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Per la reflazione e lo sviluppo

Pubblicato il 15 Ottobre 2011 da admin

Il fondamento di questa proposta[1] è che è possibile e necessaria una strategia di crescita e di riduzione della disoccupazione che non comporti licenziamenti, riduzione del tenore di vita e dei diritti degli Italiani; e che non occorrano alienazioni di patrimonio pubblico, cui importanti componenti possono invece costituire fondamentali volani di sviluppo.

L’esigenza di tornare a crescere dopo una crisi, o dopo anni di stagnazione e recessione, non è nuova. In passato ci si è riusciti con successo. Il caso esemplare e più vicino alla situazione odierna è l’uscita dalla Grande Depressione interbellica e il piano delineato da Keynes in The Means to Prosperity, che poi trovò – con strade non sempre lineari – concretizzazione nel successo del New deal roosveltiano e in analoghe misure di reflazione messe in atto in vari paesi.

Nel 1934, in Italia nel mezzo della Grande Depressione, si decise di porre fine alla caduta dei prezzi e del prodotto e alle politiche di contenimento dei costi che avevano portato a risultati disastrosi. Prestando fede a dati da interpretare con cautela ma che trovano conferme in altri paesi, con una politica di espansiva di reflazione dal 1935 il Pil italiano riprese una crescita duratura e sostenuta: l’inversione del trend del reddito fu immediata, e i tassi di crescita furono in media oltre il 4 percento tra il 1935 e il 1939. Con una pausa durante la guerra essa durò, con tassi di crescita di tutto rispetto, fino all’inizio degli anni ’90.

Un percorso analogo fu seguito dagli Stati Uniti con leggero anticipo rispetto all’Italia. A dispetto della vulgata che vuole lento il recupero dalla grande crisi del 1929, con l’avvio del New deal il quadro reale depressivo cambiò repentinamente e radicalmente. La caduta del reddito si interruppe. “Tra 1933 e 1937 il prodotto nazionale lordo reale negli Stati Uniti crebbe a un tasso medio al di sopra dell’8 percento per anno; tra 1938 e 1941 crebbe oltre il 10 percento annuo” (Christina Romer). Crebbe sensibilmente la quota delle società in utile (un dato non soggetto ai problemi di misurazione del reddito); la produttività, in discesa durante la deflazione, riprese a crescere, mostrando un andamento prociclico sul quale poco si riflette. Le politiche di Roosvelt non furono un corpo organico, molti ancora sembrano i punti da chiarire, ma esse avevano come obiettivo di innalzare la domanda, richiamare in attività l’enorme disoccupazione, porre fine alla caduta dei prezzi, alleviare le situazioni più critiche (Lester V. Chandler).

Il processo di reflazione negli Stati Uniti è stato oggetto di molte analisi. I risultati non sempre sono del tutto chiari, e sono ancora aperti interrogativi fondamentali. Tuttavia alcuni dati, come il ritorno delle società agli utili, sgombrano ogni dubbio sul segno e l’intensità del processo in atto.

Una studiosa autorevole come la Romer ha messo in luce alcuni punti della politica di reflazione utili per una riflessione. In primo luogo, non vi erano forze spontanee in grado di rilanciare la crescita dopo la crisi: la ripresa doveva essere il frutto di un’azione politica deliberata di adeguata dimensione, di segno opposto alle precedenti politiche di deflazione. In secondo luogo, il rilancio avvenne attraverso uno stimolo della domanda aggregata; tale stimolo si sostanziò anche in larga misura in una espansione degli investimenti, dunque agì anche sull’offerta. Contarono dunque soggetti pubblici e privati in grado di organizzare una espansione della spesa per investimenti. I dati oggi disponibili ci dicono in effetti che il contributo delle esportazioni alla ripresa della crescita del prodotto fu trascurabile, nonostante la svalutazione del dollaro che Roosvelt intraprese, e che il grosso del contributo alla crescita fu dato dai consumi e dagli investimenti privati, dunque componenti domestiche. In terzo luogo, lo stimolo della domanda fu accompagnato – per vari canali – da una espansione monetaria, e da una parallela espansione fiscale in valori assoluti (Historical Statistics of the United States); quest’ultima, quasi tutti gli stati avanzati non si trovano oggi in condizione di realizzarla; non così è per l’espansione monetaria e creditizia.

Vi sono importanti affinità tra la situazione interbellica e il quadro odierno. Vi era una grave crisi da cui uscire; la crisi e l’inversione dei processi di crescita si erano accompagnati a politiche di austerità severe; vi era una situazione strutturale di ridondanza dell’offerta.

Nell’estate del 2010, superata la fase più cruciale della crisi, ma quando era chiaro che l’Italia non sarebbe tornata ai tassi di crescita desiderati e che emergeva un problema di bilancia dei pagamenti, un primario esponente di Intesa Sanpaolo lanciava sul Corriere della Sera il monito riguardo l’esigenza di un programma nazionale di investimenti focalizzati, di 40-50 miliardi per alcuni anni, per rilanciare la crescita e ridare competitività al paese. Cifre di rilievo, ma alla portata di un grande paese come l’Italia, aggiungeva.

L’idea può essere ripresa e sviluppata. La realizzazione di un siffatto programma nelle condizioni di finanza pubblica italiane non potrebbe far conto sul Tesoro per il finanziamento e l’organizzazione della spesa (anche se un grave errore nel dibattito sul pareggio di bilancio consiste nella mancanza di distinzione tra spese per investimento in grado di ripagarsi e spese per il finanziamento dei consumi); sarebbe da caratterizzare come programma di reflazione monetaria e bancaria, senza concorso del Tesoro, al più – non necessariamente – con il concorso della Cassa Depositi e Prestiti. Il finanziamento delle iniziative di investimento spetterebbe alle banche, rifinanziate dalla Banca d’Itala. Utilizzare credito e base monetaria al posto del debito pubblico, con il solo vincolo della stabilità dei prezzi e della redditività degli investimenti, e concretizzare gli investimenti per quanto possibile nella forma di partecipazioni azionarie e credito a lungo termine più che di prestiti da remunerare a condizioni gravose e a breve. Questi sono i primi nuclei centrali della proposta. A rafforzare il piano finanziario, la banca centrale potrebbe – non necessariamente dovrebbe – intervenire con alcuni investimenti diretti, con partecipazioni che abbiano come contropartita le proprie riserve patrimoniali, così come da un secolo nel suo statuto e come correntemente praticato, in forme diverse, in passato e oggi; rifinanziando crediti e partecipazioni bancarie. In passato, nel corso del XIX e del XX secolo, enormi partecipazioni dirette alle attività produttive hanno avuto come contropartita biglietti, senza determinare inflazione. Si potrebbe configurare anche l’utilizzo di nuovi strumenti di controllo dell’inflazione quali la promozione di investimenti strategici per il rafforzamento strutturale dell’economia e della sua efficienza (tenendo conto anche del carattere prociclico della produttività), dunque con effetti di riduzione dei prezzi e di aumento dei redditi. Strumenti “ulteriori” di politica monetaria oltre quelli oggi utilizzati sono di fatto già ipotizzati dallo statuto odierno della BCE, da discutere e approvare nelle sessioni ordinarie degli organi direttivi nell’ottica della difesa dei prezzi e della partecipazione del sistema di banche centrali agli altri fondamentali obiettivi dell’Unione. Ma investimenti diretti della banca centrale non sono indispensabili, e avrebbero solo benefici aggiuntivi, come la diminuzione dei livelli di debito a breve delle strutture cui è demandato portare a compimento il piano di investimenti.

Ciò per dire che finché vi saranno, come vi sono, ingenti risorse inutilizzate, vincoli finanziari per un piano di investimenti non esistono, essendo possibile un canale monetario e creditizio di loro finanziamento, alternativo al finanziamento fiscale. Si può pianamente intuire – anche se la pratica da decenni è per colpevole inerzia intellettuale erroneamente diversa – che, in presenza di risorse inutilizzate, il finanziamento monetario degli investimenti è superiore rispetto a un finanziamento fiscale, che può essere invece preferibile in contesti nei quali occorra trasferire risorse finanziarie all’interno di un quadro di pieno utilizzo delle risorse.

Una reflazione moderata dell’economia dopo la crisi del 2007-2009 è stata già tentata; ma è consistita solo in espansione monetaria e riduzione de tassi, non è valsa ad attivare un adeguato flusso di investimenti. Si è trattato di una mera erogazione di base monetaria senza organizzazione delle contropartite di investimento, il che, in contesti di ridondanza dell’offerta, non altera il grado di utilizzo delle risorse. Come era già chiaro a Paul Einzig a metà anni ’30, una mera politica di tassi bassi e di abbondanza di moneta è la forma meno efficace di reflazione. In un contesto di bassa domanda, occorrerebbe oggi organizzare e attivare direttamente la spesa per investimenti, che stimoli i consumi richiamando in attività lavoro disoccupato, che allarghi la base produttiva e incrementi la competitività.

Tale programma  di investimenti, aggiuntivi rispetto a quelli ordinari, sarebbe da paragonare a quegli altri piani di investimento che si dovrebbero riattivare a fronte della disponibilità dei fondi per il Mezzogiorno e in sinergia con essi. Si disporrebbe in tal modo di una massa d’urto finanziaria in grado di riportare sui livelli auspicabili la spesa – diciamo inizialmente due punti annui di Pil -, di compensare gli effetti della politica di austerità fiscale, di chiamare in attività forze di lavoro inutilizzate, accrescendo parallelamente il gettito, di determinare subito “meccanicamente” – anche al netto di un moltiplicatore basso ipotizzabile in un contesto di bassa utilizzazione della capacità produttiva esistente – alcuni punti di crescita del prodotto, di migliorare significativamente i profili di competitività del paese e dell’industria nazionale, di espandere la base contributiva delle finanze pubbliche.

