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Debito statale, debito sovrano, debito pubblico, debito dei cittadini

Pubblicato il 07 Gennaio 2013 da admin

Le mutazioni del linguaggio, specie quelle terminologiche, sono, com’è ovvio, l’espressione di nuove idee e, talora, di nuove ideologie. E l’economia non è da meno.

E’ da tempo che i debiti nazionali non sono più denominati statali, come si usava fino a qualche decennio fa, quando essi erano argomento relegato dai giornali più nelle pagine politiche, che in quelle economiche. Il famigerato vol-au-vent di pomiciniana memoria distribuiva discrezionalmente generosi importi di finanziamenti statali, senza alcun riguardo al rapporto tra introiti e spese. Il debito era “dello stato” perché, causato dai suoi rappresentanti, doveva essere pagato dallo stato. Da quando la sua influenza travalica lo stretto ambito del rapporto tra prestatore e creditore, per invadere campi apparentemente lontani come i rendimenti complessivi del mercato finanziario e la fragilità del sistema bancario, termini come “sovrano” o “dei cittadini” hanno preso il sopravvento definitorio. L’accento della responsabilità dell’onere si è, di fatto, spostato non su chi lo contrae ma su chi lo paga. Non è una differenza, si badi, di poco conto.

In età moderna la garanzia degli interessi e della restituzione del denaro a coloro che lo prestavano non poteva essere affidata alle magre entrate di un bilancio pubblico che doveva fondarsi su gabelle e su qualche imposta diretta di un’economia di sopravvivenza. Il prestatore sapeva che le possibilità di godere della rendita del suo prestito e di ritornare in possesso del capitale erano legate alla potenza del debitore, alle sue conquiste militari. Se, attratto dalle prospettive di un’impresa che prometteva un ricco bottino, egli finanziava la costruzione, ad esempio, di una flotta, che avrebbe dovuto annientare il nemico o scoprire nuove terre, e che invece affondava miseramente, altro non restava che continuare a sostenere lo sfortunato sovrano, in attesa di una vittoria, che avrebbe riportato i conti in equilibrio. Il garante del prestito non poteva che essere il re, meglio un imperatore, che aveva altre possibili entrate. L’entità dei prestiti, quindi, spesso aumentava progressivamente fino alla restituzione o, come a volte accadeva, alla bancarotta[2].

I banchieri, sia per essere coadiuvati nello sforzo finanziario, che era reso sempre più gravoso dalla nascita di molteplici stati nazionali di potenza equivalente, sia per condividere il rischio, cominciarono a spezzettare o, come si direbbe ora, a spacchettare il loro credito distribuendone quote di scarsa rilevanza unitaria, ma globalmente consistente, ai privati. L’attribuzione di tali piccole quote era intralciata da un inconveniente non trascurabile: il prestito non aveva una data di scadenza e poteva avere una lunghissima durata, durante la quale il debitore corrispondeva solo gli interessi. Il piccolo prestatore, quindi, non era propenso ad accedere a un investimento, che avrebbe bloccato il capitale per un numero indefinito di anni. Da una parte, quindi, lo sforzo finanziario totale s’incrementava, dall’altra i finanziatori non potevano crescere proporzionalmente, poiché mancava la condizione necessaria per attrarre piccoli capitali in possesso di numerosissime persone.

Nasce così la borsa valori, che, in un primo tempo, contratta solo titoli pubblici[3]. Man mano che il giro dei prestatori si allarga, il rapporto di fiducia personale con il sovrano, lontano sia geograficamente sia socialmente, si fa sempre più labile ed è sostituito da quello con l’intermediario, cioè il banchiere, che finisce con l’essere il vero garante agli occhi del prestatore. Questi, a sua volta, è solo uno dei tanti, poiché i prestiti divengono sempre più cospicui, ad avere accesso a corte per trattare le condizioni dei prestiti. Più spesso ancora non è il re in persona che tratta; e neanche il banchiere. La garanzia non può più essere conseguenza di un rapporto, che, in realtà, è inesistente. Il debito, tuttavia, resta “sovrano” ma, a partire dal XVI secolo, il re non offre più garanzie personali, ma, in favore di ciascun singolo banchiere-garante, impegna specifiche entrate dello stato, specialmente gabelle, che intanto sono cresciute e diversificate. Il rapporto tra i creditori e i debitori, cioè coloro che pagano annualmente la gabella sulla quale i creditori dovrebbero soddisfare i loro interessi e il loro credito, è quindi, soltanto mediato dal banchiere. I veri garanti del prestito cominciano a essere i cittadini. Gli insiemi dei creditori e dei debitori, però, sono assolutamente separati, essendo i primi appartenenti al ceto dei privilegiati, specialmente chiesa e nobili, esenti dalla tassazione.

Le borse servono a facilitare il turnover degli investitori. In esse venditori e compratori stabiliscono il prezzo della rendita di ciascun paese sulla base dell’interesse corrente su piazza, della quantità di debito emesso da ciascun paese, della disponibilità finanziaria del sovrano, della potenza bellica, della floridezza economica di uno stato, che fa sperare in un radioso futuro fiscale del paese in cui è allocato l’investimento. L’esistenza di una borsa valori facilmente accessibile se non proprio dall’investitore, almeno dal suo banchiere-garante, invoglia all’investimento in titoli pubblici, sia perché si può in qualsiasi momento vendere i propri titoli e recuperare il capitale senza attendere la restituzione, della quale si ignora il momento, sia perché chi ha la possibilità di attendere potrebbe individuare il momento propizio per vendere, riscuotendo un capitale superiore a quello prestato.

