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Un falso conflitto generazionale: età pensionabile e occupazione

Pubblicato il 08 Settembre 2011 da admin

Il dibattito sulla situazione economica attuale e sulle politiche per farvi fronte è tanto intenso quanto, molto spesso, superficiale. La discussione si nutre in gran parte di slogan, vale a dire di affermazioni che vogliono essere di effetto, specie per il cittadino comune, ripetute come dogmi indiscussi ma non di rado inconsistenti ad un pur minimo vaglio di analisi economica. Tra le più ricorrenti di tali formule c’è quella che evoca dei pretesi oneri che la generazione presente starebbe addossando sulle spalle delle generazioni future. E’ facile imbattersi nel richiamo a tale ‘snaturato’ comportamento con riguardo al debito pubblico esistente—come se questo fosse un debito della collettività nel suo complesso, e non, quale invece è, un debito del settore pubblico nei confronti dei cittadini, e quindi una forma di attività finanziaria che questi ultimi possiedono e tramandano ai loro discendenti.[1] Ma, come è capitato di leggere ancora in questi giorni, l’appello al ‘risanamento’ finanziario quale condizione di maggiore equità intergenerazionale viene anche lanciato con più specifico riferimento ai meccanismi dell’attuale sistema pensionistico.

Proprio nel contesto del dibattito alimentato dalla ‘manovra’ in atto, da più parti si è sostenuto ancora una volta che un intervento normativo opportuno sarebbe quello del prolungamento dell’età lavorativa, e quindi dell’innalzamento dell’età pensionabile. Gli argomenti utilizzati a sostegno di questa tesi sono sostanzialmente di due tipi. Uno attiene alla dimensione della spesa pensionistica, che si sarebbe dilatata per effetto della estensione della durata media della vita, e il cui equilibrio rispetto alle entrate (a sua volta richiesto dal generale equilibrio nei conti pubblici, considerato indispensabile) richiederebbe pertanto o un aumento dell’imposizione contributiva, che viene però immediatamente escluso per i suoi effetti negativi sul costo del lavoro, oppure una riduzione delle prestazioni, appunto indicata nella forma dell’innalzamento dell’età di pensionamento e conseguente diminuzione degli anni di pensione. A questo argomento, che possiamo chiamare ‘di bilancio’, viene spesso aggiunto quello secondo cui il sacrifico degli ‘anziani’ occupati correggerebbe il sistema attuale nella direzione di una maggiore equità nei confronti delle generazioni ‘giovani’. Ora, se l’argomento ‘di bilancio’ è chiaro nel suo significato, a prescindere dal fatto che lo si possa condividere o meno, è invece difficile comprendere quale sia il senso in cui l’attuale sistema conterrebbe degli elementi di iniquità intergenerazionale, e quali siano quindi i benefici che i ‘figli’ riceverebbero dal prolungamento dell’età lavorativa dei ‘padri’. Riesco a formulare solo due ipotesi in grado di dare razionalità all’argomento: a) data l’estensione della durata media della vita, in assenza dei risparmi di spesa pensionistica connessi al prolungamento dell’età lavorativa gli occupati giovani sarebbero chiamati a pagare contributi più elevati; b) i risparmi di spesa prodotti dal prolungamento verrebbero utilizzati per finanziare elementi di welfare a favore dei giovani (sussidi di disoccupazione, asili-nido, ecc.). L’ipotesi b), cui talvolta viene effettivamente fatto cenno nel dibattito, nella misura in cui si applicasse implicherebbe però una diversa destinazione della spesa sociale, piuttosto che una sua contrazione, e sarebbero in conflitto con l’obiettivo generale di riduzione del disavanzo pubblico al quale il prolungamento dell’età lavorativa viene invece generalmente connesso. Analoga considerazione vale per l’ipotesi a), secondo la quale il prolungamento della vita lavorativa eviterebbe l’innalzamento delle aliquote contributive sugli occupati, e non un più elevato disavanzo pubblico. Insomma, il preteso carattere di maggiore equità intergenerazionale del prolungamento della vita lavorativa non trova spiegazioni evidenti, e quelle che si possono eventualmente concepire lo rendono contraddittorio, anziché complementare, rispetto alla desiderata riduzione del disavanzo pubblico.

In realtà esiste invece una buona ragione per ritenere che, in sé, il prolungamento della vita lavorativa, lungi dal produrre un beneficio per le generazioni giovani, causerebbe loro un danno estremamente grave. Ceteris paribus, è evidente che l’estensione del periodo di lavoro degli attuali occupati produrrebbe un corrispondente ritardo nell’impiego dei giovani chiamati a sostituirli; è forse meno evidente che ciò si risolverebbe in un aumento permanente e di dimensioni potenzialmente rilevanti della disoccupazione. Per mostrare quanto appena detto mi servirò di un semplice esempio numerico, che adotta le seguenti ipotesi:
- il prolungamento consiste nel posticipare l’età del pensionamento dai 65 anni ai 70 anni;
- la vita di un individuo si conclude a 85 anni;
- la popolazione è stazionaria e si distribuisce uniformemente per età;
- l’economia è stazionaria.

Prima del provvedimento si hanno pertanto 20 classi di età di pensionati, e cioè dai 65 agli 84 anni. Supponiamo che in ciascuna classe di età vi siano 2 individui, e quindi 40 pensionati in tutto. Nel gruppo dei pensionati ogni anno muoiono due individui al raggiungimento degli 85 anni, ed entrano due 65enni.

Vediamo ora quali sarebbero gli effetti permanenti che il prolungamento dell’età lavorativa avrebbe sul livello della disoccupazione. Immaginiamo che prima del provvedimento vi fossero 50 classi di età degli occupati, da 15 a 64 anni, ciascuna costituita da 2 lavoratori, per complessivi 100 occupati. Ogni anno 2 individui 65nni andavano a riposo, sostituiti da 2 giovani, che supponiamo fossero 15nni.

