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Un falso conflitto generazionale: età pensionabile e occupazione

Pubblicato il 08 Settembre 2011 da admin

Il dibattito sulla situazione economica attuale e sulle politiche per farvi fronte è tanto intenso quanto, molto spesso, superficiale. La discussione si nutre in gran parte di slogan, vale a dire di affermazioni che vogliono essere di effetto, specie per il cittadino comune, ripetute come dogmi indiscussi ma non di rado inconsistenti ad un pur minimo vaglio di analisi economica. Tra le più ricorrenti di tali formule c’è quella che evoca dei pretesi oneri che la generazione presente starebbe addossando sulle spalle delle generazioni future. E’ facile imbattersi nel richiamo a tale ‘snaturato’ comportamento con riguardo al debito pubblico esistente—come se questo fosse un debito della collettività nel suo complesso, e non, quale invece è, un debito del settore pubblico nei confronti dei cittadini, e quindi una forma di attività finanziaria che questi ultimi possiedono e tramandano ai loro discendenti.[1] Ma, come è capitato di leggere ancora in questi giorni, l’appello al ‘risanamento’ finanziario quale condizione di maggiore equità intergenerazionale viene anche lanciato con più specifico riferimento ai meccanismi dell’attuale sistema pensionistico.

Proprio nel contesto del dibattito alimentato dalla ‘manovra’ in atto, da più parti si è sostenuto ancora una volta che un intervento normativo opportuno sarebbe quello del prolungamento dell’età lavorativa, e quindi dell’innalzamento dell’età pensionabile. Gli argomenti utilizzati a sostegno di questa tesi sono sostanzialmente di due tipi. Uno attiene alla dimensione della spesa pensionistica, che si sarebbe dilatata per effetto della estensione della durata media della vita, e il cui equilibrio rispetto alle entrate (a sua volta richiesto dal generale equilibrio nei conti pubblici, considerato indispensabile) richiederebbe pertanto o un aumento dell’imposizione contributiva, che viene però immediatamente escluso per i suoi effetti negativi sul costo del lavoro, oppure una riduzione delle prestazioni, appunto indicata nella forma dell’innalzamento dell’età di pensionamento e conseguente diminuzione degli anni di pensione. A questo argomento, che possiamo chiamare ‘di bilancio’, viene spesso aggiunto quello secondo cui il sacrifico degli ‘anziani’ occupati correggerebbe il sistema attuale nella direzione di una maggiore equità nei confronti delle generazioni ‘giovani’. Ora, se l’argomento ‘di bilancio’ è chiaro nel suo significato, a prescindere dal fatto che lo si possa condividere o meno, è invece difficile comprendere quale sia il senso in cui l’attuale sistema conterrebbe degli elementi di iniquità intergenerazionale, e quali siano quindi i benefici che i ‘figli’ riceverebbero dal prolungamento dell’età lavorativa dei ‘padri’. Riesco a formulare solo due ipotesi in grado di dare razionalità all’argomento: a) data l’estensione della durata media della vita, in assenza dei risparmi di spesa pensionistica connessi al prolungamento dell’età lavorativa gli occupati giovani sarebbero chiamati a pagare contributi più elevati; b) i risparmi di spesa prodotti dal prolungamento verrebbero utilizzati per finanziare elementi di welfare a favore dei giovani (sussidi di disoccupazione, asili-nido, ecc.). L’ipotesi b), cui talvolta viene effettivamente fatto cenno nel dibattito, nella misura in cui si applicasse implicherebbe però una diversa destinazione della spesa sociale, piuttosto che una sua contrazione, e sarebbero in conflitto con l’obiettivo generale di riduzione del disavanzo pubblico al quale il prolungamento dell’età lavorativa viene invece generalmente connesso. Analoga considerazione vale per l’ipotesi a), secondo la quale il prolungamento della vita lavorativa eviterebbe l’innalzamento delle aliquote contributive sugli occupati, e non un più elevato disavanzo pubblico. Insomma, il preteso carattere di maggiore equità intergenerazionale del prolungamento della vita lavorativa non trova spiegazioni evidenti, e quelle che si possono eventualmente concepire lo rendono contraddittorio, anziché complementare, rispetto alla desiderata riduzione del disavanzo pubblico.