Poche e trascurabili sono le innovazioni nelle borse e nelle modalità di emissione del debito pubblico nel corso del Seicento e del Settecento. Com’era accaduto al tempo della creazione delle borse valori tre secoli prima, una potente innovazione è indotta dalla forte espansione economica degli anni a cavallo tra XVIII e XIX secolo che, in assenza di moneta riproducibile, fortificò la posizione dei detentori di mezzi finanziari, anche perché il crack bancario inglese della fine del Settecento aveva precluso la speranza che si potesse sopperire alla carenza di metalli preziosi con le banconote emesse dalle Discount Banks.

Una nuova innovazione si avrà all’inizio dell’Ottocento, quando la maggior parte dei paesi adottò il modello napoleonico del Gran Libro, il quale, non a caso, non fu definito “del debito sovrano” bensì “del debito pubblico”. Da allora in un solo strumento contabile, il bilancio dello stato, vennero segnate entrate, uscite e tutti i debiti contratti dallo stato.

Fino alla seconda guerra mondiale, ed anche dopo, qualsiasi famiglia, che avesse raggiunto un minimo di benessere, investiva nel debito pubblico irredimibile buona parte dei propri risparmi. La platea dei creditori dello stato si ampliava sempre più.[4] Il boom, tuttavia, si è avuto con la scomparsa dei prestiti irredimibili e con l’arrivo dei prestiti zero coupon, che prevedevano la restituzione in tempi brevi del prestito con il pagamento dell’interesse anticipato attraverso un opportuno sconto sul suo prezzo, al momento dell’acquisto.

L’insieme dei creditori, a partire dai primi anni del XIX secolo, cresce sempre di più e più ampia diventa l’intersezione degli insiemi formati dai creditori dello stato e dai debitori, cioè dai cittadini, che in misura sempre maggiore sono titolari delle cartelle del debito pubblico e che pagano le tasse con le quali si onorano i debiti statali. Lo stato, quindi, diventa solo una sorta di contabile del debito pubblico, che utilizza le banche come agenti.

Il garante è sempre di più il cittadino. La tendenza è la completa identificazione tra creditori e debitori dello stato, cioè tra garanti e garantiti, che avverrebbe nel momento in cui tutti i cittadini, anche se in parti disuguali, saranno allo stesso tempo creditori e debitori dello stato. A quel punto il garante-cittadino, tramite il contabile-stato, potrà ammortizzare la quota di debito comune a tutti i cittadini, operando uno sconto proporzionale sul pagamento delle imposte di ciascuno, eliminando, così, dal bilancio dello stato una mera partita di giro.

La natura delle relazioni esplicitate presentano implicazioni in termini di redistribuzione del reddito e della ricchezza che possono essere più compiutamente comprese richiamando la “teoria del circuito” elaborata tempo addietro da Augusto Graziani e ponendo al centro dell’analisi non già la moneta quanto i titoli del debito pubblico.[5] Se assumiamo[6] che il nuovo flusso di titoli sia sottoscritto dai residenti, e che essi stessi saranno chiamati al pagamento della maggiore tassazione, non si determineranno effetti redistributivi: i soggetti che percepiranno una maggiore “rendita” saranno i medesimi colpiti dalla tassazione aggiuntiva, “necessaria” a mantenere invariati i saldi di bilancio. Introiti ed esborsi non sono altro che una partita di giro per i medesimi soggetti. Effetti redistributivi, invece, si manifesteranno in un’economia chiusa se una parte dei cittadini, chiamata a sopportare i nuovi oneri della tassazione, non sia detentrice di titoli pubblici. In tal caso essa non percepirà la nuova rendita ma sarà oggetto, tramite la tassazione, di un decremento del reddito disponibile. Effetti ancor più interessanti si determinano ove, rimuovendo l’assunzione di totale sottoscrizione domestica, si analizzano gli effetti degli acquisti e della detenzione di titoli da parte di operatori esteri, quelli che, istituzionalmente o meno, si caratterizzano per una diversificazione internazionale del proprio portafoglio. Nel loro caso l’incremento del tasso nazionale, e dunque dello spread rispetto al paese benchmark, può essere significativo in relazione sia al flusso di nuovi acquisti sia allo stock di titoli detenuti. In definitiva il passaggio del debito dalla responsabilità del sovrano o dello stato a quella del cittadino ha implicazioni rilevanti sulla ripartizione di reddito e di ricchezza.

Nella logica che l’unico garante rimasto sia il cittadino, e che i debiti pubblici restino, tuttavia, nazionali, alcune decisioni apparentemente incomprensibili, e comunque quanto meno premature, possono essere meglio comprese. La prima riguarda l’intervento operato recentemente dallo stato in favore delle banche, che rischiavano il default a causa del peso dell’investimento in titoli del debito pubblico. La situazione sembrava precipitare perché i cittadini non sembravano garantire sufficientemente il pagamento dei debiti del loro stato. Quindi toccava al garante venire in soccorso di chi pareva subirne le conseguenze. Il contabile-stato, quindi, decretava aiuti per le banche e nuove imposte per i cittadini. Siccome, però, le banche sofferenti non erano di proprietà dei cittadini dello stato il cui debito minacciava di cadere in sofferenza e i prestiti non erano stati tutti acquistati dai cittadini dello stato di appartenenza, la manovra doveva essere più articolata: oltre alle redistribuzione “da Main Street a Wall Street” era necessario assicurare gli operatori esterni alle partite di giro nazionali. Da qui un incremento dei tassi nazionali rispetto al benchmark internazionale, ovvero il famigerato  spread, che può essere inteso non tanto come misuratore del diverso compenso per l’investitore che intende rischiare di più in rapporto ai rischi di un’economia più debole, ma come una sorta di compensazione che spetta a chi, straniero, assume l’obbligo di garanzia del cittadino di un altro paese.[7] Per altro lo straniero non soffrirebbe delle partite di giro connesse all’incremento della tassazione ma solo delle perdite in conto capitale, causate dall’incremento dei nuovi tassi di interesse, dello stock di titoli in precedenza accumulati.