Nel periodo 0, precedente al provvedimento, si aveva dunque questa situazione:

 

 

Assumiamo, a partire dal periodo 1, un processo graduale verso il nuovo regime, di questo tipo: i lavoratori che nel periodo 0 hanno 64 anni andranno a riposo a 66 anni (ritardo di 1 anno); i lavoratori che nel periodo 0 hanno 63 anni, andranno a riposo a 67 anni (ritardo di 2 anni), e così, via, fino ai lavoratori che in data 0 hanno 60 anni, e che andranno a riposo a 70 anni (ritardo di 5 anni). Il processo può quindi essere così rappresentato:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nei 10 periodi della transizione si verifica un turnover di 2 unità ad anni alterni, e precisamente negli anni 2, 4, 6, 8, 10 (mentre negli anni dispari si verifica solo l’”invecchiamento” di 1 anno dei medesimi occupati), e l’ipotesi adottata è che ad entrare tra gli occupati siano, di volta in volta, i giovani di età maggiore (così, nel periodo 2 vengono impiegati i due 16nni, nel periodo 4 vengono impiegati i due 17nni, e così via). Quella rappresentata nel periodo 10 costituisce la situazione a regime, che, ferma restando ogni altra condizione, da allora in poi è quindi permanente. Si può così vedere che il prolungamento dell’età lavorativa implica una riduzione permanente di 10 unità nel numero dei pensionati e un equivalente e altrettanto permanente aumento di 10 unità nel numero dei disoccupati.

Il numero dei pensionati si riduce dunque del 25%, che è il rapporto tra il numero di anni di prolungamento della vita lavorativa (5) e l’iniziale numero medio di anni di pensione (20); ovvero, ogni anno di innalzamento dell’età pensionabile riduce il numero dei pensionati del 5%. Volendo applicare questi risultati a grandezze rilevate per l’Italia, consideriamo i seguenti dati:

- nel 2009 (ultimo dato che sono riuscito ad individuare) il numero di percettori di pensioni di vecchiaia era pari a 11.475.000;[2]
- dei suddetti pensionati il 24,6% era relativamente ‘giovane’, in quanto di età compresa tra i 40 e i 64 anni.[3] Questa quota di pensionati può ragionevolmente considerarsi ‘ad esaurimento’ (perché presumibilmente frutto, in gran parte, di meccanismi di pensionamento non ripetibili), e pertanto da non considerare nella stima degli effetti di un innalzamento dell’età pensionabile. Sottraendo tale quota, il numero di percettori di pensioni di vecchiaia rilevante per la nostra valutazione risulta pari a 8.652.000.[4]

Se dunque caliamo nel nostro esempio di economia stazionaria il numero di percettori di pensione di vecchiaia testé individuato, e ad esso applichiamo l’ipotizzato prolungamento dell’età lavorativa, il risultato a regime di questo provvedimento è costituito da una riduzione del numero di pensionati pari al 25% di 8.652.000, e cioè 2.163.000 unità. Corrispondentemente, in questa stessa, rilevante dimensione aumenta, nella nostra economia stazionaria, il numero dei disoccupati. Introducendo nel nostro esempio il numero di persone in cerca di occupazione rilevato alla fine del 2009 in Italia, pari a 2.086.000,  a regime l’effetto del provvedimento sarebbe dunque un incremento del numero dei disoccupati del 104%! Più specificamente, per ogni anno di aumento dell’età pensionabile il numero dei pensionati si ridurrebbe, come abbiamo già osservato, del 5%, pari a 433.000 unità nella nostra economia stazionaria; e di questo stesso numero, pari a ben il 21% della grandezza iniziale, aumenterebbero i disoccupati per ogni anno di innalzamento dell’età pensionabile.

I risultati ottenuti risentono, ovviamente, delle ipotesi adottate. In particolare, l’assunzione di stazionarietà del sistema (inclusa la forza-lavoro) ha lo scopo di isolare gli effetti sulla disoccupazione di un prolungamento dell’età lavorativa, considerando quindi invarianti tutte le altre condizioni. E’ chiaro perciò che l’aumento della disoccupazione prodotto da un simile provvedimento risulterebbe compensato tanto di più, quanto più l’economia crescesse. Tuttavia il trend recente dell’economia italiana, e le politiche economiche in atto, non lasciano sperare in tassi di crescita rilevanti, per non dire positivi. Né vi sono ragioni per ritenere che proprio il prolungamento dell’età lavorativa possa di per sé produrre effetti espansivi—piuttosto il contrario, considerata la contrazione della domanda per consumi inevitabilmente generata da un aumento della frazione di forza-lavoro che rimane disoccupata, e quindi a reddito individuale pressoché nullo.

Un’altra implicazione dell’ipotesi di stazionarietà è la costanza della produttività del lavoro, la quale ha tuttavia l’effetto di limitare l’aumento della disoccupazione rispetto a quella che si produrrebbe in presenza di un eventuale andamento crescente della produttività. Vale infatti notare che gli aumenti di produttività riducono la quantità di lavoro richiesta per unità di prodotto, e che perciò, se non associati ad una crescita sufficiente dell’economia, essi hanno un effetto negativo sui livelli di occupazione.

Infine, le ipotesi circa la durata media della vita e di distribuzione uniforme delle età degli individui non sembrano essere decisive per i risultati ottenuti. Una vita media di 85 anni appare semmai leggermente sovrastimata, e quindi tale da ridurre, a parità di numero iniziale di pensionati, l’aumento della disoccupazione ottenuto nel nostro esempio. Una vita media più breve, riducendo il denominatore del rapporto tra prolungamento della vita lavorativa e il numero iniziale di anni di pensione, implicherebbe una maggiore riduzione, a regime, nel numero dei pensionati, e quindi un aumento maggiore nel numero dei disoccupati.