L’intervento pubblico per il Mezzogiorno – diversamente da quanto consegnato alla opinione pubblica – fu capace di ottenere innalzamenti consistenti dei ricavi degli investimenti e dei redditi nelle aree di insediamento, rispetto a un Mezzogiorno precedentemente arretrato e rurale, di mobilitare e utilizzare per decenni risorse annue pari anche a un punto percentuale di Pil (altri programmi in altri stati hanno utilizzato risorse molto più ampie in termini assoluti e relativi), di conseguire sostituzione di importazioni e di esportare verso i mercati internazionali; si accompagnò all’arresto del trend di lungo periodo all’approfondirsi del divario territoriale (Cafiero, Cerrito).

Il programma che qui si espone potrebbe – e sotto il profilo dell’equità e del pieno successo, dovrebbe – essere corroborato da una seria e articolata azione politica a livello europeo e nei maggiori organismi finanziari internazionali – talora non pienamente consci delle ragioni storiche della cooperazione per lo sviluppo – che solleciti una politica internazionale coordinata di espansione dei consumi e degli investimenti, nell’interesse dei tanti grandi paesi che oggi come l’Italia crescono poco e sono in difficoltà finanziarie. Occorrerebbe essere consapevoli che il problema assillante della “competitività” e dello spiazzamento dei paesi avanzati da parte dei paesi emergenti può determinarsi solo in un contesto di domanda internazionale insufficiente, in cui solo le merci a più basso costo trovano spazio, sottraendolo a quelle che prima trovavano pianamente  i loro sbocchi (e dunque rispettavano tutti i parametri di redditività). Occorrerebbe essere consapevoli che già alla fine del XIX secolo l’emergere di nuovi grandi produttori – in particolare gli Stati Uniti – aveva determinato depressione e ridondanza dell’offerta; e che incrementi coordinati della domanda internazionale avrebbero effetti positivi per tutti, per i paesi emergenti, per i paesi del vecchio mondo, per i produttori in avanzo, trovando un limite esclusivamente in alcune strozzature oggi esistenti sul fronte delle materie prime. La necessità di una iniziativa politica per un’azione di politica economica espansiva, coordinata, che sia attenta ai consumi e che non si concretizzi meramente in riduzioni del tasso di interesse e in disponibilità di liquidità inutilizzata è un altro pilastro di questa proposta. E’ una grave mancanza che azioni politiche rilevanti in tale direzione non siano ancora state intraprese.

Il coordinamento, la pianificazione di un programma di investimenti in ambito italiano non potrebbe che spettare al nucleo più colto e capace dell’élite economica nazionale, privata e pubblica, con procedure concordate per rilanciare e modernizzare il paese e avviare una riconversione del suo sistema economico verso i settori a maggiori prospettive di crescita nei prossimi decenni. Le soluzioni pratiche sarebbero infinite, per esempio la costituzione di un Consorzio investimenti strategici  con attività nei confronti di terzi (o di una società o una fondazione, secondo i consigli che potranno fornire esperti di diritto di impresa e di ingegneria finanziaria, con formazione di capitale e/o conferimento di attivi, come nella proposta di Prodi e Quadro Curzio pubblicata su Il Sole 24ore del 23 agosto), cui partecipino organismi finanziari, il Tesoro, le imprese, che mobiliti i migliori istituti italiani industriali, finanziari, di servizi, i centri di ricerca, e fornisca un nuovo quadro di sostegno e di opportunità al tessuto di piccole e medie imprese che vogliono espandersi. La costituzione di un tale organismo, capace di una visione di sistema, di alta progettazione, di mobilitazione di tecnologie di avanguardia, di coordinamento di conoscenze di altissimo livello, è un ulteriore pilastro della proposta. Uno dei segreti del successo del boom postbellico italiano – come ebbe a dirmi un altissimo dirigente di imprese pubbliche – risiedeva nel fatto che  le grandi scelte strategiche di investimento di sistema per il lungo termine venivano liberamente pianificate a Roma a via Veneto tra le punte di diamante dell’industria privata e dell’IRI. Al Consorzio – o altro che sia – spetterebbe la individuazione degli obiettivi strategici, il potenziamento – anche attraverso la cooperazione delle risorse intellettuali – delle capacità di progettazione, il coagulo di una convenzione espansiva e di incremento di efficienza, l’assistenza tecnica e finanziaria alle imprese che investono e si sviluppano, la promozione – in forme diverse – di nuove società e iniziative, la riduzione di incertezza e rischi con il pooling delle conoscenze di mercato e tecnologiche, degli orientamenti degli agenti più rilevanti.

Un programma concorde, nazionale, di investimenti focalizzati farebbe leva su quelle stesse idealità e capacità che portarono nell’Italia post bellica alla costruzione di grandi iniziative nuove e capaci di confrontarsi sui mercati internazionali come il siderurgico di Taranto o la Saras di Sarroch, iniziative nate ex novo, sostitutrici di importazioni, capaci di esportare e che hanno – a dispetto della opinione comune – innalzato il reddito nelle aree di insediamento. Esso potrebbe arricchire e vivificare il tessuto vitale e innovativo delle medie imprese e potrebbe pianificare poche ma essenziali opere infrastrutturali, dal sistema viario a quello portuale. Potrebbe poi promuovere con l’aiuto di nuove iniziative sinergie e accorpamenti tra imprese già esistenti. Potrebbe mettere a punto un programma di creazione di strutture centralizzate per l’innovazione analoghe a quella tedesca e nel solco dei vecchi Istituti di Incoraggiamento e della tradizione delle cattedre  ambulanti. Fornirebbe assistenza manageriale e finanziaria alle piccole e medie imprese che abbiano seri progetti di espansione. Innesterebbe, con l’aiuto anche di alti funzionari pubblici, nell’azione delle grandi imprese italiane una logica di sistema, che superi quella ristretta di azienda, ridurrebbe i vincoli di incertezza degli investimenti, svolgerebbe funzioni di indirizzo e di cooperazione, avrebbe ruolo di garanzia nei confronti delle iniziative di investimento ritenute valide, creerebbe sinergie tra le migliori intelligenze imprenditoriali del paese. Il Consorzio potrebbe dare vita a nuove imprese; contrattare con i paesi esportatori quote di pagamento delle importazioni con prodotti e servizi nazionali di alta qualità; potrebbe acquistare e perfezionare tecnologie. Favorirebbe la riduzione delle incertezze e del rischio, la eliminazione dei vincoli alle dimensioni del capitale, l’abbassamento dei tassi di interesse e la redditività degli investimenti, ottenendo quegli stessi risultati di innalzamento della redditività del capitale che i poli di sviluppo – che furono anche ben altro da quello che la vulgata ha consegnato all’opinione pubblica (Pirro e Guarini, Cerrito) – furono capaci di realizzare in un Mezzogiorno ben altrimenti arretrato e rurale, schiacciato da bassissimi livelli di produttività. Avrebbe pregi infiniti. Ma il cuore della sua attività sarebbe la elaborazione e l’impulso alla redazione di progetti di investimento redditivi e strategici.

Alcune visoni sostengono il ruolo dell’offerta nella crescita, altre privilegiano il ruolo degli investimenti come componente della domanda. Il programma delineato agirebbe simultaneamente su entrambi i lati. Vi è un problema di dimensioni. Piani di sviluppo regionale in Italia e all’estero sono stati realizzati per decenni coinvolgendo e utilizzando risorse ingenti anche con importi compresi tra l’1% e il 5% annui del Pil nazionale.

Un elenco dettagliato e ben fondato delle iniziative di investimento da promuovere non può che competere al Consorzio – o altro che sia – e alle risorse di intelligenza che esso saprà attivare e coordinare. A titolo esemplificativo, si può indicare un programma di imponente sviluppo (produzione e ricerca) delle energie alternative, sostitutrici di importazioni – petrolio e pannelli, per emblematizzare – e che possono diventare occasione di fornitura di impianti ed esportazioni in altri paesi. Il Consorzio potrebbe individuare linee di parziale riconversione del sistema produttivo nazionale, secondo alcuni troppo impegnato in segmenti arretrati, anche creando teste di ponte dinamiche in settori in cui l’industria italiana è poco presente, ad esempio il software o la farmaceutica. Potrebbe infine facilitare iniziative di definizione di marchi di prestigio del Made in Italy, verso cui far convergere le imprese, con caratteri di qualità e garanzia del prodotto, di design, di attenzione alla qualità della vita e dell’ambiente, facendo tesoro delle migliori caratteristiche dell’alimentare, del tessile, della meccanica italiane. I piani di investimento sarebbero finanziati dal Consorzio, dalle banche che vi partecipano, e rifinanziati presso la banca centrale. Si eviterebbe in tal modo ogni intervento della spesa pubblica. E’ interessante notare che in The Means to Prosperity Keynes indicava nei loans – e non nella spesa pubblica – lo strumento di finanziamento del piano.

Un programma siffatto ridurrebbe la disoccupazione e non avrebbe bisogno di grandi riforme istituzionali o fiscali; innalzerebbe il grado di utilizzo della capacità produttiva esistente ripristinando condizioni favorevoli agli investimenti privati, e avvierebbe iniziative di elevata competitività internazionale, creando le premesse per la soluzione di un problema di bilancia dei pagamenti che si avvia a tornare un punto dolente strutturale dell’economia nazionale – un problema ben più reale e serio di quello del bilancio pubblico -, con un debito estero netto che è tornato ben sopra i 20 punti percentuali di Pil.

