Tag Archive | "salari"

Tags: , , , , ,

Specializzazione produttiva, competitività, salari. L’Italia e gli altri

Pubblicato il 16 Aprile 2010 da admin

Tra i paesi industrializzati l’Italia è quello che ha cercato più di altri di competere nei mercati internazionali mediante una accentuata politica salariale deflattiva. I dati relativi alla bilancia commerciale e alle quote nel commercio internazionale dimostrano che questa politica non ha avuto successo. E così, a dispetto della moderazione salariale, l’Italia riesce sempre meno a difendere il “core” del suo modello di specializzazione produttiva, fondato prevalentemente su attività e servizi che non necessitano di cospicui impegni sul terreno della conoscenza. Viceversa, in quei paesi nei quali gli investimenti in nuove tecnologie sono elevati, non solo si registrano livelli più alti dei salari reali, ma anche i risultati in termini di competitività internazionale sono ben superiori ai nostri.

Tutti i dati sembrano confermare queste affermazioni: gli investimenti e l’introduzione di innovazioni sono correlati a un aumento della competitività, ad un aumento della occupazione e, soprattutto, ad una occupazione di maggiore qualità. Inoltre, le imprese innovative, mediamente, realizzano profitti più alti di quelle legate a tecnologie tradizionali; grazie agli sforzi nel campo della ricerca e sviluppo, i profitti sono “garantiti” nel tempo e si registrano comportamenti migliori anche nei periodi di crisi. In qualche misura si può dunque configurare una “nuova dimensione dell’oligopolio” legata all’innovazione e agli investimenti, che diventano una barriera all’entrata per gli imprenditori, delineando per le stesse imprese innovatrici un certo livello di potere nel mercato[1].

Prendendo in esame la quota percentuale dei prodotti ad alta tecnologia sulle esportazioni dei beni manifatturieri per destinazione di produzione[2] di Francia, Germania, Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone e Canada[3], possiamo osservare l’evoluzione e la crescita della componente high tech a livello generale da un lato, e il peso della produzione high tech di ogni paese dall’altro (si veda la Tabella 1 in basso).

Per i beni strumentali-capitali la quota di produzione legata alla componente high tech sulle esportazioni manifatturiere è passata dal 26,98% del 1961-65 al 44,38% del 2006; per i beni intermedi la percentuale high tech passa dall’8,65% al 26,02%; per i beni di consumo la quota percentuale passa dal 12,96% al 29,30%. Forse non è corretto considerare la crescita della componente h-t sull’esportazione dei beni manifatturieri come soglia “oligopolistica”; essa tuttavia rappresenta bene un fattore di competitività sul mercato internazionale.

Tra i paesi indagati l’Italia è quello che manifesta una marcata debolezza nei settori ad alta tecnologia. Tra l’altro, la distanza che separa l’Italia dagli altri paesi si accentua nel tempo. Nella produzione di beni strumentali l’Italia passa dal 29,33% del periodo 1961-65, al 18,74 del 2006. Più in particolare si osserva una progressiva incapacità nel mantenere un ruolo importante nei settori avanzati. Se nel 1961-65 la distanza dalla media dei paesi considerati nella componente h-t dei beni strumentali aveva valori positivi pari a 2,35 punti percentuali (cioè l’Italia superava la media dei paesi analizzati) alla fine del 2006 l’Italia accumula un ritardo pari a 25,64 punti; per i beni intermedi si passa dallo 0,38 a meno 10,14 punti percentuali; per i beni di consumo si passa dal meno 7,73 a meno 14,41punti percentuali.

I dati mostrano inoltre che dove la spesa in ricerca e sviluppo è maggiore della media, il salario tende ad essere più alto e il numero delle ore lavorate è più basso[4]. Nei paesi in cui la spesa in ricerca e sviluppo è prossima al 2% del pil, le ore lavorate per addetto sono sempre più contenute rispetto a quelle che si registrano nei paesi in cui la spesa in ricerca e sviluppo è prossima o di poco superiore all’1% del pil. La Germania spende in ricerca e sviluppo il 2,53% del pil, mentre le ore lavorate annue per addetto sono pari a 1.433; la Gran Bretagna spende l’1,82% del pil e le ore lavorate sono 1.670; in Francia si spende il 2,04% del pil in ricerca e sviluppo, mentre le ore lavorate sono pari a 1.561. Passiamo all’Italia. Da noi la spesa in ricerca e sviluppo è pari all’1,18% del pil, mentre le ore lavorate sono pari a 1.824 ore per addetto.

Lo stesso trend lo possiamo osservare dal lato dei salari. Se in quasi tutti i paesi considerati i tassi di crescita dei salari hanno conosciuto forti contrazioni a partire dal 1985, il fenomeno è significativamente diverso da paese a paese (si veda la Tabella 2 in basso).

Nei paesi che hanno rafforzato la parte manifatturiera high tech si registrano valori assoluti dei salari e tassi di crescita superiori alla media; in Italia, invece, si registra un forte rallentamento della dinamica salariale rispetto ai partners economici, soprattutto a partire dal 1995[5].

Tutto ciò sembra indicare che i paesi che hanno saputo adeguare il target della propria struttura produttiva alle nuove sfide della conoscenza e dell’innovazione, hanno anche potuto sfruttare posizioni di mercato meno concorrenziali, con risultati soddisfacenti per i profitti e, in media, anche per i salari. Stando a queste evidenze, si può affermare che lo sforzo nello spingere il sistema produttivo a credere nella ricerca e sviluppo, più che nel trasferimento di tecnologia, dovrebbe esser considerato la vera frontiera della politica economica.

Tabella 1

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tabella 2

 

  
  
  
  
  
  
[1] Alfred Kleinknecht, 1998, Is labour market flexibility harmful to innovation?, ed. Cambridge journal of economics. 1998, 22, 387-396.
[2] Beni strumentali, beni intermedi, beni di consumo.
[3] Tratta da D. Palma, S. Prezioso, Progresso tecnico e dinamica del prodotto in una economia “in ritardo”, prossima pubblicazione su Economia e Politica Industriale, 2010.
[4] OECD EMPLOYMENT OUTLOOK 2008.
[5] Labour compensation per employee in ppps in US dollars.

Commenti (2)

Tags: , , , , , , , ,

Mezzogiorno in gabbia

Pubblicato il 05 Marzo 2010 da admin

Ultimamente si registra un rinnovato interesse sulla cosiddetta “Questione Meridionale”, basti pensare all’intervento d’apertura del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi al recente convegno su “Il mezzogiorno e la politica economica dell’Italia”, (Roma, 26 novembre 2009) ed alla sempre recente pubblicazione in volume, ancora  da parte della Banca d’Italia, degli atti del  convegno su “Mezzogiorno e politiche regionali” del febbraio 2009.

Non molto tempo fa, inoltre, la Lega ha nuovamente avanzato la proposta di introdurre delle “gabbie salariali”, cioè retribuzioni salariali nominali differenziate che tengano conto del diverso più basso indice dei prezzi (“costo della vita”) al Sud, un tema questo che del resto ricorre ciclicamente nel dibattito economico e politico del Paese. In ciò che segue mi propongo brevemente di analizzare il fondamento teorico generale  – e  le conseguenze  in termini di policy –  di quest’ultimo tema che, come apparirà chiaro in seguito, “impregna” buona parte del dibattito sull’economia meridionale (è ad esempio uno dei fili conduttori, ovviamente con ben altro spessore teorico, degli interventi al succitato convegno di febbraio) e rappresenta quindi un ottimo punto di partenza per sviluppare delle considerazioni più generali, seppur provvisorie, sulle prospettive dell’economia del Mezzogiorno.

Nel seguito con  “gabbie salariali” non ci si riferirà esclusivamente alla forma estrema di una fissazione ex lege di salari nominali più bassi al Sud, quanto soprattutto alla modalità più “elastica” di un (maggiore) “accomodamento contrattuale”, conseguito nei più vari modi, dei salari alle condizioni dei mercati locali.

                                                                                          ***

Anche se esposte in vario modo, le proposte a favore dell’introduzione di gabbie salariali si possono suddividere in due principali filoni argomentativi, che seppur si trovino a volte sovrapposti, converrà inizialmente – anche solo per scopi espositivi – tenere separati.

Una prima giustificazione, che potremmo definire meno analitica ma più “politica”, in quanto fondata su una sorta di “propaganda del buon senso comune”, afferma semplicemente che salari nominali fissati con contrattazione nazionale erga omnes (ci riferiamo ovviamente al CCLN) e quindi  uniformi (assumiamo per il momento che le cose stiano effettivamente così, ma come vedremo in generale non è vero), comporteranno salari reali – intesi come il potere di acquisto dei salari nominali[1] –   superiori al Sud rispetto al Nord, dal momento che l’indice dei prezzi nel Mezzogiorno  risulta sensibilmente inferiore rispetto a quello del Settentrione (vedremo comunque in seguito che anche quest’ultima affermazione necessita di alcune qualificazioni).

Se la causa di questa palese disparità retributiva può essere alternativamente ricondotta al differenziale dei prezzi oppure all’uniformità del salario, la modalità più efficace per rimuoverla pare senza dubbio essere quella di fissare un salario nominale più basso al Sud, in modo tale da ristabilire l’omogeneità dei salari reali sul territorio nazionale[2]. Bisogna aggiungere che questo tipo di manovra “perequativa” avrebbe inoltre  degli effetti benefici non secondari in quanto – e qui arriviamo al punto rilevante – il suo vero intento sarebbe rivolto a riequilibrare il funzionamento del mercato del lavoro inopinatamente “disturbato” dall’esistenza del differenziale nei prezzi di cui abbiamo detto. Con una diminuzione dei salari reali al Sud dovrebbe infatti aumentare anche l’occupazione, come sa qualunque studente che abbia frequentato un primo anno di una Facoltà di Economia, e pertanto si rimuoverebbero gli ostacoli (rappresentati da un elevato salario reale) al raggiungimento (o almeno all’avvicinamento) del pieno impiego (ed anche su questa questione lo studente summenzionato  sarebbe ben in grado di dimostrare come quest’ultima configurazione sarebbe “Pareto-superiore”, cioè apporterebbe maggiori benefici all’intera società, meridionale aggiungiamo, rispetto alla situazione di partenza).

Contro questo tipo di argomentazione Patalano e Realfonzo hanno già avanzato su queste pagine una serie di critiche che possiamo così riassumere: 1. Differenze nei salari comporterebbero una violazione delle norme antidiscriminatorie stabilite da varie convenzioni internazionali. 2. Il più alto indice del costo della vita al Nord sarebbe collegato anche a più elevati stock di ricchezza ivi presenti; considerando pertanto anche tali stock, oltre ai flussi di reddito percepiti, non si potrebbe più sostenere che i differenziali salariali comportino nello stesso tempo anche differenze nei livelli di benessere (che sarebbero appunto più che controbilanciate dalla più alta dotazione di ricchezza delle famiglie del Nord). 3. La costruzione di indici di prezzo per territori differenziati come lo sono il Nord ed il Sud comporta numerosi problemi riguardo all’omogeneità dei beni che determinano il paniere di riferimento: è molto probabile che alcuni beni, ed in particolare numerosi servizi, abbiano una qualità più scadente al Sud rispetto al Nord, compensando così il differenziale nei prezzi (nel senso che prezzi più bassi nel Meridione rifletterebbero anche, semplicemente, standard qualitativi inferiori, e quindi non comporterebbero differenze effettive nei salari reali).

A queste critiche, ampiamente condivisibili[3], ne aggiungeremo un’altra che semplicemente dimostra la fallacia di tutto questo tipo di argomentazione a sostegno della “gabbie salariali”.

Cominciamo dicendo che se si volesse trovare una base teorica a sostegno degli argomenti che abbiamo esposto, il modello di riferimento andrebbe presumibilmente ricondotto a quella visione neoclassica del funzionamento del mercato del lavoro che troviamo  descritta in un qualunque testo base di microeconomia e che così, per semplicità, andiamo a riassumere. L’equilibrio sul mercato del lavoro (in particolare il livello di occupazione ed il salario reale) è determinato dall’interazione tra domanda di lavoro (da parte degli imprenditori) ed offerta di lavoro (da parte dei lavoratori), domanda ed offerta entrambe funzioni della stessa variabile, il salario reale. Per essere più chiari, la domanda di lavoro è una funzione decrescente del salario reale (rappresentando quest’ultimo il costo che gli imprenditori sostengono per lavoratore) mentre l’offerta di lavoro è una funzione crescente dello stesso (più elevata è la remunerazione che ottengono, più i lavoratori saranno disposti ad offrire lavoro). Con queste premesse si dimostra immediatamente – nel caso che stiamo analizzando di  salari nominali uniformi ma di livello dei prezzi differenziati – che al Sud si stabilirà un equilibrio caratterizzato contemporaneamente da un salario reale e da un tasso di disoccupazione più elevati, in quanto qui gli imprenditori  devono pagare un salario reale (per lavoratore) più alto. L’unico modo per riassorbire la disoccupazione sarebbe allora quello di abbassare il salario nominale (ristabilendo così l’uniformità dei salari reali tra le due ripartizioni territoriali).