In conclusione, questa nota ha lo scopo di mettere in evidenza come l’aumento dell’età pensionabile sia di per sé in grado di produrre effetti negativi molto rilevanti sull’occupazione, e quindi sulla possibilità di impiego dei giovani. Ciò non significa, naturalmente, che l’estensione del limite dell’età di lavoro sia un fatto necessariamente e intrinsecamente negativo: dove vada fissato tale limite è però questione che il governo di una collettività dovrebbe stabilire considerando le molteplici implicazioni di tale determinazione, nelle date condizioni economiche e sociali. E la capacità del sistema economico di dare occupazione è certamente una delle più importanti di tali condizioni.

 

 

 

 

[1] Il valore dei titoli pubblici che la generazione successiva in quanto tale eredita da quella precedente equivale ovviamente al valore del debito pubblico in essere, e compensa quindi qualsiasi ammontare di maggiori imposte che essa sia eventualmente chiamata a pagare al fine di ridurre o limitare la dimensione del debito.
[2] Trattamenti pensionistici e beneficiari al 31dicembre 2009, INPS e ISTAT, 21 giugno 2011, tav. 9, p. 9.
[3] Ibid., tav. 7, p. 8.
[4] L’opportunità di sottrarre la quota di pensionati ‘giovani’ mi è stata fatta notare dal collega Attilio Trezzini.
[5] ISTAT, Occupati e disoccupati, Serie storiche.

 

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Quali politiche macroeconomiche per l’Italia?

Pubblicato il 18 Giugno 2011 da admin

L’approfondirsi della crisi in Grecia e le difficoltà economiche e sociali di altri paesi come la Spagna, insieme ai segnali di cambiamento politico in Italia, rendono molto importante che si apra un dibattito interno all’opposizione sul che fare nella politica economica italiana. In questa prospettiva mi sembra utile tornare a discutere del documento programmatico recentemente proposto dal Pd.

Come già segnalato in un precedente contributo alla rivista, la prima parte del documento, relativa alla situazione ed alle politiche economiche in Europa, segna una importante ed innovativa presa di posizione. Essa infatti pone al centro dell’analisi la necessità di una crescita della domanda interna in Europa come condizione ineludibile per una ripresa della crescita e dell’occupazione. Da questo scaturisce la critica delle politiche di austerità attualmente perseguite in quanto, vi si afferma giustamente, esse rendono più incerto lo scenario macroeconomico e invece di attenuare le tensioni  sui mercati finanziari contribuiscono ad alimentarle. Ne conseguono proposte alternative a livello europeo centrate sulla creazione di istituzioni e strumenti volti a ridurre drasticamente i tassi di interesse sui titoli del debito pubblico dei paesi potenzialmente o effettivamente sotto attacco da parte della speculazione finanziaria internazionale, sulla realizzazione di un programma di investimenti finanziati da emissione di titoli europei e su politiche di redistribuzione del reddito. Tra queste ultime in particolare la proposta di applicare uno “standard retributivo” ai paesi europei (discussa anche su questa rivista) che vincoli tutti i paesi ad una crescita dei salari almeno pari a quella della produttività, mentre le economie, come la Germania, che hanno un avanzo nella bilancia commerciale, dovrebbero realizzare una crescita dei salari maggiore della crescita della produttività. Questa misura contribuirebbe al perseguimento di diversi obiettivi: porre un freno alla deflazione salariale come strumento per la competizione internazionale; sostenere i redditi da lavoro e la domanda interna, favorendo per questa via l’occupazione e il riequilibrio dei conti pubblici; determinare una crescita maggiore della domanda e del costo del lavoro nei paesi in avanzo commerciale, contribuendo così anche alla riduzione dei disavanzi esteri delle economie “deboli”, permettendo loro di esportare di più verso i paesi ora in surplus commerciale.

L’impostazione generale appena descritta (sebbene debba essere ulteriormente articolata e precisata) è del tutto condivisibile, e ha una evidente assonanza con le posizioni espresse dagli oltre 250 firmatari della Lettera degli economisti resa pubblica nel giugno scorso. Tuttavia si nota nel documento un forte scarto quando dall’analisi della situazione europea si passa a quella dell’Italia e si delineano le proposte di politica economica per il paese. Qui gli obiettivi proposti sono certamente condivisibili: aumento dei tassi di occupazione e di attività femminile[1] e aumento della produttività. Su entrambi i fronti infatti l’economia italiana è indietro e ha perso terreno rispetto ai partner europei.  Il problema, però, è che sparisce da questa parte del documento ogni riferimento a politiche volte a far crescere la domanda aggregata interna, sebbene questa sia la condizione necessaria perché possano davvero realizzarsi entrambi quegli obiettivi, e in particolare il primo. La crescita dell’occupazione femminile è bloccata in Italia non tanto dalla carenza di servizi ma, soprattutto, dalla mancanza di opportunità di lavoro. I tassi di attività e di occupazione femminile sono infatti terribilmente bassi al Sud, dove le opportunità di lavoro sono così scarse che anche i tassi di attività maschili sono molto al disotto di quelli delle altre regioni italiane (il tasso di attività maschile al Nord è 78%, 12 punti in più che al Sud dove si attesta al 66%; per le donne la differenza sale a quasi 25 punti tra il 60,5% del Nord e un infimo 36% al Sud). Secondo l’Istat, quasi il 40% delle donne inattive nelle regioni meridionali dichiara di non essere alla ricerca di una occupazione perché convinta di non poterla trovare. In questa situazione, la creazione di condizioni più favorevoli alla conciliazione tra vita familiare e lavoro è certamente auspicabile, e contribuirebbe di per sé a creare opportunità di occupazione per le donne come lavoratrici proprio in quei servizi (come asili, assistenza agli anziani) necessari a favorire quella conciliazione. Tuttavia questo non può essere sufficiente a determinare un aumento dell’occupazione complessiva se avviene non in un quadro macroeconomico di espansione della domanda, ma al contrario in un contesto di taglio complessivo della spesa e del welfare.

