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La valutazione della ricerca in economia: una riflessione critica

Pubblicato il 14 Settembre 2009 da admin

Come certo sanno gli autorevoli economisti che partecipano al dibattito sulla valutazione della ricerca, la controversia su come individuare criteri oggettivi affonda le sue radici in una molto più ampia che riguarda l’idea di progresso della scienza economica. Da un lato coloro che ritengono che questo sia un continuo proseguire dall’errore alla verità e, dall’altro, coloro che ritengono che le premesse analitiche siano storicamente determinati e influenzate dalla visione del mondo dello studioso e pertanto non possano essere ritenuti validi in sé..
Chi spinge nella direzione di criteri oggettivi propende per la prima interpretazione, chi, al contrario, intende dare maggiore spazio alla valutazione discrezionale propende per la seconda.
Va certamente oltre le mie capacità aggiungere un contributo significativo a questo dibattito, ma mi interessa offrire qualche spunto di riflessione su alcune circostanze che circoscrivono la validità dei criteri oggettivi di valutazione, almeno per quanto riguarda le discipline economiche.
Si è detto che un criterio di valutazione oggettiva sarebbe rappresentato dal cosiddetto impact factor, ovvero, detto in termini semplificati, la diffusione internazionale della rivista che contiene la pubblicazione. Questa misura consentirebbe di aggirare l’arbitrio dell’accademia italiana nell’individuare i vincitori di concorso e di escludere tutti coloro che pubblicano lavori privi di questo indice. Ma questo indicatore possiede un limite non facilmente superabile: suggerisce percorsi di ricerca già ampiamente consolidati e nel cui ambito si può aggiungere solo qualche particolare. Questa strategia è la garanzia di non commettere errori gravi e di trovare un numero vasto di interlocutori, ma non di scrivere cose originali. Ma se la scienza prosegue verso la “verità” - direbbe un sostenitore dell’approccio oggettivo - il trascorrere del tempo limita la possibilità di produrre contributi originali. Questo stesso modo di procedere è suggerito ai giovani per la scelta della rivista nazionale o internazionale a cui mandare i propri lavori. Una volta individuata una rivista accreditata: si tarano su quella sia i contenuti che lo stile di scrittura; i giovani, pertanto, si impegnano nella direzione di ricerca prevalente perché ciò consente loro di fare rapidamente carriera. Si rovescia così il percorso di crescita dei ricercatori che antepongono l’obiettivo della vittoria ai concorsi all’obiettivo del soddisfacimento delle proprie curiosità scientifiche. Utilizzando il criterio dell’impact factor, la gran parte delle riviste eterodosse e, direi, tutte quelle italiane di economia sarebbero escluse da una graduatoria di merito scientifico, consolidando la condizione di provincialismo del nostro paese, più di quanto non abbia fatto la strategia dei “baroni”. Se prima era possibile che l’originalità emergesse in Italia nonostante l’arbitrio, ora diventerebbe impossibile.
Si è detto ancora che le pubblicazioni su volumi non rappresentano un contributo significativo alla ricerca e che pertanto non debbano essere valutate nella individuazione di una graduatoria di merito. Tuttavia – pur escludendo che uno studioso non pubblichi in prima battuta in un volume i risultati originali della sua ricerca – emerge da questa strategia una tendenza preoccupante riguardo all’idea di progresso della società: lo scollamento della ricerca dalla didattica e la negazione del fatto che esse si alimentano l’una con l’altra. Raccogliere in un volume i contributi di uno o più autori consente invece di sistematizzare i risultati e di renderli più accessibili agli studenti, che, così, sono stimolati a crescere e a riflettere sui contenuti e sulla capacità interpretativa della disciplina.
Di certo studiare e pubblicare all’estero, partecipare a convegni internazionali, frequentare ambienti di ampio respiro e soprattutto confrontarsi con chi ha già ampiamente approfondito certi temi sono le premesse valide ad una ricerca di qualità. Tuttavia ancorare il giudizio unicamente a indicatori quantitativi - ritenendoli sostituti perfetti di quelli qualitativi - rischia di fornire fondi e strutture a chi già ne dispone e di subordinare l’avanzamento della ricerca al desiderio di una rapida carriera.
Lo scegliere regole fisse – utilizzando una metafora importata dall’economia che non sembra aver dato in Europa risultati efficaci – è, a mio avviso, una strategia lontana da chi si interroga con curiosità. L’intelligenza e l’autonomia di pensiero non possono che essere caratterizzate da una componente di discrezionalità.