In realtà esiste invece una buona ragione per ritenere che, in sé, il prolungamento della vita lavorativa, lungi dal produrre un beneficio per le generazioni giovani, causerebbe loro un danno estremamente grave. Ceteris paribus, è evidente che l’estensione del periodo di lavoro degli attuali occupati produrrebbe un corrispondente ritardo nell’impiego dei giovani chiamati a sostituirli; è forse meno evidente che ciò si risolverebbe in un aumento permanente e di dimensioni potenzialmente rilevanti della disoccupazione. Per mostrare quanto appena detto mi servirò di un semplice esempio numerico, che adotta le seguenti ipotesi:
- il prolungamento consiste nel posticipare l’età del pensionamento dai 65 anni ai 70 anni;
- la vita di un individuo si conclude a 85 anni;
- la popolazione è stazionaria e si distribuisce uniformemente per età;
- l’economia è stazionaria.

Prima del provvedimento si hanno pertanto 20 classi di età di pensionati, e cioè dai 65 agli 84 anni. Supponiamo che in ciascuna classe di età vi siano 2 individui, e quindi 40 pensionati in tutto. Nel gruppo dei pensionati ogni anno muoiono due individui al raggiungimento degli 85 anni, ed entrano due 65enni.

Vediamo ora quali sarebbero gli effetti permanenti che il prolungamento dell’età lavorativa avrebbe sul livello della disoccupazione. Immaginiamo che prima del provvedimento vi fossero 50 classi di età degli occupati, da 15 a 64 anni, ciascuna costituita da 2 lavoratori, per complessivi 100 occupati. Ogni anno 2 individui 65nni andavano a riposo, sostituiti da 2 giovani, che supponiamo fossero 15nni.

Nel periodo 0, precedente al provvedimento, si aveva dunque questa situazione:

 

 

Assumiamo, a partire dal periodo 1, un processo graduale verso il nuovo regime, di questo tipo: i lavoratori che nel periodo 0 hanno 64 anni andranno a riposo a 66 anni (ritardo di 1 anno); i lavoratori che nel periodo 0 hanno 63 anni, andranno a riposo a 67 anni (ritardo di 2 anni), e così, via, fino ai lavoratori che in data 0 hanno 60 anni, e che andranno a riposo a 70 anni (ritardo di 5 anni). Il processo può quindi essere così rappresentato:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nei 10 periodi della transizione si verifica un turnover di 2 unità ad anni alterni, e precisamente negli anni 2, 4, 6, 8, 10 (mentre negli anni dispari si verifica solo l’”invecchiamento” di 1 anno dei medesimi occupati), e l’ipotesi adottata è che ad entrare tra gli occupati siano, di volta in volta, i giovani di età maggiore (così, nel periodo 2 vengono impiegati i due 16nni, nel periodo 4 vengono impiegati i due 17nni, e così via). Quella rappresentata nel periodo 10 costituisce la situazione a regime, che, ferma restando ogni altra condizione, da allora in poi è quindi permanente. Si può così vedere che il prolungamento dell’età lavorativa implica una riduzione permanente di 10 unità nel numero dei pensionati e un equivalente e altrettanto permanente aumento di 10 unità nel numero dei disoccupati.

Il numero dei pensionati si riduce dunque del 25%, che è il rapporto tra il numero di anni di prolungamento della vita lavorativa (5) e l’iniziale numero medio di anni di pensione (20); ovvero, ogni anno di innalzamento dell’età pensionabile riduce il numero dei pensionati del 5%. Volendo applicare questi risultati a grandezze rilevate per l’Italia, consideriamo i seguenti dati:

- nel 2009 (ultimo dato che sono riuscito ad individuare) il numero di percettori di pensioni di vecchiaia era pari a 11.475.000;[2]
- dei suddetti pensionati il 24,6% era relativamente ‘giovane’, in quanto di età compresa tra i 40 e i 64 anni.[3] Questa quota di pensionati può ragionevolmente considerarsi ‘ad esaurimento’ (perché presumibilmente frutto, in gran parte, di meccanismi di pensionamento non ripetibili), e pertanto da non considerare nella stima degli effetti di un innalzamento dell’età pensionabile. Sottraendo tale quota, il numero di percettori di pensioni di vecchiaia rilevante per la nostra valutazione risulta pari a 8.652.000.[4]