Il punto è che quando si parla dell’Italia, l’unico riferimento ad una espansione della domanda è nel rinvio ad un mutamento delle politiche economiche in Europa, mentre d’altro lato si manifesta piena adesione alle politiche di austerità chieste al nostro paese, come mostrano le reazioni del PD alla relazione del Governatore Draghi. Ciò elude scelte ed assunzioni di responsabilità certamente molto difficili ma a cui non ci si può sottrarre. Se non si riesce a far procedere una diversa politica macroeconomica a livello europeo, quali sono le proposte della sinistra per il nostro paese? Seguire le orme di Grecia e Spagna, e accettare le politiche di forti tagli alla spesa pubblica, che generano recessione e disoccupazione, si dimostra sempre più un suicidio per l’economia e per il mondo del lavoro, oltre che la via ad una probabile sconfitta politica.

[1] I tassi di attività femminili sono dati dal rapporto tra la somma di occupate e disoccupate e la popolazione di riferimento (in questo caso donne in età 15-64 anni), i tassi di occupazione dal rapporto tra occupate e popolazione di riferimento.

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Il potere della finanza: lezioni dalla Grecia e dall’Europa

Pubblicato il 27 Luglio 2010 da admin

La capacità dei mercati finanziari di generare “valore” è legata allo sviluppo di “convenzioni” (bolle speculative) in grado di creare aspettative tendenzialmente omogenee che spingono i principali operatori finanziari a puntare su alcuni tipi di attività finanziarie (vedi A,Orléan, Dall’euforia al panico. Pensare la crisi finanziaria e altri saggi, Ombre Corte, 2010). Negli anni ’90 è stata la Internet Economy, negli anni 2000 l’attrazione è venuta dallo sviluppo dei mercati asiatici (con la Cina che entra nel Wto nel dicembre 2001) e dalla proprietà immobiliare. Gli effetti devastanti del crollo della bolla immobiliare nel 2008 hanno reso necessario un forte intervento degli Stati per tappare le falle di bilancio apertesi nelle grandi istituzioni bancarie, assicurative e finanziarie. Lo Stato ha svolto così il ruolo di prestatore d’ultima istanza, quindi a fondo perduto e senza effetti di stimolo sulla domanda. E’ la recessione attuale e la forte immissione di liquidità pubblica, più che l’eccesso di spesa pubblica, la causa principale dell’incremento del rapporto deficit/Pil. In un simile contesto, sono i paesi più dipendenti dalla dinamica economica internazionale a essere i più penalizzati, ovvero i paesi che svolgono il ruolo di subfornitori, senza poter influenzare le traiettorie tecnologiche dominanti. L’area del Mediterraneo è tra queste. La speculazione finanziaria cerca così di sviluppare una nuova convenzione, che potremmo definire “convenzione welfare”, dove oggetto della stessa speculazione è direttamente il benessere (il bios) degli individui. Da convenzioni di tipo settoriale ad alta intensità cognitiva (Internet economy), passando a convenzioni legate allo sviluppo di aree territoriali globali, si giunge così a convenzioni che hanno come oggetto le condizioni di vita e lavoro degli esseri umani. Il biopotere della finanza si conferma pervasivo e sempre più diretto.

Lo sviluppo della “convenzione welfare” ha messo a nudo a fragilità dell’Europa. Gli interessi nazionalisti e corporativi, in particolare della Germania, hanno giocato un ruolo importante. La tentazione di approfittare della crisi greca per verificare la possibilità di un’Europa (e di un Euro) a due velocità è stata fortissima. La costruzione di un’Europa ristretta, di serie A, fondata sull’asse franco-tedesco, rispetto all’Europa mediterranea di Serie B , non è mai definitivamente scomparsa dalla scena politica, soprattutto in un contesto dove l’Europa rischia di trovarsi schiacciata nella competizione tra Usa e Cina.  E’ tale tentazione che giustifica la costruzione dell’Europa solo sul pilastro monetario e il mantenimento di politiche fiscali nazionali. La non esistenza di una politica comune di budget europeo, tuttavia, oggi si sta rilevando un boomerang. Il ritardo con cui l’Europa è intervenuta e solo dopo che il Fmi aveva imposto alla Grecia il controllo del suo bilancio pubblico e l’obbligo di adottare politiche lacrime e sangue, ha consentito alla speculazione internazionale di allargarsi anche al mercato delle valute, prendendo di mira l’Euro. La crisi greca, il tentativo di estenderla ad altri paesi di peso politico sicuramente maggiore, l’inesistenza di una strategia fiscale comune europea: sono tutti elementi che hanno depotenziato l’immagine dell’Euro e creato aspettative di svalutazione. A un mese di distanza dal varo del pacchetto di misure straordinarie (il cd. Piano europeo) del valore di 500 miliardi di euro, nonostante tutte le assicurazioni, l’euro ha continuato a svalutarsi. Alla speculazione sul welfare europeo, si è così aggiunta la speculazione sull’euro.

I grandi operatori finanziari dettano ancora legge. È necessario un cambio di rotta e nuove proposte di intervento di politica economica. Esse possono essere discusse a due livelli: il primo riguarda interventi tecnico-politici in un ottica di breve, brevissimo periodo, il secondo presuppone un intervallo e un’azione politica e sociale di più lunga durata.

