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Il redde rationem dell’Europa

Pubblicato il 21 Luglio 2011 da admin

1. Le giornate nere del debito

L’accelerazione della crisi europea è impressionante. Ce lo aspettavamo. L’assenza di politiche europee credibili nei riguardi della crisi dei piccoli paesi periferici ha alla fine generato quello che qualunque persona intelligente poteva prevedere: il contagio a Spagna e Italia. L’aumento dei tassi di interesse sui titoli di questi paesi avvicina la loro situazione a quella in cui caddero i piccoli birilli da biliardo lo scorso anno. Spagna e Italia sono però birilli da bowling. L’accelerazione nell’approvazione della manovra ma, soprattutto, le voci di un intervento della BCE a sostegno dei titoli italiani ha evitato martedì 12 l’irreparabile. Pur tuttavia il differenziale di interesse con i titoli tedeschi ha raggiunto un livello incompatibile con la sostenibilità nel lungo periodo del debito italiano. Ovvero se lo stock del debito italiano dovesse essere progressivamente rifinanziato a tassi così elevati, esso comincerebbe a crescere in maniera insostenibile per il mero pagamento degli interessi, a meno di imponenti avanzi primari del bilancio pubblico che a loro volta genererebbero recessione in una spirale senza fine. Siamo vicini alla situazione in cui si trovarono i piccoli periferici un anno fa, e da cui non sono in grado di uscire. Come insegnano le esperienze di questi ultimi, infatti, feroci manovre di aggiustamento dei conti accelerano la crisi debitoria. I mercati lo sanno. Martedì sera l’agenzia di rating Moody’s ha, infatti, ridotto anche i titoli del debito pubblico irlandese a spazzatura. Che fare allora?

2. Gli Eurobonds

Come abbiamo avuto già modo di dire, la crisi europea ha un aspetto contingente e uno di fondo. Non sorprendentemente le questioni di fondo, che sono poi quelle che hanno portato alla crisi attuale, sono quelle più complicate poiché hanno a che fare con l’architettura dell’Unione Monetaria Europea. Fronteggiare la crisi di solvibilità[1] del debito dei piccoli paesi periferici e impedire la caduta nel’insolvenza ai grandi periferici richiederebbe solo un po’ di coraggio e lungimiranza. Com’è noto la proposta da molti condivisa, da Tremonti-Junker ad Giuliano Amato, Soros e tanti altri) è quella degli Eurobonds. L’idea è che una quota del debito pubblico degli stati nazionali venga trasferito a un ente europeo, per esempio la Banca Europei degli Investimenti (BEI). Tale quota la si individua in un ammontare di debito pari al 60% del PIL. Il debito italiano, per esempio, è il 120% del PIL. Metà andrebbe alla BEI, metà rimarrebbe nazionale. La parte trasferita potrebbe essere da subito rinominata in Eurobonds, ovvero man mano che i titoli nazionali trasferiti scadono, essere sostituiti con emissione di titoli europei.  Attenzione, ciascun paese continuerebbe a farsi carico del servizio del debito, cioè degli interessi. Il vantaggio è che la garanzia europea sulla parte trasferita farebbe abbassare i relativi tassi al livello dei Bund tedeschi. Ma anche sulla parte restata nazionale i tassi diminuirebbero in seguito alla riguadagnata situazione di solvibilità dei paesi. Poiché una quota cospicua del debito pubblico dei periferici è detenuto da stranieri - tipicamente banche inglesi, francesi, ma anche fondi di investimento americani -, dunque è parte del debito estero del paese, diminuendo il debito a carico del paese, diminuirebbe corrispondentemente anche il suo debito netto con estero (che a ben vedere è l’indicatore primario di solvibilità).

3. Una banca sovrana

La proposta come viene di solito presentata è però monca di una componente importante: la necessità che l’Europa si doti, come tutti i grandi paesi, di una banca centrale sovrana, un “government banker”, come si esprime l’economista eterodosso Tom Palley. Ma non c’è la BCE? Un “banchiere del governo” è una banca centrale che ha la possibilità, il dovere direi, di intervenire a sostegno del debito sovrano di un paese. La BCE non ha questo status. Paesi sovrani, dotati di banche sovrane, e che non si siano legati ad assurdi accordi di cambio, non possono fallire, come ci ricorda un altro eterodosso, Randall Wray. Ora, nel momento in cui si crea un debito pubblico europeo è necessario che lo status della BCE muti, divenendo più simile alla FED, sì da essere garanzia di ultima istanza di tale debito.[2] In un apprezzabile articolo su Il Sole-24 Ore sui cui dovremo tornare, Guido Tabellini ha inaspettatamente sottoscritto questo punto di vista.

4. Una nuova Europa?

Ciò fatto, si tratta di capire come l’Europa potrebbe evitare di ritornare nel giro di pochi anni alla situazione attuale. Questa è frutto del fatto che negli anni dell’Euro i paesi periferici hanno perso competitività, e livelli talvolta sostenuti della spesa interna sono stati sempre più finanziati dall’estero e non da redditi nazionali. Il crescente indebitamento dei settori privato e/o pubblico è stato dunque in buona misura nei confronti dell’estero.

L’obiettivo è dunque il recupero di competitività dei paesi periferici in assenza dello strumento classico, la svalutazione. Che tale recupero possa avvenire attraverso la deflazione interna di prezzi e salari (la cosiddetta svalutazione interna), come sostenuto dagli economisti più conformisti come Monti, Alesina, Reichlin e così via è non solo sbagliato, ma irresponsabile vista l’accelerazione della crisi europea dovuta proprio a tali politiche. Le proposte sopra esposte, evitando drastiche misure deflative, darebbero anzi respiro ai paesi periferici lasciando loro risorse per modernizzare infrastrutture, istruzione, efficienza del settore pubblico, lotta all’evasione ecc. Ma anche in questo caso il contesto europeo è dirimente. Senza l’abbandono dell’impostazione neo-mercantilista di moderazione salariale e fiscale da parte della Germania, non v’è molta speranza. Ed è difficile che la Germania lo faccia.

Il catalogo è però questo. L’alternativa è la rottura dell’UME con una scia di rancori che lascia presagire un futuro ancora più funesto. Una sinistra consapevole e veramente europeista mobiliterebbe le proprie forze, in particolare i giovani, proprio su questo.

[1] Come nella vita pratica, un soggetto (un’impresa, una famiglia, uno stato sovrano) è insolvente quando i redditi che si attende nel futuro sono insufficienti a ripagare il debito; è invece illiquido quando, sebbene possa momentaneamente essere a corto di liquidità per poter pagare le rate di debito in scadenza, le entrate attese glielo consentiranno di fare nel prossimo futuro.[2] Palley va oltre, sostenendo che la BCE dovrebbe, entro limiti concordati in sede Europea, agire da banca sovrana anche nei riguardi dei disavanzi pubblici nazionali. Si dovrà ragionare su tale proposta che consentirebbe agli stati membri di riacquistare, entro certi limiti, un po’ di sovranità monetaria. 

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Per una nuova politica economica in Europa

Pubblicato il 24 Marzo 2011 da admin

Da questo documento è stata estratta una dichiarazione favorevole a una nuova politica economica in Europa, sottoscritta dalle seguenti realtà rappresentative del mondo progressista e della sinistra: AltraMente scuola per tutti, Associazione per il rinnovamento della sinistra, Associazione culturale in Movimento, Centro studi Cercare ancora, Fondazione Buozzi, Fondazione Nenni, Lavoro e Libertà, Le nuove ragioni del socialismo, Marx XXI, Network per il socialismo europeo, Socialismo 2000.

