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La borghesia “illuminata”

Pubblicato il 17 Ottobre 2009 da admin

Ho letto il testo di Franco Debenedetti e Antonio Pilati La guerra dei trent’anni. Politica e televisione in Italia 1975-2008, perché intuivo ciò che, nel corso della lettura, ha dimostrato di essere: non un’analisi dell’anomalia italiana – poniamo: Silvio Berlusconi –, ma un importante documento d’epoca, ovvero dei pensieri e delle pose delle classi dominanti e dirigenti italiane degli ultimi vent’anni, di cui i due autori sono autorevoli rappresentanti per meriti sociali e istituzionali.

Le pose: gli autori hanno chiara in mente una filosofia della storia, che consente con semplici tratti di penna di capire la metafisica degli avvenimenti umani, civettando qua e là non solo con i numeri della ragioneria, con le alchimie dell’industria e con i codici del giure, ma anche con pagine difficili come quelle della scuola di Francoforte, di Vattimo e di qualche altro astruso autore, perfino con i testi di Brecht. Siamo in presenza di una “visione complessiva del mondo”, capace di capire il senso recondito di ogni minimo avvenimento, di cui si trova l’esattissimo posticino nel progressivo manifestarsi delle potenzialità del “mercato”, del merito, dell’iniziativa privata, della libertà[1].

I pensieri di costoro sono quelli di una élite intellettuale e sociale che ha cercato di spiegare in ogni modo al nascente Partito Democratico quali fossero le mete ideali e sociali che doveva perseguire, per inseguire l’arduo cammino della modernizzazione: niente più vetuste distinzioni tra destra e sinistra, per fare largo al libero mercato, soprattutto della forza-lavoro, cominciando con l’abolizione dell’articolo diciotto. “Mai come ora – scrive D. dopo aver notato di passata la debolezza attuale del sindacato – ci sarebbero le condizioni perché gli innovatori presenti a destra e a sinistra negli schieramenti collaborassero tra loro, o guardassero alla parte politica che più da garanzie di realizzare riforme innovatrici indipendentemente da lealtà a identità politiche”[2].

Ma che cosa ha impedito al PD di compiere fino in fondo il cammino, di risolvere “il problema della identità della sinistra”? I fattori sono diversi, ma uno su tutti ha prevalso: l’assurda “guerra dei trent’anni” che ha visto l’opposizione costruirsi un’identità attorno all’antiberlusconismo (ultima, tremenda incarnazione: il progetto di legge Gentiloni). Perché assurda? Perché “gli argomenti” sono “deboli e inconcludenti”[3].

Le indicazioni di D. sono diverse, le une dirette, le altre meno, come quelle che, di fatto, indicano nella lotta ingaggiata da Scalfari contro Berlusconi (o viceversa? Curiosamente il testo non offre in materia alcuna precisazione), anche sul piano industriale e finanziario, una delle cause della strana e inutile guerra. Ma soffermiamoci sul punto essenziale, sul nocciolo dell’argomentazione di D.: che cosa afferma la vulgata antiberlusconiana, quella dei governicchi del centro-sinistra, a cui finalmente Veltroni ha messo fine (proprio bravo, questo Veltroni)? La vulgata afferma che il problema Berlusconi risiede tutto nel conflitto di interessi. Ebbene, “il ragionamento si basa su assunti apparentemente di buon senso, in realtà è meno ovvio di quanto sembra, per ragioni logiche ed empiriche”. In primo luogo non pare sussistere alcun legame tra potere televisivo e scelta politica: la Lega, per esempio, vince pur non accedendo e non possedendo il mezzo televisivo; in secondo luogo, “il nodo del conflitto di interessi è difficile da dipanare essenzialmente per motivi politici: infatti le soluzioni costituzionalmente praticabili o sono inefficaci o danneggiano chi le propone. Così ad esempio, se si considera pericoloso, e quindi da evitare, il sommarsi di potere politico con un rilevante potere economico in qualunque settore, oltre alla difficoltà tecnica di definirne i limiti quantitativi, si finisce per considerare soggetti pericolosi gli imprenditori che hanno avuto successo, i capitalisti. Ancora un passo e si finisce per considerare pericoloso il capitalismo”[4].

