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Un’agenzia europea per il rating?

Pubblicato il 18 Settembre 2011 da admin

Come rendere realmente indipendenti e quindi possibilmente più veritiere le agenzie di rating che finora hanno sbagliato buona parte delle loro valutazioni e alimentato la speculazione? Una soluzione è semplice ma decisiva: spezzare il legame economico che li lega ai loro committenti e fare in modo che siano pagate non più da chi devono giudicare, cioè dalle corporations, ma da un’agenzia pubblica in base a criteri completamente neutrali. In Europa un’agenzia pubblica indipendente potrebbe estrarre a sorte le società di rating assegnate ai vari clienti, pagarle di tasca propria, e nominarle solo a rotazione presso i clienti e per periodi di tempo limitati (magari tre anni). In questo modo si romperebbe la relazione incestuosa e maleodorante tra controllore e controllato. Inoltre l’agenzia pubblica dovrebbe controllare e certificare il lavoro svolto dalle società di rating per orientare al meglio il mercato e tutelare così il risparmio.

Le agenzie di rating – che valutano l’affidabilità delle aziende, degli enti, degli stati e dei loro titoli, e che valutano se i loro clienti sono in grado di ripagare o meno i loro debiti – sono criticate per moltissimi motivi: perché in generale danno giudizi quasi sempre positivi  alle aziende private (anche quelle che magari sono presto destinate al fallimento) mentre quasi sempre condannano gli stati e i titoli pubblici; perché costituiscono un monopolio mondiale – le prime tre, Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch, controllano circa il 95% del mercato-. Perché sono in prevalenza americane e sono considerate la “longa manus” della speculazione anglosassone; perché guadagnano profitti enormi (generalmente hanno un margine superiore al 50%); perché hanno clamorosamente sbagliato assegnando valori massimi di affidabilità a titoli spazzatura o addirittura tossici – come nel caso dei derivati dei subprime -. Perché hanno dato il voto massimo (tripla A) a Lehman Brothers pochi giorni prima che la banca d’affari fallisse trascinando quasi tutto il mondo nella sua crisi; perché invece continuano ad abbassare il rating degli stati che cercano di rimettere i loro conti a posto, mettendoli sempre più a rischio, fino a condurli quasi al fallimento, come nelle profezie che si autoavverano.

La critica maggiore e più eclatante riguarda però il rapporto incestuoso con i loro clienti: infatti le agenzie sono notoriamente pagate da chi giudicano, cioè dai venditori di titoli e non dai compratori. Il conflitto di interessi è tanto più clamoroso e negativo considerando che 1) spesso le agenzie suggeriscono ai loro clienti come emettere i titoli in modo da ottenere (da loro stesse…..) il rating più alto 2) le agenzie fanno capo a società finanziarie private. Capital World Investors, una delle più grandi società di gestione del risparmio negli Stati Uniti, ha una quota di poco superiore al 12% sia in Standard & Poor’s che in Moody’s. E Moody’s ha tra i primi soci di riferimento la Berkshire Hathaway, che a sua volta è in mano a Warren Buffet, il notissimo speculatore ottantenne tra i primissimi nella lista degli uomini più ricchi del mondo. Quindi le agenzie fanno capo a società finanziarie e speculative. Il conflitto di interesse è stupefacente!

Il problema più drammatico consiste nel fatto che le agenzie di rating hanno un ruolo preponderante nel sistema finanziario globale e svolgono un’attività a cui le maggiori autorità di controllo attribuiscono un valore semi-legale: infatti determinate tipologie di investitori devono per legge o per statuto “obbedire” ai rating delle agenzie e pilotare in questo modo i loro investimenti. Per esempio, un fondo pensione non può investire se non in titoli che abbiano affidabilità e rating elevati, per non mettere a rischio i fondi degli associati. Se allora un’agenzia “condanna” la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna e l’Italia, automaticamente il fondo pensioni deve disinvestire i titoli che ha in portafoglio di quei paesi. La stessa Banca Centrale Europea accetta titoli di stato come collaterale ai prestiti alle banche europee sulla base dei giudizi …. delle società di rating. Così, a causa del fatto che le autorità regolamentari della finanza globale hanno delegato alle agenzie di rating il potere di guidare gli investimenti, le profezie si autoavverano. E gli speculatori possono facilmente scommettere sul fallimento di uno stato contando sul giudizio delle controverse agenzie. Quindi ha ragione chi, come recentemente Vincenzo Comito, suggerisce di togliere ai rating delle società private il valore ufficiale che purtroppo le stesse autorità di regolamentazione hanno concesso loro.

