Una lezione dalla relazione tra Capitalismo e Disuguaglianza

Una lezione dalla relazione tra Capitalismo e Disuguaglianza

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The 2007/2008 financial crisis has destroyed the illusion of who believes that capitalism would be able to reduce inequality within industrialized country. The optimism of post II World War has been demolished by the economic decadency of middle classes in developed countries. It is undeniable that international living standards have been dramatically improved over time. However, the crucial question is if capitalism - as system of production and social relationships - has been able to redistribute more equally its wealth. If yes, is this process due to specific circumstances or due to capitalism nature?
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La crisi economica del 2007 ha rimesso in discussione la forza intrinseca del sistema capitalistico di garantire una più equa ridistribuzione delle ricchezze tra i diversi attori sociali. Le certezze ottimistiche del secondo dopo guerra sono state annientate dal peggioramento delle condizioni economico-sociali delle classi medie nei paesi sviluppati. Secondo Marx il capitalismo contiene i semi della sua auto-distruzione, “The modern labourer, on the contrary, instead of rising with the process of industry, sinks deeper and deeper below the conditions of existence of his own class. (…) It is unfit to rule because it is incompetent to assure an existence to its slave within his slavery, because it cannot help letting him sink into such a state, that it has to feed him, instead of being fed by him.”[1] La contraddizione del capitalismo quindi sarebbe la sua tendenza storica di creare una società polarizzata in cui le ricchezze sarebbero accumulate dalla minoranza della popolazione. Altri studiosi, invece, vedono nel mercato una forza in grado di migliorare le condizioni delle grandi masse.

E’ innegabile che gli standard di vita internazionali siano drammaticamente migliorati nel secoli. Eppure, la domanda cruciale è se il capitalismo – come modello economico di produzione e di relazioni sociali – è stato in grado di garantire una distribuzione delle ricchezze più equa nei paesi sviluppati. Se la risposta è affermativa, lo si deve ad una sua spinta endogena o a delle circostanze particolari?

 

Paragrafo 1 Kunzets e la curva “U”

Kuznets sostiene che esista una relazione diretta tra sviluppo economico e diminuzione dei livelli di disuguaglianza. Il suo approccio teorico si basa sul passaggio dell’economia dal settore agricolo al settore industriale e dei servizi. La sua ipotesi è che nel lungo periodo la distribuzione dei redditi segua una traiettoria a “U” rovesciata rispetto allo sviluppo economico.

Lo studioso attribuisce al processo di industrializzazione e di urbanizzazione il merito di aver migliorato la distribuzione dei salari. In un primo momento la modernizzazione comporta un’espansione dei livelli di disparità sociale a causa  dell’accumulazione non equilibrata delle ricchezze. La migrazione della popolazione contadina verso le città e i poli industriali provoca un temporaneo peggioramento delle fasce più povere della popolazione urbana poichè i bassi salari nelle campagne permettono alle imprese di offire bassi salari ai lavoratori industriali. In una seconda fase la classe operaia e impiegatizia, iniziando ad organizzarsi e a partecipare alla vita democratica, inizia a migliorare la propria condizione ottendo una distribuzione del reddito più equa. Nonostante sussista una tendenza storica all’accumulazione patrimoniale da parte della classe più ricca della popolazione, Kuznets crede che nel lungo termine la conquista di una migliore ripartizione del reddito porterà ad avere una società meno squilibrata. La logica teorica di Kuznets implica che la concentrazione delle ricchezze rappresenti una condizione sine qua non per promuovere il processo di crescita di un paese.

Le prove empiriche della teoria di Kuznets si concentrano su tre paesi: Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna. Secondo i suoi calcoli negli USA il top 5% della popolazione ha visto ridotto la sua incidenza sul reddito totale del 11% tra il 1929 e gli anni ’50. Nello stesso periodo in Gran Bretagna il top 5% è passato dal possedere il 33% del reddito totale nel 1929 al 23% dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nonostante lo stesso Kuznets abbia sottolineato come il suo lavoro fosse al 95% speculazione intellettuale e al 5% basato su prove empiriche, il modello di Kuznets influenza tuttora il pensiero dominante sul rapporto tra sviluppo economico e disuguaglianza.