Vi è poi l’aspetto pratico della questione: le elezioni si perdono se si impone la vendita delle televisioni, che nella “nostra giurisdizione” è assimilata all’esproprio. E’ insomma “assurdo opporre un divieto amministrativo alla volontà della maggioranza degli elettori”. E si immagina il lettore “che cosa sarebbe successo se il buon senso e la coscienza democratica non avessero prevalso” nel far fallire ogni tentativo di rendere  non eleggibile Berlusconi?[5]

Questa le filosofia della storia di D.: che ci informa sì, che la guerra contro Berlusconi è finalmente e opportunamente finita grazie agli sviluppi conosciuti dalla tecnologia (il digitale, internet ecc.), che renderà ancora più ampi di quelli esistenti gli spazi di libertà della rete, ma che ci informa altresì di quanto la borghesia che pensa di essere modernizzatrice sia legata a Berlusconi a filo doppio e sia disposta, come è sempre stata disposta in Italia, a buttare alle ortiche le leggi e i diritti, quando ostano al sacro principio della proprietà privata – ma tale può veramente dirsi quella costruita grazie allo Stato e alla politica (a Craxi, insomma) – o alla volontà della maggioranza.

D. ci lascia anche qualche perla sulla crisi: si tratta della fine del capitalismo? Intanto dalla crisi si uscirà prima di quanto si creda. Ma “sarà un dramma se lo Stato, entrato per salvare, restasse per occupare, se le restrizioni temporanee diventassero permanenti, se le medicine per debellare l’emergenza diventassero una droga quando sarà necessario lo scatto per la ripresa. Lo sarà soprattutto per l’Italia che più di tutti i paesi occidentali ha conosciuto la pervasività dello Stato nell’economia. L’abbiamo ridotta solo costrettivi dall’immanenza del disastro: ci portiamo dietro, cronicizzata, una debole fede nel valore del mercato”[6].

Conclusione: “Questa guerra dei trent’anni non è stata solo per la liberalizzazione dello spazio televisivo. Mani Pulite prima, e la vittoria di Berlusconi poi, sono state la rottura di equilibri politici che duravano dalla Costituente. Si è fatta strada l’idea che è necessario superare il patto da cui è nata – per alcuni, tra cui il sottoscritto, anche nella sua prima parte –, per riformare la forma di Stato e di Governo, per ampliare gli spazi dell’iniziativa privata. Sarebbe un ben beffardo destino se l’assetto di potere ritornasse allo stesso punto di dove era trent’anni fa, se questa guerra combattuta per più privato e più libertà nei media finisse con più Stato e più regole nell’economia; se chi ha costruito il suo successo sulle macerie dei vecchi partiti, ricostituisse a propria vantaggio lo stesso sistema di potere di cui essi si alimentavano”[7].

Del resto, la nascita del Partito della Libertà, scrive D. citando il filosofo Biagio De Giovanni (che collabora, guarda caso, al “Riformista”, tra i campioni di “debenedettismo”), sancisce la nascita del “partito della borghesia italiana”, quindi un partito della “rivoluzione liberale”, non più “garante”, come la DC, della Costituzione[8]. E qui e là D. lascia intravedere una certa ammirazione per il Tremonti di La paura e la speranza, oltre che per il Berlusconi campione di libertà d’iniziativa antimonopolisitica e antistalista (la Rai è IRI, partecipazioni statali, orrenda lottizzazione partitica eccetera).

Mi pare che a commento di questa triste testimonianza della cultura delle nostre classi dominanti e dirigenti (il vero conflitto di interesse è dato dalla RAI lottizzata), si possa richiamare un passo di un autore liberal-conservatore, che per un certo periodo fu addirittura vicino, politicamente, ai socialisti di Filippo Turati, che in quel torno di tempo invitava, proprio come oggi invita D., ad abbracciare la fede liberista, anche se in un contesto strategico assai diverso da quello tratteggiato da D.. L’autore è Vilfredo Pareto: “Gli imprenditori risentono vivamente la pressione della libera concorrenza. Per sottrarvisi richiedono al governo ogni specie di protezione: protezione contro la concorrenza dei paesi stranieri; protezione contro gli operai (scioperi, associazioni operaie, ecc.); protezione mediante l’alterazione di monete; protezione contro i possessori di risparmio, il governo provvedendo a conceder prestiti ad un saggio minore di quello che si determina liberamente sul mercato; protezione per i trasporti per terra e per via d’acquea; sovvenzioni marittime; premi, ecc., ecc. Ogni governo, che accorda tali protezioni, impedisce agli ‘imprenditori’ di assolvere la loro funzione sociale. Opera come un governo socialista, che, dopo di aver incaricato dei funzionari di determinare i coefficienti di fabbricazione che danno il massimo di ofelimità, permettesse a questi funzionari di non farne nulla; ben peggio: permettesse loro di determinare i coefficienti di fabbricazione sì da favorire certi interessi particolari. Gli imprenditori, che assolvono la loro funzione sociale, sono degli esseri utili. Gli imprenditori, che non l’assolvono, sono, quanto meno, dei parassiti e possono divenire estremamente nocivi”[9].