Se dunque caliamo nel nostro esempio di economia stazionaria il numero di percettori di pensione di vecchiaia testé individuato, e ad esso applichiamo l’ipotizzato prolungamento dell’età lavorativa, il risultato a regime di questo provvedimento è costituito da una riduzione del numero di pensionati pari al 25% di 8.652.000, e cioè 2.163.000 unità. Corrispondentemente, in questa stessa, rilevante dimensione aumenta, nella nostra economia stazionaria, il numero dei disoccupati. Introducendo nel nostro esempio il numero di persone in cerca di occupazione rilevato alla fine del 2009 in Italia, pari a 2.086.000,  a regime l’effetto del provvedimento sarebbe dunque un incremento del numero dei disoccupati del 104%! Più specificamente, per ogni anno di aumento dell’età pensionabile il numero dei pensionati si ridurrebbe, come abbiamo già osservato, del 5%, pari a 433.000 unità nella nostra economia stazionaria; e di questo stesso numero, pari a ben il 21% della grandezza iniziale, aumenterebbero i disoccupati per ogni anno di innalzamento dell’età pensionabile.

I risultati ottenuti risentono, ovviamente, delle ipotesi adottate. In particolare, l’assunzione di stazionarietà del sistema (inclusa la forza-lavoro) ha lo scopo di isolare gli effetti sulla disoccupazione di un prolungamento dell’età lavorativa, considerando quindi invarianti tutte le altre condizioni. E’ chiaro perciò che l’aumento della disoccupazione prodotto da un simile provvedimento risulterebbe compensato tanto di più, quanto più l’economia crescesse. Tuttavia il trend recente dell’economia italiana, e le politiche economiche in atto, non lasciano sperare in tassi di crescita rilevanti, per non dire positivi. Né vi sono ragioni per ritenere che proprio il prolungamento dell’età lavorativa possa di per sé produrre effetti espansivi—piuttosto il contrario, considerata la contrazione della domanda per consumi inevitabilmente generata da un aumento della frazione di forza-lavoro che rimane disoccupata, e quindi a reddito individuale pressoché nullo.

Un’altra implicazione dell’ipotesi di stazionarietà è la costanza della produttività del lavoro, la quale ha tuttavia l’effetto di limitare l’aumento della disoccupazione rispetto a quella che si produrrebbe in presenza di un eventuale andamento crescente della produttività. Vale infatti notare che gli aumenti di produttività riducono la quantità di lavoro richiesta per unità di prodotto, e che perciò, se non associati ad una crescita sufficiente dell’economia, essi hanno un effetto negativo sui livelli di occupazione.

Infine, le ipotesi circa la durata media della vita e di distribuzione uniforme delle età degli individui non sembrano essere decisive per i risultati ottenuti. Una vita media di 85 anni appare semmai leggermente sovrastimata, e quindi tale da ridurre, a parità di numero iniziale di pensionati, l’aumento della disoccupazione ottenuto nel nostro esempio. Una vita media più breve, riducendo il denominatore del rapporto tra prolungamento della vita lavorativa e il numero iniziale di anni di pensione, implicherebbe una maggiore riduzione, a regime, nel numero dei pensionati, e quindi un aumento maggiore nel numero dei disoccupati.

In conclusione, questa nota ha lo scopo di mettere in evidenza come l’aumento dell’età pensionabile sia di per sé in grado di produrre effetti negativi molto rilevanti sull’occupazione, e quindi sulla possibilità di impiego dei giovani. Ciò non significa, naturalmente, che l’estensione del limite dell’età di lavoro sia un fatto necessariamente e intrinsecamente negativo: dove vada fissato tale limite è però questione che il governo di una collettività dovrebbe stabilire considerando le molteplici implicazioni di tale determinazione, nelle date condizioni economiche e sociali. E la capacità del sistema economico di dare occupazione è certamente una delle più importanti di tali condizioni.