Nell’immediato si possono intraprendere tre percorsi, diversi, ma unificati dall’obiettivo di migliorare la governance dell’Europa nello scacchiere mondiale e rafforzare la sua credibilità nei mercati finanziari:

- costituire una società di rating europea, indipendente e autorevole, effettivamente autonoma dagli interessi che agitano i mercati finanziari. A tal fine, essa non può essere privata, ma deve essere sottoposta all’egida della Banca Centrale Europea, con la nomina di esperti, nominati dalle Banche Centrali dei vari paesi europei (una sorta di Authority). In tal modo, potrebbe essere rotto il monopolio attualmente gestito dalle società americane, in collusione con gli investitori istituzionali che lì operano;

- introdurre una sorta di tassazione sulle speculazioni in valuta dello 0,01% sul modello “Tobin Tax” (richiesta peraltro avanzata già in sede europea e nel G20 sia dalla Svezia che dalla Gran Bretagna, nei tempi più drammatici della crisi dl 2008-09). Il gettito che ne deriva venga gestito direttamente dalla Comunità Europea e non dai singoli stati, per la creazione di un fondo che vada a costituire l’embrione di un budget europeo come condizione preliminare per definire una politica fiscale comune;

-presentare un piano di coordinamento delle politiche fiscali nazionali  con effetto immediato, che non sia esclusivamente rivolto alla riduzione della spesa pubblica (come deciso nel Piano d’intervento Europeo) ma che sia invece finalizzato alla creazione di budget fiscale europeo, emissione di bond europei di debito e acquisto di titoli di stato (come già in minima parte prevede il piano europeo). E’ necessario definire le tappe e i tempi per creare un bilancio pubblico europeo ed un unico parametro deficit /Pil.

Gli interventi summenzionati richiedono una volontà politica in grado di sancire a livello istituzionale europeo una sorta di nuovo “new deal” così da portare a compimento in modo effettivo l’unità economica e sociale dell’Europa. Non crediamo che al momento vi siano le condizioni perché si arrivi a ciò. Quasi tutti i governo europei hanno matrice liberista e social-liberista (Germania, Spagna, Portogallo, Grecia) o ancor peggio nazional-corporativa (Francia, Italia).

Ciò che manca all’Europa, è una visione in primo luogo culturale e poi sociale in grado di intervenire, analizzare, inchiestare le nuove forme di accumulazione e di valorizzazione e la nuova composizione del lavoro vivo, sempre più condizionata dalla precarietà. Il campo di azione e di battaglia politica è la ridefinizione di un welfare in grado di favorire la costruzione di un variegato fronte sociale anti-liberista e nello stesso tempo di superare la fase della sola opposizione e resistenza alle misure recessiva e regressive che oggi si vogliono porre in atto in nome della stabilità dei bilanci. Il futuro del welfare è necessariamente oltre il workfare e il welfare pubblico-keynesiano del dopoguerra: è il common-fare, ovvero il welfare europeo del comune. Ipotizzare un welfare del comune significa oggi imbastire una politica:

- che garantisca un reddito incondizionato, individuale, ai residenti (e non solo ai cittadini), il cui ammontare è oggetto di vertenza sociale, finanziato dalla fiscalità generale (e non dai contributi sociali), grazie alla tassazione progressiva della proprietà intellettuale, dello spazio come fattore produttivo e di speculazione, della rendita finanziaria, nonché delle forme patrimoniali della ricchezza (accesso alla continuità di reddito incondizionato);

- che tolga dalle gerarchie imposte dal libero scambio i beni primari e di pubblica utilità che negli ultimi 15 anni hanno subito estesi processi di privatizzazione in seguito all’adozione degli accordi europei di Cardiff sulla de-regolamentazione del mercato dei beni e dei servizi (accesso ai beni comuni materiali);

- che imponga forme di controllo e di monitoraggio sul mercato del credito, sui suoi costi e sulle possibilità di elargire forme di finanziamento anche a chi non ha contratti a tempo indeterminato con la garanzia e l’assicurazione degli apparati pubblici, sia a livello locale che sopranazionale (accesso alla moneta come bene comune);

- che proceda ad una regolamentazione dei diritti di proprietà intellettuale e della legislazione sempre più restrittiva dei brevetti a favore di una maggiore libertà di circolazione dei saperi e alla possibilità gratuita di dotarsi di infrastrutture informatiche, tramite adeguate politiche innovative e industriali (accesso ai beni comuni immateriali).

Una tale proposta di welfare rappresenta ad oggi un possibile strumento perché non solo si attui una distribuzione del reddito più equa ma anche perché si sviluppino quelle condizioni reali di scelta del lavoro, di vita e di sostenibilità sociale in grado di avere ricadute positive sulla struttura economica attuale, unico antidoto per combattere la speculazione e fuoriuscire dal guado della crisi.  Una proposta che punta ad un uso qualitativo della spesa pubblica, al fine di favorire una crescita economica in grado, per questa via, di ridurre anche in parte il rapporto deficit/pil: esattamente l’opposto di quella politica fiscale restrittiva adottata da molti paesi europei con l’obiettivo di assecondare gli appetiti della speculazione finanziaria e di creare una situazione deflattiva con esiti che rischiano di peggiorare ulteriormente l’attuale situazione economica.

*Professore di economia politica nell’Università di Pavia

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L’ideologia del Libro bianco e il futuro del lavoro