La libera concorrenza è fenomeno tremendo: coloro che pensano che sia l’ultimo approdo dell’umana libertà, dovrebbero saperne subirne le conseguenze, economiche (fallimenti) e sociali (disoccupazione e relativa instabilità sociale e politica e relativi pericoli rivoluzionari), in ogni circostanza: anche, e direi soprattutto durante la crisi. Per il timore che lo Stato allunghi troppo le mani, non sarebbe allora meglio impedire qualsiasi salvataggio? Se la crisi finanziaria è già alle nostre spalle, perché non fare fallire tutte le imprese, anche bancarie, di cui il mercato decreta l’inconsistenza? La disoccupazione? Stiano pur tranquilli i disoccupati, che l’abolizione dell’articolo diciotto, rendendo il mercato flessibile quanto mai, consentirà loro di trovar ben presto degno posto all’interno della Repubblica fondata oggi sul lavoro, domani, chissà, sul profitto e sulla quasi-rendita politico-economica.

Il pericolo della nascita del “partito della borghesia” è quello denunciato da tutti i liberal-liberisti italiani, da Pareto a Luigi Einaudi: che la borghesia, magari un solo imprenditore o pochi gruppi imprenditoriali, asservano lo Stato per il conseguimento di meri ed immediati interessi di classe, per far sopravvivere caste e ceti, non certo l’impulso al progresso economico e alle libertà civili e sociali. D. non sfugge alla regola: e lo testimonia la sua simpatia per Tremonti, novello “antimercatista” e “neo-protezionista”, collettivizzatore delle perdite, ma non dei benefici della “libera concorrenza”. Mi piace ricordare che è da questa semplice idea – essere cioè lo Stato, inevitabilmente e intrinsecamente, uno Stato di classe, nel senso più deteriore del termine – che nacque la critica liberal-liberista non solo al socialismo, in ogni sua forma, da quella di Turati a quella di Gramsci, ma anche al fascismo: non al mussolinismo, ma appunto al fascismo come sistema di potere economico e sociale, prim’ancora che politico e mediatico. Ma presumo che D. da tali considerazioni sarebbe irritato, visto che considera l’antifascismo, e i lai attuali di coloro che intravedono nel “partito delle libertà” i prodromi di un regime liberticida e denunciano “l’emergenza democratica”, tra i fattori che hanno decretato il fallimento della modernizzazione della sinistra italiana.

Sconvolge che apologeti del mercato come D. abbiamo costituito, e ancora costituiscano, l’ossatura di una parte rilevante del PD (ma alle europee D. ha votato radicale, spiega sul suo sito dove pubblica alcune sue interviste e articoli: si è stizzito dalla candidatura di Cofferati, che egli ritiene – che dio lo perdoni – un socialdemocratico “vecchi tempi”). Sconvolge che coloro i quali si considerano “borghesia illuminata” in cerca di forze sociali cui appoggiarsi per “modernizzare” il paese, considerino Berlusconi, in ultima analisi, un povero zotico che non ha capito, poveretto, che avrebbe vinto anche senza Rete4, Canale5, Italia1, Rai1, Rai2, una Rai3 spappolata dai post-comunisti (guarda caso nel testo non c’è traccia di questa vicenda), senza tutto l’impero Mediaset (che pare faccia sempre molti milioni di utili). Sconvolge che tanta intelligenza sia rivolta ad un lettore considerato un perfetto imbecille, uno dei tanti ascoltatori televisivi odierni, pronti a ubbidire ad ogni sorta di pubblicità commerciale, tranne che a quella politica: “la questione televisiva, sentenzia D., finisce senza vincitori: per Mediaset i tempi d’oro sono passati, della Rai non è neppure il caso di parlarne, anche i giornali politici sono in crisi non solo congiunturale”[10]. Questi trent’anni, insomma, non sono esistiti, l’ascesa di uno dei maggiori capitalisti italiani al potere esecutivo e legislativo sono uno scherzo della natura, un ritaglio di cronaca paesana, giocandosi le sorti della Nazione su ben altri terreni; primo tra tutti la sistematica distruzione di fatto e di diritto della nostra Costituzione, che D. vorrebbe finalmente cestinata definitivamente; e poi il progressivo radicarsi, udite udite, della libertà di informazione e della libera concorrenza. Il lettore sappia che ci apprestiamo a non vivere anche i prossimi, di anni, che già si caratterizzano per il tentativo sistematico, da parte del potere legislativo e governativo, di controllare le nuove forme mediatiche cui allude D. Il quale, con le sue riflessioni, dimostra quanto attenta sia la borghesia illuminata (sic!) ad individuar, con attento scandaglio del progresso tecnologico, spazi di libertà da… controllare e soffocare nel prossimo futuro, da arare come terreno di quasi-rendite politico-economiche.