 

 

 

 

[1] Il valore dei titoli pubblici che la generazione successiva in quanto tale eredita da quella precedente equivale ovviamente al valore del debito pubblico in essere, e compensa quindi qualsiasi ammontare di maggiori imposte che essa sia eventualmente chiamata a pagare al fine di ridurre o limitare la dimensione del debito.
[2] Trattamenti pensionistici e beneficiari al 31dicembre 2009, INPS e ISTAT, 21 giugno 2011, tav. 9, p. 9.
[3] Ibid., tav. 7, p. 8.
[4] L’opportunità di sottrarre la quota di pensionati ‘giovani’ mi è stata fatta notare dal collega Attilio Trezzini.
[5] ISTAT, Occupati e disoccupati, Serie storiche.

 

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Una politica economica dell’offerta per affrontare la depressione schumpeteriana dell’economia europea

Pubblicato il 21 Aprile 2010 da admin

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo del prof. Cristiano Antonelli, dell’Università di Torino, unitamente a un commento di Roberto Ciccone, docente presso l’Università di Roma Tre e membro della redazione di Economia e politica.

 

L’economia europea è ormai entrata in una evidente fase depressiva destinata a durare alcuni anni. Alcuni anni saranno necessari per tornare semplicemente ai livelli di reddito raggiunti nel 2007. L’economia europea è uscita nel corso del 2009 dalla fase più acuta della recessione innescata dalla crisi  grazie al salvataggio della finanza angloamericana, la crescita esponenziale del debito pubblico e l’immissione di quantità immense di liquidità monetaria. L’intensità della crisi è stata tuttavia tale da eludere che si tratti di un elemento congiunturale più o meno accidentale. La crisi del 2007-2009 ha tutti i caratteri della classica recessione schumpeteriana in cui l’euforia finanziaria basata sulla prolungata espansione fondata sul grappolo delle innovazioni digitali ha infine incontrato il moloch della sovracapacità produttiva ed è crollata nel vortice tipico dei processi di deleveraging.

Questo appare tanto più vero in quanto si concentri l’attenzione sull’economia europea. Altre parti dell’economia mondiale possono infatti contare sulle opportunità offerte dal processo di rincorsa basato sulle possibilità di assimilare l’enorme stock di tecnologia messo a punto nell’area OCSE e ancora poco utilizzato. L’economia europea, stretta tra la rincorsa dei paesi in via di rapida industrializzazione e il dominio del dollaro rischia di sperimentare appieno le conseguenze negative tipiche della prolungata depressione che segue nel modello schumpeteriano la fase recessiva.

Il modello schumpeteriano diventa particolarmente rilevante per comprendere i caratteri di una crisi così grave e profonda da assumere carattere di crisi strutturale. Alla fine della recessione infatti non segue necessariamente la ripresa, come si postula nell’esigua letteratura sul ciclo economico di matrice ortodossa.

Nel modello schumpeteriano del ciclo strutturale di lungo periodo alla recessione segue la depressione. La depressione è la fase economica, in genere assai prolungata, necessaria per diluire gli effetti dell’euforia finanziaria e dell’eccesso di investimenti che si erano prodotti nella precedente fase espansiva fondata sul grappolo di tecnologie radicali introdotte a suo tempo e culminata nella recessione. La depressione è alimentata dalla drastica selezione delle imprese, con il fallimento di quelle troppo esposte sul piano finanziario e con una struttura produttiva fragile. In questa fase si produce anche un profondo cambiamento strutturale che elimina dai mercati i settori obsoleti e facilita gli aggiustamenti alla nuova divisione internazionale del lavoro. Si ridefiniscono così i criteri della  specializzazione produttiva dei singoli paesi e quindi le regole della divisione internazionale del lavoro.

Nel modello schumpeteriano si esce dalla depressione solo quando un nuovo grappolo di innovazioni riesca a formarsi e si traduca in nuove opportunità di crescita, investimento e profitto. Il modello schumpeteriano è di straordinaria rilevanza per capire il processo in corso e la necessità di elaborare un progetto di politica economica dal lato dell’offerta.

Gli interventi di politica economica che si sono succeduti negli anni tra il 2001 e il 2007 sono stati fallimentari proprio perché hanno avuto carattere esclusivamente finanziario ed erano privi di ogni consapevolezza della rapida involuzione in corso nell’economia reale. Quegli interventi di politica economica furono inadeguati perchè basati su una lettura esclusivamente finanziaria della crisi in atto che ignorava l’andamento dell’economia reale e, in quanto privi di ogni consapevolezza della rapida involuzione in corso nell’economia reale, hanno avuto carattere esclusivamente finanziario. Hanno di fatto accompagnato e poi tamponato la recessione, ma non evitato l’avvio della depressione.