Pubblicato il 04 Giugno 2009 da admin

Che cosa sarà del lavoro, in Italia, oltre la crisi? A giudicare dalle promesse del Libro Bianco su “La vita buona nella società attiva”[1], pubblicato all’inizio di maggio dal ministro Sacconi, nulla di luminoso. Non c’è nessun elemento che possa indicare una “via alta” per superare la crisi, nel Libro bianco. Si ha l’impressione, piuttosto, che il Governo in carica non si stia lasciando sfuggire l’occasione che gli si presenta allorché le funzioni di indirizzo politico in materia di lavoro, sanità e inclusione sociale sono attribuite ad un unico Ministero, e gli equilibri parlamentari consentono una pressoché immediata traduzione degli intenti di governo in atti di legge: l’occasione, cioè, per portare a compimento la destrutturazione delle regole emerse dal compromesso fordista.
Le statistiche del lavoro – insieme a innumerevoli ricerche – mostrano come la destrutturazione del mercato del lavoro abbia reso strutturale l’instabilità lavorativa e abbia prodotto una tendenza alla contrazione della popolazione attiva (soprattutto fra le donne e nel Mezzogiorno)[2], contribuendo anche alla deresponsabilizzazione dei ceti imprenditoriali e al decadimento del tessuto industriale del Paese[3]. Quanto alla crisi in corso, poi, già il rapporto Istat 2008 ne prefigura l’impatto disastroso sul mondo del lavoro: cresce la disoccupazione (anche a fronte di un aumento degli attivi, sollecitato proprio dall’emergenza), cresce il ricorso alla cassa integrazione; e la perdita del lavoro riguarda soprattutto i tradizionali breadwinners dell’economia italiana.
Ma neanche la manifestazione acuta di una crisi economica del capitalismo induce a mettere in discussione il quadro regolativo. Anzi, al “dopo-crisi” bisogna prepararsi disponendosi a una più dura competizione sui livelli di costo della manodopera: «Quando il mondo tornerà a crescere […] maggiori saranno le pressioni su occupazione e salari derivanti dalla ulteriore integrazione nella economia mondiale dei Paesi un tempo periferici. Altrettanto importanti saranno le spinte per una continua rilocalizzazione dei processi produttivi» (pp. 9-10).
Gli interventi regolativi delineati nel Libro bianco si possono riassumere in quattro profili.
1) Sul piano della regolazione del rapporto di lavoro, viene ripresa l’etichetta di Statuto dei lavori, per evocare un programma di riforma che superi la distinzione fra lavoro subordinato e lavoro autonomo. Il superamento dell’idea stessa di subordinazione viene dunque avanzato come presupposto regolativo adeguato a un nuovo modo di pensare i rapporti di produzione, che consiste nel «superare ogni residua cultura antagonista nei rapporti di produzione e avviare, in un rinnovato clima di fiducia e collaborazione, una virtuosa alleanza tra capitale e lavoro […] in un mondo ragionevolmente destinato a sopportare frequenti cause di instabilità» (p. 57). Più in generale, il Libro Bianco fa sua l’inestinguibile insofferenza imprenditoriale per i vincoli nel trattamento della manodopera: «anche dopo le recenti innovazioni apportate dalle leggi Treu e Biagi è palese l’insofferenza verso un corpo normativo sovrabbondante e ostile che, pur senza dare vere sicurezze a chi lavora, intralcia inutilmente il dinamismo dei processi produttivi e l’innovazione nella organizzazione del lavoro» (p. 19).
2) Sul piano della regolazione del mercato del lavoro, si dà per scontato che la precarietà occupazionale debba essere portata alle estreme conseguenze, salva la consueta evocazione della chimera della flexicurity: «da una concezione statica di tutela del singolo posto di lavoro si deve definitivamente passare alla promozione della occupabilità della persona avviando, come già ipotizzato dalla legge Biagi, la costruzione di una rete di tutele sul mercato che preveda il coinvolgimento del mondo associativo e degli enti bilaterali e una maggiore attenzione al potenziamento delle competenze del lavoratore tale da consentirgli di prevenire e gestire al meglio le criticità nelle transizioni occupazionali» (p. 34).
3) Sul piano delle relazioni industriali, il superamento dell’antagonismo fra capitale e lavoro viene tradotto in una riconfigurazione della struttura della contrattazione collettiva (già iniziata con l’accordo separato del 15 aprile scorso), aprendo uno spazio anche alla contrattazione individuale: «Una più marcata dinamica dei redditi da lavoro e una più efficiente distribuzione della ricchezza attraverso i salari si realizzano […] – anche in condizioni di crescita bassa o negativa – garantendo uno spazio adeguato alla contrattazione collettiva aziendale e, nel quadro di questa, anche ad accordi individuali» (p. 56).
4) Sul terreno del Welfare, si annuncia la definitiva transizione verso lo Stato sociale minimo: un Welfare residuale, confinato al trattamento della povertà assoluta: «La povertà assoluta non va […] confusa con la povertà relativa. La prima indica la parte della popolazione che vive al di sotto del minimo vitale e perciò sollecita interventi tempestivi e diretti per rimuoverla. La seconda è utile a monitorare il livello delle disuguaglianze dei redditi per le necessarie politiche correttive» (p. 46). È come dire che la povertà relativa diventa oggetto di un interesse meramente futuro ed eventuale. Si incentiva inoltre l’intervento privato nella prestazione di servizi sociali, sulla base del «rigoroso postulato della centralità della persona nel nuovo Welfare» (p. 52), che il Governo rigorosamente interpreta, in chiave neo-liberale, come centralità del mercato.
Il repertorio di rappresentazioni della società e del lavoro sul quale il Libro Bianco si fonda è dunque in piena continuità con la dogmatica economica che ha veicolato la crisi. In particolare, i presupposti delle innovazioni annunciate dal Libro Bianco nella regolazione del lavoro – in un momento storico in cui appare evidente che la proprietà e l’impresa tornano a essere un ostacolo alla libertà e alla dignità delle persone – sono la reiterazione di tutte le principali illusioni alimentate dalla vulgata funzionalista del postfordismo:
1) L’illusione che l’organizzazione dell’impresa e del lavoro sia attraversata da un continuo e profondo rinnovamento, innervato da tecnologie intrinsecamente dotate di potenziale emancipativo: «I modelli organizzativi d’impresa hanno conosciuto innovazioni radicali che segnano la definitiva transizione verso una economia della informazione e della conoscenza» (p. 13);
2) l’illusione di una maggiore partecipazione e di un guadagno di autonomia degli esecutori nei processi produttivi: «Aumenta l’autonomia del lavoratore nella realizzazione delle proprie mansioni e progressivamente si stemperano i rigidi vincoli di subordinazione gerarchica e funzionale» (ibidem);
3) l’illusione che la segmentazione dei cicli produttivi, le esternalizzazioni e le delocalizzazioni siano scelte di efficienza: «Risulta oggi più efficiente per ciascun operatore concentrarsi sulla propria attività principale e approvvigionarsi, in qualunque parte del mondo, da soggetti terzi dotati di un prezioso know how immateriale ed organizzativo» (ibidem).
In un panorama nel quale la regolazione flessibile del lavoro è interpretata dalle imprese come massimizzazione dei livelli di costrittività, di queste illusioni si sono nutrite e continuano a nutrirsi le proposte di riforma periodicamente avanzate da giuslavoristi[4] (e più recentemente da economisti[5]) in cerca di visibilità, “novelli legislatori”[6] le cui argomentazioni sono diventate, nel volgere di qualche anno, la chiave di volta delle “riforme” adottate dalle varie maggioranze parlamentari.
In assenza – e in attesa – di un’adeguata rappresentanza politica del lavoro in Italia, il miglior contributo che può venire dalle scienze sociali alla difesa del lavoro è forse proprio nell’evitare di alimentare la retorica del nuovo, e cercare piuttosto di sollecitare un ripensamento, che metta in discussione le mitologie postfordiste e – difendendo innanzitutto quel che resta della tutela del reddito e dell’occupazione – si orienti a risalire il piano inclinato della flessibilità.