Eppure come sottolineato da Acemoglu e Robinson, la teoria di Kuznets non spiega la traiettoria di numerosi paesi del mondo, infatti, si adatta soltanto all’esperienza di tre stati. Milanovic invece critica sia la mancanza di prospettiva storica del lavoro di Kuznets, che si concentra su un breve arco temporale, sia la scarsa qualità dei dati utilizzati. Per confutare la proposta teorica di Kuznets basta semplicemente osservare i trend distributivi del reddito nei paesi sviluppati. Negli ultimi trent’anni si identifica chiaramento un processo inverso rispetto a quanto previsto da Kuznets. Lo straordinario World Top Income Database risulta essere, ad oggi, la ricostruzione più accurata dell’evoluzione distributiva delle ricchezze. I dati mostrano che i livelli di concentrazione delle ricchezze siano effittivamente diminuiti tra il 1920 e il 1980 ma che, allo stesso tempo, sono vertiginosamente aumentati tra il 1980 e il 2010 (grafico 1, 2 e 3). L’economista francese Thomas Piketty ha elaborato un modello teorico che spiegherebbe la natura del capitalismo e, consequentemente, le cause profonde dietro all’evoluzione dei livelli di disuguaglianza.

Grafico 1: La quota di reddito detenuta dal Top 1% in differenti paesi sviluppati

Disuguaglianza reddito un percento

Fonte: F. Alvaredo, A. Antikson, E. Saez and T. Piketty, The Top 1 Percent in International and Historical Perspective, Journal of Economic Perspectives, Vol.27, N.3. 2013,p.6

 

Paragrafo 2 Piketty e la teoria “rock” sulla disuguaglianza

Il Capitale nel XXI secolo è diventato un best seller mondiale. Piketty è stato accusato di essere, più che un fine studioso, uno scrittore di novelle. Il suo libro ha spaccato il mondo accademico. I suoi detrattori lo accusano di superficialità metodologica, i suoi ammiratori di essere il nuovo Karl Marx. Senza entrare in polemiche faziose, Piketty ha elaborato un metodo originale e scientifico per analizzare l’evoluzione dei livelli di disuguaglianza. Anche i suoi critici più accessi elogiano lo sforzo di Piketty e dei suoi co-autori nel raccogliere e sviluppare un data set di altissima qualità.  Lo studio si basa sulla tradizionale domanda degli economisti se il capitalismo – come modello di produzione e di relazioni sociali – abbia una forza intrinseca in grado di livellare l’ineguale distribuzione delle ricchezze.

Innanzitutto, la ricchezza personale può essere distinta in due forme di accumulazione. La prima è rappresentata dal patrimonio ereditario mentre la seconda dal salario individuale. La teoria centrale di Piketty, che egli definisce come “la contraddizione” del capitalismo, è che il tasso del rendimento del capitale (r) cresce maggiormente e più velocemente rispetto al reddito/prodotto nazionale (g). Quindi se r > g, i livelli di disuguaglianza sono costretti ad dilatarsi perché il capitale si riproduce più rapidamente del reddito. Secondo Piketty questo rapporto tra capitale e reddito ha condotto il mondo tra il settecento il l’inizio del novecento, fino a che delle circostanze particolari hanno aperto una breve parentesi in cui i tassi di reddito crebbero maggiormente rispetto al rendimento del capitale. Le due guerre mondiali e la minaccia dello spretto rivoluzionario comunista dell’URSS spinsero i governi ad adottare politiche economiche di ridistribuzione e welfare statale. Il capitale però ha iniziato a crescere a dismisura negli ultimi anni del ‘900, aumentando lo spread tra i suoi rendimenti e quelli del reddito.

Per capire la teoria di Piketty bisogna considerare il rapporto tra capitale e reddito, che egli calcola come il rapporto tra capitale nazionale (K) e il valore della produzione (Y) “al netto degli ammortamenti per il capitale impiegato che non si possono distribuire alle parti sociali per non intaccare la “riproducibilità” del sistema, almeno nelle condizioni esistenti”.[2]

Beta = K/Y

Ebbene, ora si può enunciare la prima legge del capitalismo. Secondo Piketty, la percentuale di reddito presa dal capitale risulta dal rapporto tra capitale e reddito moltiplicato per i tassi di rendimento del capitale (alpha). Risulta quindi che alpha è in funzione diretta con il rapporto tra capitale e reddito. Se beta cresce di valore, automaticamente alpha aumenta. Solo quando i rendimenti sul capitale diminuiscono, i livelli di disuguaglianza – cioè alpha – si ridimensionano.

Alpha =r K/Y=r beta

La seconda legge del capitalismo approfondisce sui motivi per cui i valori di apha possono fluttuare nel tempo. Beta , infatti, ha origine dal rapporto tra la percentuale di reddito risparmiato (s) e i saggi di crescita del reddito (g). Alcuni autori hanno rilevato come questa relazione sia basata sui modelli di crescita bilanciata alla Harrod-Domar in cui si presuppone che il capitale sia allocato ad aumentare del capitale disponibile.

beta = s/g

I differenti modelli di accumulazione di capitale sono dovuti al fatto che i tassi di crescita del reddito dipendono dalla crescita del reddito pro capite (g’) e dall’incremento della popolazione (n).