Inoltre molti economisti insistono perché anche l’Unione Europea abbia una sua agenzia pubblica. A mio parere questa agenzia pubblica non dovrebbe semplicemente affiancarsi a quelle americane già esistenti, cercando magari di essere più imparziale e affidabile. Del resto un’agenzia europea (anche se privata) esiste già: Fitch è infatti controllata dalla holding francese Financie’re Marc de Lacharrie’re, che fa capo al finanziere d’oltralpe Marc Eugene Charles Ladreit de Lacharrie’re. Ma Fitch non si distingue molto dalle due più grandi sorelle americane.

Occorre perciò sottolineare con forza che l’attività di rating deve difendere il risparmio del pubblico e che quindi deve diventare una funzione eminentemente pubblica. Quale potrebbe essere allora la soluzione? Nel mio saggio “Il bene di tutti. L’economia della condivisione per uscire dalla crisi”[1] suggerisco che le aziende, e in generale tutti gli enti che desiderano emettere titoli e chiedono la valutazione da un’agenzia di rating, debbano pagare obbligatoriamente una quota all’agenzia pubblica europea – una quota rapportata per esempio al loro fatturato e/o al valore dei titoli che intende emettere -. Questa poi assegnerebbe alle agenzie di rating il lavoro di valutazione sui titoli e, alla fine del loro lavoro, giudicherebbe la congruità dei rating in base a criteri predefiniti, trasparenti e quanto più possibile oggettivi. Il rating avrebbe un valore ufficiale solo se confermato dall’agenzia pubblica indipendente, mentre il giudizio privato e di parte non avrebbe più alcun valore formale.

In conclusione: innanzitutto le società di rating non sarebbero più pagate dalle aziende ma dall’agenzia pubblica europea e così l’incesto cesserebbe. Inoltre l’agenzia pubblica avrebbe la possibilità (e il dovere) di controllare in maniera trasparente i giudizi emessi dai professionisti delle tre grandi società di rating. Le quali a turno si avvicenderebbero presso il medesimo cliente dopo un periodo di tempo abbastanza limitato – per esempio ogni 3 anni – in maniera tale da recidere davvero per sempre i legami pericolosi tra controllore e controllato. E gli operatori di mercato avrebbero finalmente una bussola ufficiale, quella dell’agenzia pubblica indipendente, per pilotare i loro investimenti.

Questa proposta rappresenta una riforma di buon senso, semplice da pensare ma difficile da attuare. Costituisce un modo (apparentemente) semplice ma efficace per tagliare le unghie alla speculazione e difendere i risparmi. Il problema è che il potere delle società di rating è straripante. Ma all’Europa conviene muoversi in questa direzione per difendere l’euro. Tra l’altro questa riforma aprirebbe la strada alla riforma di un altro settore analogo, dove cioè le “relazioni pericolose” con i clienti contano moltissimo, quello della certificazione dei bilanci.

*Giornalista economico e saggista

 [1]“Il bene di tutti. L’economia della condivisione per uscire dalla crisi”, Editori Riuniti, 2011.

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La crisi è da domanda, il Fondo Monetario Internazionale ci ripensa

Pubblicato il 24 Settembre 2010 da admin

Il 13 settembre 2010 si è tenuta ad Oslo una conferenza congiunta del Fondo Monetario Internazionale (IMF) e dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), dal titolo “The Challenges of Growth, Employment and Social Cohesion”. Merita attenzione il documento preparatorio dei lavori, a firma congiunta IMF ed ILO. Lo scritto è strutturato in due capitoli: il primo, sui costi umani della recessione, a cura dell’IMF; il secondo, dell’ILO, sulle basi per una crescita bilanciata e sostenibile. Congiuntamente, l’analisi dell’attuale crisi e le concrete prescrizioni di policy contenute nel documento segnano una svolta importante da parte del Fondo. Data la gravità del momento, per molti economisti un cambio di sensibilità interpretativa da parte dei principali attori di politica economica era semplicemente inevitabile. Eppure, come scrive Paul Krugman sul New York Times del 14 settembre 2010, “vista la maniera in cui così tante istituzioni internazionali sono state catturate dalla follia delle opinioni convenzionali, il nuovo documento dell’IMF, ragionevole sebbene troppo cauto, è certamente una gradita sorpresa”.