Il programma delineato unirebbe finalità di ripresa reale e di stabilità monetaria e finanziaria. Un piano come quello qui abbozzato, infine, non produrrebbe alcun danno; potrà essere attivato per quel tanto che si riuscirà a produrre progetti di investimento redditivi. Rispetto alla proposta di Prodi e Quadro Curzio, con la quale potrebbe avere elementi sinergici e di integrazione (ad esempio per quanto riguarda le caratteristiche dell’organismo nuovo da costituire e cui eventualmente conferire attivi, o per le forme di finanziamento) avrebbe il pregio di immaginare un processo misto privato – prevalentemente – e pubblico; di potersi articolare a livello nazionale secondo le caratteristiche della situazione di bilancia dei pagamenti; di non richiedere il consenso di altri paesi e la loro condivisione di oneri; di non comportare un aumento ulteriore del debito pubblico; di costruire una base per una riduzione dei disavanzi e dei debiti pubblici attraverso la crescita graduale del reddito e delle entrate fiscali; di non comportare una sottrazione delle riserve sull’estero delle banche centrali alle loro finalità di politica del cambio.

Si è espressa qui l’idea centrale di questo piano; contiene ancora ingenuità, molti punti andrebbero perfezionati; la costituzione di una piccola task force di esperti potrebbe facilmente permettere a tale proposta di articolarsi in un piano compiuto e ben temperato.

I popoli costruiscono in  parte non piccola i propri destini. Se non vogliono rivedere convinzioni destituite di solide basi (come quella che per svilupparsi occorra prima divenire tutti più poveri, o che l’ascesa dei paesi emergenti comporti ridurre i nostri redditi e diritti), coltivare i particolarismi invece che le virtù della cooperazione nei momenti difficili, trarre insegnamenti dalla storia, perseguire veramente il loro interesse, sperimentare il nuovo attraverso la produzione di nuove sinergie, non c’è nulla che potrà salvarli.

 

 

 

[1] Nel corso di un’attività di ricerca che ha ormai alcuni decenni, ho avuto occasione di trattare alcuni dei punti che sorreggono questa proposta o che ne costituiscono il quadro concettuale di riferimento; in altri casi, la letteratura e la testimonianza di figure importanti dell’età aurea dello sviluppo italiano che ho avuto la fortuna di raccogliere ha fornito spunti essenziali. Ringrazio Pierangelo Garegnani e Roberto Ciccone per l’interesse e il sostegno che hanno manifestato verso questa proposta, e per i commenti che hanno permesso di migliorarla. Più che aderire a una visione teorica precisa, ho cercato in questo documento di raccogliere in un percorso per quanto possibile sensato elementi che potessero – nel quadro istituzionale e culturale odierno dato – trovare ampio consenso, tanto nella sinistra che nella destra, o quanto meno non incontrare ostilità preconcette. Ho omesso – o reso “flessibili” –  segmenti che pure scaturiscono dall’attività di studio, e che potrebbero corroborare il piano, ma che dividerebbero o più difficilmente troverebbero ascolto. Da quando ho parlato per la prima volta delle linee fondamentali di questo progetto nel giugno 2011, il quadro è per molti aspetti migliorato, coagulandosi un certo consenso intorno alla necessità di massicci piani di investimento; per altri versi si è deteriorato. Di estremamente positivo vi sono l’attenzione al tema della crescita come pilastro importante quanto o più della virtù fiscale, i cui risvolti deflazionistici stanno emergendo, e la rapida evoluzione del dibattito.

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Lettera degli economisti

Pubblicato il 15 Giugno 2010 da admin

LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI,
ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA
DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA
SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE
UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E
DELL’OCCUPAZIONE

Ai membri del Governo e del Parlamento
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica

La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni, allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più deboli.

Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.

Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero.

***

La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non essendo intervenuti sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di fatto mai usciti. Come è stato riconosciuto da più parti, questa crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi lavoratori. Per lungo tempo questo divario è stato compensato da una eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e dell’indebitamento privato che, partendo dagli Stati Uniti, ha agito da stimolo per la domanda globale.

Vi è chi oggi confida in un rilancio della crescita mondiale basato su un nuovo boom della finanza statunitense. Scaricando sui bilanci pubblici un enorme cumulo di debiti privati inesigibili si spera di dare nuovo impulso alla finanza e al connesso meccanismo di accumulazione. Noi riteniamo che su queste basi una credibile ripresa mondiale sia molto difficilmente realizzabile, e in ogni caso essa risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso consideriamo illusorio auspicare che in assenza di una profonda riforma del sistema monetario internazionale la Cina si disponga a trainare la domanda globale, rinunciando ai suoi attivi commerciali e all’accumulo di riserve valutarie.

Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un sistema economico mondiale senza una fonte primaria di domanda, senza una “spugna” in grado di assorbire la produzione.

L’irrisolta crisi globale è particolarmente avvertita nella Unione monetaria europea. La manifesta fragilità della zona euro deriva da profondi squilibri strutturali interni, la cui causa principale risiede nell’impianto di politica economica liberista del Trattato di Maastricht, nella pretesa di affidare ai soli meccanismi di mercato i riequilibri tra le varie aree dell’Unione, e nella politica economica restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo commerciale. Tra questi assume particolare rilievo la Germania, da tempo orientata al contenimento dei salari in rapporto alla produttività, della domanda e delle importazioni, e alla penetrazione nei mercati esteri al fine di accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in Europa. Attraverso tali politiche i paesi in sistematico avanzo non contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli. La Germania, in particolare, accumula consistenti avanzi commerciali verso l’estero, mentre la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la stessa Francia tendono a indebitarsi. Persino l’Italia, nonostante una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad acquistare dalla Germania più di quanto vende, accumulando per questa via debiti crescenti.

La piena mobilità dei capitali nell’area euro ha favorito enormemente il formarsi degli squilibri nei rapporti di credito e debito tra paesi. Per lungo tempo, sulla base della ipotesi di efficienza dei mercati, si è ritenuto che la crescita dei rapporti di indebitamento tra i paesi membri dovesse esser considerata il riflesso positivo di una maggiore integrazione finanziaria dell’area euro. Ma oggi è del tutto evidente che la presunta efficienza dei mercati finanziari non trova riscontro nei fatti e che gli squilibri accumulati risultano insostenibili.

Sono queste le ragioni di fondo per cui gli operatori sui mercati finanziari stanno scommettendo sulla deflagrazione della zona euro. Essi prevedono che per il prolungarsi della crisi le entrate fiscali degli Stati declineranno e i ricavi di moltissime imprese e banche si ridurranno ulteriormente. Per questa via, risulterà sempre più difficile garantire il rimborso dei debiti, sia pubblici che privati. Diversi paesi potrebbero quindi esser progressivamente sospinti al di fuori della zona euro, o potrebbero decidere di sganciarsi da essa per cercare di sottrarsi alla spirale deflazionista. Il rischio di insolvenza generalizzata e di riconversione in valuta nazionale dei debiti rappresenta pertanto la vera scommessa che muove l’azione degli speculatori. L’agitazione dei mercati finanziari verte dunque su una serie di contraddizioni reali. Tuttavia, è altrettanto vero che le aspettative degli speculatori alimentano ulteriormente la sfiducia e tendono quindi ad auto-realizzarsi. Infatti, le operazioni ribassiste sui mercati spingono verso l’alto il differenziale tra i tassi dcinteresse e i tassi di crescita dei redditi, e possono rendere improvvisamente insolventi dei debitori che precedentemente risultavano in grado di rimborsare i prestiti. Gli operatori finanziari, che spesso agiscono in condizioni non concorrenziali e tutt’altro che simmetriche sul piano della informazione e del potere di mercato, riescono quindi non solo a prevedere il futuro ma contribuiscono a determinarlo, secondo uno schema che nulla ha a che vedere con i cosiddetti ‘fondamentali’ della teoria economica ortodossa e i presunti criteri di efficienza descritti dalle sue versioni elementari.

***

In un simile scenario riteniamo sia vano sperare di contrastare la speculazione tramite meri accordi di prestito in cambio dell’approvazione di politiche restrittive da parte dei paesi indebitati. I prestiti infatti si limitano a rinviare i problemi senza risolverli. E le politiche di “austerità” abbattono ulteriormente la domanda, deprimono i redditi e quindi deteriorano ulteriormente la capacità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, pubblici e privati. La stessa, pur significativa svolta di politica monetaria della BCE, che si dichiara pronta ad acquistare titoli pubblici sul mercato secondario, appare ridimensionata dall’annuncio di voler “sterilizzare” tali operazioni attraverso manovre di segno contrario sulle valute o all’interno del sistema bancario.

Gli errori commessi sono indubbiamente ascrivibili alle ricette liberiste e recessive suggerite da economisti legati a schemi di analisi in voga in anni passati, ma che non sembrano affatto in grado di cogliere gli aspetti salienti del funzionamento del capitalismo contemporaneo.

E’ bene tuttavia chiarire che l’ostinazione con la quale si perseguono le politiche depressive non è semplicemente il frutto di fraintendimenti generati da modelli economici la cui coerenza logica e rilevanza empirica è stata messa ormai fortemente in discussione nell’ambito della stessa comunità accademica. La preferenza per la cosiddetta “austerità” rappresenta anche e soprattutto l’espressione di interessi sociali consolidati. Vi è infatti chi vede nell’attuale crisi una occasione per accelerare i processi di smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di fondo è che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno rilanciare l’accumulazione sfruttando tra l’altro una minor concorrenza sui mercati e un ulteriore indebolimento del lavoro.