La diversa interpretazione dello spread non è trascurabile, né approssimativa: mentre il rischio di un bilancio statale deficitario può, in un’era di pareggio costituzionale del bilancio, anche essere addossato al cittadino garante del prestito, che non paga tutte le imposte che “dovrebbe”, il rischio che lo stato non paghi il debito, anche se il cittadino paga tutte le imposte che deve, appartiene al contabile, cioè allo stato che non ha calcolato “bene” l’entità del peso impositivo da distribuire tra i cittadini. L’incremento dello spread e della sottoscrizione esterna rimane, quindi, un meccanismo, nell’ossessione del pareggio del disavanzo pubblico, doppiamente vessatorio: per i cittadini residenti che non detengono titoli la partita di giro interna è a duplice saldo negativo –introiti da cedola nulli ma tassazione negativa- sia rispetto ai detentori nazionali di titoli sia rispetto a quelli esteri. Nell’era dell’insania del bilancio in pareggio il debito è dunque divenuto dei cittadini. in virtù della tassazione del loro reddito si attua, oltre al già circuito da Main Street-Wall Street, una seconda gigantesca redistribuzione di reddito a favore dei detentori nazionali ed esteri di titoli di stato.

 

[1] Gli autori ringraziano un anonimo lettore della rivista per i suoi serrati commenti su molti dei contenuti e per averli stimolati a riflessioni aggiuntive, pur non avendo sovente seguito i suoi consigli. [2] Si veda, ad esempio, G. Felloni, ‘Ricchezza privata, credito e banche: Genova e Venezia nei sec. XII-XIV’, in Genova, Venezia, il Levante nei secoli XII-XIV. Atti del convegno internazionale di studi. Genova-Venezia, 10-14 marzo 2000, a cura di Gherardo Ortalli – Dino Puncuh, Genova, 2001. [3] C. P. Kindlberger, A Financial History of Western, Second Edition, Oxford University Press USA, 1993. [4] J. M. Keynes, Essays in Persuasion, New York: W.W.Norton & Co., 1963. [5] A. Graziani, The Monetary Theory of Production, Cambridge University Press, UK 2003. [6] Le considerazioni che seguono muovono dall’assunzione che, in un contesto come quello italiano attuale, allo stato sia imposto un vincolo di bilancio, temporale o intertemporale, in base al quale ogni incremento dal lato delle uscite, anche quelle relative al pagamento degli oneri finanziari, deve essere coperto con tassazione. Ciò, di conseguenza, esclude la possibilità di un finanziamento tramite creazione di base monetaria, così come nell’Unione Monetaria Europea, caratterizzata da assenza di signoraggio nazionale. [7] INTERNATIONAL MONETARY FUND, Global Financial Stability Report, Grapping with Crisis Legacies, September 2011.

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I due debiti gemelli dell’Eurozona

Pubblicato il 16 Ottobre 2012 da admin

A seguito della crisi finanziaria del 2007, i paesi dell’Eurozona hanno teso a separarsi in due grossi blocchi a seconda della loro capacità di rispettare i vincoli comunitari dei parametri relativi al disavanzo e al debito pubblico.

L’opinione prevalente, e in primo luogo quella delle istituzioni comunitarie, ha teso, in base a un discutibile criterio di causalità, a mettere in relazione fragilità nazionali e dissipatezza delle finanze pubbliche e a individuare il fiscal retrenchment quale condizione necessaria per il ripristino della credibilità nazionale e della sopravvivenza della valuta unica.

Man mano che la crisi si acutizzava, un più rilevante elemento di squilibrio si evidenziava: un’external imbalance, ovvero la presenza, e in taluni casi la compresenza, di deficit delle partite correnti e di deflusso dei capitali a breve termine. Si tratta di uno squilibrio decisivo che merita un’attenta valutazione, ma che, dalla governance europea è stato celermente assorbito nell’interpretazione consueta, in ragione delle relazioni che si presume esistano tra external imbalance e fiscal imbalance. Una sintesi lucida di questo approccio è contenuta nell’ultimo Rapporto dello European Economy Advisory Group (EEAG 2012): un incremento del disavanzo e del debito pubblico agisce negativamente su entrambe le componenti della bilancia dei pagamenti, aumentando il livello di importazioni di beni e minando la credibilità dei titoli pubblici. La crisi dei paesi fragili dell’Eurozona è dunque la crisi di due debiti gemelli, quello interno e quello estero, che devono essere ridimensionati tramite manovre simultanee di fiscal retrenchment, di contenimento dei salari e di riforma del mercato del lavoro (Kumhof e Laxton 2009; Sinn e Wollmershauser 2011).

Ma il ruolo degli squilibri esterni può essere analizzato in un contesto diverso e meno convenzionale (Alessandrini et al.2012; Cesaratto 2012, De Grauwe 2011, De Grauwe e Yuemey 2012; Gros 2012), evidenziando come le relazioni commerciali europee, sin dalla nascita dell’area dell’Euro, sono state caratterizzate da scompensi crescenti e persistenti (Berger e Nitsch, 2010). In particolare tali squilibri si sono manifestati in maniera eterogenea: i paesi periferici hanno aggravato disavanzi già esistenti alla nascita dell’Euro; un secondo gruppo, Italia, Francia e Belgio, hanno visto convertire avanzi contenuti in saldi negativi; un terzo gruppo, infine, ha progressivamente incrementato i propri surplus (Deutsche Bundesbank 2010). Secondo questo approccio, dunque, l’andamento delle partite correnti gioca un ruolo rilevante, poiché la zona Euro è stata edificata su di un equilibrio precario sorretto da afflussi di capitale a breve termine, difficili da mantenere dopo lo scoppio della crisi finanziaria, ma privo di meccanismi compensativi delle variazioni strutturali del tasso di cambio reale. Infatti, a seguito della propagazione in Europa della recessione, i mercati finanziari si sono rivelati del tutto indisponibili a finanziare la crescita del debito nazionale, pubblico o privato, nonostante la crescita dei rendimenti all’emissione.