g= g’ + n

La logica conclusione è quindi che quanto percepito dal capitale rispetto al reddito è direttamente collegato al rapporto tra capitale e reddito. Quindi se r non diminuisce, aumenta il gap tra reddito capitalistico e salario, incrementando le disparità tra classi sociali. Secondo i calcoli di Piketty, il valore del rapporto capitale/reddito è stato tra 2,5 e 3,5 nel periodo 1920-1980, prima di risalire drasticamente a 4,5 nel 2010. La sua previsione è che il valore crescere vertiginosamente a 6,5 alla fine del XXI secolo. Ma cosa produce il rapporto tra capitale e reddito? Tale rapporto è il prodotto storico del rapporto tra il tasso di risparmio e crescita del reddito (beta = s/g). Cioè implica che in presenza di società con livelli di ricchezza altamente concentrati, i tassi di risparmio eccedano i tassi di crescita, provocando un rapporto tra capitale e reddito decisamente alto.

Conclusione

Il modello distributivo del reddito di Kuznets ha dominato la scena accademica per lunghi anni. L’ottimismo cieco dello sviluppo economico aveva illuso che il capitalismo e la globalizzazione avessero una spinta endogena in grado di garantire una più equa suddivisione della ricchezze. La metodologia applicata da Piketty, invece, sembra offrire una solida interpretazione della natura del capitalismo e dei suoi effetti nella dinamica della concentrazione delle ricchezze. Nonostante Il Capitale nel XXI Secolo sia stato bollato come “Le cinquanta sfumature di grigio” della scienza economia, la qualità dei dati e della ricerca primaria di Piketty lascia pochi dubbi sulla veridicità della tesi che i livelli di disuguaglianza siano in continuo aumento. Si può confutare la teoria di Piketty sul capitalismo ma, allo stesso modo, non si può negare l’evidenza delle sue prove empiriche. La crescita economica moderna e lo sviluppo del capitale umano non hanno mutato la struttura di accumulazione del capitale. Il capitalismo e la globalizzazione non hanno una forza intrinseca che giova ad una distribuzione più equa delle ricchezze. Il ruolo della politica è fondamentale per frenare l’inesorabile incremento della disparità economica. Come è riuscita nel passato a diminuire i livelli di disuguaglianza così, oggi, c’è bisogno di ripensare a delle politiche ridistributive per frenare il processo di impoverimento generalizzato delle classi medie e povere dei paesi sviluppati.

 

*graduate MSC Economic History, LSE; Assistant Research-Global Finance, The Banker, Financial Times

 

Bibliografia:

 

Acemoglu and Robinson, The political economy of the Kunzets curve, Review of Development Economics, 6(2), 2002

Allen, R.C., Engels’ pause: Technical change, capital accumulation, and inequality in the British Industrial Revolution, Explorations in Economic History, 2009, 46:418-435

  1. Clark, Farmland Rental Values and Agrarian History: England and Wales, 1500-1912, in European Review of Economic History, vol. 6, p. 281-309
  2. Clark, The Condition of the Working Class in England, 1209-2004, in Journal of Political Economy vol. 113 p. 1307-340
  3. Clark, A Farewell to Alms: A Brief Economic History of the World, 2007, Princenton
  4. Clark, The Macroeconomic Aggregates for England, 1209-2009, in Research in Economic History, vol. 27. P. 51-140
  5. Clark and N. Cummins, Inequality and social mobility in the Era of the Industrial Revolution, in The Cambridge Economic History of Modern Britain Vol.1, Cambridge University Press, 2012, Cambridge, 211-236

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  1. Kuznets, Economic growth and Income Inequality, in The American Economic Review, Vol. XLV, n. 1, 1995
  2. Marx, Manifesto of the Communist Party – Chapter 1
  3. Milanovic, P. H. Lindert and J. G. Williamson, Pre-Industrial Inequality, in The Economic Journal Vol. 121, Issue 551, 2011
  4. Milanovic, P. H. Lindert and J. G. Williamson, Measuring Ancient Inequality, EconPapers n. 13550 from National Bureau of Economic Research

Mokyr, J., Is There Still Life in the Pessimist Case? Consumption during the Industrial Revolution, 1790-1850, In Journal of Economic History, 1988, 48:69-92

  1. Piketty, Top Income Shares in the Long Run: An overview, in The Journal of the European Economic Association, 2005
  2. Piketty, G. Postel-Vinay and J. L. Rosenthal, Wealth Concentration in a Developing Economy: Paris and France, 1807-1994, in The American Economic Review, Vol. 96, n. 1, 2006

[1] K. Marx, Manifesto of the Communist Party”, Chapter 1, https://www.marxists.org/archive/marx/works/1848/communist-manifesto/ch01.htm

[2] G. Gattei, Quel Capitale pericoloso: tutte le formule di Piketty, in Economia e Politica, 29/10/2014

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