Provo qui a riassumere, schematicamente e senza pretesa di esaustività, alcuni passaggi del documento.

Il punto di partenza è la constatazione che la disoccupazione ha oramai raggiunto proporzioni gravissime. Si stima che nel mondo più di 210 milioni di persone siano attualmente disoccupate, con un aumento di oltre 30 milioni dal 2007 (pag. 4). Sebbene la recessione economica abbia interessato tutti i paesi, l’aumento della disoccupazione è stato particolarmente marcato nelle economie più sviluppate (sulle quali il documento si focalizza) ed in particolare negli Stati Uniti ed in Spagna. Ben tre quarti dell’aumento del numero di disoccupati mondiali è, infatti, avvenuto nelle economie avanzate.

Nell’individuare le cause di una crescita così spettacolare della disoccupazione in alcuni paesi rispetto ad altri, il documento mette al primo posto il ruolo della domanda aggregata. Questo è un aspetto di estremo rilievo teorico, per chi ha seguito la condotta dell’IMF negli ultimi lustri.

L’analisi sviluppata nel secondo capitolo individua nella dinamica della disuguaglianza, all’interno di specifici paesi e fra paesi, uno dei fattori che ha maggiormente inciso sugli squilibri di domanda aggregata. Si sostiene che l’aumento della disuguaglianza in alcuni paesi abbia causato una compressione del consumo aggregato, manifestando le proprie conseguenze in una crescita modesta o in un aumento dell’indebitamento privato. Nell’introduzione al documento (a pag. 8 ) si legge anche che “in alcuni paesi, ed in particolare negli Stati Uniti, la crescente disuguaglianza potrebbe aver aumentato l’indebitamento delle famiglie, costituendo così un fattore importante nello spiegare la crisi dei subprime”. Inoltre, viene esplicitamente riconosciuto il ruolo della globalizzazione dei processi produttivi nell’influenzare la disuguaglianza, soprattutto attraverso un indebolimento delle istituzioni del mercato del lavoro a protezione del potere contrattuale dei lavoratori e la spinta al ricorso a contratti di lavoro flessibile.

Anche gli squilibri commerciali fra paesi vengono attentamente discussi. Incidentalmente, per le economie aperte agli scambi con l’estero le esportazioni possono sostituire la domanda interna. Tuttavia, si nota come una tale soluzione ponga ben noti problemi nel lungo periodo; inoltre, a livello internazionale le esportazioni nette sommano necessariamente a zero. A questo proposito, è interessante notare che il documento si apre con una lunga citazione di Strauss-Kahn, Managing Director dell’IMF, il quale paventa chiaramente i pericoli di politiche non coordinate di uscita dalla crisi: “noi (l’IMF) fummo creati dalle ceneri di un mondo distrutto, colmi della determinazione dei nostri fondatori di non compiere mai più gli errori del passato – errori che portarono al nazionalismo economico e alla guerra. (…) Il nostro ruolo inizia con la stabilità economica, ma termina con il fine di tutte le istituzioni multilaterali – un mondo stabile e pacifico”.

Il documento evidenzia anche gli effetti, in termini di occupazione, di specifiche politiche ed istituzioni del mercato del lavoro. In particolare, quei paesi che hanno adottato riforme strutturali del lavoro tese ad introdurre maggiore flessibilità per alcune tipologie contrattuali (specificatamente i lavori a tempo determinato), pagano adesso un prezzo maggiore in termini di aumento della disoccupazione. Al tempo stesso, viene espresso un cauto scetticismo sulla presunta capacità di tali riforme strutturali di generare occupazione a crisi conclusa: “in principio, il mercato del lavoro duale dovrebbe portare benefici durante la ripresa, poiché le imprese dovrebbero essere più prone a reimpiegare i lavoratori con contratti temporanei, piuttosto che permanenti. Se ciò si verificherà è ancora da vedere” (pag. 36).

Infine, la trattazione, a cura dell’IMF, dei costi umani della recessione evidenzia gli effetti di lungo periodo della disoccupazione, specialmente giovanile, e la concreta possibilità che il tasso di disoccupazione naturale si porti a livelli permanentemente più elevati, a seguito dell’attuale crisi.