La fallacia di questa argomentazione emerge chiaramente nel momento in cui si riflette sul fatto che questo modello è generalmente valido soltanto nel caso di una one-commodity economy, cioè di un sistema economico in cui si impiega un unico fattore produttivo, il “lavoro”, per produrre un unico bene (che sarà usato come bene di consumo dai lavoratori e/o come bene di investimento dagli imprenditori). Al di fuori di questo caso astratto il modello di funzionamento del mercato del lavoro che abbiamo descritto, e le conseguenti ricette di policy da esso derivanti (le “gabbie salariali”, per essere chiari), non hanno alcuna validità. La spiegazione è molto più intuitiva di quanto si possa immaginare. Cominciamo con il caso ipotetico in cui si produce un unico bene il cui prezzo però, per quanto dicevamo prima, risulta per qualche ragione inferiore al Sud (rispetto al Nord), mentre il salario nominale è uniforme su tutto il territorio nazionale. Gli imprenditori del Sud, evidentemente, starebbero realizzando dei profitti minori dei loro colleghi del Nord, in quanto vendono lo stesso bene ad un prezzo inferiore, sostenendo però lo stesso costo unitario del lavoro. Se assumiamo che la produttività del lavoro sia la medesima al Sud come al Nord (e non si vede perché dovrebbe essere altrimenti, dato che è tacito che si impieghi la medesima tecnologia nella produzione del medesimo bene), ed inoltre, ripetiamolo, che il salario monetario sia uniforme, al fine di compensare questo divario nei prezzi gli imprenditori che operano nel Meridione dovranno comportarsi che come detto sopra, impiegando cioè un numero minore di lavoratori al fine di realizzare un saggio di profitto esattamente pari a quello degli imprenditori del Nord. Si badi bene che l’aspetto importante di questo esempio è che il prezzo del bene (sia al Sud che al Nord) sia lo stesso prezzo con il quale i lavoratori deflazionano il loro salario nominale e gli imprenditori calcolano il loro saggio di profitto (dato che c’è un unico bene)[4].

Allontaniamoci ora dagli algidi schemi della teoria e facciamo un salto nella realtà. La principale modifica da introdurre nel modello è che il prezzo con il quale i lavoratori deflazionano il loro salario reale  non è più, in generale, lo stesso prezzo in base al quale gli imprenditori calcolano il loro saggio di profitto, dato che ora ci sono più beni: un paniere di beni di consumo di cui si calcolerà un indice dei prezzi che deflaziona il salario reale dei lavoratori, ed i vari beni – alcuni dei quali potrebbero anche non figurare direttamente nel paniere  citato – prodotti dagli imprenditori. In altri termini non sarà più possibile rappresentare il mercato del lavoro come fatto sopra, dal momento che, in generale, il salario reale sarà diverso se calcolato in riferimento ai lavoratori o ai vari imprenditori, e dal momento che – specialmente se si tratta di produzione industriale – c’è un’elevata probabilità che il bene prodotto dagli imprenditori venga venduto allo  stesso prezzo al Sud come al Nord.

A questo punto il problema dovrebbe essere chiaro: per valutare il salario reale del lavoratore-consumatore dobbiamo deflazionare il salario nominale per un certo indice dei prezzi al consumo, mentre per valutare il salario reale che l’imprenditore paga dobbiamo fare riferimento al prezzo del bene che questi produce, ed ovviamente i due prezzi in generale non saranno uguali, perché si tratta di beni diversi. Ma allora ne consegue che non c’è alcuna ragione per pagare un salario differenziato ai lavoratori del Sud rispetto a quelli del Nord. Un esempio può risultare illuminante. Immaginate un imprenditore che produce un certo bene al Nord e che decide di aprire un’azienda distaccata al Sud: avrà dei buoni motivi per richiedere salari nominali più bassi al Sud? In base al “buon senso” sembrerebbe di si: dato che l’indice dei prezzi al consumo è più basso al Sud, potrebbe pagare un salario nominale minore, garantire un più elevato livello di occupazione e contemporaneamente un uguale livello nel potere di acquisto ai lavoratori meridionali. Ma questo ragionamento sarebbe giustificato se il nostro imprenditore vendesse il proprio bene al Sud ad un prezzo minore rispetto a quello praticato al Nord, ma ciò ovviamente non accade, in quanto il listino prezzi, in mercati non competitivi, prevederà sicuramente un uguale prezzo alla produzione per questo bene sia al Nord che al Sud. Alternativamente pensate al caso di una grossa azienda che produce automobili: avrebbe dei buoni motivi per pagare salari più bassi al Sud? Solo nel caso in cui le auto che vende avessero un prezzo minore, ma anche questo è un caso che non si dà. La morale di questa storia dovrebbe essere chiara: per tutti quei beni prodotti con prezzi di listino uniforme sul territorio nazionale, nessun imprenditore potrà mai richiedere e giustificare salari differenziati, in quanto il proprio salario reale su cui farà i conti non coinciderà con il salario reale sul quale il lavoratore salariato fa i suoi, ed inoltre tale salario reale che paga sarà esattamente lo stesso, al Sud come al Nord.

***

Una giustificazione, analiticamente più fondata, in favore dell’introduzione di “gabbie salariali”, fa riferimento alla più bassa produttività del lavoro – misurata dal valore aggiunto al costo dei fattori per unità di lavoro – empiricamente rilevabile al Sud rispetto al Centro-Nord, con un differenziale medio che si attesterebbe per le imprese intorno al 17% (si veda l’intervento di Accetturo et al. nel già citato volume della Banca d’Italia e si veda anche il Rapporto Svimez, p.6, che addirittura stima tale differenziale per la produzione industriale in un meno 22%)[5]. In tale luce i più bassi salari dovrebbero semplicemente riflettere tale più bassa produttività, ed inoltre sarebbero praticabili proprio grazie anche al più basso costo della vita di cui abbiamo appena detto (insomma, una differenziazione dei salari nominali in questo caso non solo sarebbe giustificata  ma anche possibile).

Se dal punto di vista teorico – almeno per quanto riguarda la determinazione di equilibrio del salario nominale – il ragionamento suddetto parrebbe non fare un grinza, le implicazioni che esso comporta devono essere invece attentamente vagliate. Cominciamo intanto con il dire che  focalizzare l’attenzione sull’omogeneità dei salari nominali in una situazione come questa equivale a vedere il dito e non la luna che esso indica, per rifarci ad una famosa allegoria, in quanto il punto rilevante è ora specificamente rappresentato dall’origine della diversa minore produttività del lavoro riscontrata nel Mezzogiorno. Si badi bene, qui siamo ovviamente in una visione del mercato del lavoro sicuramente più complessa del  semplice “modello” a cui abbiamo fatto riferimento nella prima parte di questo articolo, in quanto ora abbiamo beni generalmente diversi prodotti con configurazioni tecnologiche diverse. Detto in altri termini la diversa produttività riflette sostanzialmente[6] una “peggiore”, nel senso di meno efficiente, dotazione quanti-qualitativa dello stock di capitale – all’interno del quale va ovviamente considerata anche la dotazione di capitale umano[7] – che si sostanzia appunto in un valore aggiunto per occupato inferiore. Una tale situazione indica un processo di specializzazione territoriale del tipo hub and spoke già ampiamente in atto nel Paese, che l’istituzione di gabbie salariali, in un certo senso, “consacrerebbe” definitivamente, delineando un (non troppo) futuro scenario nel quale a fronte di un Nord con una struttura produttiva tecnologicamente avanzata starebbe un Meridione attestato su segmenti di mercato medio bassi (a “basso valore aggiunto”, come si usa dire), con una produzione presumibilmente sempre più incentrata su microimprese operanti nella catena di subfornitura dei cosiddetti comparti tradizionali (si pensi ad esempio al TAC). A prescindere così dalle dichiarate buone intenzioni – che generalmente fanno leva sul carattere transitorio che dovrebbero avere queste ed altre misure simili, si pensi ad esempio ai vari contratti “difensivi” per favorire la (ri)emersione di imprese operanti “in nero” – l’effetto  più probabile sarebbe proprio quella di “sancire” definitivamente il divario Nord-Sud, attraverso l’istituzionalizzazione di un mercato del lavoro rigidamente segmentato. Ci possiamo spingere oltre nell’esaminare le conseguenze più rilevanti di un simile processo di specializzazione territoriale, ricordando che, come recita un noto teorema di economia internazionale, affinché ci possa essere un qualche tipo di vantaggio nel commercio tra due territori così diversificati, il costo del lavoro al Sud dovrebbe subire una diminuzione ancor più consistente del divario di produttività,  in modo tale da assicurare comunque quello che si chiama un “vantaggio comparato” ai beni ivi prodotti. Se a ciò aggiungiamo che i lavoratori meridionali verrebbero messi in concorrenza, nella produzione di beni a “basso valore aggiunto”, con i lavoratori di tutti i “Sud del mondo” (oltre che con quelli che lavorano nel settore informale ed irregolare all’interno del proprio territorio) si realizza facilmente che sarà sempre possibile trovare qualcuno in grado di produrre tali beni a costi del lavoro ancora più bassi, innescando così ulteriori riduzioni salariali (accompagnate per di più da ingenti processi di delocalizzazione, come ben sanno i numerosi lavoratori, non solo meridionali, occupati nei comparti tradizionali). Il quadro poi si fa ancora più fosco, se possibile, considerando che in un tale processo i flussi migratori di lavoratori più qualificati dal Mezzogiorno verso altre aree del Paese saranno destinati ad aumentare, dato che ormai per questo tipo di lavoratori – vista la composizione della domanda di lavoro – ci sarebbero sempre meno opportunità di impiego[8]. Da ultimo aggiungiamo che è altamente improbabile che un simile processo non provochi spinte al ribasso, prima o poi, anche sui salari corrisposti ai lavoratori del Nord (con particolare riferimento a quelli con più bassa qualifica).

***

Prima di passare a delle considerazioni conclusive, è importante esaminare brevemente altri due problemi di natura più empirica: l’effettivo divario dei prezzi e la presunta uniformità salariale tra Nord e Sud.

Per quanto riguarda il primo punto, le stime dipendono da come sono costruiti i panieri  di riferimento, ed il dibattito metodologico è ovviamente aperto: se il  paniere che l’Istat costruisce per valutare la soglia di povertà assoluta costa approssimativamente il 20% in meno al Sud rispetto al Centro Nord (si veda: La Misura della Povertà assoluta, in particolare pp. 68 e segg.), nell’ottimo lavoro di Cannari e Iuzzolino, presente nel più volte citato volume della Banca d’Italia, si mostra come in relazione alla metodologia adottata il divario del costo della vita oscilli approssimativamente tra un -3% – nel caso “meno favorevole” al Sud, in cui si considerano soltanto i prodotti alimentari, dell’abbigliamento e dell’arredamento – ed un -21 % – nel caso “più favorevole” in cui si includano altre voci, in particolare gli affitti effettivi e figurativi. L’indice a cui gli autori danno preferenza condurrebbe ad una stima complessiva del costo della vita al Sud inferiore del 17% rispetto al Nord, che comunque scende approssimativamente intorno al 10% se si escludono  gli affitti figurativi. Questi ultimi sono gli affitti imputati a chi vive in case di proprietà, e rappresentano cioè il mancato guadagno, ovvero il costo-opportunità, derivante dalla decisione di non affittare la propria casa: conviene sottolineare che l’inclusione di tale elemento da un lato gonfia l’indice complessivo del costo della vita, dall’altro fa comunque lievitare anche il reddito familiare disponibile di queste famiglie del medesimo importo. È evidente che in un Paese dove circa il 70% delle famiglie vive in abitazioni di proprietà, come in Italia, il considerare o meno questa voce porta a variazioni di rilievo nell’indice che misura il costo della vita complessivo[9]. Ad ogni modo, qualunque indice si voglia adottare, il divario nei prezzi comunque rilevato non dovrebbe destare eccessiva meraviglia, configurandosi come un tipico caso di fallimento della cd “legge del prezzo unico”[10]. Come è noto questa legge non funziona, in generale, per le cd non-tradeable commodities, quei beni e servizi cioè che non si possono commerciare o perché deperibili e/o perché i costi di trasporto eccederebbero i benefici (si pensi ad esempio a vari prodotti alimentari ed a numerosi servizi), o perché assolutamente non trasportabili (si pensi nello specifico al mercato immobiliare): ed è esattamente questo che fa la differenza tra il livello dei prezzi del Mezzogiorno – ovviamente inferiore dato il più basso livello di attività economica -  e quello del Nord. Conviene inoltre ricordare che i differenziali di prezzo spesso riflettono anche l’operare di meccanismi di mercato non concorrenziali, ove alcuni soggetti guadagnano posizioni di rendita originate anche dalla possibilità di discriminare i prezzi e di razionare i beni (si pensi nello specifico al mercato immobiliare).

Sul secondo punto è ben noto che in realtà i salari non sono omogenei sul territorio nazionale e risultano mediamente inferiori al Sud (su questo argomento è già intervenuto Forges Davanzati) risultando quindi già sufficientemente “coerenti” con le dinamiche della produttività di cui abbiamo detto sopra. Specificamente, come ci ricorda Casadio nel citato volume della Banca d’Italia (pp. 93-136), “nell’industria i differenziali nei livelli retributivi totali tra il Nord e il Mezzogiorno sono di circa 15 punti percentuali tra gli operai e circa 22 tra gli impiegati. Quei valori scendono rispettivamente a circa 11 punti percentuali per gli operai e a circa 15 per gli impiegati, controllando tutte le variabili considerate” (p. 122), tra le quali variabili di particolare rilevanza sono i diversi minimi salariali fissati, per qualifiche equivalenti, in settori produttivi diversi e/o in imprese di diversa classe dimensionale. I differenziali totali risultano così imputabili per un terzo ai “variegati livelli delle retribuzioni contrattuali” e per i restanti due terzi alle varie voci retributive fissate in azienda (la cd contrattazione di secondo livello che prevede premi di risultato ed altri premi aziendali aggiuntivi). Anche qui non c’è da meravigliarsi se, data la struttura produttiva del Mezzogiorno, la maggior parte dei lavoratori che riceve soltanto i minimi salariali (il cui potere d’acquisto è stato letteralmente falcidiato negli ultimi anni) si ritrovi tra le piccole imprese del Sud, così come i maggiori differenziali siano presenti proprio tra la forza lavoro maggiormente qualificata.