Occorre comprendere che se si insiste nell’assecondare questi interessi non soltanto si agisce contro i lavoratori, ma si creano anche i presupposti per una incontrollata centralizzazione dei capitali, per una desertificazione produttiva del Mezzogiorno e di intere macroregioni europee, per processi migratori sempre più difficili da gestire, e in ultima istanza per una gigantesca deflazione da debiti, paragonabile a quella degli anni Trenta.

***

Il Governo italiano ha finora attuato una politica tesa ad agevolare questo pericoloso avvitamento deflazionistico. E le annunciate, ulteriori strette di bilancio, associate alla insistente tendenza alla riduzione delle tutele del lavoro, non potranno che provocare altre cadute del reddito, dopo quella pesantissima già fatta registrare dall’Italia nel 2009. Si tenga ben presente che sono altamente discutibili i presupposti scientifici in base ai quali si ritiene che attraverso simili politiche si migliora la situazione economica e di bilancio e quindi ci si salvaguarda da un attacco speculativo. Piuttosto, per questa via si rischia di alimentare la crisi, le insolvenze e quindi la speculazione.

Nemmeno si può dire che dalle opposizioni sia finora emerso un chiaro programma di politica economica alternativa. Una maggior consapevolezza della gravità della crisi e degli errori del passato va diffondendosi, ma si sono levate voci da alcuni settori dell’opposizione che suggeriscono prese di posizione contraddittorie e persino deteriori, come è il caso delle proposte tese a introdurre ulteriori contratti di lavoro precari o ad attuare massicci programmi di privatizzazione dei servizi pubblici. Gli stessi, frequenti richiami alle cosiddette “riforme strutturali” risultano controproducenti laddove, anzichè caratterizzarsi per misure tese effettivamente a contrastare gli sprechi e i privilegi di pochi, si traducono in ulteriori proposte di ridimensionamento dei diritti sociali e del lavoro.

Quale monito per il futuro, è opportuno ricordare che nel 1992 l’Italia fu sottoposta a un attacco speculativo simile a quelli attualmente in corso in Europa. All’epoca, i lavoratori italiani accettarono un gravoso programma di “austerità”, fondato soprattutto sulla compressione del costo del lavoro e della spesa previdenziale. All’epoca, come oggi, si disse che i sacrifici erano necessari per difendere la lira e l’economia nazionale dalla speculazione. Tuttavia, poco tempo dopo l’accettazione di quel programma, i titoli denominati in valuta nazionale subirono nuovi attacchi. Alla fine l’Italia uscì comunque dal Sistema Monetario Europeo e la lira subì una pesante svalutazione. I lavoratori e gran parte della collettività pagarono così due volte: a causa della politica di “austerità” e a causa dell’aumento del costo delle merci importate.
Va anche ricordato che, con la prevalente giustificazione di abbattere il debito pubblico in rapporto al Pil, negli anni passati è stato attuato nel nostro paese un massiccio programma di privatizzazioni. Ebbene, i peraltro modesti effetti sul debito pubblico di quel programma sono in larghissima misura svaniti a seguito della crisi, e le implicazioni in termini di posizionamento del Paese nella divisione internazionale del lavoro, di sviluppo economico e di benessere sociale sono oggi considerati dalla piu autorevole letteratura scientifica altamente discutibili.

***

Noi riteniamo dunque che le linee di indirizzo finora poste in essere debbano essere abbandonate, prima che sia troppo tardi.

Occorre prendere in considerazione l’eventualità che per lungo tempo non sussisterà una locomotiva in grado di assicurare una ripresa forte e stabile del commercio e dello sviluppo mondiale. Per evitare un aggravamento della crisi e per scongiurare la fine del progetto di unificazione europea è allora necessaria una nuova visione e una svolta negli indirizzi generali di politica economica. Occorre cioè che l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo delle forze produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente e del territorio, di equità sociale.

Affinchè una svolta di tale portata possa concretamente svilupparsi, è necessario in primo luogo dare respiro al processo democratico, è necessario cioè disporre di tempo. Ecco perchè in via preliminare proponiamo di introdurre immediatamente un argine alla speculazione. A questo scopo sono in corso iniziative sia nazionali che coordinate a livello europeo, ma i provvedimenti che si stanno ponendo in essere appaiono ancora deboli e insufficienti. Fermare la speculazione è senz’altro possibile, ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze e dalle ambiguità politiche. Bisogna quindi che la BCE si impegni pienamente ad acquistare i titoli sotto attacco, rinunciando a “sterilizzare” i suoi interventi. Occorre anche istituire adeguate imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie a breve termine ed efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale. Se non vi fossero le condizioni per operare in concerto, sarà molto meglio intervenire subito in questa direzione a livello nazionale, con gli strumenti disponibili, piuttosto che muoversi in ritardo o non agire affatto.

L’esperienza storica insegna che per contrastare efficacemente la deflazione bisogna imporre un pavimento al tracollo del monte salari, tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali, vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e dei processi di sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale, pensare di affidare il processo di distruzione e di creazione dei posti di lavoro alle sole forze del mercato è analiticamente privo di senso, oltre che politicamente irresponsabile.

In coordinamento con la politica monetaria, occorre sollecitare i Paesi in avanzo commerciale, in particolare la Germania, ad attuare opportune manovre di espansione della domanda al fine di avviare un processo di riequilibrio virtuoso e non deflazionistico dei conti con l’estero dei Paesi membri dell’Unione monetaria europea. I principali Paesi in avanzo commerciale hanno una enorme responsabilità, al riguardo. Il salvataggio o la distruzione della Unione dipenderà in larga misura dalle loro decisioni.

Bisogna istituire un sistema di fiscalità progressiva coordinato a livello europeo, che contribuisca a invertire la tendenza alla sperequazione sociale e territoriale che ha contribuito a scatenare la crisi. Occorre uno spostamento dei carichi fiscali dal lavoro ai guadagni di capitale e alle rendite, dai redditi ai patrimoni, dai contribuenti con ritenuta alla fonte agli evasori, dalle aree povere alle aree ricche dell’Unione.

Bisogna ampliare significativamente il bilancio federale dell’Unione e rendere possibile la emissione di titoli pubblici europei. Si deve puntare a coordinare la politica fiscale e la politica monetaria europea al fine di predisporre un piano di sviluppo finalizzato alla piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa. Il piano deve seguire una logica diversa da quella, spesso inefficiente e assistenziale, che ha governato i fondi europei di sviluppo. Esso deve fondarsi in primo luogo sulla produzione pubblica di beni collettivi, dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per l’equità sociale, per il progresso civile.

Si deve disciplinare e restringere l’accesso del piccolo risparmio e delle risorse previdenziali dei lavoratori al mercato finanziario. Si deve ripristinare il principio di separazione tra banche di credito ordinario, che prestano a breve, e società finanziarie che operano sul medio-lungo termine.

Contro eventuali strategie di dumping e di “esportazione della recessione” da parte di paesi extra-Ume, bisogna contemplare un sistema di apertura condizionata dei mercati, dei capitali e delle merci. L’apertura può essere piena solo se si attuano politiche convergenti di miglioramento degli standard del lavoro e dei salari, e politiche di sviluppo coordinate.

***

Siamo ben consapevoli della distanza che sussiste tra le nostre indicazioni e l’attuale, tremenda involuzione del quadro di politica economica europea.
Siamo tuttavia del parere che gli odierni indirizzi di politica economica potrebbero rivelarsi presto insostenibili.

Se non vi saranno le condizioni politiche per l’attuazione di un piano di sviluppo fondato sugli obiettivi delineati, il rischio che si scateni una deflazione da debiti e una conseguente deflagrazione della zona euro sarà altissimo. Il motivo è che diversi Paesi potrebbero cadere in una spirale perversa, fatta di miopi politiche nazionali di ”austerità” e di conseguenti pressioni speculative. A un certo punto tali Paesi potrebbero esser forzatamente sospinti al di fuori della Unione monetaria o potrebbero scegliere deliberatamente di sganciarsi da essa per cercare di realizzare autonome politiche economiche di difesa dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione. Se così davvero andasse, è bene chiarire che non necessariamente su di essi ricadrebbero le colpe principali del tracollo della unità europea.

***

Simili eventualità ci fanno ritenere che non vi siano più le condizioni per rivitalizzare lo spirito europeo richiamandosi ai soli valori ideali comuni. La verità è che è in atto il più violento e decisivo attacco all’Europa come soggetto politico e agli ultimi bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque, l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di senso, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico, sociale e civile.

Per questo, occorre immediatamente aprire un ampio e franco dibattito sulle motivazioni e sulle responsabilità dei gravissimi errori di politica economica che si stanno compiendo, sui conseguenti rischi di un aggravamento della crisi e di una deflagrazione della zona euro e sulla urgenza di una svolta di politica economica europea.

Qualora le opportune pressioni che il Governo e i rappresentanti italiani delle istituzioni dovranno esercitare in Europa non sortissero effetti, la crisi della zona euro tenderà a intensificarsi e le forze politiche e le autorità del nostro Paese potrebbero esser chiamate a compiere scelte di politica economica tali da restituire all’Italia un’autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni, dei redditi e dell’occupazione.

Promotori dell’iniziativa sono Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio) e Antonella Stirati (Università Roma Tre).

