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I sogni di Tremonti

Pubblicato il 29 Aprile 2011 da admin

Lo scorso 13 aprile il Consiglio dei Ministri ha licenziato il Documento di economia e finanza  (DEF) 2011, cioè il nuovo atto di programmazione finanziaria e di bilancio, previsto dalla L. 39/2011, approvata appena qualche giorno prima dal Parlamento (volta ad armonizzare la contabilità e finanza pubblica con le nuove regole dell’Unione europea sul coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri).  Il DEF 2011, che comprende il Programma di stabilità, si inserisce nell’ambito del semestre europeo e del “Patto per l’Euro” , approvato il 24/25 marzo dal Consiglio Europeo dei capi di Stato e di Governo, rivendicato come un primo passo verso l’ “integrazione politica federale” dell’Europa (DEF, sezione I, Programma di stabilità dell’Italia, p. III).

Il DEF si esprime decisamente contro il fare crescita “con i deficit pubblici” (p.IV)  e sostiene l’impegno a introdurre il vincolo della disciplina di bilancio nella Costituzione italiana.  Gli obiettivi di finanza pubblica (Tab.1) sono coerenti con la richiesta di riportare l’indebitamento netto della PA sotto il 3% entro il 2012, contenuta nelle raccomandazioni  impartite all’avvio della procedura per disavanzo eccessivo, e portano al sostanziale annullamento del deficit entro il 2014; tali obiettivi saranno ottenuti grazie ad ulteriori manovre, per un effetto netto cumulato di 1,2 punti di PIL nel 2013 e 2,3 punti nel 2014 (dopo la correzione per 12 miliardi di euro nel 2011 e 25 miliardi nel 2012 e 2013 realizzata col decreto 78/2010). Ma non basta: si continuerà ad accrescere l’avanzo primario per proseguire nella riduzione del  debito (che dal 120% del PIL nell’anno in corso dovrebbe calare al 112,8% nel 2014).

 

Che ne sarà allora dello sviluppo? Per questo c’è il Programma nazionale di riforma (PNR). Quest’ultimo ribadisce che il tempo in cui si faceva la politica economica attraverso la spesa pubblica è finito, per cui le misure adottate non dovranno accrescere il deficit pubblico, pur stimolando l’economia.

Ma cosa contiene il PNR per ottenere cotanto miracolo? Misure già realizzate o avviate e provvedimenti da adottare nei prossimi mesi. Per sintetizzare l’eterogeneità delle azioni considerate basti ricordare la riforma del modello contrattuale e il decentramento della contrattazione, gli ammortizzatori sociali in deroga, i tagli alla spesa pensionistica, i provvedimenti per l’efficienza della pubblica amministrazione, la riforma della scuola e dell’università, con i relativi tagli, e addirittura il federalismo e la promessa riforma fiscale (anche se di questi ultimi interventi, si ammette che non è ancora possibile valutare le conseguenze).

Come quantificare gli effetti di misure così eterogenee, e in alcuni casi ancora indefinite, sulla crescita economica? Al MEF sono riusciti a simulare l’impatto di molti interventi, utilizzando congiuntamente alcuni “modelli”, apparentemente assai sofisticati (il modello europeo QUEST III calibrato per l’Italia e il modello econometrico  ITEM del Ministero). La logica di questi modelli sembra essere la seguente: si suppone, in base a considerazioni teoriche proprie all’economia più convenzionale[1], che un certo provvedimento abbia effetti positivi sull’economia; si costruisce un modello attorno a tale ipotesi mettendovi dei numeri che pretendono di rappresentare ciò che dovrebbe accadere nella realtà e … ecco che si scopre e quantifica l’effetto positivo di quella misura. In realtà non si dimostra un bel nulla perché in realtà il modello racconta quello che gli si era insegnato.

In passato ci si chiedeva, tra economisti applicati, di quanto una riduzione del deficit pubblico facesse calare il PIL (e si cercava di misurarlo), non se lo facesse calare. Ora sembra raggiunta la quadratura del cerchio: coerentemente con l’impostazione sopra ricordata, le simulazioni mostrano che, malgrado l’insieme delle riforme considerate faccia migliorare il saldo di bilancio, anche l’impatto sullo sviluppo risulta favorevole, con un aumento medio rispetto allo scenario base di 0,4 punti percentuali all’anno del tasso di crescita del PIL nel periodo 2011-2014 (e ancora 0,2 nel triennio 2018-20) e un effetto su consumi, investimenti ed occupazione di circa 0,3 punti percentuali in media annua (Tab.2).

