 le amministrazioni pubbliche, incluse le università, potranno spendere per i contratti a tempo determinato solo il 50% di quanto spendevano nel 2009. Nel caso delle università, secondo le stime del CPU[6], questo significa che il numero di ricercatori a tempo determinato sarà inferiore a 200 unità in tutta Italia. Verosimilmente fra 30 e 50 concorsi annui.

Al termine del periodo di “tenure”, che può durare fino ad 8 anni, in aggiunta agli anni di precariato già trascorsi, non v’è nessuna certezza che l’università abbia le risorse per assumere il non più giovane studioso poiché i tagli al fondo di finanziamento ordinario (FFO) delle università continueranno per i prossimi anni. Per il 2011, per esempio, lo stanziamento al FFO parte da una diminuzione di circa  1076 milioni rispetto all’anno precedente, compensata solo in parte dagli 800 milioni dell’emendamento contenuto nella legge di stabilità: il risultato è un residuo negativo di 276 milioni.

Per altro, per quanto riguarda le progressioni di carriera degli attuali ricercatori “ad esaurimento”, la stessa legge di stabilità afferma che ogni anno il ministero assegna alle università un numero imprecisato di posti da professore associato da utilizzare per chiamate, senza specificare quanti. Il costo di questi posti graverà sugli 800 milioni di reintegro del FFO (che dal 2012 diventeranno 500 milioni). Il DdL Gelmini fissa una spesa massima per queste chiamate, ma non una minima. Non esiste quindi alcuna previsione vincolante sul numero di posti.

Alla luce di queste considerazioni è veramente difficile che un giovane ricercatore, strutturato o non strutturato, possa salutare favorevolmente l’approvazione della riforma. E così uno studente cui i fondi per il diritto allo studio sono stati dimezzati. Ben diversa appare la prospettiva di un ordinario alla fine della propria carriera il quale, al peggio, vedrà partire i propri migliori allievi.

Non appare lecita, dunque, l’operazione di chi tenta di separare gli aspetti procedurali e normativi del ddl da quelli finanziari poiché il suo effetto reale sarà dato dal combinato disposto delle due cose. Lo hanno capito bene i precari e gli studenti che, con i loro striscioni, hanno spiegato che senza ricerca il futuro non può cominciare.

 

 * Università di Milano, segretaria Flc-Cgil Milano

 

[1] D. Checchi e T. Japelli, L’università dell’incertezza, 26 Novembre 2010, M. Regini, L’Università della conservazione, 3 Dicembre 2010.
[2] A. Orioli, Il merito all’Università è un aiuto ai giovani. Ecco perché. Il Sole 24 Ore, 1 Dicembre 2010.
[3] A. O. Hirschman, Lealtà, defezione, protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello Stato. Bompiani, 2002.
[4] Per un’analisi dell’impatto scientifico dell’Italia si rimanda a G. de Nicolao, The scientific impact of Italy, relazione presentata all’Accademia dei Lincei, Roma, 28 Settembre 2010. Anche online su www.corpolimi.it
[5] Una forma di reclutamento per cui, durante il periodo di “prova” del giovane ricercatore, l’università accantona le risorse per la sua successiva assunzione.
[6] CPU, Coordinamento nazionale dei precari della didattica e della ricerca.

Commenti (4)