Secondo una tale ricostruzione, dunque, la crisi dell’Euro nasce da profondi squilibri reali, quelli degli scambi commerciali, e dall’andamento dei flussi di capitale; l’imbalance interna del settore pubblico è da considerarsi più l’effetto che la causa.  Quel che è più grave è che, una volta che l’interazione tra squilibri si innesca, la spirale si trasforma in un processo che si autoalimenta (De Grauwe, 2012): gli squilibri reali esterni, che in definitiva sintetizzano la capacità di uno stato di ripagare il proprio debito, innescando incrementi degli spread sui titoli del debito pubblico, che, a loro volta, incentivano un’ulteriore fuoriuscita di capitali (Gros 2011). In questo contesto il contenimento del disavanzo pubblico e dei salari, e cioè “il vecchio vino in nuove bottiglie” (Fratzcher 2011), costituisce un ulteriore elemento di instabilità, deprimendo la domanda interna, la capacità di ripagare il debito e indebolire, a lungo andare, la stessa prosperità dei paesi in surplus. Meccanismi di riequilibrio delle inadeguatezze su cui l’Euro è sorto paiono, secondo alcuni (De Grauwe 2008), ovviabili solo con un potenziamento politico-federale dell’Unione Europea, riproponendo, con un percorso diverso ma con argomentazioni non dissimili, le analisi di chi considera statuto democratico, sovranità nazionale e globalizzazione finanziaria un “trilemma incompatibile” (Rodrik 2011).

Una maggiore attenzione, da parte del filone alternativo alle ricostruzioni ufficiali, dovrebbe, tuttavia, essere prestata alle modalità di comportamento dei flussi di capitali a breve termine e alle relazioni con l’andamento dei tassi di interesse nazionali. A voler essere sintetici è come se i paesi fragili dell’area Euro ereditassero molte delle caratteristiche dei paesi coinvolti, alla fine del decennio scorso, nella Crisi Asiatica (Calvo 1998; Cole e Kehoe 1998). E’ da ricordare che allora la crescita del disavanzo delle partite correnti dei paesi interessati innescò il sudden stop dei prestiti in valuta estera a breve termine (Becker e Noone 2008) e un disavanzo del conto capitale della bilancia dei pagamenti (Forbes e Warnock 2012). Si tratta di un fenomeno oramai consolidato nell’economia europea (Merler e Pisany-Ferry 2012) e che potrebbe essere etichettato come una “Curva di Laffer dei Rendimenti Rischiosi”: l’incremento dei tassi di interesse nazionali per incentivare l’afflusso di capitali che bilancino i disavanzi delle partite correnti, producono, secondo un perverso paradosso, una maggiore fuoriuscita di capitali (Pakko 1999).

I maggiori tassi di interesse, in questo caso, non rappresentano un segnale di maggiore rendimento del portafoglio dell’investitore, quanto un indicatore di maggiore rischiosità del paese emittente e, dunque, la loro evoluzione sfugge a qualunque considerazione relativa al mercato dei titoli in quanto tale.

Se tali meccanismi sono trascurati è possibile delineare traiettorie che innescano spirali di instabilità tendenzialmente esplosive (Canale e Marani 2012). Immaginiamo, ad esempio, che uno shock negativo della domanda aggregata necessiti di politiche fiscali di stabilizzazione, ma che i mercati finanziari internazionali chiedano, in condizioni di elevati disavanzi delle partite correnti, per finanziare il deficit aggiuntivo tassi d’interesse più elevati di quelli che uno stato può sopportare quando è costretto ad utilizzare la politica fiscale come strumento di stabilizzazione”. In questo caso non è possibile individuare un livello di equilibrio del disavanzo pubblico: esso si autoalimenta per il livello dei tassi richiesti al collocamento dei titoli.

L’esercizio analitico, sia pur astratto, indica quanto sia sterile e semplicistico soffermarsi sull’evoluzione della politica fiscale tralasciando di considerare la connessione tra andamento delle partite correnti, movimenti di capitale e tassi di interesse.

I tempi cambiano, e non in meglio. Sino alla crisi finanziaria del 2008 l’adesione all’Unione Monetaria era fonte di garanzia per gli squilibri delle partite correnti e per il rimborso del debito. La crisi, paradossalmente, ripropone il principio di responsabilità nazionale e della loro adeguatezza rispetto all’incremento dei tassi di interesse e del deflusso di capitali. L’unione Monetaria si nazionalizza proprio nella fase in cui avrebbe avuto più bisogno di politiche “federali”. L’esito di tale inviluppo è un mix di politiche, fiscal retrenchment e internal real devaluation, tanto potenzialmente recessivo sulla domanda interna e sulla capacità di ripagare il debito, quanto incapace di affrontare il vero nodo dell’Unione Monetaria come fin qui concepita: l’external imbalance dei disavanzi correnti e dei flussi volatili di capitali.

La fragilità di alcuni paesi e le asimmetrie all’interno dell’UME derivano dunque dal fatto che la crisi dell’Eurozona non è stata identificata come crisi delle relazioni commerciali e finanziarie. Gli shock derivanti dalla crisi si sono trasmessi ai paesi attraverso i bilanci delle banche (Irlanda e Spagna) e attraverso gli effetti reali sulla domanda aggregata (Italia e Grecia). I mercati finanziari a fronte di una presunta incapacità di onorare i debiti contratti hanno spostato i loro capitali all’estero determinando un continuo e sempre crescente innalzamento dei tassi d’interesse. In un normale sistema a cambi fissi questa situazione sarebbe stata sostenibile fino a quando la necessità di mantenere il pareggio dei conti con l’estero (attraverso tassi più alti) non avesse determinato un costo sull’equilibrio interno troppo elevato.