 

Eppure le valutazioni di questi effetti non devono essere apparse completamente affidabili, visto che l’impatto delle riforme sulla crescita assunto ai fini della costruzione dello scenario macroeconomico 2011-2014 del Programma di stabilità è stato posto pari alla metà di quello sopra indicato, per motivi prudenziali (con l’eccezione delle misure sulle pensioni, già a regime); la cautela è dettata anche dal fatto che i modelli utilizzati non riescono a tenere conto della fase ciclica in cui le riforme vengono introdotte, il che non sorprende in quanto escludono qualunque ruolo alla domanda aggregata.  In definitiva, il governo prevede un tasso di crescita dell’1,5% in media nel periodo 2012-15.

Le misure adottate/programmate sarebbero comunque così ben congegnate da stimolare l’espansione economica senza pesare sul bilancio, anzi alleggerendolo. Vediamo perché. Il diavolo, come al solito, è nei dettagli, e per un economista i dettagli si chiamano “modello” e “ipotesi”.

Gli interventi vengono simulati impartendo specifici shock ad alcune variabili esogene. Vediamo qualche esempio. Per quanto riguarda contrattazione salariale e promozione della produttività, sono stati contemporaneamente imposti uno shock negativo al mark-up salariale (in soldoni, più moderazione salariale) e uno positivo alla produttività del lavoro.  A quanto sembra, si è praticamente ipotizzato un aumento della produttività (in presenza di un contenimento degli incrementi salariali), e dunque non poteva mancare l’effetto positivo sul PIL, anche perché, nell’impostazione adottata, evidentemente non c’è spazio per effetti depressivi da domanda legati al contenimento dei salari. Le politiche per l’occupazione sono state tradotte nell’emersione di lavoro irregolare e in un maggiore sostegno alle imprese: quest’ultimo, con il modello utilizzato, assicura maggiori investimenti del settore privato, con conseguenti effetti positivi sul PIL. Peccato che gli animal spirits degli imprenditori italiani non siano sempre così vivaci e non potranno che prediligere l’aumento dei profitti incamerati e/o l’investimento finanziario a quello produttivo, in assenza di politiche di sostegno della domanda aggregata in Italia ed Europa. Ancora più interessanti gli effetti delle misure di posticipo del pensionamento che, oltre a ridurre la spesa pensionistica,  provocano: un aumento dell’occupazione (e come, via offerta di lavoro? Ma il lavoratore anziano non sarebbe stato rimpiazzato se fosse andato in pensione più presto?), una riduzione del salario pro-capite (ma un giovane che avesse rimpiazzato il lavoratore anziano non sarebbe costato meno?) e, grazie a questa riduzione, un rilevante aumento degli investimenti fissi lordi (evidentemente sospinti dal calo dei costi, ininfluente senza prospettive di adeguata crescita della domanda). Dopo il miracolo delle pensioni, veniamo alle misure a favore della concorrenza e alle riforme della PA, che sono valutate semplicemente ipotizzando una riduzione dei costi all’entrata di nuove imprese, che abbatte i prezzi, e una diminuzione dei costi medi. Per stare più tranquilli, è stata aggiunta un’ipotesi riduzione dei margini, ed è stato imposto un aumento della produttività della PA.  Come già detto, il modello ci restituisce ciò che gli abbiamo suggerito di raccontarci.

Insomma, le simulazioni svolte con i sia pur “raffinati” modelli a disposizione del MEF non tranquillizzano sull’efficacia delle “nuove” politiche di stimolo dell’economia, che consistono peraltro in un disordinato elenco di provvedimenti; i cosiddetti “motori di sviluppo” (DEF, p.v ) alternativi al sostegno della domanda aggregata non appaiono molto affidabili, come da altri già osservato, e rischiano di “lasciarci per strada” nel vano percorso di riequilibrio finanziario.