***

Sul destino del Mezzogiorno si sta giocando una partita rilevante per tutto il territorio nazionale, sia in termini di politica di sviluppo industriale che più in generale per l’assetto socio-economico dell’intero Paese. Come abbiamo cercato di mostrare, tutte le iniziative volte a differenziare i livelli salariali non potranno che tradursi, malgrado le buone intenzioni dichiarate, in una definitiva segmentazione del mercato del lavoro – dinamica del resto già ampiamente in atto, come abbiamo più volte sottolineato – configurando un tipico modello di specializzazione ove ad un un Centro-Nord “sviluppato” si contrapporrebbe un Sud caratterizzato da bassa produttività, bassi salari, elevata disoccupazione, bassi tassi di partecipazione (che nel caso delle donne in alcune aree diventano a dir poco allarmanti), servizi pubblici scadenti, e definitivo deterioramento del capitale umano e sociale. Ed in questa direzione non può che tendere qualunque proposta volta ad incrementare il peso della contrattazione di secondo livello sulle remunerazioni totali, configurandosi come una sorta di rimedio “omeopatico” che può soltanto aggravare lo stato di salute del “paziente”, dato che è difficilmente immaginabile che tali tipi di riforme contrattuali possano in seguito favorire incrementi di produttività nel Mezzogiorno.

Dal momento che, come ricordava il vecchio Marx, sono i salari reali ad essere funzione dell’offerta di lavoro e non il contrario (come predice invece la teoria economica mainstream), questo esercito industriale di riserva di lavoratori che si è formato nel Sud, se da un lato può rappresentare  un ottimo serbatoio per le necessità di “espansione subitanea del capitale”, dall’altro lato sarà sempre più un pungolo contro le rivendicazioni salariali anche dei lavoratori del Nord. Per quanto specificamente  riguarda i lavoratori high skilled, gli ancora più elevati differenziali salariali riscontrati  stanno a confermare ulteriormente questo legame tra offerta e domanda  di lavoro, la cui conseguenza principale è esemplificata nel già citato aumento dei flussi migratori di questi lavoratori. Se poi si riuscirà in qualche modo a contrastare o regolamentare anche ex lege i flussi  migratori (si pensi ad esempio all’altra “provocazione leghista” sulle quote di insegnanti meridionali da ammettere nelle scuole settentrionali), e considerando i crescenti costi di trasferimento (si pensi soltanto ai costi delle abitazioni nel settentrione, che disincentivano i flussi migratori), allora si passerà direttamente da un modello segmentato a quello che viene tecnicamente definito un mercato del lavoro “segregato” per il Sud.

L’uniformità salariale resta pertanto un necessario collante tra il Mezzogiorno ed il Nord, e può inoltre rappresentare l’unico modo per spingere le imprese del Sud ad attivare incrementi di produttività attraverso innovazioni di prodotto e di processo.

Numerosi altri autori, sulle pagine di questa rivista, hanno già spiegato perché si dovrebbero aumentare, in generale, i salari nominali sia al Nord che al Sud[11], e non è il caso di tornare su questo argomento. Ad ogni modo, per rifarci  alle considerazioni iniziali del nostro intervento, a chi specificamente chiedesse di ridurre i salari nominali al Sud dato il differenziale nel costo della vita con il Nord, basterebbe semplicemente rispondere con l’opposta indicazione “minimale” che si dovrebbero  elevare i salari reali  al Nord, anche attraverso incrementi  del  “salario indiretto”, ovvero attuando una redistribuzione dei  redditi attraverso adeguate politiche che riducano i prezzi di quei beni “scarsi” (ma spesso razionati) che garantiscono elevate posizioni di rendita (ad esempio, attuando una seria “politica per la casa”, per intenderci). Insomma, chiedere di abbassare il salario del lavoratore meridionale, che con grande probabilità è già al minimo contrattuale, perché le case al Nord “costano troppo”, è veramente privo di senso.

Ci sono ovviamente altri temi che abbiamo volutamente tralasciato, anche per motivi di spazio, parimenti fondamentali nell’analisi del divario Nord-Sud: la distorsione nell’allocazione delle risorse provocata dalla presenza della criminalità organizzata; l’inadeguatezza quanti-qualitativa del capitale umano nel Mezzogiorno; il rapporto in un certo senso “patologico”, ancora riscontrabile in alcune aree del Sud, tra beni pubblici e beni privati (penso in particolare alla difficoltà di considerare il proprio environment come un asset strategico); lo scarso impatto delle “Politiche per il  Mezzogiorno”, con particolare riferimento a tutto il sistema di agevolazioni ed incentivi messo in campo anche in ambito comunitario  (si pensi inoltre all’elevato tasso di frodi, irregolarità, ecc., che hanno contraddistinto l’utilizzo dei fondi strutturali), tutti temi, questi, importanti, che  lasciamo però ad un prossimo intervento.

* Università degli Studi del Salento.

 

[1] Per essere più espliciti, il salario reale va inteso come il salario nominale deflazionato, cioè diviso, per qualche indice dei prezzi, ad esempio l’indice dei prezzi al consumo
[2] Come pura curiosità facciamo notare  (in particolare ai sostenitori delle proprietà taumaturgiche del libero mercato) che l’operare della concorrenza prevede comunque dei meccanismi di aggiustamento automatici che consentono di superare tale disparità, senza necessità alcuna di dover introdurre le “gabbie salariali”. Una situazione come quella descritta sopra dovrebbe infatti dare vita ad un consistente flusso migratorio di lavoratori dal Nord (ove si “vive peggio”) al Sud (dove come è noto “si sta  meglio”). In conseguenza di ciò l’aumento della domanda aggregata al Sud spingerà progressivamente verso l’alto i prezzi, ed il contrario accadrà al Nord: questo processo – che si badi bene, è pienamente coerente con la teoria economica mainstream –  deve alla fine ristabilire l’omogeneità nelle remunerazioni reali, anche in presenza di salari nominali uniformemente fissati. Il fatto che poi tali dinamiche non si mettano in moto è una delle tante prove che generalmente le economie reali  funzionano in maniera diversa da quanto previsto dai semplici modelli microeconomici del mercato del lavoro.
[3] Ad esempio, la più bassa qualità di servizi essenziali, quali trasporti pubblici, sanità, ecc. ecc., è supportata da un’ampia evidenza empirica ed è richiamata anche nell’intervento citato del Governatore Draghi (p.4). Per quanto riguarda invece lo stock di ricchezza, avvertiamo il lettore che l’argomento è notevolmente più complicato e si corre il rischio di sfociare in ragionamenti circolari: i sostenitori delle “gabbie” potrebbero infatti a buon diritto sostenere che le differenze nelle dotazioni iniziali di ricchezza riflettono anch’esse il diverso livello dei prezzi e quindi confermerebbero in un certo senso la bontà della richiesta di differenziali salariali. Insomma una volta che tali stock vengano espressi in termini “reali” (e certamente non è cosa semplice) nulla assicura che le differenze non si annullino. Ritornerò comunque brevemente in seguito su questo punto, che è di fondamentale importanza in particolare in relazione alla proprietà immobiliare.
[4] Per essere ancora più espliciti, si ipotizzi che si produca e si consumi un solo un bene omogeneo, il “pane”,  e che tale bene venga venduto ad un prezzo minore al Sud: con salari nominali uguali, gli imprenditori pagherebbero (ed i lavoratori riceverebbero) al Sud un salario reale più alto, o detto in altri termini gli imprenditori pagherebbero (ed i lavoratori riceverebbero) una quantità di “pane” per ora lavorata maggiore al Sud che al Nord.
[5] La ricerca di Accetturo et al. è basata sul dataset della Centrale dei Bilanci per il 2006 (cfr. http://www.centraledeibilanci.it/cb_dati.htm). Può essere utile sottolineare che secondo la Banca d’Italia il divario complessivo di produttività (includendo quindi anche i servizi, ove tale divario è minore) sarebbe stato pari, per il 2008, a 13 punti percentuali (si veda L’Economia  delle Regioni Italiane nel 2008, p. 10).
[6] Ma non solo, ovviamente: qui stiamo per semplicità tralasciando, anche perché non avrebbe senso imputarli ai lavoratori, altri elementi che incidono sui costi complessivi e  causano distorsioni nell’efficiente allocazione delle risorse al Sud, quali differenziali nei tassi di interesse, insufficiente  infrastrutturazione, spese addizionali derivanti dai noti problemi connessi alla sicurezza del territorio, ecc.
[7] Dotazione che va correttamente riferita sia ai lavoratori che agli imprenditori.
[8] Come ci ricorda lo Svimez questo è un fenomeno in continua crescita, in quanto “è la carenza di domanda di figure professionali di livello medio-alto a costituire la principale spinta all’emigrazione […] nel 2004 partiva il 25% dei laureati meridionali con il massimo dei voti; tra anni più tardi la percentuale è balzata a quasi il 38%” (pp. 39-40).
[9] Più specificamente, se si considerano anche quelli figurativi sale il peso complessivo della voce “affitti” nel paniere di riferimento, e ciò si traduce in un incremento relativo del costo della vita rilevato nel Centro-Nord, essendo qui gli affitti mediamente più alti che al Sud.
[10] In base a questa legge un bene dovrebbe approssimativamente avere lo stesso prezzo – una volta convertito nella stessa valuta –  in qualunque angolo del mondo. Se ad esempio un determinato bene  costasse la metà nel territorio A  rispetto al territorio B, gli operatori economici (i cd. “arbitraggisti”) acquisterebbero tale bene in A per rivenderlo al più alto prezzo in B, in modo tale da lucrare su tale differenza di prezzo: in questo modo però il prezzo in  A tenderebbe a crescere, quello in B a diminuire, fino a ristabilire – al netto dei costi di trasporto  – l’uguaglianza nei prezzi tra le due “piazze”.
[11] Ed è ciò che dovrebbe essere emerso anche da quanto abbiamo fin qui detto, con particolare riferimento a quei lavoratori, relativamente più numerosi al Sud, che hanno sperimentato negli ultimi anni una costante perdita di potere di acquisto essendo “inchiodati” ai minimi salariali stabiliti dal contratto nazionale.

Commenti (0)

Tags: , , , , , ,

Le illusioni della Flexsecurity

Pubblicato il 15 Novembre 2009 da admin

L’Italia è, al tempo stesso, il Paese che – in Europa - ha dato maggiore impulso alle politiche di precarizzazione del lavoro e minore sicurezza a chi perde lavoro. Sul piano normativo, è opportuno ricordare che il nostro ordinamento prevede, in caso di licenziamento, il ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni ordinaria o strutturale (a seconda che si tratti di difficoltà aziendali di natura congiunturale o strutturale) e il ricorso alla mobilità nei casi di difficoltà aziendali irreversibili. L’ammontare del sussidio è stabilito in fase di programmazione economica ed è quantificato nella Legge Finanziaria. Vi è poi la possibilità di accedere all’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti per i lavoratori in stato di disoccupazione involontaria, con almeno due anni di assicurazione, che abbiano prestato almeno 78 giornate di lavoro con regolare contribuzione. Nel suo ultimo rapporto, l’OCSE, prevedendo il rischio di una disoccupazione a due cifre in Italia nel 2010, certifica che, al momento, i lavoratori più colpiti dalla crisi sono i giovani e i precari: in un anno l’Italia ha perso 261.000 posti di lavoro temporanei o con contratti atipici (inclusi i collaboratori coordinati e continuativi e occasionali). Il tasso di disoccupazione della fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni è cresciuto di 5 punti percentuali in Italia nell’ultimo anno ed è ora pari al 26,3%. Vi è quindi, a maggior ragione nel contesto recessivo attuale, la necessità e l’urgenza almeno di garantire un reddito di sussistenza alle fasce più deboli della forza-lavoro, espulse dal processo produttivo.

A fronte delle riserve del Governo motivate dalla scarsità di risorse dalle quali attingere, si registra – nel corso degli ultimi mesi – un sostegno deciso da parte di autorevoli economisti e giuslavoristi di orientamento liberista (nonché dall’Unione europea) a politiche che – ispirate all’esperienza danese della flexsecurity – coniughino la flessibilità contrattuale con una presunta ‘sicurezza’ da offrire ai lavoratori nel caso in cui vengano licenziati, secondo un modello noto come flexsecurity[1]. Va detto che, sul fronte liberista, si tratta di una svolta piuttosto significativa rispetto agli orientamenti dominanti nei primi anni Duemila; svolta che può essere spiegata in due modi. Si può ritenere, in primo luogo, che si sia preso atto del fallimento delle politiche di flessibilità del lavoro avviate, in Italia, dalla metà degli anni novanta – con il “Pacchetto Treu” - e che hanno subito una significativa accelerazione con la legge 30/3003 (la cosiddetta Legge Biagi). In effetti, vi è ampia evidenza empirica del fatto che, laddove i lavoratori sono meno protetti, sono minori i salari e, di norma, è minore l’occupazione[2]. In secondo luogo, è possibile che il cambiamento di vedute non sia motivato dalla constatazione del fatto che quelle politiche non hanno generato gli effetti voluti, ma da considerazioni che attengono o all’impopolarità crescente delle politiche di precarizzazione del lavoro o direttamente all’attuale fase congiunturale. In altri termini, appare ragionevole ritenere che coloro che oggi spingono il Governo verso l’attuazione di politiche di flexsecurity – intellettuali comunque di orientamento neoliberista – si siano convinti che il principale problema delle imprese italiane nella crisi attuale è un problema di sbocchi e che, dunque, occorre in qualche modo provare a sostenere la domanda interna. In prima approssimazione, sembrerebbe trattarsi di una politica che avvantaggia sia le imprese, sia i lavoratori.