Il 24 e il 25 marzo si tiene a Bruxelles una riunione del Consiglio Europeo sulle misure con cui affrontare la crisi dell’Unione Monetaria Europea (UME). Purtroppo, le scelte che sembrano profilarsi continuano ad essere ispirate ad un approccio conservatore e “rigorista”. È necessaria una campagna che susciti consapevolezza, ed una mobilitazione attorno alla necessità di una svolta nella politica economica europea, che consenta la ripresa della domanda aggregata e quindi rimetta in moto lo sviluppo e la crescita occupazionale.

Le politiche sinora attuate in Europa a sostegno dei paesi “periferici” - spesso caratterizzati da un incremento significativo del rapporto tra debito pubblico e Pil - e quelle che verranno avanzate nel prossimo summit, comportano infatti elevati costi sociali senza risolvere la crisi, anzi aggravandola. Ma a differenza di quanto  implicito in quelle politiche, tutti i paesi europei sono egualmente responsabili della crisi, sia quelli forti che quelli periferici, sia quelli debitori che quelli creditori. E come poi diremo meglio, per evitare un aggravamento della crisi alcune proposte ci sembrano essenziali:

- stabilizzazione (non riduzione) dei debiti pubblici dei paesi “periferici” e contestuale impegno della BCE nel sostenere il contenimento del costo del debito; europeizzazione parziale dell’emissioni di titoli pubblici; rilancio delle politiche espansive nei paesi che registrano avanzi della bilancia commerciale (sono questi gli elementi principali di una soluzione che coniughi sostenibilità finanziaria e ripresa della crescita);

- pari passu, riforma delle istituzioni economiche europee, in primis della BCE, con l’obiettivo di politiche fiscali e monetarie coordinate e subordinate al controllo democratico dei cittadini;

- sostegno allo stato sociale privilegiando la produzione di beni pubblici, sociali e culturali a basso impatto ambientale; ridefinizione delle politiche del lavoro al fine di ridurre il grado di precarietà nei rapporti di lavoro e tendenzialmente portare ad una crescita della quota dei salari nel reddito nazionale;

- ripresa della competitività a lungo termine, non attraverso le politiche della concorrenza ma consentendo ai paesi di riappropriarsi di strumenti attivi di politica industriale.

I modelli di sviluppo neo-mercantilisti nei paesi centrali dell’Unione confliggono con queste proposte. Ma la forza degli eventi ha già portato l’Unione ad adottare misure precedentemente impensabili, e i rischi di deflagrazione dell’area euro che le politiche attuali comportano possono aprire spazi alle proposte che qui avanziamo.

La crisi dell’euro, costi sociali e insufficienza delle misure proposte

La crisi economica mondiale, la cui principale ragione di fondo va rinvenuta nella caduta nell’ultimo trentennio della capacità di consumo dei lavoratori dei paesi industrializzati, ha avuto un impatto disomogeneo nell’Unione Monetaria Europea, esaltando la divaricazione tra due aree d’Europa, una “centrale” e forte, e l’altra “periferica” e debole. A ben vedere, infatti, la crescita registrata negli scorsi anni in alcuni paesi della periferia si è rivelata effimera, dal momento che si è tradotta in un boom dell’edilizia residenziale più che in un vero rafforzamento industriale. Al tempo stesso, l’incremento del debito pubblico in Spagna e Irlanda ha avuto origine nella necessità di coprire l’indebitamento del settore bancario verso le banche dei paesi forti, e non dunque in irresponsabili politiche di spesa pubblica. Il più forte aumento dei salari nominali (sebbene non di quelli reali) nella periferia, che è seguito alla pur fittizia crescita, ha accentuato la perdita di competitività di quei paesi. In questa vicenda non ci sono paesi buoni e cattivi, né è corretto definire il debito pubblico di alcuni paesi come un “male” o tanto meno come una responsabilità esclusiva di quei paesi; piuttosto, siamo in presenza di scelte di fondo sbagliate riconducibili alla filosofia neo-liberista. Questa ha ispirato sia il neo-mercatilismo dei paesi centrali (che attraverso la moderazione salariale ha condotto a bassi consumi interni ed esportazioni competitive), sia il maldestro tentativo dei paesi periferici di importare attraverso la moneta unica (che per definizione impedisce accomodamenti del conflitto sociale attraverso gli aggiustamenti del cambio) ulteriori dosi di disciplina, flessibilità e precarietà nel mercato del lavoro. In questo contesto, gli aiuti europei a favore dei paesi che sono stati oggetto di attacchi speculativi sono stati resi disponibili a tassi di interesse elevati che, sommandosi all’imposizione di misure di bilancio restrittive, non potranno che aggravarne la crisi, rendendo vani gli enormi prezzi sociali e occupazionali causati da quelle stesse misure. L’intervento della Banca Centrale Europea (BCE) a sostegno dei titoli pubblici di quei paesi, che costituisce una interessante e positiva novità, è stato però del tutto insufficiente.

Purtroppo, le misure in corso di approvazione in questo summit non modificano tale impostazione. Esse si limitano infatti a un marginale rafforzamento del fondo salva-stati già esistente e a definire l’entità di quello che lo sostituirà nel 2013, con un piccolo ritocco all’ingiù dei tassi usurai praticati alla Grecia. Soprattutto, si deliberano piani di riduzione del rapporto debito pubblico/PIL dei paesi ad alto debito, anche attraverso nuove privatizzazioni, ed un meccanismo di sanzioni per i paesi che non vi si attengono. Queste misure confermano il perdurante orientamento conservatore delle politiche europee, indifferente all’aumento della disoccupazione, ai tagli allo stato sociale e all’istruzione, alle prospettive di milioni di cittadini europei, in particolare a quelle delle giovani generazioni.

Contemporaneamente, la BCE sembra volersi sottrarre al proprio dovere di sostegno dei titoli pubblici dei paesi in difficoltà, mentre al contempo si avvia verso un improvvido aumento dei tassi di interesse che nulla può contro l’aumento dei costi dell’energia, dei beni alimentari e delle materie prime. La filosofia che prevale è quella del rigore. Alla deflazione di salari e prezzi interni, la cosiddetta “svalutazione interna”, è assegnato il compito di far riguadagnare a tali paesi la competitività perduta. Si tratta di una logica distruttiva, che nega prospettive al modello sociale europeo e che rischia di mettere in pericolo la tenuta stessa dell’Unione Monetaria, come chiarito nella “Lettera” sottoscritta da oltre 250 economisti italiani e stranieri nello scorso giugno.

Per una nuova politica economica europea

Cosa proponiamo in alternativa? Per evitare la deflagrazione dell’UME non è possibile fare semplicemente affidamento su un sistema di garanzie all’emissione dei titoli dei paesi fortemente indebitati - i cosiddetti Eurobonds, o l’Agenzia Europea per il debito. Queste proposte, di per sé pure interessanti, sono da sole insufficienti, e diventano null’altro che fumo negli occhi, se accompagnate dall’accettazione di nefaste politiche di bilancio restrittive e da una politica monetaria del tutto indifferente allo sviluppo e all’occupazione e preoccupata solo di contenere l’inflazione. Le forze progressiste e il mondo del lavoro, in Europa e in Italia, devono essere consapevoli che occorre una svolta di politica economica per uscire dalla crisi della zona euro e porre le condizioni per uno sviluppo armonico e duraturo.