In ogni modo, il testo di D. è utile per decifrare le forze oggi in campo: per questa borghesia modernizzatrice (sic!) il gran nemico è “Repubblica”, i “girotondini”, l’antiberlusconismo, la distinzione destra/sinistra, la nostra Costituzione, le leggi tutte, qualsiasi forma di organizzazione sindacale, qualsiasi tentativo di rendere pluralistica l’informazione e la cultura, qualsiasi accenno di critica alla società della pubblicità, qualsiasi tentativo di capire che cosa significhino i termini di “imprenditore” e di “concorrenza”, qualsiasi tentativo di considerare la proprietà privata una istituzione sociale, qualsiasi ragionamento sulla natura dello Stato e sulle sue funzioni. Il lettore immagina che ruolo ha ricoperto il coautore del testo, cui chiediamo scusa per non aver analizzato nemmeno un rigo del suo contributo? Era membro dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato!

Due parole, infine, sulla casa editrice Einaudi: che appare essere parte costitutiva di un impero berlusconiano sempre più pervasivo e trasversale. Per D. non esistono, perché non possono esistere, editori “puri”; mi permetto di aggiungere: nemmeno case editrici “pure”. A quando, ministro Gelmini, un elenco preciso e “obiettivo” delle case editrici più prestigiose, quelle che consentono di acceder diritti diritti ad una cattedra universitaria o a un ministero o alla presidenza dell’Antitrust? Il ministro sappia che l’ingegner D. è pronto a sacrificarsi per il bene del Paese!

 

* Professore di Storia del pensiero economico, Università LUM di Bari

 

[1] Un esempio per tutti: “il compromesso storico come rinegoziazione del patto costituzionale era inapplicabile perché con il primo centrosinistra negli anni Sessanta si era rotto lo schema chiuso e organicistico della comunità nazionale e nel paese era cresciuto il bisogno di libertà e di partecipazione non inquadrata” (Einaudi, Torino, 2009, p. 42).
[2] Ibid., p. 140.
[3] Ibid., p. XI.
[4]  Ibid., p. 91.
[5] Ibid., pp. 91-2.
[6] Ibid., p. 146.
[7] Ibid., p. 146.
[8] Ibid., p. 136.
[9] V. Pareto, Corso di economia politica, Einaudi, Torino, 1943, vol. II, p. 105.
[10] La guerra dei trent’anni, p. 128

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Come ottenere consenso politico in Italia?

Pubblicato il 14 Maggio 2009 da admin

Se guardiamo al dipanarsi delle esperienze storiche di riforme radicali, oppure di transizione da un assetto sociale ad un altro, constatiamo che una loro dimensione ricorrente risiede nella capacità degli innovatori istituzionali di catturare consenso politico attorno ad una strategia di discontinuità[1]. In queste occasioni, la formazione del consenso non si verifica cumulando singole adesioni fino alla maggioranza, semplice o qualificata. Al contrario, il consenso è un percorso egemonico lungo il quale si ottiene la collaborazione di alcuni gruppi e il contrasto di altri. Non di rado, passaggi simbolici drammatici – in cui qualche gruppo viene esplicitamente sconfitto – appaiono cruciali momenti di non-ritorno, oltre cui è la vicenda di un’intera collettività a mutare direzione[2].

Per capire meglio l’esigenza di una simile strategia di discontinuità, ricordiamo due tra le più autorevoli e dibattute letture del nostro sistema politico: quella di Sartori-Farneti e quella di Pizzorno. Secondo Giovanni Sartori[3], la stortura del caso italiano nasce dal “pluralismo polarizzato”. Fino agli anni settanta dello scorso secolo, vi fu la presenza di importanti partiti antisistema: quello comunista e quello neofascista. Di fronte ad opposizioni mutuamente esclusive e caratterizzate da posizioni estreme, il partito moderato, la Democrazia cristiana (DC), fu “costretto” a restare al governo. Ciò ebbe gravi conseguenze. Non potendo sperare di governare, le opposizioni furono irresponsabili, puntando a esacerbare le tensioni sociali. Non potendo essere esclusa dal governo per mancanza di alternativa, la DC ebbe scarsa responsabilità democratica, preoccupandosi poco del rendimento dei propri esecutivi. Negli anni più recenti i partiti antisistema e la DC scompaiono, ma sono i loro esponenti a dar forma a nuove etichette partitiche. La vera novità non sta dunque in un cambiamento del ceto politico, bensì nella comune corsa ad occupare il centro: una tendenza che già parecchi anni fa Paolo Farneti aveva chiamato “pluralismo centripeto”[4]. Essa genera la politica che il comico Maurizio Crozza definisce del “ma anche”: i leader politici proclamano, senza alcun imbarazzo, di voler questo … “ma anche” il suo contrario. È la politica del non-schierarsi, dei programmi vuoti e generici, delle riforme mai attuate. Il passaggio dal pluralismo polarizzato al pluralismo centripeto ha insomma dato luogo a una vasta marmellata moderata, in cui non si scontenta nessuno perché non si prendono mai decisioni autentiche. Se però i partiti non si differenziano davvero sui programmi e sui modi per realizzarli, rimane soltanto la gestione dei posti di potere: da ciò l’ingordigia e la litigiosità del ceto politico. Sprechi e instabilità stanno tra loro come il concavo sta al convesso.