Tags: , , ,

La valutazione della ricerca in economia: una riflessione critica

Pubblicato il 14 Settembre 2009 da admin

Come certo sanno gli autorevoli economisti che partecipano al dibattito sulla valutazione della ricerca, la controversia su come individuare criteri oggettivi affonda le sue radici in una molto più ampia che riguarda l’idea di progresso della scienza economica. Da un lato coloro che ritengono che questo sia un continuo proseguire dall’errore alla verità e, dall’altro, coloro che ritengono che le premesse analitiche siano storicamente determinati e influenzate dalla visione del mondo dello studioso e pertanto non possano essere ritenuti validi in sé..
Chi spinge nella direzione di criteri oggettivi propende per la prima interpretazione, chi, al contrario, intende dare maggiore spazio alla valutazione discrezionale propende per la seconda.
Va certamente oltre le mie capacità aggiungere un contributo significativo a questo dibattito, ma mi interessa offrire qualche spunto di riflessione su alcune circostanze che circoscrivono la validità dei criteri oggettivi di valutazione, almeno per quanto riguarda le discipline economiche.
Si è detto che un criterio di valutazione oggettiva sarebbe rappresentato dal cosiddetto impact factor, ovvero, detto in termini semplificati, la diffusione internazionale della rivista che contiene la pubblicazione. Questa misura consentirebbe di aggirare l’arbitrio dell’accademia italiana nell’individuare i vincitori di concorso e di escludere tutti coloro che pubblicano lavori privi di questo indice. Ma questo indicatore possiede un limite non facilmente superabile: suggerisce percorsi di ricerca già ampiamente consolidati e nel cui ambito si può aggiungere solo qualche particolare. Questa strategia è la garanzia di non commettere errori gravi e di trovare un numero vasto di interlocutori, ma non di scrivere cose originali. Ma se la scienza prosegue verso la “verità” - direbbe un sostenitore dell’approccio oggettivo - il trascorrere del tempo limita la possibilità di produrre contributi originali. Questo stesso modo di procedere è suggerito ai giovani per la scelta della rivista nazionale o internazionale a cui mandare i propri lavori. Una volta individuata una rivista accreditata: si tarano su quella sia i contenuti che lo stile di scrittura; i giovani, pertanto, si impegnano nella direzione di ricerca prevalente perché ciò consente loro di fare rapidamente carriera. Si rovescia così il percorso di crescita dei ricercatori che antepongono l’obiettivo della vittoria ai concorsi all’obiettivo del soddisfacimento delle proprie curiosità scientifiche. Utilizzando il criterio dell’impact factor, la gran parte delle riviste eterodosse e, direi, tutte quelle italiane di economia sarebbero escluse da una graduatoria di merito scientifico, consolidando la condizione di provincialismo del nostro paese, più di quanto non abbia fatto la strategia dei “baroni”. Se prima era possibile che l’originalità emergesse in Italia nonostante l’arbitrio, ora diventerebbe impossibile.
Si è detto ancora che le pubblicazioni su volumi non rappresentano un contributo significativo alla ricerca e che pertanto non debbano essere valutate nella individuazione di una graduatoria di merito. Tuttavia – pur escludendo che uno studioso non pubblichi in prima battuta in un volume i risultati originali della sua ricerca – emerge da questa strategia una tendenza preoccupante riguardo all’idea di progresso della società: lo scollamento della ricerca dalla didattica e la negazione del fatto che esse si alimentano l’una con l’altra. Raccogliere in un volume i contributi di uno o più autori consente invece di sistematizzare i risultati e di renderli più accessibili agli studenti, che, così, sono stimolati a crescere e a riflettere sui contenuti e sulla capacità interpretativa della disciplina.
Di certo studiare e pubblicare all’estero, partecipare a convegni internazionali, frequentare ambienti di ampio respiro e soprattutto confrontarsi con chi ha già ampiamente approfondito certi temi sono le premesse valide ad una ricerca di qualità. Tuttavia ancorare il giudizio unicamente a indicatori quantitativi - ritenendoli sostituti perfetti di quelli qualitativi - rischia di fornire fondi e strutture a chi già ne dispone e di subordinare l’avanzamento della ricerca al desiderio di una rapida carriera.
Lo scegliere regole fisse – utilizzando una metafora importata dall’economia che non sembra aver dato in Europa risultati efficaci – è, a mio avviso, una strategia lontana da chi si interroga con curiosità. L’intelligenza e l’autonomia di pensiero non possono che essere caratterizzate da una componente di discrezionalità.