* Università del Salento

 

[1] Si cita dalla versione pubblicata alla pagina web del ministero.
[2] V., sinteticamente, G. Altieri (a cura di), Un mercato del lavoro atipico. Storia ed effetti della flessibilità in Italia, Ediesse, Roma 2009.
[3] Su questi aspetti, v. ad es. L. Gallino, Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità, Laterza, Roma-Bari 2007.
[4] V., per tutti, P. Ichino,Il lavoro e il Mercato. Per un diritto del lavoro maggiorenne, Mondadori, Milano 1996.
[5] V., ad es., T. Boeri e P. Garibaldi, Un nuovo contratto per tutti, Chiarelettere, Milano 2008.
[6] Li definiva così L. Castelvetri, “Contratto di lavoro e qualità totale”, in Rivista giuridica del lavoro, 1998, 3, pp. 431-59.

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Distribuzione del reddito e diseguaglianza: l’Italia e gli altri

Pubblicato il 23 Gennaio 2009 da admin

Scriveva Keynes, nelle Conseguenze economiche della pace, che il processo di formazione del capitalismo industriale si è fondato su un “doppio inganno”. Da una parte i lavoratori si appropriavano di una piccola parte della torta che avevano contribuito a produrre, mentre i capitalisti ne ricevevano “la miglior parte”, con la tacita condizione di non consumarla, ma di destinarla prevalentemente all’accumulazione del capitale.

Dopo la crisi del ’29 e la seconda guerra mondiale, il processo di sviluppo è sembrato invece basarsi su una graduale diminuzione delle diseguaglianze che ha stimolato la domanda aggregata. Tuttavia, dagli anni settanta, le diseguaglianze sono tornate a crescere, con l’aggravante che nei paesi sviluppati la “miglior parte della torta” ha alimentato prevalentemente la speculazione piuttosto che gli investimenti reali. In molti hanno scambiato questa restaurazione del “doppio inganno”, che con la crisi attuale mostra tutte le sue contraddizioni, con la via maestra della modernizzazione.

In questo quadro il governo italiano ha varato una manovra del tutto inadeguata. Avendo appreso l’idea che le aspettative si auto-realizzano dalle storielle che è uso raccontare, Berlusconi sembra ritenere che bastino le sue esortazioni a consumare per ristabilire la fiducia. Soprattutto non sembra rendersi conto che la spesa per il consumo dipende dal reddito delle famiglie e che l’ insufficienza della domanda aggregata è il risultato del mutamento nella distribuzione del reddito che ha caratterizzato in modo fondamentale l’ultima fase economica nei paesi sviluppati.

Vediamo come si è evoluta la distribuzione del reddito negli ultimi 20 anni, seguendo il recente rapporto dell’OCSE Growing unequal?[1] e confrontando la situazione Italiana con quella di altri paesi sviluppati: la Germania, la Francia, il Regno Unito e gli USA. L’Italia sembra essere il paese che riesce a cumulare contemporaneamente alcune delle caratteristiche più negative dei paesi anglosassoni e di quelli del continente europeo. Queste note si riferiscono alla evoluzione della distribuzione del reddito precedente la crisi. Proprio per questo motivo mettono in evidenza alcune delle sue cause fondamentali.

L’aumento della diseguaglianza a partire dalla metà degli anni 70 è stato caratterizzato dalla diminuzione della quota delle retribuzioni del lavoro sul reddito nazionale. Come si può vedere dal grafico che segue questa quota è diminuita consistentemente nei paesi dell’OCSE, ma è caduta in modo molto più pronunciato in Italia[2].

Come conseguenza in Italia la quota del reddito nazionale che si ottiene attraverso il lavoro è la più bassa tra i paesi che stiamo confrontando:

La forte diminuzione della quota dei redditi da lavoro dipende in larga misura dall’evoluzione del salario reale. Secondo le stime del rapporto dell’ Organizzazione Internazionale del lavoro, a parità di potere di acquisto, gli stipendi reali sono diminuiti in Italia del 16% circa tra il 1988 e il 2006[3].

La quota dei redditi da lavoro in Germania e Francia è diminuita seguendo l’andamento medio, mentre negli Usa e nel Regno Unito la quota è diminuita meno della media OCSE. Anche in questi paesi però la diseguaglianza è aumentata e nel caso degli USA enormemente. Sono state infatti all’opera anche altre cause, principalmente l’andamento del differenziale nelle retribuzioni del lavoro e l’effetto dei trasferimenti del reddito da parte dello stato alle famiglie e della tassazione, cioè il ruolo dello stato nel modificare il reddito disponibile delle famiglie rispetto al reddito di mercato.

La diseguaglianza nella distribuzione del reddito è rappresentata dall’indice di concentrazione dei redditi, l’indice Gini. L’Italia risulta avere verso la metà degli anni 2000 un alto indice di Gini, inferiore solo a quello degli USA tra i paesi considerati e superiore alla media di 24 paesi dell’OCSE. Germania e Francia hanno invece un indice Gini inferiore alla media, cioè sono paesi con una distribuzione del reddito notevolmente più egalitaria.

