Mezzogiorno: l’invecchiamento della popolazione è sostenibile?

Mezzogiorno: l’invecchiamento della popolazione è sostenibile?

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L’invecchiamento della popolazione, ha segnato il cammino della popolazione italiana ormai da diversi decenni. Già negli anni settanta i demografi italiani lanciavano l’allarme sulle conseguenze di questo fenomeno sulla società e sull’economia del nostro paese (Golini, 1997). L’invecchiamento della popolazione, determinato da un sempre minor numero di nascite, dall’allungamento della vita media e da un effetto contradditorio delle migrazioni[1], provoca una profonda distorsione della struttura della popolazione, determinando un maggior peso degli anziani. Nella popolazione italiana, la percentuale di ultra sessantacinquenni (soglia convenzionale per individuare la popolazione anziana) ha, infatti, superato il 15% nel 1990 e il 20%, pari a 1 persona anziana ogni 5 presenti nella popolazione, nel 2006 fino ad arrivare al 22% del 2017. Un processo quello dell’invecchiamento che pone evidenti problemi di sostenibilità alla nostra società, la cui organizzazione risente della popolazione in età lavorativa. Già al 1.1.2006 il rapporto tra gli anziani e la popolazione in età lavorativa era pari 0,30, cioè un anziano ogni tre persone in età lavorativa e al 1.1.2017 è pari a 0,35. L’immigrazione straniera, soprattutto negli anni 2000, ha mitigato, grazie alla prevalente giovane età degli immigrati, il ritmo di crescita dell’invecchiamento, rendendo il suo percorso meno intenso (fig. 1). Con la crisi economica, la diminuzione della fecondità e la minore capacità di attrazione del nostro paese i ritmi di crescita dell’invecchiamento sono diventati sempre più sostenuti. A livello territoriale i percorsi sono stati profondamente diversi. Storicamente, ad un Centro-Nord fortemente invecchiato, ha sempre corrisposto un Meridione giovane, con un grande bacino di forza lavoro e soprattutto livelli di fecondità al di sopra del livello di sostituzione[2]. Un quadro però che negli ultimi anni ha conosciuto un profondo mutamento.  La popolazione del Mezzogiorno ha, infatti, sperimentato nei tempi più recenti una diminuzione incessante della fecondità arrivando negli ultimi anni anche a livelli inferiori a quelli del Nord. Inoltre, da una parte il Mezzogiorno non è stato in grado di attrarre in modo stabile, se non in minima parte, l’immigrazione straniera, dall’altra ha continuato a sperimentare una costante emorragia di popolazione giovane attratta dall’estero e soprattutto dal Centro-Nord del paese (De Rose & Strozza, 2015). Tutto questo ha accelerato drasticamente il ritmo di crescita dell’invecchiamento. La percentuale di ultrasessantacinquenni negli ultimi quattro anni è aumentata in Italia del 7%, passando dal 20,8% al 22,0%, mentre nel mezzogiorno l’incremento è stato del 10%.

L’invecchiamento delle popolazioni nei paesi che hanno compiuto il percorso della transizione demografica, e quindi di diffusione dei comportamenti demografici tipici dei paesi più ricchi, quali una fecondità controllata e un allungamento della speranza di vita, è un processo ineluttabile e già in gran parte segnato dalle dinamiche demografiche passate e dall’inerzia della popolazione (Golini et al., 2003). In Italia in particolare le province, che hanno mostrato livelli di invecchiamento più contenuti in passato, sono quelle che stanno sperimentando un processo di invecchiamento più veloce. Considerando, infatti, i livelli di invecchiamento raggiunti al 1.1.2012 nelle province italiane e il ritmo di crescita dell’invecchiamento – espresso qui dal tasso di incremento della popolazione anziana nei successivi 4 anni – si può evidenziare come l’aumento della popolazione si sia verificato proprio nelle provincie con una percentuale di anziani più contenuta. La relazione tra i livelli di invecchiamento registrati al 1.1.2012 e il tasso di incremento[3] della popolazione anziana registrato tra il 1.1.2012 e il 1.1.2016 è evidente: il coefficiente di correlazione è significativo e pari a -0,75 (fig. 2). Le province del Nord Ovest, che mostrano livelli già elevati di invecchiamento, presentano un tasso di incremento più contenuto (in basso a destra nella figura 2), mentre le province del Mezzogiorno presentano in genere tassi di incremento più elevati (in alto a sinistra nella figura 2).

I ritmi più intensi di crescita dell’invecchiamento si sono registrati proprio nelle province del Mezzogiorno, dove i livelli di invecchiamento stanno convergendo verso quelli del Centro Nord. L’importante crescita della popolazione anziana nel Mezzogiorno tra il 1.1.2012 e il 1.1.2016 si è verificata in un contesto economico ancora in crisi. Il valore aggiunto per abitante, nel Mezzogiorno, ha fatto registrare una crescita percentuale pari allo 0,1% a fronte di una crescita nazionale dell’1,9%. La variazione percentuale del valore aggiunto e la crescita della popolazione anziana tra le province italiane non mostrano, in realtà, l’esistenza di una relazione (il coefficiente di correlazione è prossimo allo 0); questo da una parte permette di ipotizzare che non sia in assoluto la crescita dell’ammontare di popolazione anziana a determinare una minore ricchezza della popolazione, ma d’altro canto fa porre l’attenzione sui problemi di sostenibilità dell’invecchiamento, laddove la sua crescita a ritmi molto sostenuti è superiore a quella economica.