La crisi dello SME del 1992 ha impartito ben pochi insegnamenti. Nella situazione attuale, l’impossibilità di agire con strumenti di politica monetaria per porre fine alla fuga di capitali costringe i paesi in difficoltà a effettuare restrizioni fiscali. E la spirale viziosa è l’unico risultato probabile.

ALESSANDRINI P., FRATIANNI M, HUGHES HALLETT A. and PRESBITERO A.F., 2012, EXTERNAL IMBALANCES AND FINANCIAL FRAGILITY IN THE EURO AREA, MoFIR WORKING PAPER N°2012
BECKER C. and NOONE C., 2008, VOLATILITY AND PERSISTENCE OF CAPITAL FLOWS, BIS PAPERS N°42
BERGER, NITSCH, 2010, THE EURO’s EFFECT ON TRADE IMBALASNCES, IMF Working Papers n°226
CALVO G.A., 1998, CAPITAL FLOWS AND CAPITAL-MARKET CRISES: THE SIMPLE ECONOMICS OF SUDDEN STOPS, JOURNAL OF APPLIED ECONOMICS, VOL.1, N°1
Canale e Marani ,2012, Current account and fiscal imbalances in the Euro-area: Siamese twins in an asymmetrical currency union, (in corso di pubblicazione).
CESARATTO S., 2012, CONTROVERSIAL AND NOVEL FEATURES OF THE EUROZONE CRISIS AS A BALANCE OF PAYMENTS CRISIS, Quaderni del Dipartimento di Economia e Statistica, Università di Siena  N°640
COLE H.L. and KEHOE T.J., 1998, SELF-FULFILLING DEBT CRISES, FEDERAL RESEARCH BANK OF MINNEAPOLIS RESEARCH DEPARTMENT STAFF REPORT 211
De Grauwe P. ,2008, The Euro at ten: achievements and challenges, Empirica
DE GRAUWE P., 2011, MANAGING A FRAGILE EUROZONE, CESIFO FORUM 2/2011
DE GRAUWE P. and YUEMEI J., 2012, SELF-FULFILLING CRISES IN THE EUROZONE: AN EMPIRICAL TEST, CESIFO WORKING PAPERS N°3821.
DEUTSCHE BUNDESBANK, JULY 2010, ON THE PROBLEMS OF MACROECONOMIC
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GROS D., 2012, MACROECONOMIC IMBALANCES IN THE EURO AREA: SYMPTOM OR CAUSE OF THE CRISIS?, CEPS POLICY BRIEF, APRIL N°266
KUMHOF M. and LAXTON D., 2009, FISCAL DEFICITS AND CURRENT ACCOUNT DEFICITS, IMF WORKING PAPER N°237
MERLER S. and PISANI-FERRY J., 2012, SUDDEN STOPS IN THE EURO AREA, BRUEGEL POLICY CONTRIBUTION MARCH 2012/06.
PAKKO M.R., 2000, DO HIGH INTEREST RATES STEM CAPITAL FLOWS?, ECONOMIC LETTERS N°67
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Punizione, pagamento, prevenzione. La Grecia di oggi come la Germania di ieri