Adesioni: Nicola Acocella (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniel Albarracín Sànchez (Universidad Autònoma de Madrid), Luigi Aldieri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Alberto Alonso González (Universidad Complutense de Madrid), Asunción Gómez Alonso (Profesora de Economia), Ignacio Álvarez (Universidad Complutense de Madrid), Mercedes Álvarez Coñi (Economista), Adalgiso Amendola (Università di Salerno), Jose Manuel Arizaga Alvarez (Economista), Roberto Artoni (Università Bocconi), Adam Asmundo (Università di Palermo), Alberto Asquer (Università di Cagliari), Ivàn H. Ayala (Universidad Complutense de Madrid), Juan Josè Azcona Olòndriz (Universidad Complutense Madrid), Aldo Barba (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Bartolini (Università di Siena), Francesco Baruffi (Democenter Sipe - Modena), Enrico Bellino (Università Cattolica di Milano), Sergio Beraldo (Università di Napoli ‘Federico II’), Luigi Bernardi (Università di Pavia), Paola Bertolini (Università di Modena e Reggio Emilia), Mario Biagioli (Università di Parma), Salvatore Biasco (Università di Roma ‘La Sapienza’), Samuele Bibi (Università Roma Tre), Adriano Birolo (Università di Padova), Ivan Blecic (Università di Sassari), Mariangela Bonasia (Università di Napoli ‘Parthenope’), Piervincenzo Bondonio (Università di Torino), Giovanni Bonifati (Università di Modena e Reggio Emilia), Bruno Bosco (Università di Milano Bicocca), Luigi Bosco (Università di Siena), Paolo Bosi (Università di Modena e Reggio Emilia), Carlo Brambilla (Università dell’Insubria), Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Massimiliano Bratti (Università di Milano), Sergio Bruno (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Burlando (Università di Torino), Pablo Bustelo (Universidad Complutense de Madrid), Antonio Cabrera Santamarìa (Universidad Complutense de Madrid), Katia Caldari (Università di Padova), Romano Calvo ((Università di Milano Bicocca), Rosaria Rita Canale (Università Parthenope di Napoli), Marco Canepari (Università ‘Joseph Fourier’ - Grenoble), Francesco Carlucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Enza Caruso (Università di Perugia), Lorenzo Caselli (Università di Genova), Maurizio Caserta (Università di Catania), Stefano Casini Benvenuti (IRPET Firenze), Mario Cassetti (Università di Brescia), Lucilla Castellucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Duccio Cavalieri (Università di Firenze), Mario Cedrini, (Università del Piemonte Orientale), Giuseppe Celi (Università di Foggia), Mario Centorrino (Università di Messina), Sergio Cesaratto (Università di Siena), Victoria Chick (University College London), Laura Chies (Università di Trieste), Guglielmo Chiodi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Massimo Cingolani (Banca europea per gli investimenti), Romeo Ciminello (Pontificia Università Gregoriana di Roma), Giorgio Colacchio (Università del Salento), Elena Colopardi (ANCE), Giuseppe Conti (Università di Pisa), Angiola Contini (Università Cattolica di Milano), Lilia Costabile (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Crespi (Universit Roma Tre), Antonio Cuerpo Carrera (Universidad Complutense de Madrid), Salvatore Curatolo (Università di Parma), Mirella Damiani (Università di Perugia), Carmela D’Apice (Università Roma Tre), Marcello De Cecco (Scuola Normale Superiore di Pisa), Pasquale De Muro (Università Roma Tre), Elina De Simone (Università Orientale di Napoli), Giancarlo De Vivo (Università di Napoli ‘Federico II’), Marcello Degni (Università di Pisa), Carlo Del Gaudio (Università di Napoli ‘Federico II’), Carlo Devillanova (Università Bocconi), Stefania Di Bono (Università di Pisa), Umberto Di Giorgi (Università Roma Tre), Davide Di Laurea (ISTAT), Amedeo Di Maio (Università Orientale di Napoli), Antonio Di Majo (Università Roma Tre), Marco Di Marco (ISTAT), Fernando Di Nicola (ISAE), Giuseppe Di Taranto (Università ‘LUISS Guido Carli’), Giuseppe Di Vita (Università di Catania), Leonardo Ditta (Università di Perugia), Maria Giuseppina Eboli (Università di Roma ‘La Sapienza’), Gerald Epstein (University of Massachusetts), Bruno Estrada Lopez (Director de Estudios), Giorgio Fabbri (Università di Napoli ‘Parthenope’), Sebastiano Fadda (Università Roma Tre), Tommaso Fanfani (Università di Pisa), Riccardo Faucci (Università di Pisa), Giovanni Favero (Università ‘Ca’ Foscari’ Venezia), Eladio Febrero (Universidad de Castilla-La Mancha), Alberto Feduzi (Università Roma Tre), Pablo Fernàndez-Olano (Universidad Complutense de Madrid), Stefano Figuera (Università di Catania), Alejandro Fiorito (Universidad Nacional de Lujan), Massimo Florio (Università di Milano), Giuseppe Fontana (Università del Sannio), Jorge Oscar Fonseca Castro (Universidad Complutense de Madrid), Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Saverio Fratini (Università Roma Tre), Lia Fubini (Università di Torino), Stefania Gabriele (ISAE), Mauro Gallegati (Università Politecnica delle Marche), Ana Mª Garcia García (Maestra-Gijón-Asturias), Pierangelo Garegnani (Università Roma Tre), Adriano Giannola (Università di Napoli ‘Federico II’), Andrea Ginzburg (Università di Modena e Reggio Emilia), Enrico Giovannetti (Università di Modena e Reggio Emilia), Alessandro Girardi (ISAE), Claudio Gnesutta (Università di Roma ‘La Sapienza’), Jorge Uxò Gonzàlez (Universidad de Castilla La Mancha), Santiago Eduardo Gutierrez Benito (Economista), Alberto Grandi (Università di Parma), Stefano Grando (Università di Roma ‘La Sapienza’), Augusto Graziani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Mario Gregori (Università di Udine), Vanesa Guzmán (Escuela Universitaria de Turismo Iriarte), Andrea Imperia (Università di Roma ‘La Sapienza’), Francisco Javier Braña Pino (Universidad de Salamanca), Bruno Jossa (Università di Napoli ‘Federico II’), John King (La Trobe University), Heinz Kurz (University of Graz), Laureano Làzaro Araujo (Cuerpo Superior de Administradores Civiles del Estado, España), Frederic S. Lee (University of Missouri-Kansas City), Paolo Leon (Università Roma Tre), Sergio Levrero (Università Roma Tre), Paolo Liberati (Università Roma Tre), Antonio Lopes (Seconda Università di Napoli), Paloma López Núñez (Economista), Luigi Loris (IRES Emilia Romagna), Javier Loscos Fernàndez (Universidad Complutense de Madrid), Stefano Lucarelli (Università di Bergamo), Fernando Luengo (Universidad Complutense de Madrid), Giorgio Lunghini (Università di Pavia), Vincenzo Maffeo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marc Mangenot (Fondazione COPERNIC - Francia), Ugo Marani (Università di Napoli ‘Federico II’), Fèlix Marcos (Universidad Complutense de Madrid), Maria Cristina Marcuzzo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Domenico Marino (Università Mediterranea di Reggio Calabria), Ferruccio Marzano (Università di Roma ‘La Sapienza’), Pietro Masina (Università di Napoli ‘L’Orientale’), Fabio Masini (Università Roma Tre), Nicolás Mateos La Orden (Universidad Complutense de Madrid), Giovanni Mazzetti (Università della Calabria), Marco Mazzoli (Università Cattolica del S. Cuore di Piacenza), Giuseppe Melis (Università degli Studi di Cagliari), Luca Michelini (Università LUM), Riccardo Milano (Banca Popolare Etica), Román Mínguez Salido (Universidad de Castilla-La Mancha), Salvatore Monni (Università Roma Tre), Mario Morroni (Università di Pisa), Rafael Muñoz de Bustillo Llorente (Universidad de Salamanca), Ignacio Muro Beneyas (Universidad Carlos III Madrid), Marco Musella (Università di Napoli ‘Federico II’), Francesco Musotti (Università di Perugia), Oreste Napolitano (Università di Napoli ‘Parthenope’), Nunzia Nappo (Università di Napoli ‘Federico II’), Sebastiano Nerozzi (Università Cattolica di Milano), Alberto Niccoli (Università Politecnica delle Marche), Mario Nuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Guido Ortona (Università del Piemonte Orientale), Franco Osculati (Università di Pavia), Andrea Pacella (Università del Sannio), Ugo Pagano (Università di Siena), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense de Madrid), Paolo Palazzi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Daniela Palma (ENEA), Stefano Palmieri (Responsabile Ufficio Europa CGIL), Antonella Palumbo (Università Roma Tre), Roberto Panizza (Università di Torino), Carmine Pappalardo (ISAE), Mariangela Paradisi (Università Politecnica delle Marche), Nicola Parmentola (Università di Napoli ‘Federico II’), Sergio Parrinello (Università di Roma ‘La Sapienza’), Marco Passarella (Università di Bergamo), Rosario Patalano (Università di Napoli ‘Federico II’), Riccardo Paternò (Università di Napoli ‘Federico II’), Lorenzo Pellegrini (Erasmus University Rotterdam), Stefano Perri (Università di Macerata), Cosimo Perrotta (Università del Salento), Fabio Petri (Università di Siena), Paolo Piacentini (di Roma ‘La Sapienza’), Antonella Picchio (Università di Modena e Reggio Emilia), Marco Piccioni (Università di Napoli ‘Federico II’), Paolo Pini (Università di Ferrara), Federico Pirro (Università di Bari), Massimo Pivetti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Silvia Pochini (Università di Pisa), Pier Luigi Porta (Università di Milano Bicocca), Giuseppe Privitera (Università di Catania), Felice Roberto Pizzuti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Paesani (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Alfonso Palacio-Vera (Universidad Complutense de Madrid), Elena Podrecca (Università di Trieste), Michele Raitano, (Università di Roma ‘La Sapienza’), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Fabio Ravagnani (Università di Roma ‘La Sapienza’), Piercarlo Ravazzi (Politecnico di Torino), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Angelo Reati (ISEG), Michele Rosco (Università di Salerno), Sergio Rossi (Università di Friburgo), Roberto Romano (CGIL Lombardia), Santos M. Ruesga (Universidad Autònoma de Madrid), Alberto Russo (Università Politecnica delle Marche), Vincenzo Russo (Università di Roma ‘La Sapienza’), Andrea Salanti (Università di Bergamo), Francesco Scacciati (Università di Torino), Salvatore Scanu, (Universitàdi Cagliari), Giovanni Scarano (Università Roma Tre), Roberto Schiattarella (Università di Camerino), Ernesto Screpanti (Università di Siena), Mario Seccareccia (Università di Ottawa), Fabio Sforzi (Università di Parma), Primo Silvestri (TuttoRiminiEconomia - TRE), Annamaria Simonazzi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Riccardo Soliani (Università di Genova), Giovanni Solinas (Università di Modena e Reggio Emilia), Serena Sordi (Università di Siena), Justo Sotelo Navalpotro (Universidad CEU San Pablo), Bruno Sovilla Sogne (Universidad Complutense de Madrid), Luca Spinesi (Università di Macerata), Stefano Staffolani (Università Politecnica delle Marche), Alessandro Sterlacchini (Università Politecnica delle Marche), Antonella Stirati (Università Roma Tre), Francesco Strati (Università ‘Mediterranea’ di Reggio Calabria), Francesca Stroffolini (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Sylos Labini (ENEA), Piero Tani (Università di Firenze), Daniele Tavani (Colorado State University), Valeria Termini (Università Roma Tre), Andrea Terzi (Franklin College Switzerland e Università Cattolica), Angela Testi (Università di Genova), Mario Tiberi (Università di Roma ‘La Sapienza’), Bruno Tinel (University of Paris 1 ‘Panthèon-Sorbonne’), Patrizio Tomassetti (Regione Abruzzo), Juan Torres Lòpez (Universidad de Sevilla), Guido Tortorella Esposito (Università del Sannio), Paolo Trabucchi (Università Roma Tre), Attilio Trezzini (Università Roma Tre), Pasquale Tridico (Università Roma Tre), Michele Trimarchi (Università di Catanzaro), Domenica Tropeano (Università di Macerata), Giovanni Trovato (Università di Roma ‘Tor Vergata’), Lefteris Tsoulfidis (University of Macedonia), Gianni Vaggi (Università di Pavia), Bernard Vallageas (Universitè Paris-Sud), Vittorio Valli (Università di Torino), Michelangelo Vasta (Università di Siena), Sergio Vellante (Seconda Università di Napoli), Antonio Gutiérrez Vegara (Economista), Alessandro Vercelli (Università di Siena), Antonio Villanacci (Università di Firenze), Enrique Viaña Remis (Universidad de Castilla-La Mancha), Carmen Vita (Università del Sannio), Luca Zamparelli (Università ‘LUISS Guido Carli’), Adelino Zanini (Politecnica delle Marche), Gennaro Zezza (Università di Cassino), Andrea Zhok (Università di Milano).