Il documento IMF-ILO non si limita all’analisi delle cause e delle conseguenze della recessione, ma cerca anche di delineare alcuni concreti suggerimenti di policy. Le principali indicazioni di politica economica hanno il dichiarato obiettivo di stimolare la domanda interna e far sì che questa generi la creazione di posti di lavoro.

In primo luogo, si suggerisce estrema cautela nel procedere con politiche di consolidamento fiscale. Data la precarietà dell’attuale fase ciclica, l’adozione generalizzata di politiche fiscali restrittive rischierebbe di compromettere la ripresa. Ad esempio, si legge (a pag. 38) che “una ripresa della domanda aggregata è la singola migliore cura contro la disoccupazione. Quindi, come strategia generale, le economie più avanzate non dovrebbero rendere restrittive le politiche fiscali prima del 2011, perché una stretta prima di tale data potrebbe minare la ripresa”. Sia chiaro, il documento opera importanti distinguo fra paesi, dovuti alle diverse situazioni di finanza pubblica all’inizio della recessione. Tuttavia, risulta evidente la differenza di toni rispetto alle indicazioni provenienti da altre prestigiose istituzioni internazionali (si veda, ad esempio, l’ultimo bollettino mensile della Banca Centrale Europea, settembre 2010, in particolare il Box 7).

In secondo luogo, l’introduzione ed il secondo capitolo si soffermano diffusamente sull’importanza di un’equilibrata distribuzione del reddito al fine di stimolare la domanda interna. In tal senso, la salvaguardia del potere d’acquisto dei salariati diventa un obiettivo per alimentare la ripresa. Un passaggio degno di nota riguarda il riferimento al fatto che un’equilibrata distribuzione del reddito non sia un puro fatto salariale, ma richiami anche l’importanza di istituzioni e politiche di protezione sociale. Così si legge che “una crescita sostenibile (…) potrà essere generata solo con valide politiche macroeconomiche integrate a valide politiche occupazionali e sociali” e che una delle priorità per la crescita è “il rafforzamento delle istituzioni del mercato del lavoro (…) per migliorare le condizioni di vita ed il potere d’acquisto delle famiglie dei lavoratori” (pag. 9).

Legato al punto precedente è l’invito a non abbandonare, nel breve periodo, le politiche attive nel mercato del lavoro, alla quali è riconosciuto un ruolo positivo nella creazione di occupazione, anche durante la recessione. Da un punto di vista teorico, gli effetti distorsivi delle politiche e delle istituzioni del mercato del lavoro non vengono assolutamente taciuti. Tuttavia, in questo specifico periodo storico, i costi in termini di efficienza connaturati a questi effetti vengono ritenuti trascurabili rispetto ai loro potenziali benefici.

In conclusione, il documento congiunto IMF-ILO contiene un’analisi interessante dell’attuale crisi economica ed alcune indicazioni di policy a mio parere condivisibili. Credo che la sua diffusione possa arricchire il dibattito, internazionale ed italiano, ed aiutare ad individuare risposte adeguate di politica economica.

Vorrei però terminare evidenziando un aspetto probabilmente secondario, di natura genericamente teorica. L’estate appena conclusasi è stata animata da una disputa fra economisti italiani, interpretata da qualcuno con toni inutilmente aspri, sulle cause dell’attuale recessione economica e sulle politiche più adeguate a fronteggiarla. A livello internazionale il dibattito è stato altrettanto vivo, ma più garbato e maggiormente aperto al confronto. Il documento dell’ILO e del IMF dimostra che, di fronte alla gravità della crisi, il senso di responsabilità deve rendere possibile e necessario un dialogo costruttivo anche fra soggetti assai diversi per “approcci ed analisi” (pag. 2), previo ripensamento, evidentemente, di quelle posizioni teoriche fatalmente contraddette dai fatti. Inoltre, a mio parere esso indica chiaramente che, nella chimera di una teoria economica esatta, un uso pragmatico, sapiente e storicamente determinato delle indicazioni provenienti dalle diverse posizioni teoriche sia una strada proficua da percorrere.

 

*Professore di economia politica nell’Università “Bocconi” di Milano. 

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La fine di un regime economico

Pubblicato il 06 Febbraio 2009 da admin

L’inizio della recessione globale segna non soltanto l’inizio della parabola discendente del ciclo economico attuale, ma anche la fine del regime di crescita economica degli ultimi vent’anni. Questo regime (di “finanziarizzazione”) è caratterizzato dalla crescente importanza dei motivi finanziari, dei mercati finanziari, degli operatori finanziari e delle istituzioni finanziarie nel funzionamento del sistema economico “globalizzato”.