Si può ritenere, infatti, che l’erogazione di sussidi, accrescendo la domanda aggregata, per il tramite dei consumi, aumenti la produzione e, per questa via, accresca la disponibilità di beni a favore dei lavoratori, occupati e disoccupati. Va, tuttavia, segnalato il rischio che questo effetto non si verifichi, e che la logica che ne è a fondamento sia ribaltata, in contesti nei quali le imprese hanno la possibilità di decidere autonomamente quanto e cosa produrre, indipendentemente dall’andamento della domanda[3]. In una condizione di ‘sovranità del produttore’[4], le imprese hanno potere di fissazione dei prezzi, e i prezzi vengono determinati aggiungendo un margine di profitto considerato normale ai costi di produzione. L’entità del margine di profitto dipende dal grado di concentrazione industriale e, dunque, è tanto maggiore quanto meno i mercati hanno una configurazione concorrenziale[5]. In tali circostanze, l’erogazione di sussidi in moneta rischia di generare effetti perversi, per le seguenti ragioni. I sussidi, accrescendo il valore monetario della domanda globale, accrescono i profitti e, di conseguenza, i margini di profitto. L’aumento dei margini di profitto – a parità di costi di produzione – si traduce in più alti prezzi di vendita dei beni e servizi, con la conseguenza che non solo il reddito reale dei disoccupati subisce una decurtazione derivante dal potenziale aumento del tasso di inflazione, ma gli stessi lavoratori occupati possono veder ridursi i loro salari reali. L’Eurostat certifica, a riguardo, che – nel confronto fra Italia e Danimarca – pure a fronte della più alta spesa pubblica nel mercato del lavoro nel Paese scandinavo nel corso dell’ultimo decennio fra i Paese europei (il 2.6% del PIL a fronte dello 0.6 italiano nel 2007), non si sono registrate significative differenze nell’andamento della quota del reddito da lavoro dipendente sul PIL (il labour share), che ha fatto registrare un modesto aumento dello 0.01% in Danimarca[6]. A ciò va aggiunto che le pressioni inflazionistiche derivanti dall’erogazione monetaria di sussidi possono essere di entità diversa in ragione delle forme di mercato prevalenti nelle diverse aree geografiche e nei diversi settori produttivi. In particolare, e con riferimento al dualismo italiano, poiché le imprese meridionali operano in mercati più prossimi alla concorrenza rispetto alle imprese del Nord, vi è motivo di attendersi che un’estensione generalizzata degli ammortizzatori sociali accresca i prezzi dei prodotti del Nord più di quanto li accresca nel Mezzogiorno. Da ciò segue che i consumatori meridionali si troveranno ad acquistare beni dal Nord a prezzi più alti rispetto ai prezzi che le imprese meridionali potranno praticare, in ciò accentuando il dualismo territoriale[7]. Vi è di più. Se si ammette che l’erogazione di sussidi possa generare effetti inflazionistici, per l’aumento dei margini di profitto, il conflitto distributivo che può seguirne non attiene soltanto al danno generato ai percettori di redditi fissi, ma anche al sistema bancario, dal momento che i tassi di interesse in termini reali risulteranno anch’essi ridotti. Da ciò può seguirne un’ulteriore contrazione del credito, imputabile alla riduzione dei profitti bancari, e, dunque, un’ulteriore compressione della produzione, dell’occupazione e dei salari, configurando un circolo vizioso dal quale possono ottenere al più benefici di breve periodo le sole imprese, e in particolare le imprese di più grandi dimensioni che operano in mercati oligopolistici.

L’effetto ridistribuivo dei sussidi può essere controbilanciato o attenuato da un meccanismo collaterale. Gli economisti, quantomeno quelli poco attenti alla Storia della propria disciplina, hanno dedicato ben poca attenzione sugli effetti che le politiche fiscali espansive esercitano sulla produttività. E’ ben noto, da Adam Smith in poi, che la produttività del lavoro dipende in modo cruciale dalla divisione del lavoro all’interno dell’impresa, e che la divisione del lavoro è tanto più accentuata quanto maggiore è la domanda. La ratio di questa tesi sta nella convinzione secondo la quale l’aumento della domanda incentiva le imprese ad accrescere la produzione. Ciò può tradursi in un aumento dell’occupazione e/o in una maggiore specializzazione dei lavoratori occupati, la quale – a sua volta – si ottiene mediante una più accentuata frammentazione delle mansioni. Il nesso individuato da Smith presuppone che vi sia una tendenza spontanea, in economie di mercato deregolamentate, a mantenere elevata la domanda o a determinarne la costante crescita. Se ciò può riflettere il contesto storico nel quale l’economista scozzese elaborava queste tesi, rinviando l’aumento della domanda all’urbanizzazione e al miglioramento dei sistemi di trasporto (fenomeni tipici della prima rivoluzione industriale e della ‘nascita’ del capitalismo), è meno ragionevole ritenere che il capitalismo contemporaneo disponga di meccanismi endogeni tali da produrre spontaneamente incrementi di domanda. Ciò accade per due ragioni. In primo luogo, nessuna impresa ha convenienza ad accrescere i salari, essendo il salario, per la singola impresa, solo un costo di produzione. E tuttavia, per l’economia nel suo complesso, la compressione dei salari genera compressione dei consumi, della domanda aggregata e dell’occupazione. In secondo luogo, poiché gli investimenti – anch’essi componenti della domanda – dipendono in modo rilevante dalle aspettative imprenditoriali, non vi è nessun meccanismo automatico che assicuri una crescita permanente degli investimenti. Nella congiuntura attuale, è semmai vero che – data l’elevata incertezza - i progetti di investimento tendono a essere posticipati o non realizzati e che i salari, anche per effetto delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro, tendono a ridursi.

Seguendo una prospettiva keynesiana, per l’obiettivo di tenere alta la domanda e l’occupazione, è necessaria una politica fiscale espansiva, sotto forma di maggiore spesa pubblica e/o di minore tassazione, soprattutto a beneficio dei percettori di redditi bassi. L’aumento della spesa pubblica, alla luce di quanto si è detto, può avere significativi effetti di accelerazione della produttività del lavoro. Poiché, infatti, le variazioni di quest’ultima sono in ultima istanza determinate dalle variazioni della domanda, l’aumento della spesa pubblica – nella misura in cui accresce la domanda aggregata – stimola le imprese ad accrescere la produzione oltre che attraverso maggiore occupazione, anche mediante la maggiore specializzazione del lavoro e, dunque, mediante una più accentuata divisione dello stesso.  Va tuttavia sottolineato che questo meccanismo può agire sotto la condizione che le imprese possano accrescere il grado di divisione tecnica del lavoro, e ciò è possibile, di norma, quando le dimensioni aziendali sono sufficientemente grandi. Non è questo il caso italiano e, dunque, vi è motivo di ritenere che l’aumento della produttività, conseguente all’aumento della spesa pubblica, non riesca a controbilanciare l’aumento dei margini di profitto e, dunque, che i programmi di flexsecurity siano destinati a ridistribuire reddito a danno del lavoro dipendente.

Stando così le cose, è legittimo chiedersi se non sia più efficace una politica che sia indirizzata alla fornitura diretta di beni e servizi ai lavoratori, con assetti proprietari pubblici, e dunque con tariffe minime o con accesso gratuito. Evidentemente un indirizzo di questo tipo implica anche maggiore occupazione nei settori che producono beni pubblici, dando luogo a una condizione nella quale è lo Stato a svolgere la funzione di employer of last resort. Ed è qui che si può rintracciare l’aspetto sottaciuto dei programmi di flexsecurity. Propagandate come misure di protezione delle fasce deboli, e in particolare dei precari che perdono il posto di lavoro, esse assomigliano piuttosto a tentativi surrettizi di mantenere alta la domanda, chiedendo allo Stato di farsene carico, in una condizione nella quale ciò rischia di tradursi in un impoverimento dei medesimi soggetti che quei programmi dichiarano di voler tutelare.

 

[1] Va ricordato che in Danimarca sussistono contestualmente i più bassi costi di licenziamento e il più generoso sistema di assistenza ai disoccupati. Questi ultimi ricevono dallo Stato circa il 90% della media dello stipendio delle ultime 12 settimane. A tali benefici si ha diritto per un massimo di quattro anni e vengono forniti anche quando il lavoratore è prossimo al pensionamento. Il requisito per percepire i benefici consiste nell’aver prestato lavoro per cinquantadue settimane nei tre anni precedenti; inoltre, per accedervi, i disoccupati danesi devono frequentare programmi di formazione e devono accettare qualsiasi condizione lavorativa offerta dai centri per l’impiego. Il diritto all’indennità viene perso nel momento in cui si rifiuta una qualunque offerta di posto di lavoro. Si ritiene che questo modello di relazioni industriali sia la principale causa del fatto che la Danimarca registra un tasso di disoccupazione pari al 5,4%, il più basso d’Europa
[2] Per un approfondimento di questi aspetti si rinvia al mio contributo La precarietà come freno alla crescita su questa rivista.
[3] Lo schema teorico che è a fondamento delle argomentazioni che seguono è derivato dalle opere di  Kalecki, dove si delinea un modello macroeconomico nel quale i) le imprese decidono autonomamente l’ammontare degli investimenti, assunti esogeni, in relazione agli ‘animal spirits’ imprenditoriali, ii) si determina, conseguentemente, l’ammontare della domanda e iii) le imprese fissano il livello dei prezzi che consente loro di ottenere un margine di profitto ‘normale’. Da ciò segue che ogni iniezione ‘esterna’ di liquidità (ed è il caso qui trattato) si risolve in un aumento dei profitti monetari. Sul tema si rinvia a M. Kalecki, Selected essays on the dynamics of the capitalist system. Cambridge, Cambridge University Press, 1971.
[4] Intendendo con questa espressione l’esatto contrario del postulato neoclassico della ‘sovranità del consumatore’, quest’ultimo riferito alla convinzione secondo la quale sono le preferenze (esogene) dei consumatori a orientare le scelte delle imprese in ordine alla scala e alla composizione merceologica della produzione.
[5] Per una trattazione divulgativa del modo in cui si determina il mark-up (ovvero il ricarico del saggio di profitto sui costi di produzione), si rinvia a M.Lavoie, Introduction to Post-Keynesian Economics, New York, Palgrave, 2006, pp.44-53.
[6] Si veda http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/publication15147_en.pdf.
[7] Su questi aspetti, si rinvia al mio contributo su questa rivista L’unità nazionale e le gabbie salariali e alle considerazioni svolte, nella stessa sede, da Rosario Patalano e Riccardo Realfonzo (Salari meridionali in gabbia).

Commenti (13)

Tags: , , ,

Quell’ombra in fondo al tunnel

Pubblicato il 29 Maggio 2009 da admin

E’ giunta inattesa, ed è stata da molti sottovalutata[1]. Eppure siamo di fronte alla crisi più grave dai tempi del dopoguerra. Senza indugio, vi è chi già la paragona alla Grande Crisi degli anni Trenta. Il confronto è prematuro ma non del tutto azzardato. Basti notare che in questi mesi la velocità di caduta del reddito e dell’occupazione mondiale è arrivata a oltrepassare quella che si registrò nel 1929[2]. Stando alle previsioni del Fondo monetario internazionale, un tale precipitoso declino determinerà per il 2009 una riduzione del reddito reale dell’1,3% a livello mondiale, del 2,8% negli Stati Uniti, del 4,2% nell’area euro, del 4,4% in Italia[3]. E proprio oggi il governatore della Banca d’Italia va oltre, prevedendo per il nostro paese una caduta del reddito intorno a cinque punti percentuale. Le pesanti conseguenze in termini occupazionali sono evidenti in tutto il mondo, e saranno ancor più marcate nel prossimo futuro. In particolare, in Italia abbiamo già assistito ad una esplosione delle ore di cassa integrazione. Stime prudenti della Commissione europea prevedono cinquecentomila disoccupati in più entro fine anno[4], e Draghi parla oggi di un tasso di disoccupazione che potrebbe ben presto superare il dieci per cento. Tra l’altro, è importante chiarire che tutte le previsioni sul 2009 sono fondate sulla aspettativa di una ripresa mondiale nel 2010. E al momento è difficilissimo dire se si tratti di una fondata previsione o di una mera speranza[5].

Le tesi prevalenti: crisi da eccesso di avidità o di credito

Sulle cause della crisi, si è fatto un gran parlare di greed: cioè a dire di una immorale, sconfinata avidità che avrebbe indotto manager, banchieri e speculatori ad assumere comportamenti irresponsabili e al limite truffaldini. L’abisso nel quale siamo piombati sarebbe l’esito delle spregiudicate manovre compiute in questi anni da una pletora di novelli Gordon Gekko, lo spietato finanziere interpretato da Michael Douglas nel celebre Wall Street di Oliver Stone. Tanto cara a Obama, così come a Benedetto XVI, questa del greed è una tesi che ha trovato largo seguito tra i media, ma vi è motivo di credere che la realtà del problema sia ben diversa dalla narrazione suggerita dalla grande stampa e dalla televisione. Bisognerebbe infatti ricordare che i vituperati agenti del capitale erano quasi tutti rispettosi esecutori delle leggi: quella dello stato e quella ancor più cogente del mercato. Lo dimostra il fatto che le truffe sono state una goccia nel mare della speculazione legalizzata, e che mantenevano i posti di comando delle banche d’affari solo gli operatori capaci di tenere i rendimenti dei titoli al passo con le esplosive medie dei mercati. Delle chiavi di lettura moralistiche quindi è bene non fidarsi. Il problema, infatti, non è quello di rimuovere il marcio da un sistema sano e prospero. Il problema è il sistema.