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Grandi imprese e tecnologie energetiche alternative

Pubblicato il 01 Febbraio 2010 da admin

Le grandi imprese potrebbero svolgere un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell’industria delle nuove tecnologie energetiche. Queste imprese vengono comunemente definite “public utilities”, ossia imprese di pubblica utilità che erogano servizi fondamentali ai cittadini. In realtà si tratta di imprese che in alcuni casi estraggono e in generale comprano, trasformano e rivendono energia - elettricità, olio combustibile, benzina, gas per usi industriali e civili - e che quindi possono essere considerate analogamente alle imprese della trasformazione industriale.

Oggi nel settore energetico vi è una tendenza verso la concentrazione delle imprese, come dimostrano i processi di fusione e di aggregazione, le scalate e le acquisizioni in atto[1]. In tal modo si viene a ridurre il numero delle aziende mentre ne aumenta la dimensione. Così, le imprese energetiche accrescono il loro potere di mercato e possono determinare i prezzi finali dell’energia secondo i criteri tipici dei mercati oligopolistici  (Sylos Labini, P., 1956[2])

L’oligopolio è caratterizzato dall’esistenza di barriere all’entrata ed è connesso alla leadership sul prezzo. Ciò significa che i prezzi non sono determinati dalle forze impersonali del mercato ma sono fissati dai produttori/venditori mentre le quantità comprate a quei prezzi sono determinate dai consumatori. Una variazione della domanda da parte degli acquirenti industriali e dei consumatori finali condurrà direttamente a variazioni dell’offerta e non a variazioni dei prezzi, il che non esclude che variazioni persistenti della domanda generino variazioni dei prezzi dopo un certo intervallo. Questa è la situazione più frequente nei mercati oligopolistici in cui ogni venditore fissa il prezzo mediante un calcolo sui costi diretti (lavoro, energia, materie prime) per unità di prodotto, ai quali viene aggiunto un margine percentuale per i costi fissi e i profitti. I profitti sono così il residuo che rimane dopo il pagamento dei costi fissi che possono essere molto diversi tra un’impresa e l’altra.

Le grandi imprese oligopolistiche sanno di poter variare i prezzi quando variano i costi diretti  nella piena consapevolezza che i loro concorrenti faranno altrettanto. Così, quando varia il costo dell’energia nei mercati di origine[3], le imprese energetiche tendono a variare i prezzi di vendita in modo proporzionale per ampliare, o almeno conservare, i propri margini di profitto (il principio del mark up). Di conseguenza, nelle fasi di crescita del costo dell’energia, queste imprese si vengono a trovare in un parziale conflitto di interessi con lo Stato, perché l’incremento dei prezzi finali di benzina, elettricità[4], gas per usi civili, da un lato favorisce l’aumento del fatturato, dei profitti e delle quotazioni azionarie delle imprese energetiche; dall’altro lato però alimenta l’inflazione e penalizza i consumi interni, la competitività e la crescita economica del Paese importatore di energia. L’effetto positivo sta nel pagamento di maggiori tasse e, se lo Stato è azionista, anche nei più alti dividendi che saranno versati dalle imprese.

I fenomeni appena descritti si sono manifestati nel periodo che va dal 2003 al 2007. In questi anni si è verificato un aumento considerevole della domanda e dei prezzi del petrolio e del gas, che ha consentito alle imprese energetiche di realizzare eccezionali incrementi del fatturato, dei profitti e delle quotazioni azionarie, mentre i paesi importatori subivano un peggioramento della bilancia commerciale ed una crescita dei prezzi finali dell’energia.

Le grandi imprese energetiche non sono state molto propense ad investire in ricerca e sviluppo (R&S), a diversificare le fonti energetiche e ad effettuare massicci investimenti  in esplorazione, innovazione tecnologica e realizzazione di nuovi impianti nel momento in cui vi erano una domanda e dei prezzi in continua crescita che assicuravano profitti elevatissimi. Le compagnie petrolifere e le imprese energetiche hanno una quota di spese in R&S che generalmente non arriva a toccare l’1% del fatturato, mentre esistono grandi imprese ad alta tecnologia che arrivano ad investire in R&S il 15% del fatturato. Oggi tra gli obiettivi principali delle imprese energetiche vi sono quelli di acquisire ulteriori quote di mercato attraverso operazioni finanziarie, di distribuire dividendi agli azionisti, di riacquistare azioni proprie per difendersi dalle scalate e di incrementare le stock options per il management (si tratta di un tipico caso di finanziarizzazione dei profitti; cfr. Colitti[5], 2006).

Se guardiamo i dati sulla ricerca e sviluppo dell’European scoreboard[6] la situazione appena descritta appare molto chiara (si tratta di dati relativi al 2006, anno in cui il ciclo di crescita 2003-2007 ha raggiunto il suo apice). In particolare, nella tabella dove sono messi a confronto i diversi settori industriali appare chiaramente come il comparto energetico investa in ricerca delle quote risibili del fatturato, diversamente dai comparti ad alta intensità di conoscenza come i computers, l’elettronica, l’aerospazio, le biotecnologie, la farmaceutica, i semiconduttori e le telecomunicazioni (in questi settori la quota di spese in R&S sul fatturato è compresa tra il 7 e il 25%). Questi dati indicano che lo scarso impegno delle grandi imprese energetiche è di carattere strutturale e non dipende dall’andamento del ciclo economico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un esempio significativo della scarsa propensione delle grandi imprese elettriche ad investire nella diversificazione energetica si può osservare anche in Germania, il paese leader mondiale delle energie rinnovabili. Dal 2000, infatti, il 95% circa degli investimenti è stato effettuato da gestori privati o da imprenditori dell’energia attivi a livello comunale, mentre i grandi gruppi industriali dell’elettricità, nonostante ci fosse una legge di incentivazione per le energie rinnovabili che riduceva i rischi e garantiva alti profitti, non si sono lanciati nel settore in modo convinto.