Questo regime emerse all’inizio degli anni 1990. In esso, la crescita economica è indotta dall’aumento delle spese di consumo finanziate dall’indebitamento personale in quanto fenomeno di massa. Questa specificità dell’attuale regime di crescita economica è alla base della crisi del capitalismo finanziario e ne costituisce il difetto principale. Infatti, la recessione in atto sarà tanto diffusa e prolungata da provocare la crisi del regime di crescita economica che l’ha generata, in quanto nessuna istituzione finanziaria sarà disposta a erogare nuovi crediti alle categorie di persone il cui reddito disponibile non permetterà di finanziare il livello delle spese di consumo mantenuto sotto questo regime. Dato che la progressione delle spese di consumo è indispensabile per la crescita economica, e che tali spese non saranno più finanziate con il credito erogato dagli operatori finanziari, il regime di crescita basato sulla finanziarizzazione viene meno ai suoi presupposti ed è dunque destinato a essere rimosso dopo la crisi.

La finanziarizzazione conferisce ai principali azionisti delle società quotate in Borsa un controllo maggiore sulle stesse, inducendole prima di tutto a massimizzare il rendimento dei fondi propri e da qui gli utili da versare quale dividendo agli stessi azionisti. Questa strategia aziendale implica la riduzione sistematica dei costi di produzione, primi fra tutti i salari – facendo eccezione dei lauti stipendi degli alti dirigenti e dei lavoratori molto qualificati. I contratti collettivi di lavoro e i sindacati sono stati così sostituiti dal decentramento dei negoziati salariali sul piano aziendale e dalla personalizzazione dei contratti di lavoro sulla base delle qualifiche dei lavoratori assunti, permettendo in tal modo di ridurre i costi di produzione abbattendo il costo del lavoro – anche grazie alle scelte di politica monetaria orientate prioritariamente alla stabilità dei prezzi anziché alla lotta contro la disoccupazione. Si giunge così alla “grande moderazione” salariale per effetto della liberalizzazione e delle innovazioni finanziarie, che hanno consentito di sostituire gli aumenti salariali con varie forme di credito al consumo per mantenere una crescita economica sostenuta e duratura nel tempo.

Il caso degli Stati Uniti è emblematico a questo riguardo. Nell’economia statunitense, la parte dei salari nel reddito nazionale è tendenzialmente diminuita, da circa 75 per cento negli anni Settanta del secolo scorso a circa 67 per cento nel 2006. Questa diminuzione implicò inizialmente anche la diminuzione del tasso di crescita economica, ma la tendenza si ribaltò negli anni 1990: da quella data si osserva uno scollamento tra l’andamento della crescita economica e l’evoluzione dei salari. I consumi non sono più finanziati soltanto dai salari, ma anche e soprattutto dal credito erogato dalle banche e da società finanziarie non-bancarie, che trovano in questa loro attività la fonte di ulteriori guadagni nella forma di compensi e commissioni per il solo fatto di concedere prestiti, anche ipotecari, ed emettere carte di credito al consumo.

Negli Stati Uniti il credito al consumo mostra infatti un aumento tendenziale al tempo stesso della “grande moderazione” salariale. Esso rappresentava circa il 14 per cento del reddito nazionale alla fine degli anni 1980, con una percentuale più che raddoppiata nel 2006. Si osserva d’altra parte una sincronizzazione tra il tasso di crescita economica e il tasso di crescita del credito al consumo. Negli Stati Uniti, i debiti delle famiglie sono aumentati dal 62 per cento del loro reddito disponibile, nel 1975, al 127 per cento nel 2006. Se riferita al prodotto interno lordo, la percentuale dei debiti contratti dalle famiglie statunitensi è anch’essa raddoppiata nel medesimo arco temporale. Dal canto loro, i debiti ipotecari nel 2006 rappresentavano ormai il 97,5 per cento del prodotto interno lordo statunitense (la percentuale era la metà nel 1975).