Ma niente paura, il nostro Ministro dell’Economia ha tirato fuori il coniglio dal cappello, e di fronte alle titubanze della stessa Confindustria rispetto alla mancata concretezza del PNR ha promesso, con dichiarazioni stampa, una sorta di alleggerimento dei controlli fiscali alle imprese, giudicati troppo opprimenti e continui. Se la riduzione degli accertamenti  facesse crescere il PIL - nel momento in cui si rivelano scandali come il “Parioli-gate”, dovuti proprio alla carenza di accertamenti fiscali e bancari - l’Italia potrebbe avere il tasso di crescita più alto del mondo!

*L’autrice è una senior economist che lavora nel settore della ricerca.

[1] Sembra farsi soprattutto riferimento alle teorie della “crescita endogena” in cui la domanda aggregata non gioca nessun ruolo nella crescita.

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Sostenere la domanda, controllare il debito

Pubblicato il 01 Settembre 2010 da admin

Ancora una volta l’economia finanziaria, che non produce vera ricchezza, sta avendo la meglio sull’economia reale. Il salvataggio dell’economia finanziaria, attuato in condizioni di emergenza dopo l’ultima crisi mondiale, è avvenuto immettendo sul mercato non regolamentato una massa enorme di nuovi titoli ‘tossici’ e di titoli del debito sovrano scarsamente affidabili. Si è cioè pensato di tamponare una crisi nata da eccessivo indebitamento non solo riducendo la spesa pubblica per fini sociali, ma anche scaricando sui bilanci della pubblica amministrazione e sulle generazioni future debiti privati inesigibili.

Gli stati si sono indebitati per salvare dalla crisi un sistema finanziario finalizzato alla speculazione e che oggi, dopo essere stato mantenuto in vita dai poteri pubblici con il denaro dei contribuenti, cerca di riprendere a fare soldi speculando al ribasso proprio sui titoli pubblici. La situazione sta tornando a essere quella di due anni fa, ma con la differenza che oggi sono direttamente coinvolti nella crisi anche gli stati (l’esperienza della Grecia insegna).

Il ribasso dei tassi di interesse, ormai ridotti da tempo a livelli minimi, non ha invertito la tendenza dei gestori di fondi a privilegiare l’impiego finanziario a breve termine rispetto all’investimento reale. L‘attuale sistema di money-managed capitalism continua a produrre liquidità in eccesso e un indebitamento privato il cui rimborso appare sempre più problematico. Si sono così riprodotte, come ha riconosciuto il ministro dell’Economia Giulio Tremonti,“le stesse condizioni di crisi potenziale che c’erano appena due anni fa”.

Queste condizioni ora rischiano di essere aggravate dalla politica finanziaria eccessivamente restrittiva e deflazionista adottata dall’Unione monetaria europea su pressione dei paesi più forti. La disoccupazione è ai suoi livelli massimi. La globalizzazione dei mercati induce le nostre imprese a spostare all’estero i propri impianti. Milioni di posti di lavoro sono oggi a repentaglio. I giovani non riescono più a trovare un lavoro. Nemmeno un’occupazione precaria e male remunerata. L’instabilità finanziaria, da situazione eccezionale quale era un tempo, è diventata uno stato endemico. Il rischio di un eccessivo indebitamento, privato e pubblico, che aprirebbe le porte a un’insolvenza generalizzata, è evidente e non può essere ulteriormente sottovalutato.

In questa situazione, i problemi strutturali della nostra economia oggi non vengono adeguatamente affrontati. Né si vede come potrebbero esserlo, in presenza degli ingenti tagli della spesa pubblica comportati da una manovra finanziaria congiunturale ispirata a una politica economica di austerità, che, così come è stata congegnata, è destinata a colpire i ceti popolari e le classi medie, senza incidere sui grandi patrimoni. Come se ciò non bastasse, si è proceduto a regolarizzare con lo scudo fiscale le posizioni degli evasori che avevano collocato all’estero i loro capitali in frode alla legge. E con la manovra finanziaria si sono imposti gravi sacrifici alle fasce sociali più deboli, a coloro che non hanno modo di difendersi dal fisco. Mentre si è rinunciato a incidere sulla capacità contributiva dei percettori dei redditi più elevati e dei possessori delle maggiori fortune.