Il contesto di forte globalizzazione dei mercati dei prodotti rende il modello schumpeteriano, con la sua enfasi sull’offerta, anziché sulla domanda, particolarmente cogente. Bisogna rendersi conto che, nell’attuale contesto dell’economia mondiale, interventi di politica economica ti tipo keynesiano volti ad aumentare la domanda aggregata rischiano di tradursi esclusivamente nell’aumento delle esportazioni da parte delle economie a valuta debole.

La depressione è con noi ed è destinata ad accompagnarci per alcuni anni. Sembra del tutto ragionevole stimare che il nostro sistema economico rimarrà in una fase depressiva per un lasso di tempo stimabile  da un minimo di tre a un massimo sette anni.

Del resto i livelli e tassi della disoccupazione dimostrano la gravità della situazione. La disoccupazione ha raggiunto e superato livelli impensabili fino a pochi anni fa stabilizzandosi su una percentuale pari al 10% della popolazione attiva, a sua volta in sensibile riduzione. Nei paesi periferici la disoccupazione ha largamente superato il 10% toccando punte del 20% come in Spagna e Grecia. In tutta l’Eurozona la disoccupazione è inoltre ancora in crescita nel corso del 2010. Mentre numerosi osservatori stimano che il recupero dei livelli di prodotto interno lordo ante-crisi richiederà non meno di 5 anni, è crescente la consapevolezza che il ritorno a tassi di disoccupazione ‘fisiologica’ intorno al 5% possa richiedere oltre un decennio.

Iniziative e comportamenti volti al contenimento del  cambio dell’Euro, largamente sopravvalutato, potrebbe avere effetti efficaci, anche in quanto consentirebbe di contrastare il tentativo dell’Amministrazione Obama di scaricare sull’Europa il costo dell’aggiustamento. In questo senso la crisi finanziaria di alcuni paesi dell’Eurozona potrebbe essere colta come una opportunità per ristabilire condizioni meno asimmetriche e subordinate nel rapporto di forza con gli USA.

In questo contesto il caso italiano appare drammatico. Nel caso italiano i margini della politica economica in Italia sono assai ristretti. Il livello abnorme dello stock di debito pubblico e il considerevole livello del deficit non consentono interventi di espansione della domanda pubblica.

Molti paesi hanno raggiunto o raggiungeranno tra breve il livello del debito pubblico italiano in rapporto al prodotto interno lordo. L’enorme crescita del debito sovrano renderà i mercati obbligazionari internazionali particolarmente selettivi con un aumento generalizzato della volatilità e elevati livelli di rischio per l’Italia.

Il vincolo di finanza pubblica non può diventare la giustificazione per l’assoluta inerzia e mancanza progettuale in cui si trascina la politica economica italiana. La classe dirigente italiana deve uscire da questa fase di prolungato torpore progettuale e sostanziale irresponsabilità politica.

Un progetto di politica economica responsabile deve essere capace di distinguere gli orizzonti temporali. Si deve distinguere tra interventi di breve termine volti a contenere e ridurre la crescente disoccupazione e accelerare il ritorno a tassi di crescita adeguati, da interventi strutturali di medio periodo che sappiano finalmente porre le basi per un processo di sviluppo sostenibile. Per questo secondo livello di intervento è necessario elaborare un progetto strategico che individui il modello di specializzazione più adeguato alle capacità del paese e sia capace di organizzare vere e proprie coalizioni per l’innovazione in grado di orientare la convergenza e l’integrazione delle iniziative delle singole imprese su progetti collettivi di ampio respiro strutturale che promuovano l’introduzione di intere filiere innovative. Parte indispensabile di questo secondo livello è certamente un’azione incisiva presso la Commissione dell’Unione Europea e il Parlamento Europeo affinché le immense potenzialità dell’Unione siamo infine valorizzate per promuovere e accelerare l’emergenza dei nuovi grappoli tecnologici.