Non appena però ci si azzarda a mettere sotto accusa il sistema nel suo complesso, ecco puntuali serrarsi i ranghi dell’ortodossia, che subito propone una spiegazione sotto vari aspetti minimalista del tracollo. Infatti, la tesi più accreditata tra gli esponenti del mainstream neoclassico è che le determinanti della crisi siano da ricercare in una politica monetaria americana lassista, e nell’assenza di vincoli all’uso della leva finanziaria da parte delle banche. Stando insomma alla interpretazione dominante, la recessione sarebbe stata provocata da troppa moneta e da troppo credito[6]. Ritenuti colpevoli di non aver saputo anticipare la crisi, gli economisti del mainstream appaiono dunque impegnati nell’esortare i governi a irrigidire e a rendere più uniformi a livello mondiale i sistemi di regolamentazione della finanza. Un invito che a quanto pare trova diversi riscontri in ambito politico, come dimostra la crescente attenzione internazionale verso il legal standard, una proposta avanzata dal ministro Tremonti al fine di introdurre un comune codice etico globale dei mercati finanziari e dei sistemi bancari[7]. Al momento in verità non è chiaro se quella proposta da Tremonti sia una mera carta d’intenti o una normativa dotata di opportune sanzioni. Ad ogni modo, sia pure con diverse sfumature sul piano delle coercizioni previste, è indubbio che una maggior disciplina finanziaria trovi d’accordo molti esponenti dell’ortodossia neoclassica[8]. Al tempo stesso, però, tra gli economisti ortodossi si levano altrettanto numerose le grida contro una eventuale ripresa delle regolamentazioni sul mercato del lavoro. In particolare, alcuni economisti neoclassici sono arrivati a dichiarare che l’introduzione di minimi salariali o di vincoli ai licenziamenti finirebbe per aggravare ulteriormente la recessione[9].

Una tesi alternativa: la crisi di un mondo di bassi salari

Per quanto diffusa, l’interpretazione mainstream della crisi appare sotto molti aspetti superficiale e per certi versi fuorviante. Che l’espansione monetaria americana e l’eccesso di leva abbiano giocato un ruolo è un fatto evidente. Tuttavia questa non è semplicemente una turbolenza finanziaria. La Federal reserve, la finanza, il crollo dei mutui c’entrano tutti, ma rappresentano i complementi di un meccanismo più profondo, che può essere opportunamente messo in luce adottando una chiave di lettura di tipo storico-materialista, e traendo da essa lo spunto per una rinnovata elaborazione della critica della teoria economica dominante. Muovendoci lungo questo sentiero alternativo di ricerca, possiamo affermare che questa è la crisi di un sistema che compensava una tendenza strutturale alle sproporzioni e alla sovrapproduzione attraverso la creazione di continue bolle speculative[10]. In termini analitici, si può quindi definire questa recessione una crisi speculativa da sovra-sproporzioni[11]. Il che implica, semplificando al massimo, che questa può essere anche considerata la crisi di un mondo di bassi salari[12]. Dove il riferimento è ai salari sia diretti che indiretti: cioè direttamente erogati dalle imprese ma anche indirettamente erogati dallo stato tramite i servizi pubblici, il welfare, i diritti sociali universali.
L’odierno mondo di bassi salari rappresenta l’esito di tre processi interrelati, che sono andati dispiegandosi nell’ultimo trentennio in tutti i paesi OECD. Innanzitutto, una vasta deregolamentazione dei mercati: dei mercati finanziari, dei mercati delle merci, e soprattutto del mercato del lavoro. Inoltre, una impetuosa centralizzazione dei capitali: la proprietà effettiva e il controllo effettivo del capitale sono finiti in poche mani, in sempre meno mani. Infine, una continua frammentazione e divisione dei lavoratori: oggi abbiamo lavoratori identici, che svolgono mansioni identiche, magari fianco a fianco, e che tuttavia possono essere sottoposti a padroni, a contratti e persino a leggi diverse. Dunque: deregolamentazione dei mercati, centralizzazione dei capitali, frammentazione del lavoro. A causa di questi tre fenomeni interconnessi il capitale si è progressivamente rafforzato sul piano sociale e politico, mentre il lavoro e le sue rappresentanze si sono progressivamente indeboliti, in tutta Europa e in gran parte del mondo. Il risultato principale di questo spostamento nei rapporti di forza è il seguente: negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una divaricazione progressiva tra la produttività oraria dei lavoratori e il salario lordo orario dei lavoratori. La produttività oraria cresceva continuamente mentre il salario orario arrancava, spesso restava fermo al palo, e talvolta addirittura regrediva. Questa divaricazione è stata globale. Tra il 1996 e il 2006, il divario tra produttività e salari reali è aumentato di oltre 1 punto percentuale in Italia, di 2 punti in Spagna e in Grecia, di 3 punti in Austria, Finlandia e Francia, di 4 punti in Germania, e così via. In Cina e nei paesi asiatici il divario è stato ancora più grande. Ed è bene tener presente che c’era un divario significativo anche negli Stati Uniti[13].

Questo scarto crescente tra produttività e salari indica una cosa in fondo semplice: grazie al progresso tecnico e grazie anche alla intensificazione dei ritmi produttivi, i lavoratori sono stati in grado di produrre sempre di più, ma non sono stati più in grado di acquistare quel che producevano. La capacità produttiva dei lavoratori dunque cresceva, ma la loro capacità di spesa no. Il processo tendeva oltretutto ad auto-alimentarsi. La bassa capacità di spesa dei lavoratori dava luogo infatti a una bassa domanda interna, e induceva quindi le imprese dei vari paesi ad esercitare ulteriori pressioni al rialzo sulla produttività e al ribasso sui salari, in modo da abbattere i costi unitari, rendere più competitive le proprie merci e cercare quindi all’estero uno sbocco per la produzione realizzata. Il problema è che così facevano le imprese di tutti i paesi, in una corsa senza fine allo schiacciamento delle retribuzioni e alla intensificazione degli sforzi lavorativi. Ma allora, se la forbice tra la crescente capacità produttiva dei lavoratori e la declinante capacità di spesa degli stessi andava progressivamente allargandosi, e se tutti cercavano di compensare la conseguente caduta della domanda interna tramite le vendite all’estero, chi mai comprava al fine di garantire la tenuta complessiva del sistema?[14] La risposta è che questo mondo di bassi salari ha potuto funzionare soprattutto perché gli Stati Uniti hanno lungamente agito come una gigantesca spugna assorbente delle eccedenze produttive mondiali. Quel che gli altri producevano, gli americani lo compravano. Questa spugna sussisteva non certo perché i salari dei lavoratori americani fossero alti, ma perché negli Stati Uniti montava un debito privato eccezionale, in grado di finanziare gli enormi acquisti di merci importate dall’estero. Per avere un’idea della dimensione del fenomeno, va tenuto presente che l’onda del debito statunitense ha man mano coinvolto tutti gli strati sociali della popolazione. Si è passati dai dirigenti ai quadri del sistema americano, fino ad arrivare ai lavoratori delle periferie estreme delle metropoli, spesso già insolventi e pignorati. Il sistema era ormai talmente drogato che permetteva a un operaio di pagare i debiti di un mutuo accendendo un nuovo prestito, e di rimborsare i soli interessi del prestito attivando una carta di credito, e così via. Insomma, parafrasando Hyman Minsky[15], potremmo parlare di ultra-speculative working poors, cioè di poveri tramutati loro malgrado in ultra-speculatori.

Il volto nuovo e feroce dell’America deflazionista

Alla fine però la bolla speculativa americana è scoppiata. E’ quindi venuta meno la fiducia sulle attività denominate in dollari, la cui continua emissione faceva montare il debito privato americano. L’effetto sugli equilibri mondiali è pesantissimo: gli Stati Uniti non sembrano più in grado di fungere da spugna delle eccedenze produttive mondiali. Anzi, al di là dei proclami e delle apparenze, la politica espansiva statunitense sembra essersi improvvisamente trasformata nel suo opposto: non più comoda spugna ma macchina da guerra commerciale. All’epoca del boom speculativo gli Stati Uniti alimentavano la domanda mondiale e in questo modo contribuivano a mitigare gli effetti della sfrenata competizione salariale nella quale si cimentava il resto del mondo. Adesso invece l’America si presenta anch’essa sulla scena internazionale con intenzioni ferocemente deflazioniste. Con i sindacati in ginocchio, il dollaro sospinto verso il declino e un governo pronto a erogare montagne di denaro pur di rimettere in carreggiata le aziende nazionali, oggi gli Stati Uniti non attenuano ma al contrario rendono ancor più violenta la concorrenza mondiale sulle retribuzioni e sulle condizioni di lavoro[16]. L’America sembra insomma intenzionata ad abdicare dalla propria leadership politico-monetaria globale. La conseguenza è che il sistema mondiale non dispone più di una spugna assorbente, cioè non dispone del meccanismo che garantiva la sua stessa sopravvivenza. E poiché sembra alquanto remota la possibilità di individuare a breve termine una nuova spugna per le eccedenze di produzione, ecco spiegato il motivo per cui questa potrebbe rivelarsi una crisi lunga, per molti versi refrattaria alle politiche economiche convenzionali e soprattutto priva di contrappesi alla dilagante deflazione salariale.

Quell’ombra in fondo al tunnel

Il governatore della Banca centrale europea ha aggiunto di recente la propria autorevole voce a quelle di coloro che insistono sull’idea che una luce in fondo al tunnel della crisi finalmente si intravede. Di contro, negli ultimi tempi si possono trovare in giro dei cartelli stradali imbrattati da una scritta maliziosa: “a causa della crisi economica, la luce alla fine del tunnel è temporaneamente spenta”[17]. In effetti, al momento la situazione appare talmente incerta che questi ironici graffiti potrebbero rivelarsi ben più azzeccati degli austeri bollettini emessi dal banchiere centrale di Francoforte[18].

 

* Una versione estesa del presente articolo è in corso di pubblicazione sulla rivista Marxismo oggi, 2009/1. Parte del materiale citato in questo articolo è disponibile sul sito www.emilianobrancaccio.it.