Sono quattro le misure da mettere in campo immediatamente per intraprendere un percorso che metta fine al rischio di deflagrazione dell’area euro e permetta una ripresa dello sviluppo e della crescita occupazionale nei paesi periferici:

1. occorrerebbe abbandonare le politiche di abbattimento del debito pubblico, chiedendo ai paesi che hanno maggiori livelli del rapporto debito/Pil di stabilizzare nel medio periodo i livelli attuali dei rispettivi rapporti, come proposto per l’Italia dall’Appello degli economisti del 2006. Contemporaneamente, i Paesi con surplus commerciale dovrebbero abbandonare le politiche di moderazione salariale ed effettuare politiche fiscali espansive, tali da riportare in equilibrio la loro bilancia commerciale e contribuendo in questo modo al rilancio delle esportazioni dei paesi indebitati e alla stabilizzazione del debito in quei paesi. Ciò, congiuntamente a un maggior finanziamento del bilancio europeo dovrebbe contribuire a rilanciare immediatamente la domanda aggregata in Europa;

2. la politica monetaria dovrebbe essere orientata a promuovere lo sviluppo, assicurando tassi di interesse sui debiti pubblici sostenibili (sostanzialmente tenere molto bassi i tassi di interesse a lungo termine), tali cioè da stabilizzare il debito senza mortificare spesa sociale, occupazione e crescita;

3. la dinamica della domanda interna e la politica salariale dovrebbero essere orientate al perseguimento, in particolare nei paesi con avanzi con l’estero, di un tasso di inflazione non inferiore a quello di riferimento europeo – da accrescere al 3%.  Al tempo stesso, i salari reali dovrebbero aumentare in ciascun paese non meno della produttività del lavoro. Anche per favorire ciò  dovranno essere introdotte forme di tutela quali il salario minimo garantito (come scritto in una recente risoluzione del parlamento europeo) e riforme del mercato del lavoro che riducano la precarietà. I paesi che continuassero a praticare politiche deflazionistiche e restrittive, al fine di realizzare obiettivi d’inflazione inferiori a quello europeo, cercando di guadagnare così competitività a spese dei partner, dovrebbero essere soggetti a misure di pressione volte a determinare un mutamento di quelle politiche;

4. occorrerebbe contrastare la speculazione internazionale e i fenomeni di dumping sociale in particolare da parte dei paesi esterni all’Unione Monetaria, con forme di regolamentazione e imposizione fiscale sulle transazioni finanziarie speculative e sul commercio sleale, e di armonizzazione fiscale.

Le proposte ora delineate non possono non richiedere un mutamento profondo delle istituzioni economiche europee, e in particolare:

a) va ufficializzato il ruolo dell’Eurogruppo (il consiglio dei ministri economici) come sede di coordinamento della politica fiscale e monetaria con l’obiettivo prioritario della piena occupazione;

b) lo statuto della BCE va modificato, contemperando l’obiettivo della stabilità dei prezzi a quello della piena occupazione (similmente a quanto avviene per la FED statunitense). Che scelte vitali per milioni di cittadini, quali quelle della politica monetaria, siano nelle mani di una istituzione tecnocratica non vincolata alle scelte popolari espresse dai Parlamenti nazionali ed europeo, dovrebbe risultare intollerabile. Quindi va valorizzato il ruolo di indirizzo delle politiche economiche.

Le vicende che hanno accompagnato la crisi mostrano che dietro la pressione degli eventi sono possibili rapidi passi in avanti, precedentemente quasi impensabili. La  mobilitazione della sinistra europea dovrebbe spingere tale processo più in là, anche accrescendo la coscienza di massa su questi temi. In questo quadro sarebbe possibile rilanciare il modello sociale e cooperativo europeo su pilastri quali:

- politiche del lavoro e distributive volte ad assicurare una  più equa distribuzione del reddito che, in un quadro non inflazionistico da realizzarsi col consenso dei lavoratori e delle loro organizzazioni, sostenga attraverso una crescita della parte del prodotto sociale che va ai lavoratori la domanda interna nei vari paesi;

- più armonico equilibrio territoriale ed implementazione di un meccanismo di riaggiustamento rispetto agli squilibri territoriali garantito da un consistente finanziamento del bilancio dell’Unione, che possa assecondare l’ulteriore espansione della domanda;

- sostegno ai sistemi di welfare state come strumento di coesione sociale;

- sostenibilità ambientale con lo sviluppo di consumi sociali ed investimenti in conoscenza e tecnologie sostenibili.

Il rilancio delle competitività nazionali, in particolare nella periferia, non potrà mai avvenire in un quadro di caduta dell’occupazione, delle spese sociali, dei livelli di istruzione  e delle innovazioni.

Al riguardo, ciascun paese deve riacquistare la sovranità completa nella politica industriale che includa un intervento attivo del settore pubblico, di programmazione e partecipazione diretta, nei settori industriale, energetico e bancario. I sistemi bancari nazionali vanno in particolare riformati nella direzione di farne uno strumento di supporto ad uno sviluppo reale e sostenibile, non drogato da bolle speculative.

L’Europa a un bivio

Le proposte liberiste e rigoriste in discussione nel summit europeo aggraveranno il carattere dualistico dell’economia europea: un “centro” poderoso che persegue politiche neo-mercantiliste di vendere molto agli altri e comprare poco, e una “periferia” destinata al declino economico, sociale, ambientale e all’instabilità politica. Esse sono infatti profondamente sbagliate e non potranno che accentuare la minaccia della deflagrazione monetaria, sociale  e politica dell’Europa. È indispensabile una diversa politica economica volta alla crescita concertata ed equilibrata dell’occupazione e dei consumi sociali, nel rispetto dell’ambiente. Su questi temi il mondo progressista italiano ed europeo deve farsi promotore di una campagna che accresca la consapevolezza e la mobilitazione popolare.

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E noi faremo come Schroeder

Pubblicato il 01 Febbraio 2011 da admin

In un impegnativo discorso in un meeting al Lingotto svoltosi gli scorsi giorni Walter Veltroni affronta anche alcune tematiche economiche su cui può valere la pena riflettere.

L’asse principale della proposta di Veltroni è di “fare come la Germania”, ovvero “un’Agenda 2020 per l’Italia” a imitazione di quella del governo Schroeder-Fischer (1998-2002) che ha gettato le basi del successo tedesco sino alla crisi, ma a quanto pare anche dopo. Tale modello, com’è noto, aveva come base la moderazione salariale e la flessibilità, concertata con le organizzazioni sindacali, nell’utilizzo della forza lavoro. Ad esso si è accompagnato il sostegno delle attività di innovazione tecnologica. Tale politica ha consentito il rilancio del modello tedesco basato su disciplina interna, qualità tecnologica e sviluppo delle esportazioni – via obbligata quest’ultima data la compressione dei consumi interni. Tale modello, che abbiamo altrove definito “ordo-mercantilista”, è stato in realtà favorito dalla contemporanea creazione dell’Unione Monetaria Europea (UME). Si deve anzi ritenere che la Germania abbia reagito con perfetto tempismo all’occasione che le veniva servita su un piatto d’argento dai suoi concorrenti di rilanciare il modello basato sulle esportazioni che si era appannato in seguito alla riunificazione tedesca.[1] Non v’è neppure dubbio che tale disposto combinato di un rafforzamento e indebolimento strutturale, rispettivamente, del centro e della periferia europei, sia alla base della crisi corrente di questa regione.

Con apparente realismo Veltroni argomenta come “entrando nell’Euro, l’Italia si è impegnata a ridurre il debito pubblico ed ha rinunciato per sempre a usare la svalutazione della moneta”, per cui una via di rigore e disciplina volta al rilancio della nostra competitività sembra “the only game in town” disponibile al nostro paese, fare come la Germania, appunto. Nulla di nuovo nel PD (Ulivo, DS), in realtà, dal famigerato “meno ai padri più ai figli” di Nicola Rossi. Era ben chiaro alla dirigenza di questo partito che l’euro era precisamente volto a importare la disciplina tedesca. La sfida va tuttavia raccolta, non basta criticare.