Ma incisivi interventi politica economica dal lato dell’offerta sono urgenti e necessari nell’immediato per ridurre la crescita della disoccupazione e soprattutto per accelerare i tempi di uscita dalla depressione.

La depressione si accompagna da processi di trasformazione strutturale e di selezione che è necessario agevolare ed accelerare: non bisogna difendere il passato, ma costruire il futuro. La riduzione delle barriere all’entrata e soprattutto all’uscita in questo momento è più che mai necessaria. Si deve potenziare la capacità del sistema di adattarsi alle mutate condizioni della competizione. L’abbandono di parti consistenti del sistema manifatturiero è ormai una necessità evidente. La sua difesa attraverso il continuo incremento dell’offerta di lavoro, ottenuto attraverso la difesa e talora l’incoraggiamento delle impetuose ondate di immigrazione clandestina, è fallace e destinato al fallimento.

La riduzione della spesa pubblica si impone come una necessità assoluta al fine di mobilizzare le risorse necessarie e non altrimenti disponibili, per sostenere l’ uscita dalla depressione. Il prolungamento dell’età pensionabile e il congelamento dei salari dei lavoratori pubblici, cresciuti in misura del tutto eccessiva negli ultimi anni, sono provvedimenti ormai necessari.

Dal lato delle entrate si impone l’aumento netto del prelievo fiscale sulle rendite patrimoniali. Per quanto riguarda le rendite della ricchezza mobiliare è evidente che è urgente adeguare le aliquote fisse alle medie europee pari al 20%. Conviene poi riflettere seriamente sull’opportunità di includere le rendite mobiliari nel calcolo del reddito sottomesso all’IRPEF con i conseguenti effetti di tassazione progressiva. Appare infatti sorprendente la ricorrente difesa dei meriti della progressività dell’imposizione fiscale per poi applicarla, di fatto, ai soli redditi da lavoro. Per quanto riguarda le rendite immobiliari è urgente il ritorno all’ICI applicato su tutto il patrimonio immobiliare, sia esso costituito da prime o seconde case. La diretta partecipazione delle amministrazioni comunali ad una quota del ricavo consentirà di coinvolgerne le superiori capacità di accertamento e ridurre l’elevata evasione fiscale.

Le risorse così liberate valutabili nell’ordine di 5-6 miliardi di Euro all’anno potranno essere utilizzate per sostenere la crescita delle imprese più efficienti e che siano capaci di esprimere tassi di crescita non sporadici dell’occupazione. Solo concentrando le risorse sulle imprese che si dimostrano effettivamente capaci di uscire dalla depressione, si potrà favorire la crescita del paese nel suo complesso.

Gli interventi a sostegno dell’occupazione e della crescita delle imprese più dinamiche devono poi essere rafforzati con interventi mirati nelle filiere più promettenti dell’economia italiana come l’ampio agglomerato delle industrie del lusso, il comparto dei beni capitali e nelle filiere delle energie rinnovabili e della biomedicina al fine di trascinare l’insieme del sistema economico dalle secche depressive in cui è impantanato accelerando i tempi di ripresa.

In conclusione, la crisi in corso ha ormai assunto, soprattutto per l’economia europea, i caratteri di una depressione destinata a durare alcuni anni. Il contesto dell’economia mondiale rende irrilevanti se non perniciosi interventi dal lato della domanda. Interventi incisivi di politica economica dal lato dell’offerta sono urgenti. La riduzione della spesa pubblica e dei trasferimenti da un lato e l’aumento del prelievo fiscale sulle rendite patrimoniali dall’altro sono assolutamente necessari per concentrare le risorse sull’accelerazione della crescita delle componenti più forti e attive del sistema economico nazionale.

Sono questi provvedimenti necessari per contenere la crescita della disoccupazione e accelerare l’uscita dalla depressione che è meglio prendere in condizioni di relativa autonomia decisionale piuttosto che sotto il tallone di una crisi finanziaria imminente che renderebbe necessarie le stesse misure, ma a quel punto destinate al solo fine di tagliare deficit e debito pubblico.

La classe dirigente italiana deve uscire dal suo torpore e formulare proposte di politica economica adeguate a fronteggiare una vera e propria depressione schumpeteriana.

 

*Università di Torino e Collegio Carlo Alberto.