 

*Professore associato di Politica economica presso l’Università Phartenope di Napoli

Commenti (2)

Tags: , , , ,

L’Università denigrata, tra carenze e propaganda

Pubblicato il 08 Gennaio 2009 da admin

Il 29 novembre il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo intitolato “Il dossier dei professori: non siamo peggio degli altri” (occhiello: La ricerca - Il confronto di sei docenti milanesi: in Germania molti più corsi e Italia davanti alla Spagna nelle classifiche).
Nell’articolo si dà brevemente conto della ricerca diretta da Marino Regini dell’Università di Milano, di cui oggi esiste un primo corposo abstract in rete.
Cosa dice il rapporto? Si tratta in sostanza di una comparazione tra l’università italiana e quelle dei principali paesi europei. La ricerca istituisce dei confronti su materiali rinvenibili pubblicamente, tentando di motivare con chiarezza eventuali diversità organizzative. Prendo solo alcuni esempi: uno relativo al numero di università per Paese e uno al numero dei corsi di studio (dalle tabelle ho eliminato le esaustive note di lavorazione per esigenze di spazio, ma sono entrambe perfettamente leggibili sul citato pdf via web).

In questo caso è visibile che il numero delle nostre università è nettamente inferiore a quello dell’Inghilterra (senza contare i Colleges) e della Germania (senza contare le Fachhochschulen) e molto simile a quello della Francia (che però ha in aggiunta un grande numero di Grandes Ecoles). Il dato si modifica leggermente nel numero di istituti per milione di abitanti, ma senza rappresentare un’inversione di tendenza.