[1] «Questa è la più grande crisi finanziaria della Storia. Rischia anche di essere una delle recessioni più profonde e durature. La prima recessione davvero globale, che avviene su scala planetaria. Nessuno di noi redattori de lavoce.info, dobbiamo riconoscerlo, l’aveva prevista. Molti di noi l’avevano sottovalutata». Dalla introduzione dei redattori del sito lavoce.info al libro a cura di Loriana Pellizzon (2009), Il mondo sull’orlo di una crisi di nervi, Castelvecchi, Roma 2009.
[2] Barry Eichengreen, Kevin O’Rourke, A tale of two depressions, in http://www.voxeu.org/, 6 april 2009.
[3] International Monetary Fund, World Economic Outlook, spring 2009.
[4] Corrispondenti a un incremento del tasso di disoccupazione dal 6,8% del 2008 all’8,8% previsto a fine 2009. Si veda European Commission, Economic forecast, spring 2009.�
[5] Basti notare la quantità di ipotesi restrittive che sono state stabilite per poter formulare le previsioni del World Economic Outlook, cit. (le ipotesi sono esplicitate nella premessa al documento).
[6] Sembra questo nella sostanza il parere di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi in La crisi. Può la politica salvare il mondo? Il Saggiatore, Milano 2008. Di simile avviso appare anche la maggioranza dei contributi riportati nel volume a cura di Emilio Barucci e Marcello Messori, Oltre lo shock. Quale stabilità per i mercati finanziari, Egea, Milano 2009. Per un esempio della influenza di questa interpretazione anche in ambito divulgativo, si veda Massimo Gaggi, La valanga. Dalla crisi americana alla recessione globale, Laterza, Bari 2009. E’ interessante notare come questa interpretazione sia stata subito condivisa dalle rappresentanze degli istituti bancari. Per esempio, in Italia l’ABI ha esplicitamente aderito ad essa. Del resto, è noto che dopo il crack di Lehman Brothers la fiducia e la patrimonializzazione delle banche sono cadute, e gli istituti di credito hanno quindi optato per una ferrea linea di razionamento del credito. Per giustificare questo cambio di strategia – che molti problemi ha comportato alle attività produttive – le banche hanno quindi trovato naturale fare riferimento agli economisti che attribuivano la crisi a un’epoca di eccessi nelle erogazioni creditizie.�
[7] Giulio Tremonti, “La crisi è globale perché ha origine nella globalizzazione”, Italianieuropei 1/2009. Si vedano anche gli articoli apparsi sul Financial Times del 16 gennaio 2009, sul Corriere della Sera del 10 marzo 2009 e sul Foglio dell’8 aprile 2009, dedicati alla proposta di Legal standard internazionale in campo finanziario e alla decisione del ministro di costituire un team di esperti incaricato di redigere un “manifesto del diritto futuro”, che definisca le basi per un accordo tra i paesi.
[8] E non solo tra i neoclassici: alcuni economisti che molto tempo fa potevano esser considerati di scuola sraffiana hanno espresso pareri favorevoli sulla iniziativa di Tremonti. Si veda Luigi Spaventa, Legal standard una speranza per i mercati, in Affari&Finanza di Repubblica, 19 gennaio 2009.
[9] Ad avviso di Alesina e Giavazzi, fu proprio l’interventismo politico sul mercato del lavoro a far sì che la recessione del 1929 si trasformasse in una grave depressione: «Hoover intervenne nelle contrattazioni salariali, impedendo alle imprese di tagliare le retribuzioni. In un periodo di recessione e di deflazione molte imprese non riuscirono a mantenere costanti i salari e fallirono. L’interventismo nel mercato del lavoro finì per rivelarsi controproducente: invece di mantenere il potere d’acquisto dei salari e sostenere la domanda la ridusse, aumentando disoccupazione e miseria» (in Alesina e Giavazzi, cit., p. 26). La posizione di Alesina e gavazzi si basa sul presupposto che la riduzione dei salari monetari attivi un meccanismo in grado di ricondurre il sistema economico verso la piena occupazione. Ma questa assunzione è smentita dalla teoria e dai fatti. Basti pensare che il calo dei salari può implicare una caduta dei prezzi e dei redditi in rapporto agli oneri finanziari, e quindi può condurre a una esplosione dei fallimenti. Di fatto, Alesina e Giavazzi sembrano proporre un ritorno alle tesi pre-keynesiane, ampiamente superate dal dibattito novecentesco su flessibilità dei salari e piena occupazione e ritenute oggi insostenibili anche dai principali manuali americani di macroeconomia, come ad esempio Olivier Blanchard, Macroeconomia, Il Mulino, Bologna 2009 (di cui tra l’altro Giavazzi è il curatore italiano).
[10] Appare invece più difficile dire se questa sia o meno una crisi che attenga pure a una tendenziale caduta del saggio di profitto. Il problema non verte tanto sulla ascesa del saggio di profitto che è stata empiricamente registrata negli ultimi anni. Potremmo infatti trovarci semplicemente di fronte a una controtendenza rispetto a un processo di più lungo periodo. Piuttosto, vi sono i noti problemi di ordine teorico derivanti dalla impossibilità di accettare la interpretazione tradizionale del valore-lavoro, sulla quale la versione originaria della legge di caduta tendenziale del profitto si basa. Inoltre, sul piano empirico sembra difficile trarre elementi di supporto o di smentita della legge guardando ai soli dati relativi a singoli paesi o a gruppi di paesi. Riteniamo in questo senso che le eventuali verifiche empiriche della legge andrebbero effettuate su un campione di dati rappresentativo della intera economia mondiale o di una parte altamente significativa della medesima. E’ bene comunque precisare che eventuali elementi a sostegno della legge, in quanto tali, non entrerebbero in contrasto con l’interpretazione del crollo in termini di “crisi speculativa da sovra-sproporzioni”, ma anzi potrebbero ulteriormente rafforzarla. Ad ogni modo, a sostegno della caduta tendenziale del saggio di profitto, si vedano tra gli altri Gerard Dumenil e Dominique Levy, Capital resurgent, Cambridge MA, Harvard University Press 2004.
[11] Per un approfondimento sul paradigma di riferimento teorico da cui traiamo spunto, si veda Emiliano Brancaccio, “Una teoria monetaria della riproduzione sociale”, in La crisi del pensiero unico, Franco Angeli, Milano 2009.
[12] Per una esposizione didattica del confronto tra la interpretazione ortodossa della crisi e la interpretazione da bassi salari, si veda Emiliano Brancaccio, Dispense integrative al manuale Macroeconomia di Olivier Blanchard, Università del Sannio, anno 2009 (riportate nella sezione didattica del sito: http://www.emilianobrancaccio.it/).
[13] I dati sono tratti dal database OECD. Per un approfondimento sui dati europei rinviamo a Emiliano Brancaccio, “Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista”, in Studi economici, n. 96, 2008/3.
[14] Per una esposizione analitica del problema, mi permetto di rinviare a Emiliano Brancaccio, “Una teoria monetaria della riproduzione sociale”, in La crisi del pensiero unico, cit.
[15] Sulla interpretazione della crisi capitalistica basata sul concetto di posizioni finanziarie coperte, speculative e ultra-speculative, si veda Hyman P. Minsky, Potrebbe ripetersi?, Einaudi, Torino 1984. Di Minsky, si veda anche la recente ristampa di Keynes e l’instabilità del capitalismo, Bollati Boringhieri 2009, con una introduzione inedita di Riccardo Bellofiore.
[16] La recente intesa tra Fiat e Chrysler ci pare emblematica, in tal senso. Si veda Emiliano Brancaccio, “Dietro l’accordo Fiat-Chrysler”, Liberazione, 3 maggio 2009.
[17] Marcello De Cecco, “Poca luce in fondo al tunnel”, La Repubblica, Affari & Finanza, 11 maggio 2009.
[18] Del resto, il motivo per cui nei giorni scorsi si è parlato di “luce in fondo al tunnel” è che si sono semplicemente registrati alcuni, modesti segnali di “rallentamento del deterioramento”, vale a dire di minore velocità di caduta del reddito e dell’occupazione (una variazione tra l’altro modestissima, come si evince dall’indice €-coin della Banca d’Italia: http://www.bancaditalia.it/). Il timido ottimismo di Bernanke e Draghi di aprile, e ora di Trichet, verte esclusivamente su questo tipo di rilevazioni. Ed è curioso notare come alcuni esponenti politici e padronali (tra i quali la presidente di Confidustria Emma Marcegaglia) abbiano tradotto la minore velocità di caduta del reddito con l’impropria espressione “ripresa”. Tra l’altro, in assenza di una “spugna”, vi è motivo di credere che anche nel momento in cui una vera ripresa effettivamente affiorasse, la dinamica del sistema sarebbe per lungo tempo caratterizzata da ripetute “false partenze”: piccoli slanci e immediate ricadute.

Commenti (12)

Tags: , , , , ,

La povertà vista da destra

Pubblicato il 02 Marzo 2009 da admin

Nel rapporto 2008, l’Istat quantifica la soglia di povertà per una famiglia di due componenti come equivalente a una spesa media mensile per persona pari a 986,35 euro. Stando alle ultime rilevazioni ufficiali disponibili, nel periodo compreso fra il 2002 e il 2006, il numero delle famiglie povere è aumentato, per l’Italia nel suo complesso, del 6.80%, con significative differenze regionali, come evidenziato nella tabella 1.

 

 

 

 

 

 

Si tratta del periodo che intercorre fra l’adozione dell’euro e l’avvio dell’esperienza di governo del centro-sinistra, nel quale si sono manifestate con la massima intensità le politiche di deflazione salariale. E’ la fase nella quale l’impoverimento in Italia è da imputare essenzialmente alle strategie di riduzione dei costi di produzione, e dei salari in primis, che le nostre imprese – nella sostanziale assenza di innovazione tecnologica – hanno trovato conveniente porre in essere per tentare di recuperare margini di profitto nei mercati internazionali. Per quanto attiene alla politica economica, in questa fase, il rispetto del dogma della ‘sana finanza pubblica’ unito alle politiche monetarie restrittive della BCE hanno contribuito a comprimere i salari reali. Da un lato, infatti, la riduzione della spesa pubblica, riducendo l’occupazione, ha ridotto il potere contrattuale dei lavoratori, già reso minimo dalle politiche di ‘flessibilità’ del lavoro. Dall’altro, l’aumento dei tassi di interesse ha accresciuto le passività finanziarie delle imprese, spingendole a caricare tali costi addizionali sui costi di produzione e, dunque, sui prezzi.
Va notato che il Mezzogiorno sembra aver sperimentato una performance migliore rispetto a tutte le altre aree del Paese, con una riduzione percentuale delle famiglie povere quasi pari all’8%. E tuttavia, in termini assoluti, il numero delle famiglie meridionali in condizioni di povertà risulta di gran lunga superiore al numero delle famiglie povere residenti nelle altre macro-regioni. Questa situazione può essere in larga misura spiegata con la ripresa dei flussi migratori dal Sud al Nord del Paese nell’unità di tempo considerata, così che la riduzione dei residenti poveri, oppure la riduzione dell’ampiezza delle famiglie povere, i cui componenti si sono trasferiti in regioni con maggiore domanda di lavoro, può aver determinato un trend di relativo arricchimento. La condizione di povertà nel 2007 risulta poi essere ancora marcata nel Mezzogiorno, se si considerano le Isole. In questa macro-area si registra, infatti, un’incidenza di povertà relativa di gran lunga superiore rispetto alla media nazionale e in crescita rispetto alla precedente rilevazione: il numero di famiglie povere nel Mezzogiorno si attesta a 1725000, con un incremento dello 0,72% rispetto al 2006[1]. Per quanto riguarda la distribuzione della povertà fra fasce sociali, gli ultimi riscontri ufficiali sono riportati nella tabella a seguire.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La tabella 2 rileva come l’incidenza della povertà è più contenuta nelle famiglie i cui membri sono occupati (in forma autonoma o subordinata), anche se la presenza di persone in cerca di occupazione o di individui ritirati dal lavoro senza un’autonoma fonte di reddito costituisce un elemento che pesa significativamente sul livello di povertà dell’intero nucleo familiare. La povertà in Italia colpisce maggiormente gli individui in cerca di occupazione, gli anziani e le famiglie con componenti a carico. Inoltre, la povertà colpisce significativamente le famiglie con a capo un operaio (13,9%). Il numero di queste ultime, infatti, è circa il doppio del numero di famiglie con a capo un lavoratore autonomo (6,3%) ed è quasi quattro volte superiore al numero delle famiglie con a capo un libero professionista (3,7%).  A ciò va aggiunto che, nel 2007 e per l’Italia nel suo complesso, le famiglie che si trovano in condizioni di povertà relativa sono 2 milioni 653 mila e rappresentano l’11,1% delle famiglie residenti in Italia. A fronte di questa evidenza, il nostro Governo limita ad azioni irrisorie le politiche di contrasto alla povertà. Ferma restando l’obiezione di natura etica nei riguardi di un provvedimento che rende di pubblico dominio la condizione individuale di indigenza, resta da chiarire su quali basi si è stimato che 40 euro mensili derivanti dall’uso della social card possano alleviare in modo significativo le condizioni di povertà estrema.
Il “capitalismo compassionevole” – la filosofia che, in ultima analisi, ispira questi interventi – è un topos degli esecutivi di Destra e, in quanto tale, non sorprende la natura e l’entità di queste misure. Si resta, invece, perplessi quando si apprende che questa linea – ovvero la sostanziale inazione - viene rivestita di scientificità. Andrea Garnero, recentemente e sulle colonne on-line della voce.info, suggerisce di non introdurre in Italia il reddito minimo, criticando a riguardo il RMI francese, adducendo la duplice motivazione che ciò incentiverebbe il lavoro nero e l’evasione fiscale e costituirebbe un aggravio insostenibile per le finanze pubbliche. A ciò aggiunge che il reddito minimo costituisce un disincentivo al lavoro. La prima motivazione potrebbe avere semmai un fondamento se letta a contrario: è proprio laddove i lavoratori inoccupati non dispongono di redditi non da lavoro, sono costretti ad accettare posti di lavoro irregolari. La seconda motivazione è, soprattutto oggi, del tutto inconsistente, alla luce del sostanziale venir meno dei vincoli di Maastricht e del Patto di Stabilità, nonché delle numerose dimostrazioni teorico-empiriche dell’assenza di stringenti criteri scientifici che possano legittimare politiche di pareggio di bilancio[2]. A ciò si può aggiungere che, anche nel tendenziale rispetto dei parametri di Maastricht, risorse aggiuntive per far fronte al problema potrebbero essere ricavate da più efficaci azioni di contrasto all’evasione fiscale, che l’Agenzia delle Entrate stima nell’ordine dei 250 miliardi di euro (circa il 20% del PIL), dei quali sono stati recuperati, nel 2007, solo 6 miliardi.
Appare allora chiaro che la reale motivazione che sottende questi argomenti sta nel fatto che l’erogazione di un reddito minimo – qualunque sia la modalità con la quale viene concepito – ha il duplice effetto di accrescere il salario di riserva, aumentando, per questa via, il potere contrattuale dei lavoratori, e di disincentivare non la ricerca di lavoro in quanto tale, ma la ricerca di un’occupazione con mansioni non coerenti con le qualificazioni acquisite.
Per contro, se si conviene che la crisi in atto è una crisi da bassi salari[3], ciò che occorrerebbe fare è semmai muoversi nella direzione opposta rispetto a quanto si sta facendo in Italia, e rispetto a quanto suggerito da Garnero, con azioni finalizzate ad accrescere le retribuzioni in termini reali, soprattutto a beneficio dei percettori di redditi più bassi con maggiore propensione al consumo. Con una specificazione rilevante. La pura erogazione di un sussidio in moneta può rivelarsi inefficace per questo obiettivo, in condizioni nelle quali le imprese – soprattutto mediante strategie finalizzate ad accrescere la concentrazione industriale – possono accrescere i prezzi. Il che non solo non è da escludere, ma è anche verosimile, dal momento che l’aumento dei salari reali – per una struttura di mercato data e in assenza di incrementi di produttività – riduce i margini di profitto. In tal senso, l’introduzione di un reddito minimo può dar luogo a esiti inflazionistici, se le imprese sono in grado di neutralizzare per questa via il rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori[4]. Per l’obiettivo di contrasto alla povertà, questa considerazione porta a ritenere preferibile – rispetto all’erogazione monetaria - la fornitura diretta di beni e servizi da parte dell’operatore pubblico, proprio perché offre ai beneficiari la certezza del miglioramento delle loro condizioni materiali di vita. Il che – come è stato suggerito su questa rivista - potrebbe essere realizzato mediante misure di ridistribuzione del reddito che garantiscano una maggiore produzione di beni e servizi pubblici mediante la tassazione dei redditi più alti, in primo luogo colpendo i profitti derivanti dalle speculazioni finanziarie.