Pubblicato il 01 Marzo 2012 da admin

La storia di frequente propone ricorsi paradossalmente speculari alle modalità con le quali gli avvenimenti si sono inizialmente presentati. E’ il caso della Germania che si presenta oggi in Europa, nella gestione della crisi del debito sovrano greco e nei preliminari dei nuovi accordi comunitari sulle politiche fiscali, in un ruolo del tutto antitetico a quanto era successo, in ben altro momento, all’indomani della Prima Guerra Mondiale. Il paragone storico sembrerà irriverente; le implicazioni economiche probabilmente no.
Il ventotto giugno del 1919 la delegazione tedesca alla Conferenza di Parigi, guidata dal ministro degli Esteri Brockdorff-Rantzau è chiamata, nel Salone degli Specchi della reggia di Versailles, a firmare il Trattato di Pace con Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. E’ l’atto finale, tragico, che sancisce un trattamento della nazione sconfitta assai più severo di quanto la delegazione tedesca, confinata all’Hotel des Rèservoirs di Versailles, possa immaginare: il bacino della Saar, la Polonia, la Slesia, ovvero il tredici per cento del territorio, il dieci per cento della popolazione e oltre centoventi miliardi di dollari di riparazioni (MacMillan, 2003).
E’ la logica conclusione di un approccio, quello del primo ministro francese Clemenceau di fatto subito da Lloyd George e da Woodrow Wilson, che poggia su due assunti basilari: la Germania va considerata la responsabile unica del conflitto bellico; il Trattato di Pace deve, di conseguenza, caratterizzarsi per i principi di “Punizione-Pagamento-Prevenzione”(d’ora in avanti PPP; Trachtenberg, 1982).
Il principio della responsabilità unica della Germania, da cui discende il rigore delle sanzioni è l’aspetto più criticato dalla società tedesca, anche da quella meno benevola nei confronti del militarismo prussiano. Max Weber afferma: “Noi non neghiamo la responsabilità di coloro che erano al potere prima e durante la guerra; crediamo però che tutte le grandi potenze d’Europa coinvolte nel conflitto siano colpevoli” (Luckau, 1971). Il modello PPP prevale su quello della responsabilità collettiva.
Pochi giorni prima della stipula del Trattato e dopo le sue dimissioni dalla delegazione britannica, Keynes scrive a Lloyd George esprimendo, ancora una volta, tutto il suo dissenso per i contenuti degli accordi: “…ho continuato a sperare che trovaste il modo di fare del Trattato un documento giusto e conveniente. Ma ora è troppo tardi, evidentemente. La battaglia è perduta.” (Skidelsky,1992 e 1994).
E questa insoddisfazione costituirà il retroterra delle memorabili pagine de Le Conseguenze Economiche della Pace e delle meno conosciute, ma forse più importanti, valutazioni, nel biennio che segue la Pace di Parigi, sulle relazioni monetarie internazionali.
Keynes partecipa a numerosi incontri informali di esperti finanziari, molti dei quali presenti nelle delegazioni nazionali a Parigi, che s’incontrano ad Amsterdam, dapprima il tredici e il quattordici ottobre, successivamente il due e tre novembre e, infine, il venti e ventuno dicembre dello stesso anno a Cambridge (Markwell, 2006).
In queste circostanze Keynes è libero di enfatizzare concetti del tutto radicali: l’interesse comune a evitare, per l’economia europea, una bancarotta della Germania; l’occasione persa, a Parigi, di discutere la possibilità della creazione di una valuta internazionale per gli scambi commerciali; la necessità dell’emissione di titoli pubblici da parte dei paesi sconfitti, garantiti dalle potenze vincitrici, e la possibilità, per gli emittenti, di stabilire autonomamente l’utilizzo dei fondi; il pericolo che l’estendersi di posizioni à la Clemenceau faccia sistematicamente prevalere cinismo e realismo sulla ‘moral solidarity’ e, dunque, sulla ‘economic solidarity’.
La ricostruzione, sia pur sintetica e schematica, di questa fase cruciale della storia europea aiuta a riconsiderare alcuni tratti delle relazioni finanziarie statuali che, paradossalmente, si ripropongono, a distanza di circa un secolo. Ci riferiamo alle modalità con cui è affrontata oggi la crisi del debito sovrano in Europa, e, in particolare, quella della Grecia: l’attribuzione univoca delle responsabilità a un paese terzo, la mancata considerazione dell’economia “altra” come parte del proprio sviluppo futuro, la certezza indubitabile delle ricette proposte, l’incapacità di riflettere su posizioni più problematiche solo perché ritenute eterodosse. Modalità che la Germania era stata costretta a subire all’inizio del secolo scorso e che la società e la politica economica tedesca, solo semplicisticamente riconducibile alle opinioni della Cancelliera Merkel, esprime per una risoluzione della crisi europea, basata sui principi, così come a Versailles, di PPP (Engelen, 2010).
A monte di tali certezze si riscontra l’incapacità di un’interpretazione articolata e non manichea delle responsabilità che, come nel caso della Grecia, rimandino non solo a fattori interni, ma anche alle contraddizioni implicite di un’area monetaria, quella europea, che determina variazioni implicite dei tassi di cambio reale al proprio interno, senza meccanismi endogeni di riequilibrio fiscale o di oneri espansivi per i paesi in surplus, ancorandosi pervicacemente a riforme del mercato del lavoro, a retrenchment fiscali e a deregolamentazioni interne per aumentare, magicamente, crescita e competitività nazionale (The Economist, 2011).
Ancora: nel modello tedesco di attribuzione delle responsabilità i fattori globali sono del tutto secondari. Ci si limita a sporadiche valutazioni negative degli effetti destabilizzanti della vendita allo scoperto di Credit Default Swap, i Naked CDS, sui titoli del debito pubblico senza alcun cenno al ruolo delle banche internazionali. Di certo non alla Goldman Sachs che, per circa quindici anni, ha creato Currency Swaps in dollari e yen per consentire il finanziamento del settore pubblico greco a lungo termine (Frangakis, 2011). E nemmeno alla circostanza che, con il peggiorare della situazione ellenica, JP Morgan, Goldman Sachs e altre banche di affari hanno sostenuto la creazione da parte della Markit Group di Londra, di un nuovo indice, l’iTraxx SovX Europe, costituito dai Sovereign CDS più scambiati, inclusi quelli sui titoli greci. Ciò ha consentito alla stessa Goldman Sachs di speculare sul possibile default del suo ex cliente, aumentando, peraltro, il costo del rifinanziamento di Atene del debito pubblico.
Il PPP trova la sua espressione accademica più esplicita e meno diplomatica nelle posizioni di Sinn, di certo uno degli economisti più ascoltati dalla Cancelliera tedesca. Questi i suoi realistici “comandamenti” per salvare l’Eurozona: “..ulteriori acquisti di titoli di stato da parte della Banca Centrale Europea vanno proibiti…Il credito della Bundesbank ai paesi GIPS non deve incrementare..Se un paese non onora il proprio debito nei due anni successivi, deve essere avviata una procedura d’insolvenza…” (Sinn 2011).
Il “modello Clemenceau” rivive, ed è sintomatico che a rilanciarlo siano proprio quel paese e quella società che, un secolo addietro, ebbe a soffrirne per cinismo, iniquità, depauperamento e disgregazione sociale. Modalità analoghe di “aggiustamento” si ritrovano oggi in Grecia, impegnata, dal febbraio del 2010 in poi, in una drammatica sequela di pacchetti di austerità che minano convivenza e speranza (Wikipedia, 2012). Il ricorso della storia rende la vittima di ieri il carnefice di oggi.
Così come allora le sanzioni e le riparazioni richieste dagli Alleati alla Germania avevano possibilità nulle di essere onorate, oggi le manovre di consolidamento richieste dalla Germania, dalla Banca Centrale Europea e dalla Commissione hanno le medesime chance di innescare crescita della produzione e dell’occupazione e di rappresentare il paradigma di risoluzione della crisi. La politica economica europea è, in questa crisi, alla ricerca di certezze; dunque, il “modello PPP” ne assicura molte di più di quelle derivanti da una ricerca coraggiosa delle responsabilità collettive. Clemenceau è molto più tranquillizzante di Keynes.
E, oggi dopo il travagliato salvataggio europeo dal default della Grecia, le decisioni di commissariamento dei partiti politici e dei ministeri ellenici evocano (Il Sole 24 Ore, 2012), con i necessari aggiornamenti della storia, l’occupazione francese della Ruhr.