La crisi italiana è grave, e naturalmente esasperata da una gestione della politica economica di pura resistenza, per così dire. Il paese stagna da almeno due decenni, è crollato con la crisi, e il cospicuo e persistente disavanzo delle partite correnti ci porterà inesorabilmente a entrare fra non molto nel novero dei paesi a forte debito estero. Tale crisi si colloca nel quadro della crisi europea. Esistono tre vie per uscirne: (a) rompere l’euro; (b) fare come la Germania; (c) costruire un’Europa keynesiana. Supponiamo di voler evitare il salto nel buio della prima scelta.

La seconda strategia, quella di Veltroni, non è scevra di velleitarismo. In primo luogo la Germania sarà sempre più brava a fare il proprio gioco, e mentre non v’è dubbio che moltissimo abbiamo da imparare e imitare da quel paese – una società con un minimo di disciplina e senso del dovere è un messaggio molto di sinistra in Italia -, si deve stare attenti a che questo non diventi “macelleria sociale”, cioè un mero gioco al ribasso di diritti e conquiste, soprattutto per gli operai e i più giovani. Tale strada ha inoltre la natura di ciò che gli economisti chiamano”deflazione competitiva”, una concorrenza fra paesi basata sulla moderazione salariale, un surrogato delle svalutazioni competitive, un gioco a somma zero.

Componente di questa fosca prospettiva appare l’inquietante obiettivo di Veltroni di ridurre il rapporto il debito pubblico all’80% del Pil (ora è circa 120%) entro il 2020 attraverso, soprattutto, un taglio alla crescita della spesa pubblica (e, ma subordine, attraverso una imposizione straordinaria sui grandi patrimoni). Ma è alla crescita del Pil a cui dovremmo affidare la riduzione di quel rapporto, e a meno di un improbabile massiccio rilancio delle esportazioni tramite una pesante deflazione salariale, i tagli alla spesa inciderebbero negativamente sul Pil e sulle entrate fiscali aggravando il debito, la fatica di Sisifo che la Grecia sta sperimentando.

Serie dosi della terza strategia apparirebbero dunque necessarie. Questa appare, tuttavia, anch’essa velleitaria poiché ad essa si oppone proprio la Germania che, in quanto economia dominante, dovrebbe fare da locomotiva, un ruolo che essa ha sempre rifiutato come lesivo del proprio modello (che consiste nell’andare a rimorchio del keynesismo altrui). Fatto è che senza un contesto di crescita europeo – che sia l’opposto della “deflazione competitiva” - è difficile importare in Italia non tanto il modello Schroeder (lasciamo perdere), ma quanto un insieme vincente di disciplina, diritti e prosperità. Va riconosciuto che la crisi europea ha fatto ingoiare alla Germania misure impensabili sino a un anno fa (la BCE che acquista titoli pubblici per sostenere i titoli pubblici dei paesi in default virtuale; la progressiva europeizzazione del loro debito), sebbene i tempi della politica tedesca continuino ad aggravare la situazione debitoria di quei paesi. Che questi passi in avanti ne anticipino di più risolutivi, con una Germania la cui Corte Costituzionale ha sancito l’incostituzionalità di forme di governo fiscale europee, appare assai dubbio. La battaglia politica in Europa non si fa comunque con la persuasione o peggio la retorica europeista. Bene ha fatto Tremonti  ad alzare la voce contro i tedeschi affermando che ciò che l’Europa sta cercando di salvare non sono in paesi indebitati bensì le banche tedesche creditrici. Allora non ritiene Veltroni necessaria una mozione unitaria del Parlamento perché la BCE non si azzardi ad alzare i tassi a fronte della ripresa dell’inflazione? O si pensa di violare l’indipendenza della BCE (ovvero il suo ruolo di cane da guardia dei salari tedeschi che anzi devono crescere per riequilibrare la competitività in Europa?). Le proposte di Veltroni sul debito pubblico sembrano invece dar man forte alla linea dura che i tedeschi vogliono imporre alla periferia Europea (si rinvia a riguardo alla Lettera degli economisti). Vogliamo invece dir loro ya basta e dirlo forte?

 

 

 

 

 

[1]Lo stesso perfetto tempismo la dirigenza tedesca mostrò al principio degli anni ’50 quando il sistema di cambi fissi di Bretton Woods e la disponibilità dei sindacati consentì lo sviluppo neo-mercantile di quell’economia.

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Gli scenari del teatrino europeo

Pubblicato il 15 Dicembre 2010 da admin

Il 16-17 dicembre si riunisce in Belgio il Consiglio dei leader europei. Quali sono gli scenari che l’Europa ha di fronte?

Alla irrisolta crisi di solvibilità della Grecia si è in questo autunno aggiunta quella dell’Irlanda e a ruota il contagio, che si manifesta con un aumento dei tassi di interesse sui titoli pubblici, è arrivato anche all’Italia via Portogallo e Spagna e ora persino alla Germania. Quali sono le prospettive? Abbiamo di fronte tre scenari: 1) tamponare con un po’ di liquidità la situazione dei paesi periferici chiedendo loro di “aggiustare i propri conti” con “sacrifici” interni;. 2) anticipare la rottura e gestirla evitandone gli aspetti più dolorosi, per quello che si può; 3) attaccare i problemi alla radice nella direzione di costruire una unione politica ed economica funzionante.

La crisi europea assomiglia alle molte delle crisi debitorie nei i paesi in via di sviluppo il cui ultimo clamoroso caso è stato il default dell’Argentina nel 2002. In pillole, la costituzione dell’Unione monetaria europea (UME) nel 1999 ha favorito flussi di capitale a buon mercato dai paesi centrali dell’Europa (Germania e Francia in primis) a quelli periferici, i famosi PIGS. La politica monetaria della BCE è stata al contempo improntata a bassi tassi nominali di interesse essendo ritagliata sulla Germania, per compensare le sue politiche di moderazione fiscale e salariale che poco sostenevano domanda e produzione. I flussi di capitale hanno determinato un boom edilizio e l’indebitamento delle famiglie in Spagna e Irlanda, e del settore pubblico in Grecia. L’edilizia è un volano dell’economia è questi paesi sono infatti cresciuti assai, e così i loro salari nominali e prezzi. Questo ha implicato che i tassi di interesse reali[1] diventassero, in quei paesi, assai bassi, stimolando ancor di più la domanda. La produttività i questi paesi è cresciuta più che in Germania, ma qui i salari nominali crescevano meno della produttività, nella periferia essi aumentavano più della produttività, sicché essa perdeva competitività. La Germania e il suo entourage (Austria, Paesi Bassi ecc) guadagnava così in termini di esportazioni nette verso la periferia sia perché la domanda in quei paesi cresceva molto, che per la loro perdita di competitività. Nei fatti le esportazioni di capitali dai paesi centrali finivano per finanziare l’acquisto di prodotti dai medesimi paesi. Ma se questo accade per una serie di anni, i paesi periferici finiscono per cumulare un forte debito estero. Inizialmente questo era, in Spagna e Irlanda, solo privato, ma ad esso si è aggiunto, una volta scoppiata la crisi, quello del settore pubblico che si è indebitato a sua volta per soccorrere le banche nazionali indebitate con quelle dell’Europa centrale. Se i paesi creditori a un certo punto ritengono che i debitori non possano restituire il debito, possono smettere di rifinanziarglielo, e i debitori dichiarano la bancarotta (default).

Una soluzione a questa situazione implica: a) nel breve periodo assicurare a questi paesi liquidità sufficiente e a buon mercato per non fallire; e b) nel medio periodo risolvere il loro problema di solvibilità stimolando il loro output ed esportazioni. Esaminiamo dunque i tre scenari.