 

[1] Il numero delle famiglie povere nel Mezzogiorno (Sud e Isole) nel 2006 è, infatti, pari a 1712621.
[2] Si veda il materiale contenuto nel sito http://www.appellodeglieconomisti.com/.
[3] Sul tema si rinvia, fra gli altri, all’intervento di Sergio Rossi del 6.2.2009, su questa rivista.
[4] Per una trattazione più ampia e analitica del tema, si rinvia a A.Graziani, The monetary theory of production, Cambridge: Cambridge University Press, 2003.

Commenti (5)

Tags: , , , , ,

A che cosa serve la finanziaria 2009

Pubblicato il 22 Dicembre 2008 da admin

Ha destato e desta molte perplessità l’atteggiamento governativo (e del ministro Tremonti in particolare) a proposito della Finanziaria 2009, che il Parlamento ha definitivamente varato lo scorso 19 dicembre. Molti commentatori hanno rimproverato all’esecutivo di aver sottovalutato le conseguenze della recessione in atto e molti altri hanno rimproverato al ministro dell’Economia di aver tenuto un approccio “creativo” ai conti pubblici quando non ce n’era (a loro avviso) bisogno e di perseverare, per contro, in un atteggiamento “draconiano” in un momento gravissimo come quello attuale, in cui tanti economisti ed editorialisti si stanno reinventando dispensatori di ricette pseudo-keynesiane.

Crediamo che si tratti di considerazioni errate. Non soltanto perché imputano a Tremonti una sottovalutazione della crisi, quando invece egli è stato tra i pochi a rappresentarsela come evento possibile e anzi imminente, ma soprattutto perché non colgono le reali ragioni dell’insistenza tremontiana sulla necessità di non deflettere dalla linea di rigore sui conti pubblici.

Spiegarlo non è semplice e implica la necessità di risalire un po’ indietro nelle vicende economiche e politiche del nostro Paese. Siamo tuttavia convinti che solo un approccio del genere possa dar conto delle difficoltà e dei rischi della fase di politica economica che stiamo vivendo.

Cominciamo da una considerazione preliminare. È difficilmente contestabile che il nostro sistema industriale stia vivendo da almeno un decennio una marcata marginalizzazione all’interno del quadro europeo e mondiale. Si tratta di una conseguenza dell’arretratezza del modello di specializzazione italiano rispetto ai paesi dov’è localizzato il “cuore oligopolistico” dell’industria manifatturiera europea: la nostra struttura produttiva, infatti, consta per il 95% di imprese con meno di dieci addetti, dove trova impiego il 47% della forza-lavoro occupata (contro il 21% della Germania, il 22% della Francia e il 27% della Gran Bretagna). E lungi dall’essere la “forza economica del Paese”, le piccole e medie imprese italiane condizionano negativamente la capacità del nostro sistema produttivo di evolversi verso una struttura adeguata a cogliere la trasformazione tecnologica in atto: incapaci di avvalersi dei benefici delle economie di scala, con tassi d’utilizzo degli impianti più contenuti rispetto alla media europea e con sistemi arcaici di comando, esse non riescono ad esprimere un volume di investimento in ricerca e sviluppo adeguato a permettere la transizione tecnologica necessaria a invertire la rotta del declino economico e industriale in atto, che si manifesta nel sistematico peggioramento dei nostri conti esteri.

Il problema è stato aggravato dall’inadeguatezza delle risposte che nel tempo gli si sono offerte. Durante gli anni ’80 e fino alla prima metà degli anni ’90, sono state le ripetute svalutazioni della lira a consentire periodicamente alle nostre imprese di azzerare (o quasi) lo svantaggio competitivo accumulato con l’estero. E dalla seconda metà degli anni ’90 in poi, quando l’ingresso del nostro Paese prima nella banda ristretta e poi nella moneta unica ha reso impossibile la svalutazione, l’unico rimedio che si è sperimentato è stata la precarizzazione del lavoro, in modo da far loro recuperare sul versante del suo costo d’uso i margini di profitto erosi dalla minore competitività dei loro prodotti

Il risultato di queste politiche è oggi sotto i nostri occhi: ci ritroviamo con salari tra i più bassi d’Europa e con un numero di vittime in rapporto al Pil tra i più alti del continente. E nonostante l’elevatissimo prezzo pagato dalla classe lavoratrice, continuiamo comunque a registrare la perdita sistematica di quote di mercato e l’aggravarsi del nostro deficit con l’estero.

Si deve peraltro precisare che l’orientamento di fondo delle politiche industriali e del lavoro ha subito delle differenziazioni in relazione ai governi di volta in volta in carica. Mentre infatti gli esecutivi di centrodestra, in virtù del consolidato legame con la piccola imprenditoria del Nord, hanno agito in modo che alla compressione dei salari e delle tutele si affiancasse una relativa elasticità sul versante della gestione del disavanzo pubblico, in modo da lasciar circolare moneta nel tessuto produttivo interno e garantire liquidità e accesso al credito alle piccole imprese, i governi di centrosinistra – i cui referenti principali sono stati invece i grandi gruppi industriali e bancari – hanno optato nettamente per l’abbattimento del disavanzo statale: non certo perché il nostro debito fosse in sé “insostenibile” (rimandiamo sul punto alle inoppugnabili ragioni dell’appello degli economisti), quanto piuttosto per affamare il settore pubblico e comprimere la spesa interna, in modo da innescare da un lato crescenti “lenzuolate” di privatizzazioni e dall’altro la scomparsa delle imprese marginali o la loro acquisizione da parte dei gruppi più forti.

Nessuna delle due varianti di politica economica è tuttavia riuscita a risolvere la tendenza del nostro Paese ad accumulare disavanzi esteri. Ed è proprio in quest’ottica che, a nostro avviso, bisogna valutare la scelta di “rigore” sottesa all’attuale Finanziaria.

Secondo la testimonianza di autorevoli esponenti del governo, c’è un rapporto che nella sede del Ministero dell’Economia è oggetto di particolare attenzione, ed è il cosiddetto spread dei titoli del debito pubblico italiano rispetto a quelli del debito tedesco. Si tratta di un fenomeno sul quale in molti si sono soffermati, ma che – anche stavolta contrariamente a quanto solitamente si scrive – non ha nulla a che fare con l’ammontare del nostro debito: lo dimostra il fatto che un analogo aumento dei differenziali si registra sui titoli del debito pubblico di Portogallo, Spagna e Grecia, che hanno stock di debito nazionale assai eterogenei tra loro (e, come nel caso della Spagna, di gran lunga inferiori al nostro).

Alcuni studiosi, forti di una tradizione di pensiero che individua la variabile rilevante nei conti esteri piuttosto che nei conti pubblici, hanno perciò suggerito che la crescita dei differenziali nei titoli pubblici investirebbe Portogallo, Italia, Grecia e Spagna perché si tratta dei paesi che, nell’ambito della moneta unica, soffrono di più sul piano della competitività estera. I mercati finanziari insomma sconterebbero il fatto che il deterioramento dei conti con l’estero mette capo solitamente a cospicui problemi politici, dal momento che si traduce in una pressante richiesta di allentamento monetario che potrebbe portare al limite ad una fuoriuscita dei paesi più compromessi dalla moneta unica e dunque, in prospettiva, ad un ripudio del debito pubblico in euro.

La nostra impressione è che l’esecutivo in carica stia giocando la carta del timore che sui mercati prenda corpo un convincimento del genere esattamente allo scopo di imporre le misure necessarie ad evitare l’abbandono della moneta unica. Da un punto di vista macroeconomico, infatti, la strada è segnata e – a parità di specializzazione produttiva – passa per l’abbattimento sia dei salari che del deficit pubblico. Una strada del genere dovrebbe implicare con buona probabilità una deflazione così intensa da ridurre le nostre importazioni entro margini compatibili con il deficit estero e, da un punto di vista squisitamente politico, potrebbe saldare in un nuovo accordo gli interessi della piccola e della grande impresa, con la prima che beneficerebbe di nuovi gradi di libertà nell’uso della forza-lavoro e la seconda che si troverebbe agevolata nella consequenziale corsa alle privatizzazioni e alle acquisizioni, a cominciare dalle public utilities. E se è chiaro che di questa linea la Finanziaria 2009 si candida a costituire l’inveramento sul piano dei conti dello Stato, è facile prevedere che ad essa farà da pendant l’ennesimo “appello alla responsabilità” delle rappresentanze dei lavoratori, affinché rimuovano ogni residua resistenza al depotenziamento del contratto collettivo nazionale e all’ulteriore flessibilizzazione del mercato del lavoro (mascherata, ben s’intende, da schemi contrattuali “a tutele crescenti”).

D’altra parte, è pur vero che una strategia del genere potrebbe sovrapporsi alla recessione globale e aggravarne gli effetti interni, anziché mitigarli. E se è vero che il combinato disposto delle due potrebbe indubbiamente giovare alle grandi imprese, che in una fase di crisi potrebbero più facilmente procedere con le acquisizioni, molti piccoli imprenditori rischierebbero comunque di essere espulsi dal mercato nonostante lo schiacciamento dei salari. Fermo restando che a pagarne le conseguenze peggiori sarebbero i lavoratori e i beneficiari della spesa pubblica, con il rischio di un’esplosione della protesta sociale.

Se quest’analisi è plausibile, si può avere un’idea della complessità della partita in corso fra i principali attori del quadro politico, economico e sindacale. C’è solo da sperare che dell’importanza della posta in gioco essi abbiano davvero consapevolezza.

Commenti (7)

Tags: , , , ,

Nuovo modello contrattuale o caduta programmata dei salari reali?

Pubblicato il 19 Dicembre 2008 da admin

La manovra economica appena varata dal Governo, fra le tante altre cose, contiene una misura suscettibile di incidere sui futuri assetti della contrattazione collettiva e, più in generale, sulle modalità di erogazione delle retribuzioni. Con l’art. 5 del d.l. 29 novembre 2008, n. 185 l’Esecutivo è tornato sui suoi passi quanto alla controversa questione della detassazione dei compensi per lavoro straordinario. La Cgil, che aveva sempre contestato tale agevolazione fiscale, ha visto riconosciute le proprie ragioni. Anche Confindustria, Cisl e Uil, peraltro, hanno motivo di rallegrarsi, dal momento che la stessa disposizione ha confermato, ed anzi rafforzato, il trattamento fiscale di favore per il c.d. salario di ‘produttività’ erogato a livello aziendale: l’imposta sostitutiva con aliquota al 10%, infatti, è destinata adesso ad essere applicata entro il limite (raddoppiato rispetto a quello previgente) di € 6.000 lordi annui percepiti a titolo di retribuzione variabile e con riguardo ad una platea più ampia di beneficiari (i lavoratori del settore privato che abbiano percepito nel 2008 una retribuzione non superiore ad € 35.000).

Ancorché l’intesa definitiva non sia stata ancora raggiunta, la strada per la riforma del modello contrattuale sembra spianata. Vale la pena, dunque, di cominciare ad interrogarsi, tenendo conto di quel che oggi si conosce (ovvero delle Linee guida per la riforma della contrattazione collettiva, già sottoscritte da Confindustria, Cisl e Uil), sugli effetti prevedibili del nuovo modello sulla condizione salariale dei lavoratori.

Il presupposto del ragionamento, naturalmente, va individuato nell’assunto, apparentemente oggetto di larga condivisione, che nel nostro paese esiste, ormai da anni, una drammatica questione salariale, cui sarebbe necessario fare fronte con rimedi incisivi. Ebbene, se di questo si tratta, occorre prendere atto che il modello caldeggiato da Confindustria e condiviso da una parte del movimento sindacale appare, prima facie, peggiorativo, per tutti i profili essenziali, rispetto a quello, tuttora vigente, del Protocollo del 23 luglio 1993.

La funzione del contratto collettivo nazionale, innanzi tutto, risulta inequivocabilmente legata al mero recupero dell’erosione inflazionistica. Non è così nel modello del luglio ’93, il quale, a prescindere dalla successiva esperienza applicativa, di per sé non avrebbe affatto escluso che a livello nazionale, tenendo conto della produttività media del settore coinvolto, si concordassero incrementi di salario in termini reali.

Neppure l’obiettivo (minimo) di garantire, attraverso il ccnl, la tutela del salario reale risulterebbe acquisito. Vero è infatti che, per conseguire tale obiettivo, si vorrebbe adottare un diverso indice previsionale dell’inflazione (l’Indice dei Prezzi Armonizzato Europeo [IPCA]), più sensibile e realistico dell’ormai inattendibile tasso di inflazione programmata su cui si sono fondate le negoziazioni salariali negli ultimi quindici anni. Va però ricordato, in primo luogo, che il tasso d’inflazione programmata ha perso credibilità in ragione dell’uso strumentale e manipolatorio che di tale strumento è stato fatto negli anni in cui ha governato la destra (basti pensare al tasso dell’1,7% fissato dall’ultimo DPEF); e comunque, in secondo luogo, che neppure col nuovo indice (che, peraltro, di per sé non garantisce di corrispondere all’inflazione effettiva) sarebbe assicurata la tutela del salario reale: questo risultato, anzi, è escluso a priori, dal momento che l’indicatore di aumento dei prezzi dovrebbe essere depurato della c.d. inflazione importata legata all’aumento del prezzo dei prodotti energetici, destinata a scaricarsi interamente sulle spalle dei lavoratori. Quanto al meccanismo di recupero certo degli scostamenti fra l’inflazione prevista secondo i criteri dell’IPCA e quella poi effettivamente registrata, esso appare delineato, allo stato, in termini ancora troppo indeterminati per permettere di farsene un’idea e concludere che si tratti di qualcosa di più incisivo del criterio già oggi previsto in relazione alla successione nel tempo dei bienni di negoziazione dei salari.