 

*Professore associato di Politica economica presso l’Università Phartenope di Napoli

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L’Università denigrata, tra carenze e propaganda

Pubblicato il 08 Gennaio 2009 da admin

Il 29 novembre il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo intitolato “Il dossier dei professori: non siamo peggio degli altri” (occhiello: La ricerca - Il confronto di sei docenti milanesi: in Germania molti più corsi e Italia davanti alla Spagna nelle classifiche).
Nell’articolo si dà brevemente conto della ricerca diretta da Marino Regini dell’Università di Milano, di cui oggi esiste un primo corposo abstract in rete.
Cosa dice il rapporto? Si tratta in sostanza di una comparazione tra l’università italiana e quelle dei principali paesi europei. La ricerca istituisce dei confronti su materiali rinvenibili pubblicamente, tentando di motivare con chiarezza eventuali diversità organizzative. Prendo solo alcuni esempi: uno relativo al numero di università per Paese e uno al numero dei corsi di studio (dalle tabelle ho eliminato le esaustive note di lavorazione per esigenze di spazio, ma sono entrambe perfettamente leggibili sul citato pdf via web).

In questo caso è visibile che il numero delle nostre università è nettamente inferiore a quello dell’Inghilterra (senza contare i Colleges) e della Germania (senza contare le Fachhochschulen) e molto simile a quello della Francia (che però ha in aggiunta un grande numero di Grandes Ecoles). Il dato si modifica leggermente nel numero di istituti per milione di abitanti, ma senza rappresentare un’inversione di tendenza.