L’altra chiave interpretativa è di Alessandro Pizzorno[5]. Egli distingue tra le pratiche politiche palesi e quelle coperte: ad esempio, nei dibattiti pubblici De Gasperi e Togliatti, o Moro e Berlinguer, si davano del “lei”, mentre nelle aule parlamentari si davano del “tu”. Il comportamento palese marcava una distanza, quello coperto riconosceva una contiguità. Secondo Pizzorno, era la contiguità a prevalere: negli anni cinquanta, al culmine della guerra fredda e delle contrapposizioni ideologiche, più del novanta per cento delle leggi emanate dal parlamento italiano furono approvate all’unanimità; inoltre, tra governo e opposizioni vi erano sistematici scambi di favori. Sartori, suggerisce Pizzorno, sarebbe caduto nella trappola di considerare gli attori della politica per quello che dicevano di essere e non per quello che veramente facevano. In Italia vi era “consociativismo”, non polarizzazione.

Mentre le letture di Sartori-Farneti e di Pizzorno sono state in passato fieramente contrapposte, esse, pur muovendo da diversi apparati teorici, sembrano adesso convergere nella diagnosi critica. Per entrambe la debolezza del sistema politico dell’Italia sta nell’incapacità di dare rappresentanza a voci e interessi strategicamente differenti. In Italia, essi sostengono, appare bloccata la consueta dinamica liberaldemocratica per la quale alle elezioni prevale una coalizione, che ha il compito di attuare lungo la legislatura il proprio programma di governo e ha l’onere di essere giudicata dai cittadini al termine di quel mandato[6]. Quello che più mi preme sottolineare, è che per entrambe le tesi il centro politico moderato è al centro della politica italiana. Ciò appare indiscutibile. Ma è proprio così? In questo intervento non menziono gli studi sui flussi elettorali, né quelli sull’evoluzione sociologica del nostro paese. Mi limito ad un punto teoricamente preliminare: è pensabile una chiave interpretativa diversa da quella su cui, quasi per default, in tanti convergono? Per rispondere, un primo passo riguarda l’inadeguatezza delle categorie con cui concepiamo i conflitti odierni. Il discorso è, ovviamente, lungo e complesso. Provo a illustrare un solo punto importante. Come cittadini ci imbattiamo continuamente in scelte “difficili”: quelle che, nella terminologia degli economisti, presentano una non-convessità delle preferenze[7]. Un caso (tra tantissimi) è quello del genitore/elettore che sceglie la scuola per i figli. Può preferire un livello basso di spesa pubblica: così, se la scuola pubblica sarà scadente, avrà i soldi per passare alla scuola privata. È disposto tuttavia a passare alla scuola pubblica se essa è di qualità elevata, il che comporta un livello alto di spesa. La soluzione per lui peggiore è quella intermedia: livello inadeguato della scuola pubblica e livello sensibile di spesa.

Il celebre teorema dell’elettore mediano assume l’ipotesi di preferenza a picco singolo, la quale indica che gli elettori non sono estremisti: un elettore di sinistra, ad esempio, preferirà sempre il centro all’estrema destra. Nondimeno nella realtà non sempre ciò accade, perché molte scelte, essendo “difficili”, rendono estremista l’elettore: sta meglio se converge verso l’una polarità o l’altra. Ma se, su tali scelte, le opinioni sono molto divaricate, vi è un addensamento a sinistra ed uno a destra. Vi sono allora due elettori modali (quelli le cui opinioni sono condivise dal più gran numero), mentre attorno all’elettore mediano si coagulano pochi voti, come si vede nella figura seguente[8]:

 

 

 

 

 