Rispetto alla contrattazione di secondo livello, nulla cambia. Essa è destinata a svolgersi a livello aziendale o, alternativamente, territoriale, avendo ad oggetto emolumenti retributivi totalmente variabili (legati a produttività, redditività, ecc.) e non determinabili a priori: esattamente come prevede già oggi il protocollo del luglio 1993. Semmai, oggi risulta ancora più chiaramente espressa l’impossibilità di consolidare in cifra fissa le erogazioni riconosciute al secondo livello di contrattazione: essendo d’altra parte la variabilità delle stesse condizione imprescindibile per beneficiare del trattamento di favore contributivo e soprattutto fiscale (previsti dalla legge 247/2007 e, rispettivamente, dal d.l. n. 185/2008).

Nulla cambia, in particolare, con riguardo all’essenziale questione dell’effettività della contrattazione aziendale: la quale, svolta oggi in un numero ridotto di imprese di medio-grandi dimensioni con riferimento ad una platea di meno di 2.000.000 di lavoratori, verosimilmente non appare destinata a particolare espansione. Si ipotizza, naturalmente, che la ‘spinta’ fiscale decisa dal Governo possa determinare uno sbilanciamento verso la periferia degli equilibri della contrattazione collettiva: ma non è affatto detto che quest’effetto si verifichi (o, almeno, che si verifichi nelle dimensioni immaginate: v. infra).

C’è di nuovo la previsione di un “elemento di garanzia retributiva”, che il ccnl dovrebbe fissare in favore dei lavoratori che non beneficiano di erogazioni salariali aziendali. La previsione sarebbe in sé positiva, ma, a parte il fatto che è figlia dell’evidente scetticismo circa la virtù espansiva della contrattazione di secondo livello, si presta a due rilievi che inducono (quanto meno) a sospendere il giudizio: 1. I criteri per la determinazione di tale elemento restano avvolti assolutamente nel vago, cosicché risulta impossibile prevedere se, e come, possano tradursi in incrementi di salario reale (tanto più che l’attivazione di tale elemento è relegata al termine di ciascun triennio contrattuale). 2. La propensione delle imprese alla contrattazione salariale aziendale dovrebbe risultare accresciuta proprio perché, in alternativa, esse sarebbero costrette a corrispondere l’elemento di garanzia retributiva.  Nella realtà potrebbero innescarsi comportamenti del tutto diversi. Dal momento che l’elemento di garanzia sembra destinato ai lavoratori che non percepiscono nessun tipo di erogazione salariale aziendale e poiché lo sconto fiscale deliberato dal Governo riguarda il salario di “produttività” comunque definito, anche mediante accordi individuali o addirittura a seguito di erogazioni unilaterali, nulla vieta di aggirare la contrattazione collettiva, provvedendo ad emarginare i sindacati previo ricorso a simili, e ben conosciuti, strumenti.

Si è detto che nulla cambia rispetto alla configurazione della contrattazione di secondo livello. A ben vedere un elemento di novità c’è e riguarda l’eventualità che i ccnl consentano di apportare modifiche ai propri contenuti economici o normativi attraverso accordi di livello territoriale. La novità è evidente, la sua positività altamente discutibile: stante il fatto che le evocate modifiche legittimerebbero, all’evidenza, deroghe peggiorative, e che potrebbero essere concordate non solo per far fronte a situazioni di crisi, ma anche per favorire lo sviluppo economico ed occupazionale di aree specifiche, se ne deduce che anche la funzione di garanzia salariale minima, riservata al ccnl, rischia nella pratica di rivelarsi della stessa consistenza della carta velina.

Rispetto a quanto previsto dal Protocollo del ’93, infine, muta la cadenza di negoziazione del ccnl che sarebbe unificata per l’insieme dei suoi contenuti e, di conseguenza, anche per la parte salariale risulterebbe calibrata non più su due, ma su tre anni. Questa dilatazione della cadenza della contrattazione salariale appare tutt’altro che irrilevante. In condizioni di normalità del ciclo economico (dunque ovviamente non nella fase attuale, che potrebbe anche dar luogo ad un calo dell’inflazione legato alla più generale depressione delle attività produttive) le previsioni sulla crescita, e comunque sull’andamento, dell’inflazione sono notoriamente tanto più difficili, quanto più ampio è il lasso temporale di riferimento. Appare dunque poco credibile un sistema di negoziazione salariale che, privo di meccanismi di indicizzazione automatica, pretenda di reggersi su cadenze temporali così dilatate. Se si vuole tenere ferma la scelta di rinunciare a forme di indicizzazione dei salari e, nel contempo, non perdere di vista l’obiettivo di salvaguardare il potere d’acquisto dei lavoratori, sarebbe assai più ragionevole la scelta opposta: sarebbe assai più sensato accorciare (e non allungare) le cadenze della contrattazione salariale. Il modello prefigurato, viceversa, incorpora il rischio che, medio tempore (ovvero durante il triennio di vigenza del ccnl), i salari vadano incontro ad un’erosione inflazionistica non adeguatamente controllata ex ante e difficilmente rimediabile ex post.

Si dirà che questo difetto d’impostazione era già presente nella piattaforma unitaria con cui i tre sindacati confederali si sono presentati alla trattativa con la Confindustria. E’ vero. La Cgil però, rifiutando di sottoscrivere le Linee guida, sembra essersi resa tempestivamente conto del pericolo di infilarsi in un vicolo cieco. Sarebbe altamente auspicabile che anche gli altri sindacati sappiano respingere le pressioni di Governo e Confindustria per una conclusione affrettata del negoziato, si concedano una pausa di riflessione ed evitino di imboccare la strada di un accordo interconfederale separato, inedita e gravida di pericoli per l’intero sindacalismo confederale e per la condizione salariale dei lavoratori.

Commenti (1)

Tags: , , , ,

La condizione economica dei lavoratori

Pubblicato il 09 Dicembre 2008 da admin

Negli ultimi mesi, sempre più spesso i media ci rimandano l’immagine di una classe lavoratrice impoverita, che stenta ad arrivare alla “quarta settimana”, o forse ormai anche alla terza. Un’indagine svolta dalla Fiom nel corso del 2007 attraverso un ampio questionario a cui hanno risposto ben 100.000 lavoratori e lavoratrici del settore metalmeccanico[1]  ci dà un quadro della loro situazione economica – una situazione che può considerarsi rappresentativa di una condizione complessiva del mondo del lavoro dipendente.

Retribuzioni mensili nette
Le retribuzioni sono al netto di imposte e contributi e comprendono la parte aggiuntiva del salario contrattata in azienda (contrattazione di secondo livello) più eventuali premi e retribuzione aggiuntiva per straordinari e lavoro su turni normalmente svolti.  I valori medi per vari sotto-insiemi sono riportati nella tabella 1.
Un terzo circa di tutti gli intervistati (operai e impiegati insieme) ha un reddito mensile compreso tra i 900 e i 1100 euro mensili. La grande maggioranza non supera i 1300 euro, e rimangono per il 75% sotto a questa retribuzione anche coloro che dichiarano di svolgere regolarmente lavoro straordinario, con 44 ore di lavoro settimanali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I lavoratori precari (che sono il 9% degli intervistati) guadagnano in media 200 euro al mese meno dei lavoratori stabili, e differenze significative nella retribuzione sussistono anche a parità di età (cioè: non guadagnano di meno solo perché sono giovani). Le lavoratrici (che sono complessivamente circa il 20% degli intervistati) sono anch’esse fortemente penalizzate, con un reddito medio che rimane più basso di quello maschile anche a parità di orario di lavoro e di anzianità di lavoro. Tra i lavoratori intervistati  invece non si hanno differenze di retribuzione media nelle diverse aree del paese.

Redditi familiari e condizioni di povertà
I valori medi del reddito familiare netto mensile per vari sottoinsiemi degli intervistati sono riportati nella tabella 2 qui sotto. Si hanno differenze significative tra operai e impiegati e tra i nuclei familiari meridionali e il resto del paese. Ma soprattutto, è basso - 2080 euro - il reddito medio familiare dell’insieme degli intervistati che hanno famiglie con figli conviventi, cioè le famiglie con tre o più componenti. E infatti una proporzione significativa delle famiglie con figli a carico percepisce un reddito familiare netto che è inferiore alla soglia di povertà relativa[2] stimata dall’Istat per l’anno 2006: il 14% delle famiglie con tre componenti ha un reddito inferiore alla soglia di 1280 euro mensili, ed il 22,5% delle famiglie con quattro componenti (che sono circa la metà delle famiglie con figli) ha un reddito inferiore a 1580 euro. Va anche considerato che la soglia stimata dall’Istat è molto al di sotto della soglia minima di reddito familiare “dignitoso” soggettivamente percepita dalle famiglie italiane, che è invece intorno ai 2400 euro mensili (Isae, la povertà soggettiva in Italia e in Europa, Roma 2007).

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel Sud l’incidenza della povertà relativa è molto più elevata: complessivamente il 34,5% delle famiglie con tre componenti e il 47% di quelle a quattro componenti hanno un reddito inferiore alla la soglia di povertà. Ciò è legato alla maggiore diffusione di famiglie mono-reddito, che sono infatti ben il 53% in questa area del paese, contro la media nazionale che risulta dall’indagine, comunque alta, del 28%.

Spese per la casa
A fronte di redditi familiari bassi, le spese per la casa sono elevate. Infatti, nonostante la maggioranza degli intervistati (circa l’80%) viva in una casa di proprietà, una parte consistente sta ancora pagando un mutuo. Le rate mensili superano i trecento euro, e in moltissimi casi (v. Tabella 3), i 600.
Per chi paga l’affitto, le spese per l’abitazione rappresentano più di un quinto del reddito familiare complessivo in ben l’80% delle famiglie (cioè più di 400 euro mensili se prendiamo come riferimento il reddito familiare medio); Tra queste, una quota rilevante paga per l’affitto più di un terzo del reddito familiare (cioè più di 600 euro mensili con riferimento al reddito familiare medio).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Complessivamente il 63,6% degli intervistati sostiene spese per mutuo o affitto, con una spesa mensile generalmente molto onerosa.

Il rischio di perdere il lavoro
Nell’anno precedente l’intervista il 9% di tutti gli intervistati, e il 20% dei lavoratori meridionali, ha avuto un periodo di cassa integrazione. Inoltre, il 30% degli intervistati con contratto a tempo indeterminato (cioè, esclusi i lavoratori precari) ha dichiarato di considerare a rischio la propria occupazione nei due anni successiv i - segno di una crisi grave già in atto, prima degli effetti della crisi finaziaria internazionale.

Un quadro d’insieme
I dati appena visti confermano il quadro di un impoverimento del mondo del lavoro dipendente e in particolare, ma non solo, degli operai. Mostrano che i rischi di povertà riguardano non solo i giovani o i precari ma, tra i lavoratori su cui si è svolta l’indagine, i lavoratori con figli, anche quando hanno un lavoro stabile.
Fino a che punto la situazione descritta può considerarsi rappresentativa della società italiana?
In Italia i lavoratori dipendenti sono quasi 19 milioni. Di questi, più di due terzi sono lavoratori dipendenti nel settore privato, prevalentemente occupati nell’industria e costruzioni (5 milioni e mezzo) e nel commercio, ristorazione, trasporti (quasi 4 milioni). Il rimanente terzo del lavoro dipendente è occupato nel settore pubblico. Le retribuzioni medie (riportate ora al lordo di imposte e contributi a carico del lavoratore) in questi settori sono tra loro molto simili (v. Tabella 4). Il settore con retribuzioni mediamente più alte (30% in più che nell’industria) è quello della pubblica amministrazione, che è il comparto meglio retribuito del settore pubblico. Una differenza che tuttavia scompare se il confronto viene effettuato a parità di mansione/qualifica dei lavoratori[3]. Il lavoro dipendente complessivo è in aumento dagli anni ‘70 ad oggi, sia nella componente pubblica che in quella privata,  mentre il lavoro autonomo, che conta complessivamente sei milioni di occupati, di cui una parte sappiamo essere di fatto subordinati, come i collaboratori (stimati a circa mezzo milione nel 2006), è in costante riduzione dagli anni settanta ad oggi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I dati dell’indagine descrivono quindi una situazione reddituale assolutamente pervasiva nella società italiana. Anzi, va piuttosto sottolineato che essi peccano per eccesso, piuttosto che per difetto - in quanto provengono da un settore con una forte presenza sindacale, ed in cui le imprese di piccole dimensioni sono meno presenti che nella economia nazionale. Ad esempio, registriamo qui una presenza di premi di risultato contrattati in azienda pari all’80%, il doppio della media nazionale[4].
La situazione economica dei lavoratori qui descritta deriva da tendenze di lunga data, e parte dai cambiamenti nella distribuzione iniziati negli anni ‘80. Da allora tanto i salari reali contrattati che le retribuzioni di fatto sono cresciuti sistematicamente, in media, meno della produttività. La questione salariale non è quindi il frutto della recente stagnazione della produttività, e va affrontata come problema di redistribuzione del reddito dai gruppi sociali che negli ultimi decenni si sono progressivamente arricchiti verso il lavoro dipendente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Garibaldo e Ribecchi (a cura di) Metalmeccanic@, Meta Edizioni, 2008
[2]
La soglia di povertà relativa è definita come pari alla metà della spesa media per consumi nel paese di un nucleo familiare di ampiezza equivalente
[3]
L. Tronti, Pubblico e Privato nelle Retribuzioni, Lavoce.info, 2006; www.lavoce.info/articoli/pagina2492.html
[4]
Banca d’Italia, Relazione annuale, 2007; www.bancaditalia.it

Commenti (5)