Negli ultimi venti anni la crescita dell’indice Gini è stata molto alta in Italia (inferiore solo a quella degli USA tra i paesi confrontati)[4].

E’ interessante per comprendere come si manifesta la diseguaglianza, confrontare i redditi mediani, quelli del decile più povero e quelli del decile più ricco della popolazione. Come si vede dai grafici, questo confronto mette in luce in modo drammatico la gravità della situazione italiana. Infatti, mentre sia per il reddito mediano che per il reddito del 10% più povero l’Italia è l’ultima tra i paesi considerati, e ha redditi minori rispetto alla media OCSE, il reddito del 10% più ricco risulta più alto rispetto alla media OCSE, e anche rispetto alla Francia. Si tratta di un dato che mostra in modo inconfutabile lo squilibrio che il nostro paese vive, con conseguenze molto rilevanti sia sul piano sociale che economico.

Vale la pena soffermarsi anche su uno dei dati più significativi presenti nel rapporto dell’OCSE, che svela il contenuto ideologico dell’identificazione del liberismo con una forte dinamica sociale e con ciò che si indica come meritocrazia. L’elasticità dei redditi intergenerazionali misura la probabilità che i figli mantengano lo stesso reddito dei padri. Più basso è il valore e più alta è la probabilità che i redditi cambino di generazione in generazione. L’Italia ha un valore molto alto per questo parametro. I dati della Francia e della Germania, mostrano che la mobilità sociale è favorita da una distribuzione meno diseguale del reddito e dalla robustezza delle istituzioni del Welfare, ancora in questi paesi non smantellate. Il sogno americano, la possibilità per ciascuno di migliorare indipendentemente dalle condizioni di nascita, è molto più effettivo nei paesi dell’Europa continentale che in quelli anglosassoni.

Vediamo ora come la distribuzione dei redditi è modificata dall’intervento pubblico, comparando i redditi di mercato con i redditi disponibili, calcolati tenendo conto dei trasferimenti dallo stato alle famiglie e della tassazione.

Secondo i dati OCSE in Italia l’effetto dell’intervento dello stato sulla diseguaglianza nella distribuzione dei redditi è superiore a quello dei paesi anglosassoni e alla media OCSE. Tuttavia risulta sensibilmente inferiore a quello della Germania e della Francia. Guardando anche gli altri paesi dell’ Unione Europea, i cui dati non sono riportati nel grafico, l’Italia si situa in effetti agli ultimi posti nell’efficacia distributiva dell’intervento pubblico[5]. Occorrerà capire quanto la scarsa efficacia redistributiva dell’intervento dello stato relativamente agli altri paesi europei sia dovuta all’alta evasione fiscale e agli sprechi nella spesa pubblica e quanto dipenda dalla struttura stessa della tassazione e dei trasferimenti. Dalle elaborazioni dell’ OCSE risulta in particolare che la progressività dei trasferimenti, e di conseguenza il loro impatto redistributivo, è molto minore in Italia rispetto alla media degli altri paesi, tanto per quanto riguarda le persone in età da lavoro che per gli anziani. Quello che è certo è che la politica economica, sia in relazione agli obiettivi più immediati di stimolo della domanda aggregata, sia in relazione alla correzione delle cause strutturali della crisi globale e di quella del nostro paese in particolare, deve porsi come obbiettivo prioritario la maggiore efficacia dell’intervento redistributivo dello stato.

Il rapporto dell’OCSE cerca anche di stimare l’impatto dei servizi pubblici, principalmente relativi alla sanità e all’istruzione, sulla distribuzione del reddito.

Anche in questo caso l’efficacia redistributiva dell’intervento pubblico in Italia si rivela superiore a quella dei paesi anglosassoni, ma ora risulta inferiore alla media dei paesi OCSE oltre che alla Francia e alla Germania. Anche in questo caso, guardando anche agli altri paesi dell’Unione Europea, l’Italia si situa agli ultimi posti. Si capisce come una politica di tagli indiscriminati come quella prevista dalla finanziaria per l’istruzione, non può che aggravare una situazione già molto preoccupante.

I dati testimoniano in modo evidente che tutte le economie dei paesi sviluppati hanno subito negli ultimi decenni un processo di redistribuzione dei redditi a favore dei profitti e delle rendite (che si presentano spesso collegati tra loro). Questa redistribuzione è una delle cause più importanti dell’attuale crisi. L’Italia, in questo quadro, ha assistito ad un processo ancora più accentuato e ancora più squilibrato rispetto alla maggior parte degli altri paesi. Ne deriva la necessità di una riforma fiscale progressiva e redistributiva, sia in funzione di stimolo alla domanda aggregata nell’immediato, sia come condizione per un processo equilibrato di sviluppo nel lungo periodo.

*Professore ordinario di economia politica nell’Università di Macerata.


[1]
Growing unequal? Income distribution and poverty in OECD Countries, OECD, 2008.
[2]
La quota stimata dall’OCSE non si riferisce solo alle retribuzioni del lavoro dipendente, ma anche a quelle relative al lavoro autonomo, di cui si tiene conto, sia pure attraverso una stima approssimativa
[3]
World of Work Report 2008. Income inequalities in the Age of Financial Globalization, International Labour Office, International Institute for Labour Studies, ILO, Geneva, 2008.
[4]
Si veda, in questa rivista, Cristina Tajani Distribuzione e povertà, Europa e mondo Crescita diseguale, diseguale recessione 29 Dicembre 2008
[5]
Secondo il rapporto ISAE, Politiche pubbliche e redistribuzione, novembre 2007, la situazione italiana è ancora peggioredi quella indicata dai dati OCSE. L’Italia sarebbe infatti il paese dell’Unione Europea in cui l’efficacia redistributiva dell’intervento pubblico è la più bassa rispetto a tutti i paesi dell’Unione Europea. http://www.isae.it/Rapporti_trimestrali/Rapporto_ISAE_novembre_2007.pdf

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