Compiendo una precisa scelta politica, si è cioè imboccata una strada sbagliata, che avrà l’effetto di aggravare le sperequazioni sociali e di deprimere ulteriormente una domanda aggregata che già stentava a riprendersi, per l’evidente insufficienza della capacità di consumo della popolazione.

I rubinetti del credito bancario sono da tempo difficilmente accessibili alle piccole e medie imprese. La proposta di far condividere i costi della crisi alle banche e alle altre istituzioni finanziarie, che hanno beneficiato di ingenti finanziamenti e sostegni pubblici e non li hanno utilizzati per concedere credito alle attività produttive, ma per compiere operazioni puramente speculative, sembra sia caduta nel vuoto. Occorre imporre alle banche regole più severe e tassare pesantemente le rendite finanziarie e la finanza speculativa. E’ tempo di cominciare a pensare a una seria riforma dell’attuale ordinamento bancario e a una socializzazione dei proventi finanziari realizzati in conto capitale con impieghi di natura speculativa.

Il nostro ministro dell’Economia, dopo avere inutilmente tentato di rafforzare l’influenza del Tesoro sulle banche con i ‘Tremonti bonds’, sembra si sia finalmente ricordato di essere fautore di un’economia sociale di mercato; e memore forse dei suoi lontani trascorsi socialisti, ha richiamato con toni severi le banche a fare il loro mestiere e assolvere la funzione istituzionale di sostegno delle attività produttive. Ma la sua proposta di addossare una parte dei costi della crisi al sistema bancario, principale responsabile dell’inefficienza e dell’instabilità dei mercati finanziari, non ha avuto alcun seguito. La deregolamentazione della finanza non è stata sostanzialmente modificata. Non si sono scoraggiate con l’introduzione di una ‘Tobin tax’ le operazioni finanziarie di tipo speculativo, volte a far denaro a mezzo di denaro, e non sono stati istituiti più efficaci controlli amministrativi sui movimenti di capitale a breve.

Non si è inoltre ancora avviata l’auspicata riforma di un sistema monetario internazionale che sembra essere stato concepito su misura per consentire un facile finanziamento a spese di altri paesi del disavanzo nei conti con l’estero degli USA. Il ricorrente attacco speculativo contro l’euro – la moneta che usiamo in Italia, ma di cui non abbiamo il controllo – ne evidenzia drammaticamente le conseguenze. A contrastarne gli effetti non può certo bastare la discutibile decisione della BCE di acquistare sul mercato libero titoli di stato dei paesi membri, privi di sovranità monetaria, adottata per fornire liquidità addizionale ai mercati finanziari in difficoltà. Occorre ben altro, per attivare un efficace meccanismo di sostegno della domanda globale.

La stessa sopravvivenza futura dell’Unione monetaria europea, in assenza di una politica finanziaria comune, oggi appare in forse. E’ logico chiedersi, come fanno i tedeschi, perché mai i paesi che hanno rispettato le regole del gioco dovrebbero pagare per quelli che le hanno violate, incoraggiando l’espansione abnorme di forme di consumo sempre più maniacali.

Quella che è finora mancata, a livello internazionale, è una strategia comune di uscita dalla crisi sistemica che ha provocato la recessione dell’economia reale. Una strategia capace di incidere efficacemente sulle cause della crisi, che non sono solo congiunturali, ma in primo luogo strutturali. La crisi è diventata anzi per i governi di alcuni paesi un’occasione per ridurre la quota della spesa sociale sul prodotto interno lordo, per rimettere in discussione diritti faticosamente acquisiti dal mondo del lavoro e per accelerare la dismissione degli ultimi residui dello stato sociale.

Cosa dovremmo fare allora? La risposta è semplice. Si deve voltare pagina e cambiare decisamente l’attuale indirizzo della politica economica (come è stato chiaramente indicato nella ‘Lettera degli economisti’). Bisogna cioè attribuire una priorità agli investimenti in attività creatrici di vera ricchezza – in attività produttive, in ricerca e sviluppo – piuttosto che sostenere l’abnorme sviluppo di un’attività finanziaria che non produce ricchezza reale e che, anziché limitarsi a svolgere le sue importanti funzioni tecniche di intermediazione del risparmio e di chiusura del circuito accumulazione-produzione, cerca di fare soldi speculando. Ossia scommettendo sul futuro.