Ora, la crisi finanziaria in atto comporta, fra le altre cose, un restringimento del credito in generale e, in particolare, il blocco totale del credito al consumo negli Stati Uniti. In questo modo, le spese per consumi delle famiglie sono amputate della loro componente che ne assicurava l’aumento tendenziale nel regime della finanziarizzazione. In questo regime, il credito al consumo si fonda in sostanza sulla messa in pegno, quale garanzia di rimborso, del patrimonio personale, un impegno tanto più richiesto dai finanziatori quanto i mutuatari subiscono la “grande moderazione” salariale. Sebbene gli attivi posti a garanzia dei prestiti possano essere dei titoli finanziari, per esempio delle azioni, si tratta soprattutto di proprietà immobiliari, che servono a garantire una somma maggiore dell’ipoteca concessa per il loro acquisto. Si sviluppano così gli “home equity loans”, una forma particolare di credito al consumo che, per una banca, consiste nel valutare la differenza tra il prezzo di vendita potenziale dell’abitazione del mutuatario e il prezzo del suo acquisto effettivo (deduzione fatta degli interessi maturati sull’oggetto immobiliare, se il suo acquisto fu finanziato mediante un’ipoteca), concedendo allora un credito al consumo per l’ammontare della suddetta differenza garantita dalla stessa proprietà immobiliare. Se il mutuatario non potrà pagare in futuro le rate del prestito così concesso, la vendita della sua proprietà permetterà al finanziatore di essere ripagato dal “mercato”, con maggior facilità quando i prezzi nel settore immobiliare continuano ad aumentare.

Nell’ultimo ventennio, gli “home equity loans” negli Stati Uniti sono diventati via via sempre più importanti rispetto all’ammontare totale dei crediti al consumo. Dopo essere rimasti attorno al 20 per cento di questo totale fino alla fine degli anni 1990, essi sono progrediti in maniera sostenuta fino a rappresentare più del 30 per cento dei crediti al consumo nel 2006. Per tale motivo, sin dai primi anni 1990, il mercato immobiliare è stato il motore principale della crescita economica negli Stati Uniti.

La crisi finanziaria rimette in causa durevolmente l’aumento sostanzioso dei prezzi delle proprietà immobiliari, senza il quale le lucrative pratiche di “home equity lending” non possono svilupparsi e sostenere così le spese di consumo delle famiglie statunitensi. Questo fenomeno blocca quindi la dinamica autorinforzante del credito, della domanda di immobili, e dell’aumento dei prezzi delle proprietà residenziali. Anche supponendo che il restringimento del credito in generale cui si assiste nella crisi in atto (soprattutto ma non soltanto negli Stati Uniti) sia di breve periodo, questa crisi colpisce inesorabilmente una delle due principali condizioni necessarie per questa dinamica autorinforzante: i prestiti ipotecari a rischio elevato (“subprime”). L’altra principale condizione necessaria è data dal ridotto livello dei tassi di interesse, verificatasi dallo scoppio della crisi nell’agosto 2007. Sebbene i tassi di interesse resteranno a livelli molto bassi per almeno ancora un anno, vale a dire fintanto che la recessione non sarà superata mediante una timida ripresa, la dinamica del regime di crescita finanziarizzata non sarà riattivata. Da un lato, il numero dei pignoramenti e degli abbandoni delle proprietà residenziali continua ad aumentare e lo farà ancora durante tutto il 2009, perché le famiglie statunitensi non riescono più a far fronte ai propri debiti sia ipotecari sia di altro tipo (tra cui spiccano quelli contratti con le loro numerose carte di credito e i leasing di autoveicoli). Questa tendenza blocca ogni incentivo a concedere nuovi mutui “subprime”. D’altro lato, i vari operatori nel settore finanziario (banche, assicurazioni, fondi di investimento, e via dicendo) non sembrano più disposti ad acquistare titoli che trasferiscono ai loro possessori i rischi legati direttamente o indirettamente ai mutui “subprime”.

L’impossibilità di rilanciare i prestiti “subprime” rimette in causa in maniera durevole l’aumento rilevante dei prezzi delle proprietà immobiliari, che a sua volta rimette allora in causa l’incremento degli “home equity loans”. Il credito al consumo è così minacciato nella sua crescita tendenziale, ripercuotendosi negativamente sull’aumento delle spese di consumo statunitensi e, da qui, sulla continuazione del regime di crescita economica basato sulla finanziarizzazione, giunto al termine del suo “ciclo di vita” con una crisi di ampiezza e proporzioni dirompenti per l’economia mondiale.

 

*L’autore è Professore ordinario di macroeconomia e di economia monetaria nell’Università di Friburgo (Svizzera).

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