Tutto questo dimostra che la possibilità di conseguire enormi profitti grazie al potere di mercato in un sistema altamente concentrato tende a disincentivare gli investimenti verso l’innovazione e la diversificazione energetica. Ciò comporta rischi molto seri in un periodo come quello attuale in cui si sta aggravando l’allarme sull’effetto serra e la pressione sui combustibili fossili è in aumento sia per la crescente domanda di Cina e India, sia per l’instabilità delle aree di estrazione (Medio Oriente, Nigeria, Mar Caspio) sia per la nuova politica energetica della Russia. Si tratta di un insieme di fattori che potrebbero alimentare le spinte verso il “ristagno” economico nei paesi occidentali importatori di gas e petrolio.

La crescita dell’impegno in ricerca e sviluppo delle grandi imprese energetiche non solo è importante per i loro processi di innovazione e di diversificazione energetica ma è fondamentale anche per il ruolo trainante che tali imprese potrebbero svolgere nei confronti dei centri di ricerca pubblici e del tessuto industriale composto da piccole e medie imprese. In particolare, il coinvolgimento delle grandi imprese potrebbe costituire un potente motore di innovazione in grado di sfruttare da un punto di vista industriale i risultati della ricerca che sono realizzati dalle Università e dai Centri di Ricerca Pubblici come l’Enea e il Cnr. Inoltre, i maggiori investimenti nella ricerca e sviluppo e nella diversificazione energetica delle grandi imprese sono cruciali anche per trainare lo sviluppo locale poiché le grandi imprese  possono costituire una fonte di commesse e di diffusione del know-how sul territorio, stimolando l’aggregazione e la crescita di nuove imprese innovative. Al riguardo, lo stabilimento di Taranto della Vestas Italia (filiale della Vestas danese), che ha una capacità produttiva di 400 MW all’anno, ha alimentato la crescita di un indotto in cui sono occupati più di 1.000 addetti. Ma uno dei casi più importanti di sviluppo territoriale nel Mezzogiorno ricade nel settore dei semiconduttori ed è quello della StMicroelectronics e del distretto dell’Etna Valley che sta avendo interessanti sviluppi anche nelle nuove tecnologie energetiche.

Le origini del distretto di Catania sono strettamente legate alla storia della StMicroelectronics, azienda nata dalla fusione tra l’italiana S.G.S. con la francese Thomson Semiconducteurs avvenuta nel 1987. La svolta che segnò la nascita di un’area tecnologico-industriale tra le più avanzate nel mondo avvenne nel 1997 quando StM decise di insediare nell’area un grande stabilimento di produzione, sebbene già negli anni sessanta la StMicroelectronics, che allora si chiamava S.G.S. Microelettronica, collaborasse con i Dipartimenti di Fisica e di Chimica dell’Università di Catania; nel 1987 avesse creato con l’Università di Catania il più grande laboratorio di Ricerca e Sviluppo nell’alta tecnologia nel Meridione, nonché uno dei principali d’Europa e nel 1990 avesse dato origine con l’Università di Catania e il Consorzio Catania Ricerche a SuperLab, il Laboratorio Superfici e Interfasi. In questo contesto e approfittando della collaborazione con l’Università degli studi di Catania e con il CNR, altre grandi aziende hanno deciso di realizzare nella stessa zona dei centri di ricerca utilizzando i giovani laureati presso l’Ateneo catanese. Fra le più importanti si vi sono Nokia, Vodafone, IBM, Alcatel, Telespazio, Nortel, Berna e Wyeth.

Oltre alla presenza delle grandi aziende, lo sviluppo di Etna Valley  ha beneficiato dell’alto numero di strutture di ricerca (309 istituzioni scientifiche - pari al 31% del totale della rete meridionale) presenti nel sistema scientifico siciliano. All’interno dei tre Atenei di Catania, Palermo e Messina si concentra una gran parte delle attività di ricerca e sviluppo. Essi rappresentano la struttura portante della ricerca e  dell’accademia siciliane con circa 160.000 iscritti e 15.000 laureati.  Le altre strutture siciliane di ricerca scientifica annoverano: gli istituti e i centri della rete del CNR (Area Palermo, Catania, Messina); l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, l’Istituto per la Microelettronica e Microsistemi (IMM); il Consorzio Catania Ricerche cui aderiscono enti pubblici e industrie locali. Sul territorio catanese vi sono poi altre strutture di servizio e di trasferimento tecnologico come un Centro per l’Innovazione, che svolge attività di gestione, studi e servizi; un Laboratorio per lo studio delle Superfici dei Materiali (Superlab); un Media Innovation Relay Centre della Comunità Europea MEDIA, il Parco Scientifico e Tecnologico della Sicilia.

Accanto a questo insieme di strutture pubbliche e private, la sospensione dei contributi sociali per i primi sei anni ha fatto si che oggi i giovani laureati e i ricercatori catanesi dotati di alta qualificazione e professionalità abbiano dei costi nettamente inferiori rispetto agli standard internazionali rendendo l’intera area catanese ancora più competitiva.

Tutti questi fattori hanno contribuito a diffondere una cultura dell’innovazione permettendo così la nascita, nel corso degli anni ’90, del cosiddetto distretto tecnologico dell’Etna Valley.  Attorno alle grandi aziende è sorto un indotto di oltre 1.500 micro aziende che producono i semilavorati per le varie produzioni e si è sviluppata una vasta area industriale densa di imprese operanti prevalentemente nel comparto high-tech, significativamente internazionalizzate, attive in numerosi progetti di ricerca e produttrici di numerosi brevetti che ha dato lavoro a circa 5.000 giovani laureati e diplomati catanesi. Questa realtà è significativa non solo nella provincia di Catania, ma grappoli tecnologici consistenti sono oggi sviluppati e presenti nell’area del ragusano, in quella messinese, nella provincia ennese e, con riferimento ad alcune grandi realtà aziendali, anche nel territorio del palermitano.

Come detto, nel distretto Etna Valley stanno nascendo anche interessanti tecnologie innovative per il settore fotovoltaico. Si tratta della tecnica Ppd (Pulsed plasma deposition), utilizzata dal reattore appositamente progettato e costruito da un team di imprese hi-tech di Catania, che consente di ottenere semiconduttori a film sottile (“thin film”: pellicole avvolte come carta da parati) utilizzabili in sostituzione dei tradizionali, costosi e pesanti wafer di silicio. È il progetto battezzato “Plasia” (progettazione e realizzazione di un sistema di deposizione al plasma di silicio amorfo su substrati plastici) realizzato, con un investimento di 1,9 milioni di euro di cui 610 mila provenienti dal POR 2000-2006, grazie alla collaborazione tra Università di Catania e le imprese dell’Etna Valley. Il thin film permetterà di generare energia dalle pareti, dalla vela di una barca o dalla custodia del notebook. Ovviamente, per ora si tratta di un’applicazione da laboratorio, per quanto collaudata e verificata, che richiede tra uno e due anni di lavoro per arrivare alla produzione industriale.

Un altro caso di sviluppo di nuove tecnologie energetiche nel distretto di Etna Valley è quello che nasce dall’accordo tra Enel Green Power, Sharp e Stmicroelectronics per  realizzare la più grande fabbrica di pannelli fotovoltaici in Italia. L´impianto, che verrà realizzato a Catania nell’impianto industriale conferito da STMicroelectronics,  produrrà pannelli a film sottile a tripla giunzione ad alto rendimento e avrà una capacità produttiva iniziale di 160 MW all’anno destinata ad essere incrementata nel corso dei prossimi anni a 480 MW. I tre gruppi opereranno in una partnership paritetica apportando le loro specifiche competenze: Enel Green Power, nello sviluppo del mercato delle fonti rinnovabili a livello internazionale e nel project management; Sharp, nella tecnologia esclusiva del film sottile a tripla giunzione in produzione da primavera 2010 nella fabbrica di Sakai, in Giappone; STMicroelectronics con personale altamente specializzato nella microelettronica. E´ previsto che la produzione dei pannelli nell’impianto di Catania parta all’inizio del 2011. Il progetto per la capacità produttiva iniziale di 160 MW richiederà un investimento totale di 320 milioni di euro e sarà finanziato mediante una combinazione di capitale proprio, incentivi statali e project financing. Ogni partner sottoscriverà un terzo del capitale - un contributo previsto fino a 70 milioni di euro ciascuno, in cash o in asset materiali e immateriali - e deterrà un terzo delle azioni della nuova joint venture.

In conclusione, questo articolo ha cercato di porre nella massima evidenza i problemi che contraddistinguono i settori oligopolistici come quello energetico e il ruolo che le grandi imprese energetiche potrebbero, invece, assumere nello sviluppo economico delle aree più svantaggiate come il Mezzogiorno d’Italia, dove, nel periodo della programmazione 2007-2013, saranno disponibili cospicui fondi europei per le energie rinnovabili e l’efficienza energetica[7].