Su fenomeni come l’immigrazione, la crisi economica, l’occupazione precaria, l’eutanasia, la guerra, la genomica, il ruolo pubblico ed economico delle chiese, la costituzione europea, la corruzione, l’ecologia e altri ancora, gli elettori tendono a differenziarsi/polarizzarsi nettamente. Leader della sinistra come D’Alema, Prodi e Veltroni hanno sempre puntato alla conquista dell’elettore mediano. «Però qualcosa non ha funzionato, visto che ripetutamente le sinistre, che si erano spostate al centro più delle destre, hanno perso le elezioni. [Se piuttosto ammettiamo la rilevanza dell’elettore modale], è evidente che il partito che si sposta al centro perde. [I leader della sinistra hanno rincorso] gli elettori moderati, demoralizzando e dividendo la sinistra, rinunciando alla carica solidarista che ha sempre rappresentato il patrimonio culturale migliore dell’opinione pubblica democratica e socialista. Invece il partito che cerca gli elettori estremisti vince. Così ha fatto Berlusconi, alleandosi con Fini e Bossi»[9].

Riassumendo, ho avanzato il sospetto che potrebbe essere illusoria la tesi consueta secondo cui «la battaglia cruciale si gioca al centro»[10]. La sinistra italiana, senza una strategia di discontinuità volta ad attivare i consensi del suo elettore modale, potrebbe continuare ad inanellare sconfitte, mentre l’Italia resterebbe incapace di promuovere innovazioni istituzionali.
Concludo con una precisazione: inseguire l’elettore modale non significa chiudersi entro nicchie estremiste, bensì costruire una strategia egemonica a partire da idee e proposte che non si sviliscano nella palude dell’elettore mediano. Come scrive il lettore Gionata G. nel suo commento a Cesaratto, «la sinistra può farsi portatrice di valori trasversali, ma deve essere chiara ed irremovibile su quattro questioni principali: lavoro (uguaglianza sostanziale secondo art.3 comma 2 della nostra Costituzione), Stato sociale, equiparazione de facto dei sessi, ambiente e susseguenti politiche dell’energia». Il metodo è questo: sui contenuti, ne riparliamo.

 

*Professore associato di economia applicata all’Università di Firenze 

 

[1] Nel suo interessante articolo, Sergio Cesaratto esamina la base sociale del consenso politico in Italia. Accolgo volentieri la sua sollecitazione ad approfondire le mie precedenti osservazioni. Per ragioni di spazio non tratterò della “base sociale”, concentrandomi stavolta sui modi del “consenso politico”.
[2] Due esempi evocativi sono la marcia dei quarantamila colletti bianchi della Fiat, il 14 ottobre 1980, contro gli operai; e il fallimento dello sciopero dei minatori britannici, nel 1984-85, contro il governo Thatcher.
[3] G. Sartori, Parties and Party Systems, CUP, Cambridge, 1976.
[4]  P. Farneti, Il sistema dei partiti in Italia, Il Mulino, Bologna, 1988.
[5] A. Pizzorno, “Le difficoltà del consociativismo”, in Id., Le radici della politica assoluta, Feltrinelli, Milano, 1993.
[6] Nei tempi più recenti, Berlusconi ama presentarsi come colui che starebbe ponendo rimedio a tale anomalia.
[7] Un esempio scolastico di non-convessità delle preferenze è che mi piace il gelato, mi piacciano le olive ma … non mi piacerebbe mangiarli assieme. Siamo davanti a beni che non vengono consumati congiuntamente, poiché i loro “miscugli” esprimono un benessere inferiore.
[8] La figura è tratta da E. Screpanti, “Dall’elettore mediano all’elettore modale”, in Id., Un mondo peggiore è possibile, Odradek, Roma, 2006, p.48. Mentre riprendo qui parte dell’analisi di Screpanti, le notazioni sulle scelte “difficili” sono mie.
[9] Ivi, pp.48-49, parentesi quadre aggiunte.
[10] M. Salvati, “La battaglia del centro”, Corriere della sera, 26 marzo 2008.