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Le politiche della domanda sono necessarie e possibili. Commento ad Antonelli

Pubblicato il 21 Aprile 2010 da admin

Riceviamo e volentieri pubblichiamo l’articolo del prof. Cristiano Antonelli, dell’Università di Torino, unitamente a un commento di Roberto Ciccone, docente presso l’Università di Roma Tre e membro della redazione di Economia e politica.

 

Una premessa dell’articolo di Cristiano Antonelli è del tutto condivisibile: il pessimismo circa la capacità del sistema economico di superare spontaneamente la crisi attuale e tornare a livelli di attività e tassi di crescita relativamente elevati. Mi trovo invece in disaccordo sulle linee di intervento, in particolare per l’economia italiana, che Antonelli propone, e che in parte discendono dalla interpretazione che egli dà delle cause della grave situazione economica che stiamo vivendo.

Un dissenso di carattere generale riguarda l’impostazione complessiva delle politiche proposte da Antonelli, che, come egli tiene a sottolineare, dovrebbero consistere di politiche “dell’offerta”, piuttosto che di politiche della domanda, e ciò sia in riferimento alle esigenze più immediate di uscita dalla depressione, sia, su un orizzonte di più lungo termine, con riguardo allo sviluppo dell’economia italiana. Per l’uno e per l’altro ordine di problemi la strategia che Antonelli suggerisce consiste nell’innalzare il grado di specializzazione dell’apparato produttivo italiano: nel breve periodo evitando di frapporre ostacoli alla contrazione delle attività meno competitive e concentrando il sostegno pubblico sui settori più promettenti in termini di efficienza, e nel lungo periodo mediante un intervento pubblico volto a dare forte impulso all’innovazione tecnologica nell’ambito del “modello di specializzazione” ritenuto più adeguato alla nostra economia. In questa linea di azione, incentrata dunque su un severo processo di selezione, non trovano alcuno spazio manovre espansive della domanda aggregata. Secondo Antonelli le politiche ‘keynesiane’ sarebbero in generale scarsamente efficaci per l’area economica che le mettesse in atto in quanto, data l’integrazione dei mercati, si risolverebbero in aumenti di importazioni piuttosto che del prodotto interno. In particolare per l’Italia, poi, a questo argomento Antonelli aggiunge che l’esistenza di già elevati livelli del debito pubblico non consentirebbe ulteriori aumenti della spesa pubblica.

L’idea che il sostegno alla innovazione tecnologica, concentrato sulle industrie meglio in grado di reggere la concorrenza (lasciando che ‘il mercato’ sgombri il resto del campo) possa essere un intervento sufficiente per l’uscita dalla depressione e la ripresa dello sviluppo si lega alla lettura riduttiva che Antonelli dà delle cause della crisi. Secondo Antonelli questa è interamente riconducibile all’eccesso di capacità produttiva generato da precedenti ondate di investimenti tecnologici, e il suo superamento richiede quindi che una ulteriore serie di innovazioni tecnologiche apra nuove opportunità di investimento. Vengono così del tutto ignorati quei fattori di carattere strutturale che almeno una parte degli economisti ritiene essere alle radici della crisi, e cioè il rilevante cambiamento nella distribuzione del reddito, dalle fasce basse o centrali a quelle più elevate in termini di reddito pro-capite, avvenuto negli ultimi decenni in molta parte del mondo, e i suoi effetti depressivi sulla domanda aggregata—in alcuni casi, come negli USA, compensati per un certo periodo dall’aumento dell’indebitamento delle famiglie, fino al redde rationem della crisi finanziaria che ha coinvolto parte del sistema bancario.