* Ordinario di Economia Politica nell’Università di Napoli “Federico II”. Dal febbraio 2012 membro della redazione di eep.

Bibliografia
K.C. Engelen, 2010, Death of the (German) Euro, The International Economy, Spring.
M. Frangakis, 2011, The Public Debt Crisis, 2011, Nicos Poulantzas.
Il Sole 24 Ore, 2012, Se uno stato non è più sovrano, 22 Febbraio.
Luckau A., 1971, The German Delegation at the Paris Conference, New York.
M. MacMillan, Peacemakers Six Months That Changed the World, John Murray Publishers, 2003.
D. Markwell, John Maynard Keynes and the International Relations, Economic Paths to War and Peace, Oxford University Press, 2006.
H.W. Sinn, How to Rescue the Euro: Ten Commandments, CESifo Forum 4/2011.
R. Skidelsky, 1992, John Maynard Keynes: Hopes Betrayed 1883-1920, Papermac.
R. Skidelsky, 1994, John Maynard Keynes: The Economist as Saviour 1920-1936. Papermac.
The Economist, 2011, The Euro Crisis One Problem, Two Visions, Part I and II, December 2nd.
M. Trachtenberg, 1982, Versailles after sixty years. Wikipedia, 2012, Greek Government Debt Crisis.

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I luoghi comuni del “Piano per il Sud”

Pubblicato il 11 Marzo 2011 da admin

La matassa delle problematiche del Mezzogiorno, dal costituirsi dell’Unità d’Italia in poi, si dipana secondo dinamiche poco lineari che, solo riduttivamente, possono essere ricondotte alle certezze del determinismo storiografico o economicistico. L’alternarsi delle fasi di divergenza e di convergenza tra le due macro-regioni del paese s’interseca con quei momenti in cui la “questione meridionale” non assume solo priorità rituale nella gerarchia della politica economica nazionale ma diviene, nei fatti, un obiettivo realmente perseguito dalle classi dirigenti nazionali.

La mancata considerazione dei (fugaci) periodi di “politica meridionalistica-convergenza territoriale” costituirebbe una scorretta rimozione poiché eliminerebbe dall’analisi quei fattori di successo che, seppur sporadicamente, hanno costituito pre-condizioni o fattori di attenuazione del mancato sviluppo delle regioni del Mezzogiorno.

L’individuazione dei mix virtuosi di quei brevi scorci temporali necessita, anzitutto, di un definitivo superamento dei luoghi comuni che hanno minato, soprattutto sul piano interpretativo, l’efficacia e la prosecuzione di politiche economiche di stampo meridionalistico.

Una sintesi esaustiva di simili banalità è esemplarmente contenuta nel recente documento del Governo sul cosiddetto “Piano nazionale per il Sud” (Governo italiano, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2011).

E da tali luoghi comuni solo pochi studiosi riescono, purtroppo, a sottrarsi (Giannola, 2011; Viesti,2009).

La prima, la più macroscopica di queste convenzioni, riguarda l’ammontare e l’inefficiente utilizzo dei fondi che sono stati destinati alle regioni meridionali.

Il sillogismo, nella sua essenza, è coniugato con solenne quanto superficiale enfasi: poiché l’ammontare di risorse destinato al Sud è stato smisurato, ma l’utilizzo concreto dei fondi non è mai esitato in una reale inversione di tendenza, tale da innescare un continuativo processo di convergenza delle regioni meridionali al resto del paese, segue che il ridimensionamento delle risorse impegnate a tal fine non avrà, per definizione, effetti di collasso sulle regioni in ritardo.

E’ ovvio che si tratta di un sillogismo solo apparentemente ineccepibile da punto di vista strettamente logico, poiché dalla prima affermazione potrebbe discendere, come conseguenza,  l’analisi delle cause della presunta inefficienza; ma il sillogismo, come tale, si è tramandato nel corso degli ultimi decenni, spesso confortato, a posteriori, da presunte indagini economiche “neutrali” le quali associavano, come per incanto, spesa pubblica a spreco. Non che così spesso non fosse: l’economia politica del terremoto è troppo recente per non essere ricordata nella sua essenza di keynesismo politicizzato e criminale. Ma la generalizzazione, si sa, non è foriera di comprensione e finisce, secondo manicheismo, coll’omologare, ad esempio, comunità montane in riva al mare e grandi opere infrastrutturali.

Il secondo macroscopico luogo comune riguarda l’applicabilità al meridione di un modello autopropulsivo di sviluppo endogeno locale, mutuato e scopiazzato dalle esperienze delle regioni centrali di distretti industriali di piccole imprese.

Il ragionamento, particolarmente in voga nel corso degli anni Novanta, si articolava per una serie apparentemente concatenata di affermazioni tanto indimostrate quanto esplicitate con sicumera: poiché il modello “Cassa per il Mezzogiorno” ha prodotto mega-infrastrutture inutili e costose e poiché la grande impresa a partecipazione statale si è rivelata inefficiente, deficitaria e responsabile della creazione di “cattedrali nel deserto”, tanto vale ridimensionare gli impegni a favore della piccola impresa indigena, portatrice delle competenze e dei bisogni del territorio. D’altro canto, aggiungeva la tesi in questione, il modello della grande impresa era sempre meno aderente al ruolo dei paesi europei occidentali nel contesto della nuova divisione internazionale del lavoro, che si caratterizzava per un peso crescente di finanza, terziario avanzato e di information technology ad Ovest e per manifattura standardizzata nel medio e nel lontano oriente. “Piccolo è bello” era lo slogan entusiasta del nuovo paradigma delle scienze sociali, convinto che ogni territorio e ogni comunità presentasse potenzialità proprie di crescita, sacrificate dalla dipendenza dalla manifattura proveniente da fuori il Mezzogiorno (Donzelli e Cersosimo, 2000).