 

[1] In Italia vanno ricordate le aggregazioni delle aziende municipalizzate e l’acquisizione di Endesa da parte di Enel.
[2] http://dspace.unitus.it/bitstream/2067/609/1/OLIGOPOLIO-1967.pdf
[3] Per esempio il prezzo del petrolio greggio come il WTI, il Brent, l’Iranian Heavy, l’indice del paniere Opec.
[4] I prezzi finali dell’elettricità si suddividono in prezzi alla produzione (costo reale di produzione) e in prezzi alla distribuzione (prezzi al consumo). Questi ultimi oltre che dal costo reale di produzione sono influenzati, in una certa misura, anche dal rapporto tra la domanda e l’offerta che si determina nella borsa elettrica.
[5] “Petrolio, un mercato impazzito”, http://www.eguaglianzaeliberta.it/, 06/05/2006.
[6] Vedi http://iri.jrc.ec.europa.eu/research/scoreboard_2007.htm
[7] Rapporto DPS – Ministero per lo Sviluppo Economico (novembre 2007)
http://www.dps.mef.gov.it/documentazione/QSN/docs/PO/In%20adozione/POIN_Energia_FESR_SFC2007.pdf

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Il bruco, la farfalla e le morti bianche

Pubblicato il 23 Maggio 2009 da admin

Le riflessioni nel dibattito che si aperto a partire dall’articolo di Cristiano Antonelli[1] offrono vari spunti, di ordine sia economico che politico e politologico. Mi limiterò, in quanto segue, ad alcune osservazioni volte ad evitare che l’attenzione alla realizzabilità degli obiettivi porti a sottovalutare come procedere per l’individuazione degli stessi.
Il lavoro di Antonelli è avvincente. Con una chiarezza e una capacità di sintesi notevole prospetta una possibilità di legare insieme politica progressista (di sinistra) e politica progressiva (di sviluppo). A ben vedere, però, né l’un concetto né l’altro sono chiari. Del secondo - pur intendendo sviluppo nei termini restrittivi di mutamento della struttura produttiva più crescita - non è chiara l’immagine proposta di un processo deterministico, ancorché non lineare, riconducibile al solo mutamento tecnologico. La perplessità non può che aumentare quando si riconosca l’importanza di studiare questo tipo di fenomeno seguendo l’approccio della complessità. Il primo concetto, invece – quello di una politica progressista - sembra ridursi al secondo: sarebbe di sinistra chi favorisce l’evoluzione del sistema economico anziché bloccarlo nel tentativo di conservare gli interessi costituiti propri o della propria base sociale. Si potrebbe integrare questa definizione di progressista aggiungendo che chi è di sinistra tenta di contenere i costi sociali che la politica progressiva produce sulle fascie più deboli della società. Non viene spiegato, tuttavia, come l’intervento sociale andrebbe collegato alla politica strettamente progressiva.
Antonelli argomenta che stiamo vivendo il passaggio da un’economia fondata sulla produzione di beni mediante grandi impianti ad una incentrata sulla fornitura di (beni e) servizi mediante tecnologie che richiedono minori quantità di capitali. Questo processo conduce, secondo l’autore, ad una lettura distorta delle statistiche – per esempio sopravvaluta l’effetto del calo degli investimenti sulla capacità produttiva – e fornisce un’immagine di declino economico laddove solo di metamorfosi si tratta. In sostanza verrebbe da dire, ricorrendo ad una metafora, che il bruco non sta morendo; sta diventando una farfalla.
In queste condizioni, viene argomentato, la sinistra oscilla fra difesa dei settori deboli e difesa dell’accumulazione ma rimane comunque legata a una visione del sistema economico – il bruco - che è in via di superamento. Quale che sia il terreno di intervento che sceglie, il suo finisce per essere un ruolo conservatore e, oltretutto, incapace di aggregare intorno a sé un ampio consenso.
La prospettiva neo-schumpeteriana di Antonelli è senza dubbio meritevole di attenzione, se non altro perché evidenzia che qualsiasi politica agisce su un processo storico e rispetto a questo va definita. Proprio per questo essa evidenzia le difficoltà interpretative di studiosi che, legati agli schemi teorici del dopoguerra, continuano a confidare nelle economie di scala come strumento per accrescere la produttività e la competitività. Ma una volta riconosciuto questo suo merito, il lavoro di Antonelli ci aiuta davvero a capire il processo in atto e – con del tutto indebita citazione – il “che fare?”?
Sergio Cesaratto ha segnalato come il sistema industriale italiano – in particolare la centralità che in esso vi hanno i distretti industriali - difficilmente corrisponde al quadro da rivoluzione tecnologica che ne fornisce Antonelli. È vero che il tessuto distrettuale sta modificandosi in modo significativo ma in una direzione che difficilmente è quella di una qualche efficienza dinamica. La gerarchizzazione dei rapporti fra imprese e l’irrigidimento delle forme di mercato verso configurazioni oligopolistiche caratterizza anche questi sistemi locali[2]. Se questi processi si associano alla precarizzazione marcata delle condizioni di impiego, non possono non sorgere dubbi sulla correlazione fra processi di trasformazione del tessuto produttivo e istanze progressiste.
Viene da chiedersi se non sia questo il punto di fondo: pur se è ragionevole la tesi di un processo di trasformazione del sistema industriale mondiale nel quale le nuove tecnologie giocano un ruolo importante, è lecito interrogarsi su quale sia la divisione internazionale del lavoro che le imprese italiane perseguono con le loro strategie. Si può, per esempio, ritenere che, prese nel loro insieme, esse preferiscano non misurarsi con i primi arrivati? Che optino per un posizionamento di mercato tale da evitare l’urto con quei concorrenti che godono di un vantaggio tecnologico? Che preferiscano perseguire la competitività scaricando i loro costi privati sui lavoratori e sulla collettività anziché (tentare di) accrescere il valore aggiunto collocandosi sulla frontiera tecnologica? Poco importa che simili strategie di basso profilo possano essere vincenti solo nel breve periodo: le imprese sanno ispirarsi a Keynes più di tanti studiosi e risponderebbero molto serenamente che nel lungo periodo saremo tutti morti. Che poi alcune morti siano anche di breve periodo – come, fuor di metafora, ci informano i dati quotidiani sulle morti bianche – è noto ma lo si può sempre attribuire a cattiva informazione dei lavoratori.
La domanda politica a questo punto è se siano questi gli interessi economico-sociali da aggregare in un progetto progressivo-progressista? La prospettiva di politica che Antonelli prefigura è definita rispetto a certe tendenze o vi si adegua passivamente, trascurando che i processi all’interno della tendenza delineata possono essere molteplici e non tutti auspicabili?
Mi chiedo se il requisito minimo per qualificare in un qualche modo una politica non sia di ricordare che l’efficienza non esiste a priori ma è definibile solo a partire da una data distribuzione. Partendo da questa premessa, rimane vero che la sinistra non è tenuta a difendere gli interessi costituiti o una struttura economica legata al passato. Non vale, tuttavia, l’equazione “progressista = progressivo + equo”, come se i due termini dell’addizione fossero determinabili indipendentemente l’uno dall’altro. La natura del processo “progressivo” dipende dalle scelte che si compiono riguardo all’equità. Una politica si qualifica, allora, se fissa alcuni punti chiari sul piano dei diritti e delle attribuzioni; se dichiara quali preferenze siano lessicografiche e irriducibili alla contrattazione sul mercato. Più prosaicamente, si qualifica se dichiara quali siano le soglie minime per pensioni, istruzione, livello, salubrità e grado di precarietà dell’occupazione, sanità; se definisce quale dispersione del reddito e della ricchezza ritiene accettabile.
Tutto ciò è pregiudizievole della crescita e, ancor più, di quel mutamento strutturale auspicato da Antonelli? Se ci si sofferma sul breve termine ci si può chiedere se per le imprese l’incentivo a rischiare sul terreno dell’innovazione non sia tanto più elevato quanto meno possono ricorrere a strategie di “fuga”, quali la traslazione dei loro costi privati sui lavoratori e la società. In altri termini, è ragionevole ritenere che una politica nella quale l’equità informasse ciò che è “progressivo” forse sarebbe più efficace di una che lasciasse indeterminate – quindi date dallo status quo - le condizioni di partenza.
Più in generale, ci si deve chiedere quale sia il fine ultimo della politica da realizzare. Proprio perché, come suggerisce Antonelli, qualsiasi politica si colloca in un contesto processuale, gli obiettivi che di volta in volta si perseguono non sono altro che gli strumenti per altri obiettivi. Gli uni e gli altri sono le due faccie di un’unica medaglia: il modello di società che si intende realizzare. Da questo punto di vista non ci si può non chiedere se la sicurezza sul posto del lavoro – o qualsiasi altro elemento fra quelli elencati sopra – debba rientrare nella contabilità del progresso oppure no e, nel caso, se vi debba entrare come onere, vincolo, costo oppure come strumento finalizzato a una diversa qualità della vita.
Far discendere in modo lineare le alleanze politiche da un’analisi economica fa tornare alla memoria i vecchi tempi quando si riteneva possibile separare nettamente struttura e sovrastruttura. Allo stesso tempo fa sorgere il dubbio che l’importante categoria concettuale della complessità, che si è fatta entrara dalla porta, venga fatta uscire dalla finestra. Forse può essere più proficuo prendere sul serio la provocazione di Amartya Sen[3] quando, nel riflettere sulla crisi attuale, invita a soffermarsi di meno su Keynes e di più su autori, come Adam Smith e di Arthur C. Pigou, che hanno sottolineato l’importanza di costruire relazioni che trascendono la logica di mercato.

*Professore associato di politica economica, Università di Macerata.

[1] Si veda C. Antonelli, “La politica economica delle coalizioni per progettare il futuro e guidare la crescita”; N. Bellanca, La politica delle coalizioni per la sinistra italiana; S. Cesaratto, L’Italia s’è destra: la base sociale del consenso politico in Italia; N. Bellanca, Come ottenere consenso politico in Italia?.
[2] Si vedano i contributi in F. Guelpa, S. Micelli, I distretti industriali del terzo millennio. Dalle economie di agglomerazione alle strategie di impresa, Bologna, il Mulino, 2007.
[3] A. Sen “Capitalism Beyond the Crisis”, New York Review of Books, 31-03-09.

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