1. Nel primo scenario, già in opera, gli “aiuti” europei e una timidissima BCE tamponano la crisi di liquidità sostenendo i titoli dei paesi debitori qualora i mercati non vogliano più farlo o lo farebbero solo a tassi esorbitanti, ma lo fanno in misura insufficiente senza davvero incidere sui tassi usurai che tali paesi si trovano a pagare (i quali aggravano il debito). Al contempo la deflazione fiscale e salariale loro richiesta determina una caduta del loro PIL, con conseguente caduta delle entrate fiscali, sicché il riaggiustamento dei conti è una fatica di Sisifo (per non parlare dei sacrifici sociali che ciò comporta). Tradizionalmente aggiustamenti dei conti interni sono stati accompagnati da una svalutazione della moneta, che rilanciando le esportazione ne ha compensato i danni sul PIL. Ma ora le monete nazionali non ci sono più! Per giunta la stessa Germania si fa campione della deflazione, e ciò aggrava la crisi della domanda aggregata a livello europeo e globale.  I mercati tutto questo lo sanno, e per questo il fallimento dei paesi periferici e della moneta unica è all’ordine del giorno. Se fanno fallimento i paesi debitori, faranno anche fallimento i paesi creditori (USA inclusi) e questa sarebbe la madre di tutte le crisi.

2. Una rottura ordinata dell’UME, con la fuoriuscita dei paesi periferici, è affare complicatissimo (Blejer and Levy-Yeyati 2010; Eichengreen 2010). Il fatto centrale di cui tener conto è che il debito esterno di tali paesi continuerebbe a esser denominato in euro. Misurato nelle nuove valute locali, che cadrebbero di valore, e di molto, rispetto all’euro, il valore di quel debito aumenterebbe, per cui esso dovrebbe certamente subire quello che si chiama un “haircut” (un taglio dei capelli), cioè essere rinegoziato (ci si accorda che una parte non viene restituita, e il resto restituito in tempi più lunghi). Ma se i mercati subdorano questa eventualità, la speculazione si scatenerebbe determinando un immediato “disordinato”  default. Allora la decisione di una rottura dovrebbe essere segretamente presa prima che i mercati sospettino qualcosa – dunque un po’ prima che il sistema crolli di suo -, in un consesso che non può escludere, tuttavia, USA, Cina e Giappone, almeno, oltre ai principali paesi europei. Nei tempi di Wikileaks tenere il segreto non è facile! Il vantaggio di riacquisire la propria moneta sarebbe nel rilancio delle esportazioni, ma misure per impedire che si scateni una forte inflazione interna sarebbero necessarie. Non sarebbe invece necessario stampare preventivamente nuove banconote, le attuali già sono contraddistinte per paese (una S dopo il numero di serie individua per esempio quelle “italiane”). Misure drastiche di controllo dei capitali sarebbero ovviamente necessarie. Se fosse la Germania (e forse una recalcitrante Francia) a lasciare, ciò costituirebbe di per sé un taglio ai debiti esteri denominati in una moneta, l’euro, che svaluterebbe rispetto al nuovo Deutsche Mark. Se poi ciò che rimane dell’UME si sfasciasse, tutti si tornerebbe alle monete nazionali e il debito estero sarebbe denominato in quelle, il che sancirebbe un haircut di fatto.

3. L’inefficacia del primo scenario, e la drammaticità del secondo, potrebbero col tempo far addivenire a soluzioni più ragionevoli. Con riguardo ai problemi di sostenibilità a breve, una più incisiva azione della BCE nel sostenere i titoli di stato e la europeizzazione di parte dei debiti (come proposto, fra gli altri, da Tremonti) assicurerebbe i mercati consentendo un loro rifinanziamento a costi contenuti. I problemi strutturali dovrebbero essere poi affrontati invertendo la moderazione fiscale e salariale tedesca di modo che tale economia perda un po’ di competitività e al contempo rilanci la domanda interna[2]. D’altronde solo operando con misure opposte a quelle che hanno caratterizzato sinora l’UME se ne possono invertire le tendenze. Questo appare al momento inaccettabile alla Germania che fonda il proprio modello di crescita su disciplina interna ed esportazioni con in mente l’espansione nei paesi extra-europei.

Se dio veramente acceca chi vuole perdere, nel meeting del 16-7 dicembre i paesi europei decideranno piani draconiani di rientro dal debito pubblico a cui nostro paese arriverà senza un governo che possa autorevolmente opporsi a tale follia.

 

 

[1] Il tasso di interesse reale è la differenza fra il tasso di interesse nominale e il tasso di inflazione. Se prendiamo 100€ in prestito al tasso nominale del 5%, e il tasso di inflazione è del 4% (per cui ciò che restituiremo fra un anno vale il 4% di meno in termini di potere d’acquisto), il tasso reale che effettivamente paghiamo è 1%.
[2] Un obiettivo accettabilissimo per i tedeschi sarebbe di accettare che i salari nominali crescessero in quel paese al tassi di crescita della produttività più il 2% che è il tasso di inflazione obiettivo della BCE.

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La pericolosa restaurazione europea

Pubblicato il 05 Dicembre 2010 da admin

Il concomitante verificarsi in Europa – a seguito della crisi finanziaria scoppiata nel 2007 - di situazioni di persistente ed elevata disoccupazione, da un lato, e di crescita del disavanzo e del debito pubblico, dall’altro, aveva fatto riemergere, anche all’interno del paradigma teorico consolidato, dubbi sul fronte della politica economica. Sul versante fiscale, riguardo la  necessità incondizionata di contenere la spesa e di risanare il debito pubblico; sul fronte della politica monetaria, circa il mero perseguimento del  solo obiettivo della stabilità dei prezzi. Nonostante però le condizioni economiche di molti paesi non siano, da allora, mutate e la crisi non possa dirsi passata, si assiste oggi ad un nuova chiusura sul fronte della politica fiscale e ad un atteggiamento apparentemente più accomodante sul fronte di quella monetaria, senza, tuttavia, che la minaccia di nuovi rialzi dei tassi di interesse sia fugata.

Quando nacque l’Unione Monetaria, con il Trattato di Maastricht furono fissati i vincoli ai ratios rispetto al reddito di disavanzo e di debito pubblico. Allora il fiscal retrenchment fu generale per tutti i paesi che poi divennero membri, nella fiducia che potessero operare i cosiddetti “effetti keynesiani di politiche fiscali non keynesiane”, ovvero i presunti effetti espansivi di politiche fiscali restrittive (Giavazzi e Pagano 1990). Paradossalmente, dopo il varo dell’UME furono proprio i paesi leader a stabilire atteggiamenti del tutto incoerenti con gli ammonimenti contenuti nel Patto di Stabilità e Crescita, che sembravano essere rivolti solo agli altri paesi dell’Unione: se Francia e Germania, infatti, pretendevano che, ad esempio, Spagna, Portogallo e Italia rientrassero celermente nei valori prefissati del rapporto del disavanzo pubblico con il PIL, nelle circostanze in cui lo sforamento riguardava l’economia tedesca o quella francese si manifestava un’assoluta indisponibilità al risanamento.

Il Patto di Stabilità conobbe poi una seconda versione sottoscritta nel 2006 poco prima dello scatenarsi della crisi finanziaria internazionale. Questa versione più morbida della politica fiscale europea prendeva atto delle resistenze nazionali, specie dei grandi paesi, a subire limiti alla gestione interna del ciclo economico.  Il minor rigore istituzionale era il portato, realistico, dell’assenza di vincoli sovranazionali e delle pretese di “extraterritorialità” di Francia e Germania. In quel periodo la BCE, sempre ferma nel condannare il supposto potenziale di instabilità connesso alla crescita dei disavanzi e del debito pubblico, non aveva trovato, ancora, nei grandi paesi europei degli alleati disponibili a riscrivere, e non solo a minacciare, nuove più severe regole del gioco.