Da questa tabella si evince che il numero dei corsi somministrati dalle università italiane è consistente, ma che i principali sistemi universitari europei si trovano in situazioni molto simili (nel caso della Germania, considerata patria di eccellenze universitarie il numero dei corsi è decisamente superiore al nostro).
Ne emerge un quadro che ha poche attinenze con quanto propagandato da altre fonti. Naturalmente ciò non significa affatto che l’università italiana vada difesa a spada tratta o, peggio ancora, che i problemi vadano nascosti. Si tratta piuttosto di correttezza di impostazione. Come si può leggere nell’introduzione di Regini al già citato rapporto, “L’università italiana è indubbiamente malata (…) Rispetto a tali gravi carenze il nostro sistema universitario non può, e a nostro parere non deve, essere difeso, ma deve al contrario essere aiutato a compiere un profondo rinnovamento. Ma l’università italiana è stata al tempo stesso denigrata dalle polemiche recenti scatenate da esponenti del ceto politico, da taluni studiosi che hanno rinunciato all’equilibrio e all’approfondimento delle analisi, e soprattutto dai media”.
Difficile non dare ragione al rapporto Regini. Mouse alla mano, è possibile rintracciare velocemente la fonte di molte cifre sentite nei talk show televisivi oppure lette nelle pagine dei giornali. Si tratta del sito www.governoberlusconi.it. E’ sufficiente selezionare dalla barra del menù dei “temi caldi” la voce università, da cui è possibile accedere agli “approfondimenti”, che rappresentano la summa delle cifre e delle osservazioni utilizzate dagli esponenti del governo e delle forze che lo sostengono da quando è scoppiato il putiferio sui decreti Gelmini e sulla legge 133, e che hanno avuto grandissimo spazio nei media. Nel primo link (università italiana – sprechi accertati -parte prima) sono evidenziate affermazioni inesatte o false o incomplete. Facciamo alcuni esempi. Si afferma in apertura che l’università italiana produce meno laureati del Cile. Eppure nel 2007 in Italia ci sono stati 301.298 laureati, in Cile 87.405. Più avanti si scrive che “Si sono moltiplicate cattedre e posti per professori senza tener conto delle reali esigenze dei ragazzi, aumentando la spesa in maniera inaccettabile”. Eppure sul sito del Ministero dell’Università si legge: “(…) per ciascun docente italiano vi sono circa 5 studenti in più rispetto alla media europea e alla media OCSE (21 studenti per docente in Italia contro i 16 della media UE e OCSE)”. Rispetto ai colleghi di Spagna e Giappone, che sono i Paesi in cui tale indicatore assume uno dei valori più bassi (11 studenti per docente), un docente italiano ha un carico superiore di circa 10 studenti.
Più oltre si proclama che in Italia esistono 94 università più 320 sedi distaccate in posti non strategici. In realtà, le università sono 87, 274 il totale dei Comuni sedi di didattica universitaria. Più avanti si legge che 327 facoltà non superano i 15 iscritti. In questo caso si fa una (non piccola) confusione tra “Corsi di laurea” e “Facoltà”. La stessa confusione che fecero Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo in un articolo del lontano 27 dicembre 2006. (Che il governo si serva dei giornalisti anti-casta per snocciolare le proprie cifre? E perché proprio attraverso un articolo di quasi due anni fa?).
Poco più avanti si afferma che “Ci sono 37 corsi di laurea con 1 solo studente”, ma nel materiale specifico della pagina “sprechi accertati – seconda parte” ne vengono citati esplicitamente solo 13.
A seguire il sito governativo propone tre affermazioni inesatte (“In Italia abbiamo 5500 corsi di laurea, in Europa la metà”; “nel 2001 i corsi di laurea erano 2444, oggi 5500”; “170.000 materie insegnate rispetto alle 90.000 della media europea”). Come sappiamo dalla ricerca dei docenti milanesi i corsi in Italia sono 5960, ma sono ben più della metà della media europea (così come le materie insegnate). Inoltre non si tiene conto in alcun modo che dal 2001 ad oggi è entrato in vigore il sistema 3+2, che ha portato alla moltiplicazione ineluttabile dei corsi per soddisfare i due ordini di livello (laurea triennale e laurea magistrale).
In un altro link del sito (“sprechi accertati nel mondo della ricerca”) c’è una lista nera di progetti finanziati attraverso il dispositivo del Prin. In testa c’è la ricerca pluricitata nei salotti televisivi su “L’approccio multidisciplinare alla conservazione dell’asino dell’Amiata”. Personalmente non credo che da parte di un non specialista sia semplice stabilire se, negli studi zoologici, rivesta una qualche importanza questa ricerca. Di sicuro, per quanto riguarda l’ambito delle scienze sociali, non sembra deducibile alcuna stigmatizzazione dei progetti inseriti nella lista nera del governo Berlusconi come “Gli effetti del pericolo e della paura sulla forma e sull’uso della città italiana contemporanea”,  oppure “Italiani e Francesi visti dal di dentro: Identità Nazionale, Multiculturalismo e Immigrazione”. In quest’ultimo caso la sinossi del sito governativo recita: “Esaminare in modo più approfondito il ruolo dell’identità nazionale nel modellare gli atteggiamenti verso gli immigrati e, specificatamente, il ruolo dei Musulmani e dell’Islam nelle percezioni dell’opinione pubblica sulle principali questioni relative all’immigrazione. Esaminare la percezione di sé stessi e degli altri negli immigrati e nei cittadini nati in un paese diverso dalla Francia e dall’Italia e residenti in uno di questi due paesi”. Francamente non mi pare si tratti di un argomento irrilevante.
Presentare i dati e valutare la ricerca universitaria come fa il governo significa evidentemente prefigurare un’unica soluzione efficace: di fronte all’eccezionale proliferazione di sedi, di corsi e di materie e alla inconsistenza della ricerca l’unico strumento corretto sarebbe la mannaia del ministro Gelmini. Poco importa che la soluzione si basi su dati falsi o inesatti. Poco importa, evidentemente, che la proposta del governo sia l’esatto contrario di una logica di riprogettazione razionale e di nuovi investimenti che appare invece la linea seguita in tutti gli altri Paesi europei.
Con l’approvazione in tempi rapidi della conversione in legge del noto decreto governativo 180 nonostante l’enorme ondata di contestazione di fine 2008 (e mettendo alla votazione la sordina della fiducia) il governo forse auspica che cada rapidamente una sorta di oblio sulla situazione universitaria, agevolato dalla convinzione che l’opinione popolare voglia fare piazza pulita. Non riformare l’università pubblica, ma azzerarla in poche stagioni. Ma allora, se questa è la convinzione governativa, perché truccare e manipolare i dati?

*Professore associato di sociologia della comunicazione nell’Università del Salento.

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