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La politica delle coalizioni per la sinistra italiana

Pubblicato il 07 Aprile 2009 da admin

La politica delle coalizioni è, suggerisce Cristiano Antonelli[1], uno strumento decisivo per una strategia non subalterna della sinistra italiana. Nel secondo dopoguerra, egli sostiene, abbiamo avuto due elaborazioni volte a rivendicare un ruolo di governo per le forze progressiste. La prima ha avuto, durante gli anni sessanta, nella Rivista Trimestrale di Claudio Napoleoni e Franco Rodano la sua maggiore sede di analisi. Essa argomentava che i ceti improduttivi distorcevano a proprio favore la distribuzione delle risorse, indebolendo la crescita nazionale. Quali percettori di rendite, tali ceti si annidavano specialmente nei settori, come quello immobiliare e quello del commercio, non esposti alla concorrenza del mercato comune europeo. Ciò, elevando i prezzi interni, riduceva il potere d’acquisto delle masse dei salariati, spingendoli a chiedere elevamenti retributivi che abbassavano l’efficienza delle imprese esportatrici. Rompere questa spirale viziosa era una formidabile opportunità per rilanciare la modernizzazione del paese: in nome della lotta alle rendite, un’alleanza tra il proletariato e la borghesia industriale avrebbe aumentato i salari in corrispondenza agli incrementi della produttività; l’accresciuta domanda solvibile avrebbe, a sua volta, favorito l’espansione dell’offerta industriale, con un’ulteriore innalzamento dell’efficienza.

La seconda elaborazione si colloca negli anni ottanta. È il modello dell’alleanza dei ceti produttivi, che si realizza nelle regioni dell’Italia centrale e che viene teorizzato soprattutto (anche se Antonelli non li cita) da Giacomo Becattini e Sebastiano Brusco. Stavolta la coalizione di interessi non si forma in negativo, ossia contro i rentiers: essa nasce per progettare il futuro e valorizzare gli agenti eterogenei che animano i distretti industriali. Artigiani, ex mezzadri, microimprenditori, salariati, s’impegnano lungo un processo di innovazione che è socio-istituzionale prima ancora che economico. Consapevoli che è terminata la lunga rincorsa basata sulle opportunità fornite dal ritardo tecnologico italiano, e che occorre realizzare forme di efficienza dinamica, questi ceti ricercano tra loro, con la regia politica della sinistra locale, una complementarità ex-post, la quale, a differenza di quella ex-ante del primo schema, non esiste già nelle circostanze date, ma va inventata e costruita.

Qui giungiamo agli snodi cruciali dell’interpretazione di Antonelli. «La sinistra a livello nazionale non seppe raccogliere e forse comprendere le potenzialità e la carica innovativa che si era sedimentata nella pratica locale. Di fatto quell’esperienza non seppe uscire dal suo ambito regionale. […] La crescita del Nord-Est avvenne senza che la sinistra potesse contribuire. [Nelle] regioni meridionali, il mito della grande fabbrica nelle industrie di base ad elevata intensità capitalistica prese drammaticamente il sopravvento» (pp.12-13). Dagli anni novanta, inoltre, sopraggiunge l’economia dei servizi e della conoscenza. La sinistra non coglie il cambiamento strutturale, leggendolo anzi sul solo versante della contrazione della base manifatturiera e della diminuzione dell’intensità capitalistica della produzione. In particolare, le sfugge la dinamica di un mercato del lavoro che si bipolarizza tra nuove categorie professionali che emergono e vecchie che vedono contrarsi prospettive occupazionali e retributive. Tra le vecchie, accanto agli operai, stanno ampie fette dei ceti medi, che restano estranee alle nuove forme di generazione della ricchezza e che subiscono spesso una mobilità sociale discendente. D’altra parte, alla sinistra sfugge che il paese riesce, pur tra gravi disuguaglianze, a cavalcare il mutamento, continuando a creare ricchezza e innovazione. Rischia così di consumarsi una sorta di vendetta storica: la sinistra che mezzo secolo fa lottava contro le rendite, organizza oggi una coalizione in difesa di rendite e posizioni acquisite, nei servizi pubblici così come nell’industria sindacalizzata.

Bisogna progettare, conclude Antonelli, la formazione di una coalizione per la crescita, che si proponga di: a) sostenere la parte del lavoro dipendente travolta dal cambiamento strutturale; b) valorizzare i nuovi ceti produttivi imperniati sulle professioni liberali e su microimprese di servizi avanzati; c) promuovere l’accumulazione del capitale umano capace di innovare; d) organizzare il territorio come fattore produttivo e bene di consumo finale.

Sulle stimolanti tesi di Antonelli vorrei avanzare quattro riflessioni, che vogliono provare a intendere meglio sotto quali condizioni effettive la sua politica delle coalizioni potrebbe avviarsi.