Lo scatenarsi della crisi finanziaria degli ultimi tre anni sembrava aver messo in atto tendenze che ridefinivano il quadro della politica monetaria e della politica fiscale, e a livello non solo europeo. Oliver J. Blanchard, guru scientifico del Fondo Monetario Internazionale, teorizzava con prontezza i possibili effetti positivi, e non solo di breve periodo, di politiche fiscali espansive; tutta l’accademia ortodossa esprimeva pareri meno tranchant rispetto al passato a riguardo (Blanchard, Dell’Ariccia e Mauro 2010). L’Unione Monetaria Europea, ma non solo essa, adottava programmi propri di sostegno al reddito comunitario e consentiva, di fatto, deroghe al Patto di Stabilità, a seguito dei massicci interventi nazionali di bail-out del sistema finanziario e della inevitabilità di misure di tamponamento della recessione. Parafrasando l’Economist si passava da Hoover, il presidente americano che non fu in grado di gestire la Grande Depressione, a Keynes.

Ma la normalizzazione speculare, da Keynes a Hoover, è stata altrettanto improvvisa e ora si passa, dopo la grande paura della recessione, ad un nuovo mix di politica economica, caratterizzato da nuova, paradossale, maggiore austerità (International Monetary Fund, 2010). E’ come se la ricreazione fosse finita. E questa volta la restaurazione non è praticata solo dalla Banca Centrale Europea, ma anche dalla Germania.

Forte di una ripresa che sta riguardando sia le componenti interne della domanda aggregata sia la competitività delle esportazioni, la Germania, vincendo le iniziali ritrosie della Francia, propugna un Patto di Stabilità assai più severo, sia nella fase di monitoraggio europeo dei bilanci nazionali, sia nelle sanzioni per i paesi che non dovessero osservare le regole comunitarie. A seguito delle pressioni teutoniche sulle istituzioni comunitarie, una task force sulla governance presieduta da Van Rompuy, ha prodotto un rapporto,  recepito dal Consiglio d’Europa del 28 e del 29 ottobre che prevede addirittura un inasprimento delle sanzioni ai paesi che non rispettano il Patto di Stabilità (e Crescita), di fatto traghettando in una nuova fase la politica fiscale in Europa che minaccia così di diventare  ancora più restrittiva  di quanto non lo fosse stata prima della crisi. La motivazione addotta per tale inasprimento è il rischio default dei paesi con un debito elevato e il fatto che gli attacchi speculativi e la pressione esercitata dai mercati sui titoli dei paesi cosiddetti PIGS – assicurate dalle agenzie private di rating Fitch, Moody’s e Standard & Poor’s - rischiano di mettere in discussione la stabilità dell’intera area Euro.

Ricacciate dalla porta del conflitto di interessi dopo la crisi dei sub-prime statunitensi (Benmelech e Dlugosz, 2009), accusate di formulare giudizi che seguivano l’euforia del mercato invece di renderlo meno propenso alla speculazione (Covitz e Harrison, 2003), le agenzie di rating trovano nuova linfa, finanziaria e di prestigio, dalle valutazioni della Banca Centrale e della Commissione Europea, a proposito del ruolo che hanno i mercati finanziari nel determinare le condizioni di rischio e di default dei sovereign bonds degli stati nazionali europei. Dovranno essere le agenzie di rating, a svolgere, nei fatti, il ruolo del braccio armato dei custodi dell’ortodossia finanziaria e del nuovo Patto di Stabilità (Manganelli e Wolswijk, 2007; van Riet, 2010). Come se le agenzie di rating avessero qualche informazione aggiuntiva, rispetto ai sottoscrittori, delle condizioni dell’emittente pubblico o della sua willingness a onorare la copertura per lo stock di titoli in circolazione.

In tutta questa discussione non si fa mai menzione esplicita alla relazione che esiste fra andamento dei conti pubblici e crescita.

Il pericolo recessivo  non rappresenta però l’unico limite dei nuovi accordi. Infatti, il rapporto van Raumpuy suggerisce una serie di misure che di fatto creano un conflitto fra le istituzioni europee e i governi nazionali: alle sanzioni automatiche si sostituisce – ad esempio - la sospensione del diritto di voto violando di fatto il principio di “no taxation without representation” (de Grauwe 2010).

Le perplessità, oggi, su queste novità non riguardano solo i critici del fiscal retrenchment ma anche analisti meno “schierati”. All’estremo opposto la Banca Centrale Europea considera le sanzioni proposte ai paesi “lassisti” contenute nel Rapporto Van Rompuy ancora troppo “benevole” poiché avrebbero un carattere discrezionale e non automatico, come Jean-Claud Trichet, suo presidente, desidererebbe: solo una totale garanzia di severità sulla conduzione delle politiche fiscali nazionali consentirebbe, nell’ossessiva attenzione alla stabilità dei prezzi, di mantenere l’attuale maggiore duttilità nel rifinanziamento del fabbisogno di liquidità nell’area dell’euro.

Queste le nubi recessive che si addensano sull’Europa (Chowdhury, 2010). E non sembra promettere bene neanche l’annuncio entro dicembre di un meccanismo di salvataggio tutto europeo per i paesi in condizione di estrema instabilità finanziaria perché di certo non ispirato a quei principi che guidarono la creazione del FMI nel periodo successivo agli accordi di Bretton Woods. Perciò, è notizia di questi giorni, non è improbabile che la BCE presto rialzi i tassi di interesse nel tentativo di convincere la “politica” ad adottare ferrei vincoli fiscali e a contenere le eventuali spinte inflazionistiche provenienti anche dai piani di salvataggio dell’ultimo minuto, tornando a ergersi a garante “neutrale” dell’intera area Euro.

Sembra evidente perciò che l’Europa si stia muovendo verso posizioni ignote - e di certo conflittuali - dal punto di vista della praticabilità istituzionale e assai pericolose dal punto di vista della proposta complessiva di politica economica. Come il Financial Times argutamente rileva, l’Europa ricerca il raggiungimento di una trinità di obiettivi impossibile: “no bail-out-no exit-no default”.

Bibliografia
Alesina A. Stella A.(2010), The Politics Of Monetary Policy, NBER working paper 15856, april.
Benmelech E. e Dlugosz J.,  2009, The Credit Rating Crisis, National Bureau of Economic Research Working Paper Series, n°15045.
Blanchard O., Dell’Ariccia G. Mauro P.(2010) ” Re-thinking Macroeconomic Policy” IMF Working Paper, February
Canale, R.R., P. Foresti, U. Marani and O. Napolitano (2008) “On the Keynesian effect of (apparent) non-Keynesian fiscal policies”, Rivista di Politica Economica, 1: 5-46.
Chowdhury A., 2010, The Fallacy of Austerity-Based Fiscal Consolidation, A commentary in the VoxEu Debate on the Global Crisis, Luglio.
Covitz D.M. e Harrison P., 2003, Testing Conflicts of Interest at Bond Ratings Agencies with Market Anticipation: Evidence that Reputation Incentives Dominates, Federal Reserve Board Papers.
Giavazzi F. and Pagano M. (1990) “Can severe fiscal contractions be expansionary? Tales of two small European countries”, NBER working paper series No. 3372.
International Monetary Fund, 2010, Fiscal Exit: from Strategy to Implementation, Fiscal Monitor, November.
Manganelli S. e Wolswijk G., 2007, Market Discipline, Financial Integration and Fiscal Rules. What Drives Spreads in the Euro Area Government Bond Market?, European Central Bank Working Paper Series, n°745.
Van Riet A. (ed), 2010, Euro Area Fiscal Policies and the Crisis, European Central Bank Occasional Paper Series, n°109.