Da questa tabella si evince che il numero dei corsi somministrati dalle università italiane è consistente, ma che i principali sistemi universitari europei si trovano in situazioni molto simili (nel caso della Germania, considerata patria di eccellenze universitarie il numero dei corsi è decisamente superiore al nostro).
Ne emerge un quadro che ha poche attinenze con quanto propagandato da altre fonti. Naturalmente ciò non significa affatto che l’università italiana vada difesa a spada tratta o, peggio ancora, che i problemi vadano nascosti. Si tratta piuttosto di correttezza di impostazione. Come si può leggere nell’introduzione di Regini al già citato rapporto, “L’università italiana è indubbiamente malata (…) Rispetto a tali gravi carenze il nostro sistema universitario non può, e a nostro parere non deve, essere difeso, ma deve al contrario essere aiutato a compiere un profondo rinnovamento. Ma l’università italiana è stata al tempo stesso denigrata dalle polemiche recenti scatenate da esponenti del ceto politico, da taluni studiosi che hanno rinunciato all’equilibrio e all’approfondimento delle analisi, e soprattutto dai media”.
Difficile non dare ragione al rapporto Regini. Mouse alla mano, è possibile rintracciare velocemente la fonte di molte cifre sentite nei talk show televisivi oppure lette nelle pagine dei giornali. Si tratta del sito www.governoberlusconi.it. E’ sufficiente selezionare dalla barra del menù dei “temi caldi” la voce università, da cui è possibile accedere agli “approfondimenti”, che rappresentano la summa delle cifre e delle osservazioni utilizzate dagli esponenti del governo e delle forze che lo sostengono da quando è scoppiato il putiferio sui decreti Gelmini e sulla legge 133, e che hanno avuto grandissimo spazio nei media. Nel primo link (università italiana – sprechi accertati -parte prima) sono evidenziate affermazioni inesatte o false o incomplete. Facciamo alcuni esempi. Si afferma in apertura che l’università italiana produce meno laureati del Cile. Eppure nel 2007 in Italia ci sono stati 301.298 laureati, in Cile 87.405. Più avanti si scrive che “Si sono moltiplicate cattedre e posti per professori senza tener conto delle reali esigenze dei ragazzi, aumentando la spesa in maniera inaccettabile”. Eppure sul sito del Ministero dell’Università si legge: “(…) per ciascun docente italiano vi sono circa 5 studenti in più rispetto alla media europea e alla media OCSE (21 studenti per docente in Italia contro i 16 della media UE e OCSE)”. Rispetto ai colleghi di Spagna e Giappone, che sono i Paesi in cui tale indicatore assume uno dei valori più bassi (11 studenti per docente), un docente italiano ha un carico superiore di circa 10 studenti.
Più oltre si proclama che in Italia esistono 94 università più 320 sedi distaccate in posti non strategici. In realtà, le università sono 87, 274 il totale dei Comuni sedi di didattica universitaria. Più avanti si legge che 327 facoltà non superano i 15 iscritti. In questo caso si fa una (non piccola) confusione tra “Corsi di laurea” e “Facoltà”. La stessa confusione che fecero Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo in un articolo del lontano 27 dicembre 2006. (Che il governo si serva dei giornalisti anti-casta per snocciolare le proprie cifre? E perché proprio attraverso un articolo di quasi due anni fa?).
Poco più avanti si afferma che “Ci sono 37 corsi di laurea con 1 solo studente”, ma nel materiale specifico della pagina “sprechi accertati – seconda parte” ne vengono citati esplicitamente solo 13.
A seguire il sito governativo propone tre affermazioni inesatte (“In Italia abbiamo 5500 corsi di laurea, in Europa la metà”; “nel 2001 i corsi di laurea erano 2444, oggi 5500”; “170.000 materie insegnate rispetto alle 90.000 della media europea”). Come sappiamo dalla ricerca dei docenti milanesi i corsi in Italia sono 5960, ma sono ben più della metà della media europea (così come le materie insegnate). Inoltre non si tiene conto in alcun modo che dal 2001 ad oggi è entrato in vigore il sistema 3+2, che ha portato alla moltiplicazione ineluttabile dei corsi per soddisfare i due ordini di livello (laurea triennale e laurea magistrale).
In un altro link del sito (“sprechi accertati nel mondo della ricerca”) c’è una lista nera di progetti finanziati attraverso il dispositivo del Prin. In testa c’è la ricerca pluricitata nei salotti televisivi su “L’approccio multidisciplinare alla conservazione dell’asino dell’Amiata”. Personalmente non credo che da parte di un non specialista sia semplice stabilire se, negli studi zoologici, rivesta una qualche importanza questa ricerca. Di sicuro, per quanto riguarda l’ambito delle scienze sociali, non sembra deducibile alcuna stigmatizzazione dei progetti inseriti nella lista nera del governo Berlusconi come “Gli effetti del pericolo e della paura sulla forma e sull’uso della città italiana contemporanea”,  oppure “Italiani e Francesi visti dal di dentro: Identità Nazionale, Multiculturalismo e Immigrazione”. In quest’ultimo caso la sinossi del sito governativo recita: “Esaminare in modo più approfondito il ruolo dell’identità nazionale nel modellare gli atteggiamenti verso gli immigrati e, specificatamente, il ruolo dei Musulmani e dell’Islam nelle percezioni dell’opinione pubblica sulle principali questioni relative all’immigrazione. Esaminare la percezione di sé stessi e degli altri negli immigrati e nei cittadini nati in un paese diverso dalla Francia e dall’Italia e residenti in uno di questi due paesi”. Francamente non mi pare si tratti di un argomento irrilevante.
Presentare i dati e valutare la ricerca universitaria come fa il governo significa evidentemente prefigurare un’unica soluzione efficace: di fronte all’eccezionale proliferazione di sedi, di corsi e di materie e alla inconsistenza della ricerca l’unico strumento corretto sarebbe la mannaia del ministro Gelmini. Poco importa che la soluzione si basi su dati falsi o inesatti. Poco importa, evidentemente, che la proposta del governo sia l’esatto contrario di una logica di riprogettazione razionale e di nuovi investimenti che appare invece la linea seguita in tutti gli altri Paesi europei.
Con l’approvazione in tempi rapidi della conversione in legge del noto decreto governativo 180 nonostante l’enorme ondata di contestazione di fine 2008 (e mettendo alla votazione la sordina della fiducia) il governo forse auspica che cada rapidamente una sorta di oblio sulla situazione universitaria, agevolato dalla convinzione che l’opinione popolare voglia fare piazza pulita. Non riformare l’università pubblica, ma azzerarla in poche stagioni. Ma allora, se questa è la convinzione governativa, perché truccare e manipolare i dati?

*Professore associato di sociologia della comunicazione nell’Università del Salento.

Commenti (1)