Occorre fare in modo che l’aumento della produzione trovi dal lato della domanda sufficienti occasioni di sbocco sul mercato. Questo è un obiettivo che può essere conseguito solo ridistribuendo la ricchezza sociale in modo più perequato. Un’imposta progressiva straordinaria sul patrimonio delle persone fisiche e di quelle giuridiche, da realizzare in tempi rapidi, con un congruo abbattimento alla base, potrebbe consentire di ridurre l’entità del debito pubblico e la crescente distanza che da tempo si riscontra nel nostro paese tra ricchi e poveri. A mio avviso, un programma economico della sinistra dovrebbe prevedere il ricorso a un’imposta di questo tipo e porsi fin d’ora alcuni problemi tecnici relativi alle sue modalità di accertamento e di riscossione.

Un altro provvedimento da prendere, se vi fosse la volontà politica di agire in tal senso, è la revisione dell’attuale regime delle imposte di successione e donazione, che oggi colpiscono in modo troppo tenue la trasmissione della ricchezza all’interno del nucleo familiare. Si tratta di misure che i politici possono forse ritenere impopolari, ma che rispondono all’interesse collettivo, sia sotto il profilo della solidarietà sociale che per tendere a realizzare condizioni di effettiva parità nei punti di partenza nella lotta per la vita a tutti i cittadini.

La via da percorrere per stimolare una ripresa della domanda interna in un paese come il nostro, che ha rinunciato alla propria sovranità monetaria, non può essere quella della creazione di nuova base monetaria, né quella di allentare i cordoni del debito pubblico, per accrescere momentaneamente il reddito disponibile della popolazione. Un preconcetto isterismo del deficit non è certo giustificato, ma nel lungo periodo il debito pubblico va mantenuto sotto controllo, per la difficoltà di finanziarlo. Quando i tassi di interesse torneranno a livelli normali, il peso del servizio di un debito pubblico ulteriormente cresciuto potrebbe diventare insostenibile.

La possibilità di aumentare a discrezione il debito pubblico ci è del resto formalmente preclusa dal patto di stabilità e di crescita sottoscritto dai paesi membri dell’UME nel 1997, in seguito al quale le finanze pubbliche dei singoli paesi membri sono soggette a una procedura comune di monitoraggio centralizzato. La nostra sovranità in materia finanziaria è dunque limitata. Non abbiamo la possibilità di allentare troppo il controllo sulla spesa pubblica e non possiamo finanziare liberamente un disavanzo di bilancio. La banca centrale non potrebbe concedere credito allo stato (in realtà la BCE lo sta facendo, chiedendo in cambio politiche di austerità). Con il patto di stabilità e di crescita ci siamo inoltre impegnati ad attuare una progressiva riduzione del debito pubblico. Non possiamo dimenticarlo, anche se questa regola non è stata finora applicata in modo rigido. Ma quel patto non ci vieta di introdurre un’imposta straordinaria sul patrimonio.

Un’alternativa sarebbe ovviamente quella di uscire dall’UME. Con il risultato di riacquistare una piena sovranità monetaria e finanziaria, ma di andare anche incontro a inconvenienti e rischi. Per pensare di uscire dall’eurosistema dovremmo però avere un’economia nazionale strutturalmente più forte. Oggi solo la Germania potrebbe permettersi di compiere questo passo.

* Professore ordinario di economia politica nell’Università di Firenze.

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La Banca del Mezzogiorno non risarcisce il Sud

Pubblicato il 08 Novembre 2009 da admin

Quella della Banca del Mezzogiorno è una vecchia idea del ministro Tremonti. Poco dopo la sua burrascosa uscita dal secondo governo Berlusconi nell’estate del 2004, in seguito ad un duro scontro politico che lo vide opposto a Gianfranco Fini, ne espose i contenuti in un articolo apparso sul «Corriere della Sera». Il ragionamento di Tremonti era il seguente: da quando ha perso i suoi più importanti istituti di credito a seguito del processo di concentrazione bancaria che ha portato il Banco di Napoli nell’orbita di Intesa Sanpaolo e il Banco di Sicilia in quella di Unicredit, il Mezzogiorno è l’unico territorio «debancarizzato» d’Europa; e, poiché nessun territorio può svilupparsi senza una banca che abbia i suoi centri decisionali all’interno del territorio stesso, occorre costituirne una nuova con le caratteristiche descritte.  Con il che Tremonti, un po’ tardivamente, riprendeva una tesi già avanzata da illustri economisti.