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L’uno due tedesco (The sick fraulein of Europe II)

Pubblicato il 14 Settembre 2009 da admin

In precedenti interventi (qui e qui) avevamo segnalato come la Germania costituisse un elemento di destabilizzazione dell’economia mondiale date le sue scelte neo-mercantiliste volte a basare una moderata crescita interna sulle esportazioni. Non eravamo, naturalmente, particolarmente originali in questo, Marcello de Cecco e Paul Krugman ad esempio fanno del ruolo della Germania un leitmotiv dei loro interventi. La macchina esportatrice tedesca si è rivelata formidabile facendone il primo paese esportatore mondiale, con una quota di esportazioni sul Pil pari al 48% a fine 2008; un surplus commerciale che nel recente passato ha superato quello della Cina. Tale indubbio successo si basa su una forza lavoro coscienziosa e ben addestrata, su una rete di ricerca efficiente, su una forte moderazione salariale. Questi fattori sono alla base dei formidabili guadagni di competitività che la Germania ha realizzato a sfavore, soprattutto, dei suoi concorrenti europei, l’Italia in particolare, verso i quali realizza la più parte dei suoi surplus. L’UME ha costituito cornice perfetta a tale scelte impedendo il tradizionale recupero di competitività attraverso la svalutazione delle monete dei paesi in disavanzo (impedire ciò fu la vera ragione per cui, da ultimo, fummo ammessi nell’UME); escludendo ogni forma di politica fiscale coordinata, che possa imporre agli austeri teutonici altre e ben diverse politiche; attribuendo alla competizione microeconomica il perseguimento di crescita e occupazione, come dire: non vi rimane che imitare il modello tedesco, se ne siete capaci, in una lotta all’ultimo sangue che è stata definita deflazione competitiva. Che si tratti di un modello miope è chiaro a molti, tranne naturalmente che ai più tenaci seguaci dei teoremi neoclassici i quali, purtroppo, non sono scomparsi neppure di questi tempi e anzi alzano sovente la voce, il che non sorprende dopo che i cosiddetti “New Keynesians” (gli Stiglitz ed i Krugman in testa) hanno concesso loro pressoché tutto sul piano della teoria.
Ora che le cose vanno peggio, la Germania sta cambiando pelle? L’esperienza maturata dall’autunno ha mostrato come la Germania sia stata il principale ostacolo alla realizzazione di forme concrete di coordinamento globale delle politiche economiche (su questo si veda un mio precedente intervento), in forme che rasentano certamente l’opportunismo e l’irresponsabilità, e sono degne di un Granducato, non della quarta economia mondiale. «We can only hope that the measures taken by other countries (…) will help our export economy» ebbe a dichiarare il ministro tedesco dell’economia lo scorso autunno (Financial Times, 30/11/2008). Così come, sistematicamente, Angela Merkel ha rintuzzato le velleità francesi di istituzionalizzare il coordinamento delle politiche economiche in Europa, coordinamento che potrebbe diminuire la sacra indipendenza della BCE, o a meglio vedere, la tutela tedesca sulla BCE. La Merkel non ha infatti perso l’occasione, lo scorso giugno, di ricordare alla Banca chi è che comanda quando le ha rimproverato di sostenere l’espansione dei disavanzi pubblici a bassi tassi di interesse  attraverso la fornitura di grandi quantità di liquidità al sistema bancario, da questo successivamente collocati in sicurezza in titoli pubblici[1]. L’ossessione di una futura inflazione appare dominare a Berlino. Il messaggio è chiaro: mai e poi mai la Germania abbandonerà il proprio modello mercantilista. La Germania, traendo vantaggio dal proprio lugubre passato, rifiuta un ruolo di leader politico globale e regionale, e in tal senso anche le conseguenti responsabilità nei riguardi della politica economica internazionale: la famosa situazione del nano politico e del gigante economico. Nei fatti, tuttavia, la Germania la propria potenza la esplica eccome; anche se, come è nella logica antica del mercantilismo, ciò che importa non è se il modello accresce la mia ricchezza in termini assoluti, l’importante è che la mia ricchezza rimanga superiore alla tua.
Questa scelta è stata rafforzata da due decisioni la cui rilevanza appare essere sfuggita ai nostri commentatori nostrani, con l’eccezione dell’ottimo Bastasin su Il Sole del 2/7 scorso. Con un formidabile uno-due, da un lato una legge ha inserito nella Costituzione tedesca una clausola che obbliga dal 2016 il governo federale al pareggio di bilancio e, dall’altro, una sentenza della Corte Costituzionale ha sancito che la politica fiscale è materia degli stati nazionali e non può essere assolutamente soggetta a un coordinamento fiscale europeo. Nella Costituzione il pareggio di bilancio sostituisce una regola più soft, la famosa “golden rule”, per cui disavanzi erano permessi limitatamente al finanziamento di investimenti pubblici. La sentenza dell’alta Corte tedesca appare come una misura preventiva nei riguardi di ogni azione futura dell’Europa, magari presa a maggioranza, nella direzione di un coordinamento delle politiche fiscali (la sentenza della Corte, infatti, è di più ampia portata e volta a fissare dei paletti alle eventuali decisioni a maggioranza che l’UE potrebbe assumere una volta in vigore il trattato di Lisbona).
Un attento osservatore, Wolfgang Münchau fa notare l’unilateralismo nei confronti dei Trattati europei, che comunque considerano la politica economica come elemento di interesse comune, del passo tedesco. Le riflessioni di Munchau sono pienamente condivisibili:
Ms Merkel, who has persistently underestimated the extent of the crisis, has reached the inevitable point where complacency gives way to panic. She is presiding over one of the world’s sickest banking sectors[2]. German economic growth will shrink by some 5-6 % of GDP this year. And even now Germany’s policy establishment is frightened about rising budget deficits and inflation (…) Average Germans do not primarily regard debt in terms of its economic meaning, but as a moral issue. (…) The balanced budget constitutional law is therefore not about economics. It is a moral crusade, and it is the last thing, Germany, the eurozone and the world need right now (…) If my predictions prove correct, Germany will be down and out for a long time with a huge and still unresolved banking crisis, an overshooting exchange rate and lower net exports, presided over by politicians who panic about domestic inflation. This will not end well.
La Francia nel frattempo dichiara di voler adottare una strategia “alla Obama” di uscita dalla crisi a tutti i costi: ripeterà l’amara esperienza dei primi mesi del governo Mitterand nel 1981, quando l’adozione di politiche espansive in Francia a fronte di politiche deflative in Germania portò a un veloce deterioramento della bilancia commerciale francese e a un rapido allineamento alla linea tedesca?

 

[1] V. A.Baglioni, Se Trichet finanzia il debito pubblico, Lavoce.info, 22/7/09, e anche il mio commento in calce.
[2] Su questo punto, si veda quanto ha sostenuto Marcello De Cecco sul blog Goodwin box.

Questo articolo è stato pubblicato anche sul blog Goodwin box.

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La politica economica e il futuro dell’UME

Pubblicato il 26 Marzo 2009 da admin

La teoria della politica economica è giunta negli ultimi anni a conclusioni che ne hanno messo in discussione le fondamenta. Tali posizioni si sono consolidate in Europa durante gli anni ottanta, quando la crescita sostenuta dei deficit di bilancio e del debito pubblico hanno condotto ad una profonda revisione della relazione diretta fra spesa pubblica e crescita e alla negazione di un possibile ruolo attivo della politica monetaria nell’influenzare il livello di equilibrio del reddito.

I fondamenti teorici di queste conclusioni possono essere ricondotti ai limiti delle politiche fiscali discrezionali e al fenomeno dell’incoerenza temporale sia in tema di politica fiscale che in tema di politica monetaria (Kydland and Prescott 1977). Infatti – seguendo l’ipotesi di aspettative razionali – “solo la moneta non anticipata è rilevante” (Lucas 1972, Sargent and Wallace 1975) e pertanto la politica monetaria non può avere alcun ruolo attivo nella stabilizzazione del prodotto. In tema di politica fiscale Barro (1974) avrebbe dimostrato che la spesa pubblica crea soltanto aspettative di maggiore tassazione futura – la cosiddetta equivalenza ricardiana – e nessun incremento di domanda. È stato poi rilevato che i politici raramente perseguono l’obiettivo dell’interesse pubblico, ma subordinano la decisione riguardo alla politica ottimale al meccanismo del consenso (si veda, fra gli altri, Buchanan and Tullock 1962).