La Fondazione Symbola, per la promozione delle eccellenze italiane nel mondo, ha sintetizzato con piglio giornalistico i termini della nostra situazione. In Italia si contrapporrebbero 4A buone a 4D cattive. Le forze positive sarebbero i settori che trainano l’export dell’economia (nella quota mondiale delle esportazioni, l’Italia è, tra i paesi europei, seconda solo alla Germania): Abbigliamento-moda, Arredo-casa, Alimentari-vini e Automazione meccanica. Le forze malvagie sarebbero i pesi che rallentano la crescita: Debito pubblico (il terzo dopo quello di Giappone e Stati Uniti), Deficit energetico (tra il 2001 e il 2006 la bolletta energetica italiana è salita da 18,8 a 50 miliardi di euro), Divario nord-sud (il sud ha il 35% della popolazione, ma solo l’8% di export) e Differenziale fiscale (l’incidenza delle tasse sul PIL è tra le più elevate). Se potessimo davvero dividere con nettezza i buoni dai cattivi, creare e attuare una politica delle coalizioni sarebbe un gioco da bambini. Ma la diagnosi di Antonelli – secondo cui i massimi mali italiani sono l’inefficienza delle amministrazioni pubbliche e il tessuto produttivo chiuso all’innovazione, agli investimenti esteri e alle nuove generazioni – è seria e quindi solleva difficoltà. Essa, se coerentemente perseguita, richiederebbe anzitutto interventi di modernizzazione degli enti pubblici e del sistema delle relazioni industriali. Il che comporterebbe che il ceto politico dei partiti e dei sindacati della sinistra dovrebbe tagliare i ponti con (parte almeno de)i gruppi sociali e (de)i quadri istituzionali che, come rileva lo stesso Antonelli, ne supportano l’esistenza. Ciò talvolta succede in situazioni traumatiche che facilitano l’affiorare di nuove leadership. Ma è arduo immaginare quale livello di trauma occorrerebbe, considerando che nemmeno la sparizione dal parlamento della sinistra più radicale, o la sequenza di sconfitte del neonato Partito democratico, sono finora riuscite a provocare significativi rinnovamenti del ceto politico dirigente.

In secondo luogo, la sua diagnosi comporterebbe drastiche misure di riorganizzazione del capitalismo italiano, nel quale «le grandi imprese non sono ancora riuscite a darsi una forma di governo societario realmente diverso da quello familiare» (Ugo Pagano, “Mercato, confronto di sistemi capitalistici”) e le imprese distrettuali appaiono sovente inadeguate a fronteggiare le più recenti traiettorie di cambiamento (si veda Gabi Dei Ottati, “Distretti industriali italiani e doppia sfida cinese”, in corso di stampa su QA Rivista dell’Associazione Rossi-Doria). Qui la domanda diventa: è possibile formare un’alleanza tra distretti e grandi aziende innovatrici contro distretti e grandi aziende che si limitano a sopravvivere? Va rimarcato che siamo su un terreno diverso dai casi storici menzionati. Negli anni 1960 i ceti produttivi lottavano contro i redditieri, negli anni 1980 alcuni sistemi economici locali si autorganizzavano; adesso avremmo invece che imprese o distretti simili tra loro per molti decisivi aspetti dovrebbero scontrarsi per differenziare le rispettive traiettorie evolutive. Ma un “capitalismo contro se stesso” è poco credibile, per le medesime ragioni per cui (al punto precedente) possiamo poco confidare in un “ceto politico di sinistra contro se stesso”.

In terzo luogo, Antonelli evoca la nozione di egemonia che, in Gramsci e dopo, indica la ricerca di consenso tra gruppi sociali mediante una leadership intellettuale e morale. Ciò, tuttavia, non può sempre ottenersi tramite un rawlsiano “consenso per intersezione”; al contrario appare plausibile, lungo la linea argomentativa svolta, che una riforma delle amministrazioni pubbliche e della governance del capitalismo nostrano possano realizzarsi con strategie che, proprio al fine di innescare nuove alleanze, inizino separando/opponendo certi gruppi da/ad altri.

Infine, la leadership intellettuale e morale non si improvvisa. La nostra società civile ha idee e persone all’altezza del compito. Ma le idee vanno valorizzate, le persone incentivate a “scendere in campo”, ed entrambe, idee e persone, vanno messe nella condizione di avere impatto. Il modo migliore per riuscirvi sta, a mio avviso, nel “rompere le righe”: nell’opporre conflittualmente certe strategie ad altre, certi gruppi ad altri. Come ci ha spiegato Albert Hirschman, sia i mercati che la democrazia hanno quali pilastri i conflitti, che svolgono insostituibili funzioni costruttive e trasformative. Nell’Italia odierna, essere riformisti/progressisti equivale ad essere conflittualisti.

  

*Professore associato di Economia applicata nell’Università di Firenze.

 

[1] Cristiano Antonelli, “La politica economica delle coalizioni per progettare il futuro e guidare la crescita”.

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