Tremonti fu il primo firmatario di una proposta di legge per la costituzione della Banca del Mezzogiorno presentata alla Camera il 10 marzo 2005 e, rientrato nell’esecutivo come vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Economia del terzo governo Berlusconi, trasfuse la sua proposta in alcuni commi della finanziaria per il 2006 prevedendo un irrisorio stanziamento iniziale di cinque milioni di Euro. All’inizio di marzo del 2006, nell’imminenza delle elezioni politiche, il Comitato promotore della Banca del Mezzogiorno S.p.A. fu presentato a Napoli nella sede del Circolo dell’Unione.

Una ‘stranezza’ nel progetto di Tremonti che fece subito dubitare circa la serietà delle intenzioni del ministro fu quella di affidare la presidenza onoraria del comitato promotore al principe Carlo di Borbone, erede dell’ultimo re delle Due Sicilie, e la vicepresidenza al principe romano Lillio Sforza Ruspoli.

Con la vittoria del centrosinistra alle elezioni del 2006 il progetto fu accantonato per essere, poi, ripreso dallo stesso Tremonti con la legge 133 dell’agosto 2008 dove la «Banca del Mezzogiorno» veniva fondata nuovamente dall’art. 6 ter. L’estate scorsa, infine, il progetto è stato rilanciato con forza dal presidente del Consiglio in persona che ne ha fatto niente di meno uno dei punti centrali del suo programma di rilancio dello sviluppo economico del Mezzogiorno.

Il progetto di Tremonti poggiava su due considerazioni di tutta evidenza: sugli imprenditori del Sud grava un costo del credito superiore di circa un punto e sei rispetto a quello del Centro Nord; una banca estranea al tessuto economico locale non può interpretare il territorio e valutare correttamente la solidità del singolo imprenditore. Tali considerazioni erano state criticate, sin dall’inizio, dall’ABI e dal suo presidente di allora, Maurizio Sella, che, pur ammettendo l’esistenza di una differenza nei tassi a breve tra il Sud e il Centro Nord ne attribuiva la causa esclusivamente al maggior grado di rischiosità ambientale, settoriale e dimensionale.

Per certi aspetti, l’idea di Tremonti qualche effetto l’ha prodotto: non solo ha sicuramente accelerato il processo di costituzione di un’altra banca, la «Banca del Sud», fondata qualche anno fa con il contributo determinante della Fondazione Istituto Banco di Napoli, ma ha anche dato un impulso al processo di riorganizzazione territoriale dei due principali gruppi bancari italiani. Intesa Sanpaolo, infatti, ha fortemente rilanciato il Banco di Napoli moltiplicandone gli sportelli in tutto il Mezzogiorno dove il nome Banco di Napoli è comparso accanto al nuovo simbolo dell’acquedotto romano – voluto da Giovanni Bazoli – che contraddistingue le banche del gruppo; mentre, dopo qualche iniziale incertezza e un duro scontro sui dirigenti locali, anche Unicredit sta rilanciando il Banco di Sicilia il cui nome appare nelle filiali dell’isola accanto al logo e ai colori del gruppo milanese.

La Banca del Mezzogiorno di cui si è discusso in Consiglio dei Ministri opererà per almeno cinque anni come istituzione finanziaria di secondo livello. Il che significa che, almeno all’inizio, non si vedranno sportelli bancari con il simbolo della nuova banca. Esso apparirà soltanto accanto ai simboli delle banche di credito cooperativo che vorranno partecipare all’operazione e a quello delle Poste Italiane – che all’operazione parteciperà per volontà del Governo – sui prodotti finanziari offerti al pubblico dei risparmiatori. La Banca del Mezzogiorno, infatti, emetterà obbligazioni e titoli indirizzati a finanziare piccole e medie imprese che investono nel Mezzogiorno ovvero specifiche opere infrastrutturali da realizzare nel Sud, fornirà consulenza e supporto alle piccole e medie imprese per ottenere fondi statali ed europei e stimolerà la nascita di nuove banche autoctone nella forma del credito cooperativo.