Questi risultati teorici hanno ampiamente contribuito a formare il paradigma di politica economica dell’Unione monetaria europea.

Il nucleo centrale di queste posizioni può essere sintetizzato nei seguenti punti:

1. le politiche economiche di breve periodo non sono desiderabili: anche se nel breve periodo possono avere effetti positivi, il risultato finale è unicamente un incremento dell’inflazione;

2. l’inflazione è un fenomeno monetario, che può essere regolato controllando la quantità di moneta in circolazione.

3. il prodotto interno lordo e la disoccupazione fluttuano attorno al loro livello di lungo periodo, il quale è indipendente da politiche monetarie e fiscali attive.

Questi principi rappresentano i fondamenti teorici del Trattato di Maastricht e del Patto di Stabilità e Crescita, il cui contenuto generale ha come obiettivo assicurare che le variabili monetarie non disturbino la convergenza spontanea verso il cosiddetto non accelerating inflation rate of unemployment (NAIRU) e aiutare la Banca Centrale Europea a perseguire la stabilità dei prezzi.

I governi nazionali che appartengono all’Unione Monetaria Europea sono obbligati a rispettare rigidi parametri e non possono usare liberamente la politica fiscale per aumentare la crescita e ridurre la disoccupazione. La spesa in deficit è stata trasformata, da strumento, in obiettivo di politica economica.

Il prezzo in termini di costi sociali in generale, e di occupazione in particolare, del processo di unificazione monetaria dell’Europa è stato per gli anni passati già molto elevato. L’esperienza della crisi economica mondiale ci ha mostrato anche che non è stato sufficiente contenere il deficit e il debito pubblico per controllare l’instabilità finanziaria. Il risultato generale è che ora in Europa non si dispone di strumenti adeguati per contrastare la disoccupazione e la continua riduzione del tasso di crescita del reddito. La politica economica non ha margini di discrezionalità.

La subordinazione del mantenimento degli equilibri interni all’obiettivo della stabilità della valuta comune ha in definitiva messo profondamente in discussione l’esistenza stessa di una Europa unita. Come per un qualunque sistema a cambi fissi, se i costi di mantenimento delle parità sono troppo elevati per alcuni dei paesi che vi partecipano, prima o poi la stessa sopravvivenza dell’area valutaria risulta essere a rischio.

Il futuro dell’Europa e dell’Euro passa pertanto per la creazione di una autorità di politica fiscale comune che controbilanci l’azione della banca centrale e sia in grado di individuare strumenti condivisi per sostenere la crescita. Ma questo risultato può essere realizzato solo se l’Europa diventa politicamente unita.

Gli estensori del trattato di Maastricht e del Patto di Stabilità e Crescita hanno dimenticato che esso avrebbe dovuto essere l’ultimo anello di una catena partita dai trattati di Parigi e Roma, passata attraverso l’Atto Unico, le cui motivazioni di fondo hanno natura politica. Il rispetto dei principi dettati dall’ortodossia economica ha fatto ritenere inutile l’unione politica nella convinzione che l’accordo sarebbe stato il naturale risultato di economie convergenti, perché sarebbe venuta meno la materia del contendere[1].

Tuttavia l’equilibrio del reddito e dell’occupazione non è il risultato spontaneo del mercato, ma piuttosto dell’azione della politica economica, sia fiscale che monetaria[2]: di quella monetaria perché la Banca Centrale, nel modificare i tassi d’interesse, agisce sulla domanda sia attraverso gli investimenti che attraverso i consumi; e della politica fiscale dal momento che questa ha un ruolo attivo nell’influenzare la crescita del reddito attraverso il meccanismo del moltiplicatore keynesiano, la cui inefficacia non ha mai trovato un riscontro empirico convincete[3].

Sotto questo punto di vista l’esperienza sia passata che presente dell’economia statunitense, in cui la Federal Reserve coordina – pur essendo indipendente — il suo operato con il Governo federale, ci fornisce indicazioni importanti riguardo al ruolo dell’unità politica, e forse l’unica speranza di sopravvivenza dell’UME.

 

*L’autrice è professore associato di politica economica nell’Università di Napoli “Parthenope”.

  
[1] La necessità di realizzare una unione politica insieme a quella monetaria è  rilevata da Krugmann, il quale ritiene conformemente alle tesi sostenute nel presente articolo (peraltro redatto prima del contributo di Krugmann) che proprio per questa ragione, l’UME non possieda strumenti sufficienti ad affrontare la crisi ed è destinata nel tempo a diventare progressivamente più debole. Krugmann (2009)
[2] Un gruppo numeroso di economisti – European economists for an alternative economic policy in Europe – ogni anno stende un memorandum per repilogare i contenuti della politica economica alternative e per raccogliere nuovi consensi sui suoi punti centrali. Si veda per esempio Euromemorandum Group (2006) ed anche Fitoussi e Saraceno (2004). Molte critiche possono essere anche ritrovate in un numero speciale dell’Oxford Review of Economic Policy (vol. 21, n°4, 2005), interamente dedicato al ruolo macroeconomico della politica fiscale. Si veda in particolare Allsopp and Vines (2005), Krugmann (2005) e Solow (2005).
[3] Molti contributi empirici del Fondo Monetario Internazionale hanno rilevato che al massimo l’effetto del moltiplicatore si riduce nel tempo o, sotto certe circostanze, è molto piccolo, ma mai che il suo valore è nullo o negativo. E’ stato dimostrato poi che i presunti effetti ‘non keynesiani’ di politiche keynesiane sono invece il risultato di un’attività congiunta e di segno opposto della politica monetaria. Canale et all. (2008).
  

 

Bibliografia

Allsopp, C., e Vines D. “The Macroeconomic Role of Fiscal Policy.” Oxford Review of Economic Policy 21, 4 (2005): 485-508.
Barro R. (1974), “Are government bonds net wealth?” in Journal of Political Economy, 82.
Buchanan, J.M. and Tullock G. (1962) The Calculus of Consent: Logical Foundation of Constitutional Democracy, University of Michigan Press, Ann Arbor, Mich.
Canale, R.R. Foresti P. Marani U. NapolitanoO. (2008) “On Keynesian effect of (apparent) non-Keynesian fiscal policies”, Rivista di Politica Economica, 1, pp. 5-46.
Euromemorandum Group (2006) “A Democratic Economic Policy Alternative to the Neo-liberal Transformation of Europe.” Euromemorandum 2006, December.
Fitoussi J. P., and Saraceno P. (2004): “The Brussels-Frankfurt-Washington Consensus. Old and New Tradeoffs in Economics.” Observatoire Francaise de Conjunctures Economique 2, 1-26.
Krugmann, P. (2005): “Is Fiscal Policy Poised of a Comeback?” Oxford Review of Economic Policy 21, 4 515-523
Krugman, P. (2009) , “Krugman:A continent adrift”, in Herald Tribune, march, 16.
Kydland, E.F. and Prescott, E.C. (1977), “Rules rather than discretion: the inconsistency of optimal plans”, Journal of Political Economy, 85(4), 473-491.
Lucas, R. E. (1972):. “Expectations and the Neutrality of Money.” Journal of Economic Theory 4, 103-24.
Sargent T. Wallace N. (1975), “ ‘Rational expectations’ the optimal monetary instrument and the optimal money supply rule” in Journal of political economy, 83.
Solow R. (2005), “Rethinking Fiscal Policy.” Oxford Review of Economic Policy 21, 4, 509-514.

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