Che poi, nel frattempo, tutte le poche indagini fuori dal coro ci avvertissero del contrario era del tutto irrilevante.

Nel Mezzogiorno, nel frattempo, al grido di “meno Stato e più mercato” e di una ritrovata centralità dello sviluppo locale, la cui estensione ondeggiava dalla piccola impresa artigianale alla sagra del fungo porcino, sino alla moltiplicazione di aree industriali inutili per ciascun campanile, si smantellava la grande impresa manifatturiera meridionale.

E il terzo luogo comune, quello più esplicito e liquidatorio, è il più recente, ovvero la rivendicazione della cosiddetta “questione settentrionale”.

Proporre l’esistenza di una questione primaria per le regioni del nord del paese non indica solo liquidare il meridionalismo come visione dualistica dello sviluppo economico e sociale del paese, ma indica qualcosa in più: il rallentamento della crescita del tessuto produttivo e imprenditoriale settentrionale, unitamente allo sfascio della finanza pubblica del paese, come conseguenza dell’aver pervicacemente tentato di far convergere le regioni meridionali al resto del paese. Quando una simile miraggio si sarà diradato allora le regioni settentrionali riprenderanno a crescere e la finanza pubblica registrerà meno propensione al disavanzo (Ricolfi, 2010).

Ovviamente gli osservatori esperti della struttura produttiva italiana sanno con dovizia di argomentazioni che la crisi dell’economia del centro-nord poco ha a che fare con i presunti sperperi pubblici del Mezzogiorno, che oramai da tempo il flusso della spesa statale in conto capitale è strutturalmente indirizzata verso le regioni del nord e che il ristagno industriale dei territori storicamente dinamici è conseguenza dell’assenza di politiche industriali nazionali e del mancato adeguamento di competitività alle rigide regole dell’Unione Monetaria Europea (Gallino, 2003).

Del tutto diversa appariva agli occhi di quei pochi meridionalisti che hanno avuto la ventura di guidare la politica economica del paese la connessione tra le due macro-aree dell’Italia.

Ciò è avvenuto per periodi ristretti, mai più dalla fine degli anni Settanta in poi, immediatamente prima e subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. In quella fortunata e irripetibile fase la strumentazione fu diversa e agì su più fronti: dapprima la nascita di un polo manifatturiero a partecipazione statale a seguito dei fallimenti bancari successivi alla Grande Crisi, successivamente la politica delle grandi infrastrutture e infine l’incentivazione all’ingresso di imprese del Centro-Nord nelle regioni meridionali (Graziani, 2000).

Si trattava di policy diverse, ma tutte accomunate dalla convinzione che era il meridione a palesare le potenzialità e le contraddittorietà dell’accumulazione in Italia, senza superficiali contrapposizioni tra “questione settentrionale” e “questione meridionale”.

Il Mezzogiorno, era questa l’interpretazione realmente eterodossa, anticipava, con le sue contraddizioni, i limiti del paese: dunque intervenire non rispondeva ad alcun afflato caritatevole. Il meridione, solo fenomenicamente, si poneva come un caso di mancato sviluppo; a un’analisi più approfondita si palesava come la cartina di tornasole per il conseguimento di una crescita bilanciata della nostra economia (Saraceno 1986 e Saraceno 1992).

La nobiltà intellettuale e il fervore sociale di un simile approccio sono, oramai, oggetto di un dibattito appetibile per la storiografia ma impensabile per il conformismo dell’Italia di oggi. Ma il ruolo “anticipatorio” del Mezzogiorno rimane, seppur in negativo: catalogato a peso nazionale e a fonte della nascita di un’inverosimile questione settentrionale, il Sud si limita a scandire il Medio Evo prossimo venturo della società italiana (Ires Campania, 2010).

Un futuro di elevata disoccupazione giovanile, di precarietà diffusa, di retrocessione a potenza manifatturiera di secondo livello, di un settore pubblico avvitato in un circolo vizioso di alimentazione di spese di sussistenza delle quali ci si lamenterà e ci si allarmerà sempre più.

Ammettere in futuro l’esistenza di una simile connessione sarà, probabilmente, una magra consolazione.

*Ordinario nell’Università di Napoli “Federico II” e Presidente Ires Campania

Bibliografia
Cersosimo D. e Donzelli C., 2000, Mezzo giorno. Realtà, rappresentazioni e tendenze del cambiamento meridionale. Donzelli Editore.
IRES Campania, 2010, Per un documento sul Mezzogiorno.
Gallino L., 2003, La scomparsa dell’Italia industriale, Einaudi.
Governo Italiano, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2011, Piano Nazionale per il Sud. Le priorità per la strategia di ripresa e sviluppo del Mezzogiorno.
Graziani A., 2000, Lo sviluppo dell’economia italiana. Dalla ricostruzione alla moneta europea, Boringhieri.
Giannola A., 2011, Il Mezzogiorno nell’economia italiana. Nord e Sud a 150 anni dall’Unità
Ricolfi L., 2010, Il sacco del Nord. Saggio sulla giustizia territoriale, Guerini e Associati.
Saraceno P. (1986), Il nuovo meridionalismo, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli.
Saraceno P. (1992), Studi sulla Questione Meridionale: 1965-1975, Collana SVIMEZ, il Mulino.
Viesti G., 2009, Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è”, Laterza.

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