Il numero di anziani per ogni adulto in età lavorativa è al 1.1.2016 in Italia pari a 0,34: nonostante questo sia, invero, più elevato nel Centro Nord dove si attesta già sopra lo 0,35, ha superato lo 0,30 anche nel Mezzogiorno, dove in alcune province si registrano gli stessi livelli del Centro Nord. Nel Mezzogiorno, il tasso di attività tra i 15 e i 64 anni nel 2015 è, infatti, pari al 66,7% (contro il 78,4% del Nord) a testimonianza che sui tre adulti che dovrebbero supportare ogni anziano solo due sono in attività, ma di questi il 18% è disoccupato. In particolare, la situazione appare complessa nelle province del Mezzogiorno dove la crescita della popolazione anziana è più elevata, come Bari, Napoli e Cagliari. Nella provincia di Bari, ad esempio, l’indice di dipendenza degli anziani è pari a 0,37, ma l’indice di attività è pari a 52,3 e quello di disoccupazione a 46,2: il carico di 100 anziani grava, quindi, su 370 adulti, di cui circa 190 sono in attività, ma di cui solo 88 lavorano, con un rapporto tra anziani e lavoratori superiore a 1. Analogo discorso si può fare in province dove la situazione economica è leggermente migliore come Cagliari dove il tasso di attività è pari al 63,7% e quello di occupazione pari al 52,2%, ma dove l’invecchiamento è più elevato, con un indice di dipendenza degli anziani pari a 31,5. Infine, anche Napoli, la provincia più giovane di Italia, dove il rapporto tra anziani e persone in età lavorativa è pari a 24,9, decisamente inferiore a quello nazionale, il tasso di attività e di occupazione risultano ancora più contenuti e pari rispettivamente al 48,2% e 37,0% ponendo, quindi, la sostenibilità degli anziani ancora più in discussione.

Queste province mostrano una complessa situazione economica e demografica e rappresentano un esempio delle dinamiche esistenti nel Mezzogiorno: tassi di incremento della popolazione anziana superiori al 2%, con un tempo stimato di raddoppio di questa popolazione di circa 30 anni, a fronte di un tasso di crescita della popolazione totale di solo circa 0,5%; popolazione straniera residente pari a circa il 3% della popolazione totale, di gran lunga inferiore a quella di registrata a livello nazionale; un saldo migratorio con gli altri comuni italiani fortemente negativo, che contribuisce ad accelerare l’invecchiamento, dal momento che questi territori cedono soprattutto popolazione giovanile. Questi dati mostrano una situazione demografica profondamente alterata e tale da richiedere necessariamente l’attenzione della politica. Se l’obiettivo dei decisori politici è davvero quello di governare piuttosto che essere governati dai processi con un forte impatto economico e sociale, ripartire da un intervento pubblico per un rilancio tout court della domanda e dei consumi che favorisca così l’aumento dei tassi di occupazione (in particolare giovanile) vera emergenza del nostro Mezzogiorno ci appare oggi come l’unica soluzione plausibile, piuttosto che pensare a più facili nonché inutili soluzioni come il taglio delle pensioni che tanto piacciono agli editorialisti oltreoceano dei maggiori quotidiani nazionali.

Fig. 1 – Percentuale di ultrasessantacinquenni (%P65+) in Italia e nelle ripartizioni. 1.1.1991-1.1.2016

mezzogiorno invecchiamento popolazione

Fonte: ns. elaborazione dati Istat

Fig. 2 – Province italiane per percentuale di popolazione anziana al 1.1.2012 (P65+(1.1.2012)) e tasso di incremento della popolazione anziana tra il 1.1.2012 e il 1.1.2016 (r2012-2015(P65+)).

mezzogiorno invecchiamento popolazione

Fonte: ns. elaborazione dati Istat

*Università Roma Tre

Breve Bibliografia

De Rose A. & Strozza S. (eds.) (2015) Rapporto sulla Popolazione. L’Italia nella crisi economica. Bologna: Il Mulino.

Golini A. (1997) Demographic trends and ageing in Europe. Prospects, problems and policies, Genus, LIII, 3-4, 33-74.

Golini, A.; Basso, S.; Reynaud C. (2003) Invecchiamento della popolazione in Italia: una sfida per il paese e un laboratorio per il mondo. Giornale di Gerontologia 6, 528-544.

[1] L’emigrazione provoca un inasprimento del processo di invecchiamento dal momento che a partire sono prevalentemente i giovani; l’immigrazione provoca un ringiovanimento della struttura per età della popolazione sia per la giovane età degli immigrati sia, nel caso di immigrazione straniera, per un più elevato livello di fecondità degli stranieri rispetto alla popolazione autoctona.

[2] Il livello di sostituzione è la misura del tasso di fecondità totale che garantirebbe il ricambio generazionale, contribuendo quindi a frenare l’invecchiamento della popolazione. Questa soglia è uguale a 2,1 figli per donna.

[3] Tasso di incremento continuo della popolazione viene calcolato applicando il logaritmo al rapporto tra la popolazione a fine periodo e quella a inizio periodo e dividendo per il numero di anni intercorsi.

1 COMMENTO

  1. ragazzi, complimenti, un articolo eccellente.

    voglio farvi una domanda: l’argomento demografico è da due decenni alla base degli aumenti dell’età pensionabile (e credo sia stato il motivo principale del passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo, giusto?). esistono stime affidabili a proposito di queste manovre, che vennero – e vengono tuttora – date come inevitabili? lo sono davvero? in che punto il sistema pensionistico italiano passa a essere sostenibile?

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