Questa visione delle origini della crisi suggerisce che la via d’uscita dalla depressione non può prescindere da una correzione delle tendenze in atto, sia con riguardo alla distribuzione del reddito che alla domanda aggregata. Nella situazione presente il problema distributivo, che in larga misura coincide con la diminuzione della quota dei salari sul reddito nazionale, è accentuato dall’aumentata disoccupazione e dalla conseguente difficoltà che un recupero salariale è destinato ad incontrare nella contrattazione tra lavoratori e imprese. Sorge quindi la necessità di una azione redistributiva da parte dello Stato (o in generale del settore pubblico) mediante la politica fiscale, nelle varie modalità che questa può assumere. Ma la gravità della situazione consiglia di affiancare alla politica redistributiva, presumibilmente attuabile solo in modo graduale, un aumento dei livelli di domanda che si presenti come sufficientemente stabile, e che possa quindi incidere positivamente, oltre che sui livelli correnti di produzione, sulle prospettive di aumento della capacità produttiva, e perciò sugli investimenti. Le condizioni attuali sono lontane dal giustificare l’attesa di una espansione spontanea e persistente della domanda privata; ne segue che anche su questo fronte appare necessario l’intervento della politica fiscale, e in particolare un programma di spese pubbliche che innalzi il trend dei livelli di attività economica sia direttamente, sia negli effetti indotti sulla spesa privata.

Alle proposte ora sommariamente formulate sembrerebbero applicarsi le già ricordate obiezioni sollevate da Antonelli, l’una relativa all’aumento di importazioni provocato da una espansione della domanda , e l’altra connessa all’ostacolo che un già elevato debito pubblico costituirebbe per politiche fiscali espansive. Partendo dalla seconda questione, se si accetta che il rapporto tra lo stock di debito pubblico e il prodotto interno costituisca una misura significativa della dimensione del debito (come d’altra parte prevedono le regole dell’unione monetaria), allora gli effetti sul detto rapporto di un programma di politica fiscale devono essere valutati tenendo conto non soltanto dell’eventuale aumento del debito, ma altresì dell’aumento dei livelli del prodotto interno che quelle politiche sono in grado di determinare, sia direttamente che indirettamente; cosicché è concepibile che tali politiche possano produrre una diminuzione del rapporto debito/pil rispetto a quello che altrimenti si realizzerebbe. Sarebbe comunque difficile negare che un valore maggiore del rapporto debito/pil associato a più elevati livelli di produzione e occupazione sia ‘paretianamente’ preferibile, per la collettività, ad un più alto valore del rapporto stesso causato da un prodotto interno discendente o stagnante.

Quanto all’aumento delle importazioni, è difficile concordare con Antonelli circa la possibilità che più elevati livelli di domanda aggregata si rivolgano esclusivamente, o fosse anche prevalentemente, a prodotti esteri: non si vede infatti perchè tale drastica evenienza dovrebbe verificarsi solo per gli eventuali aumenti della domanda e non già per i livelli attuali—come evidentemente non è. Il problema da discutere è piuttosto quello, certo non nuovo, del maggior volume di importazioni, e quindi del deficit commerciale, che potrebbe determinarsi per effetto di un aumento del prodotto interno. In via preliminare è opportuno precisare che si tratterebbe appunto di una eventuale conseguenza della crescita dell’economia, e non, come Antonelli presenta la cosa, una particolare prerogativa di politiche di espansione della domanda: in altri termini il problema attiene al processo di sviluppo, e si porrebbe anche rispetto agli effetti sperati di politiche per la crescita definibili “di offerta”—come le tradizionali ricette basate sul contenimento dei salari e sulla flessibilità nell’impiego del lavoro. Ciò detto, interventi come quelli proposti da Antonelli e, più in generale, strategie di politica industriale che aumentino le capacità di esportazione possono allora utilmente affiancarsi alle misure di espansione della domanda; per le quali misure sono peraltro concepibili articolazioni a basso, o persino nullo, contenuto diretto di importazioni, come presumibilmente sarebbe il caso, ad esempio, di investimenti in infrastrutture o in edilizia pubblica. Non va trascurato, infine, il fatto che l’adesione all’unione monetaria europea, che per un verso ha tolto alla nostra economia lo strumento del tasso di cambio, implica, per un altro verso, il vantaggio che un deficit commerciale nei confronti dell’area dell’euro non genera indebitamento in valuta estera. E, per concludere con ciò che sarebbe quasi ovvio, ed appare invece utopico rispetto alla presente filosofia della politica economica europea, i paesi aderenti all’unione monetaria trarrebbero un beneficio generalizzato e moltiplicato se le politiche espansive venissero applicate (magari in modo coordinato) a livello dell’intera area dell’unione, che alla valuta comune unisce il fatto che una quota importante degli aumentati flussi commerciali resterebbe interna all’area stessa.

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