Il vero punto di forza della nuova banca, secondo il Ministro dell’Economia, sarà l’applicazione di una fiscalità di vantaggio ai prodotti finanziari elaborati dalla Banca del Mezzogiorno. Nonostante il fatto che la fiscalità di vantaggio non si sia rivelata un’opzione di policy efficace per il Sud, secondo Tremonti, tale misura sarà in futuro determinante per indirizzare nuovi flussi finanziari verso il Mezzogiorno. I risparmiatori che acquisteranno i titoli della nuova banca presso la rete delle Poste e delle banche di credito cooperativo che avranno aderito all’iniziativa per una somma pari o inferiore a centomila euro potranno usufruire di una tassazione ridotta al 5 per cento sugli interessi maturati anziché del 12,5 per cento dei normali titoli del Tesoro o del 27 per cento dei conti correnti bancari. Avranno quindi un rendimento maggiore perché dovranno pagare meno tasse mentre i loro soldi non saranno a rischio perché i titoli emessi Banca del Mezzogiorno godranno della garanzia dello Stato.

Un progetto indubbiamente “creativo” quello messo in piedi dal ministro Tremonti, certo più potente sul piano politico-propagandistico che su quello tecnico-economico. Un piano che comunque ha dovuto districarsi tra mille resistenze del mondo finanziario e mille difficoltà dell’attuale legislazione bancaria interna e comunitaria. Tuttavia perché procedere le incognite sono numerose: il disegno di legge dovrà essere approvato dal Parlamento; l’Unione europea dovrà dire la sua sull’operazione che potrebbe presentare profili di criticità alla luce dei Trattati sia sotto il profilo della distorsione della libera concorrenza sia sotto quello degli aiuti di Stato vietati dai Trattati; e, non ultimo, il Comitato promotore composto da quindici membri dovrà impegnarsi in tempi brevi a raccogliere le adesioni dei soggetti privati interessati all’operazione che dovranno essere in maggioranza rispetto allo Stato destinato ad uscire, dopo cinque anni, dal capitale della nuova banca.

Ma ciò che più colpisce non è tanto l’inutile complessità del progetto messo in piedi da Tremonti, quanto piuttosto il fatto che esso sia del tutto diverso da quello immaginato dallo stesso ministro dell’Economia e sostenuto fino all’estate del 2008. Il progetto iniziale, infatti, prevedeva per la Banca del Mezzogiorno un azionariato popolare diffuso, privilegi patrimoniali per i vecchi soci dei banchi meridionali, la partecipazione degli enti locali meridionali e, soprattutto, la possibilità di acquisire marchi e rami d’azienda, cioè di riprendere e sviluppare fin da subito un’attività di una vera e propria banca e non di un’istituzione bancaria di secondo livello. Insomma, il ministro del Tesoro aveva in mente un istituto bancario che potesse, almeno in prospettiva, restituire al Sud ciò che al Sud era stato tolto: un sistema bancario autoctono ed antico che, nell’opinione di molti meridionali, non era meno solido di quello del resto del Paese.

Il progetto approvato dal Consiglio dei ministri, invece, appare il risultato di un compromesso: la Banca del Mezzogiorno non potrà fare concorrenza ai grandi gruppi bancari italiani perché non potrà utilizzare i marchi storici dei banchi meridionali finiti nell’orbita delle prime due banche del Paese, mentre dovrà limitarsi ad essere un istituto di secondo livello con qualche ambizione nell’ambito dei circuiti del credito cooperativo che storicamente nel Sud non è mai stato solido e capillarmente diffuso come nel Centro e nel Nord del Paese.

Così come proposta da Tremonti e approvata dal Consiglio dei ministri, la Banca del Mezzogiorno non servirà certo a restituire al nostro meridione quel sistema bancario proprio ed autonomo che le liberalizzazioni e privatizzazioni degli ultimi anni gli hanno sottratto e che appare indispensabile per intraprendere la strada di uno sviluppo endogeno ed autopropulsivo.

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