La condizione economica dei lavoratori

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Negli ultimi mesi, sempre più spesso i media ci rimandano l’immagine di una classe lavoratrice impoverita, che stenta ad arrivare alla “quarta settimana”, o forse ormai anche alla terza. Un’indagine svolta dalla Fiom nel corso del 2007 attraverso un ampio questionario a cui hanno risposto ben 100.000 lavoratori e lavoratrici del settore metalmeccanico[1] ci dà un quadro della loro situazione economica – una situazione che può considerarsi rappresentativa di una condizione complessiva del mondo del lavoro dipendente.

Retribuzioni mensili nette
Le retribuzioni sono al netto di imposte e contributi e comprendono la parte aggiuntiva del salario contrattata in azienda (contrattazione di secondo livello) più eventuali premi e retribuzione aggiuntiva per straordinari e lavoro su turni normalmente svolti. I valori medi per vari sotto-insiemi sono riportati nella tabella 1.
Un terzo circa di tutti gli intervistati (operai e impiegati insieme) ha un reddito mensile compreso tra i 900 e i 1100 euro mensili. La grande maggioranza non supera i 1300 euro, e rimangono per il 75% sotto a questa retribuzione anche coloro che dichiarano di svolgere regolarmente lavoro straordinario, con 44 ore di lavoro settimanali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I lavoratori precari (che sono il 9% degli intervistati) guadagnano in media 200 euro al mese meno dei lavoratori stabili, e differenze significative nella retribuzione sussistono anche a parità di età (cioè: non guadagnano di meno solo perché sono giovani). Le lavoratrici (che sono complessivamente circa il 20% degli intervistati) sono anch’esse fortemente penalizzate, con un reddito medio che rimane più basso di quello maschile anche a parità di orario di lavoro e di anzianità di lavoro. Tra i lavoratori intervistati invece non si hanno differenze di retribuzione media nelle diverse aree del paese.

Redditi familiari e condizioni di povertà
I valori medi del reddito familiare netto mensile per vari sottoinsiemi degli intervistati sono riportati nella tabella 2 qui sotto. Si hanno differenze significative tra operai e impiegati e tra i nuclei familiari meridionali e il resto del paese. Ma soprattutto, è basso – 2080 euro – il reddito medio familiare dell’insieme degli intervistati che hanno famiglie con figli conviventi, cioè le famiglie con tre o più componenti. E infatti una proporzione significativa delle famiglie con figli a carico percepisce un reddito familiare netto che è inferiore alla soglia di povertà relativa[2] stimata dall’Istat per l’anno 2006: il 14% delle famiglie con tre componenti ha un reddito inferiore alla soglia di 1280 euro mensili, ed il 22,5% delle famiglie con quattro componenti (che sono circa la metà delle famiglie con figli) ha un reddito inferiore a 1580 euro. Va anche considerato che la soglia stimata dall’Istat è molto al di sotto della soglia minima di reddito familiare “dignitoso” soggettivamente percepita dalle famiglie italiane, che è invece intorno ai 2400 euro mensili (Isae, la povertà soggettiva in Italia e in Europa, Roma 2007).

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel Sud l’incidenza della povertà relativa è molto più elevata: complessivamente il 34,5% delle famiglie con tre componenti e il 47% di quelle a quattro componenti hanno un reddito inferiore alla la soglia di povertà. Ciò è legato alla maggiore diffusione di famiglie mono-reddito, che sono infatti ben il 53% in questa area del paese, contro la media nazionale che risulta dall’indagine, comunque alta, del 28%.

Spese per la casa
A fronte di redditi familiari bassi, le spese per la casa sono elevate. Infatti, nonostante la maggioranza degli intervistati (circa l’80%) viva in una casa di proprietà, una parte consistente sta ancora pagando un mutuo. Le rate mensili superano i trecento euro, e in moltissimi casi (v. Tabella 3), i 600.
Per chi paga l’affitto, le spese per l’abitazione rappresentano più di un quinto del reddito familiare complessivo in ben l’80% delle famiglie (cioè più di 400 euro mensili se prendiamo come riferimento il reddito familiare medio); Tra queste, una quota rilevante paga per l’affitto più di un terzo del reddito familiare (cioè più di 600 euro mensili con riferimento al reddito familiare medio).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Complessivamente il 63,6% degli intervistati sostiene spese per mutuo o affitto, con una spesa mensile generalmente molto onerosa.

Il rischio di perdere il lavoro
Nell’anno precedente l’intervista il 9% di tutti gli intervistati, e il 20% dei lavoratori meridionali, ha avuto un periodo di cassa integrazione. Inoltre, il 30% degli intervistati con contratto a tempo indeterminato (cioè, esclusi i lavoratori precari) ha dichiarato di considerare a rischio la propria occupazione nei due anni successiv i – segno di una crisi grave già in atto, prima degli effetti della crisi finaziaria internazionale.

Un quadro d’insieme
I dati appena visti confermano il quadro di un impoverimento del mondo del lavoro dipendente e in particolare, ma non solo, degli operai. Mostrano che i rischi di povertà riguardano non solo i giovani o i precari ma, tra i lavoratori su cui si è svolta l’indagine, i lavoratori con figli, anche quando hanno un lavoro stabile.
Fino a che punto la situazione descritta può considerarsi rappresentativa della società italiana?
In Italia i lavoratori dipendenti sono quasi 19 milioni. Di questi, più di due terzi sono lavoratori dipendenti nel settore privato, prevalentemente occupati nell’industria e costruzioni (5 milioni e mezzo) e nel commercio, ristorazione, trasporti (quasi 4 milioni). Il rimanente terzo del lavoro dipendente è occupato nel settore pubblico. Le retribuzioni medie (riportate ora al lordo di imposte e contributi a carico del lavoratore) in questi settori sono tra loro molto simili (v. Tabella 4). Il settore con retribuzioni mediamente più alte (30% in più che nell’industria) è quello della pubblica amministrazione, che è il comparto meglio retribuito del settore pubblico. Una differenza che tuttavia scompare se il confronto viene effettuato a parità di mansione/qualifica dei lavoratori[3]. Il lavoro dipendente complessivo è in aumento dagli anni ‘70 ad oggi, sia nella componente pubblica che in quella privata, mentre il lavoro autonomo, che conta complessivamente sei milioni di occupati, di cui una parte sappiamo essere di fatto subordinati, come i collaboratori (stimati a circa mezzo milione nel 2006), è in costante riduzione dagli anni settanta ad oggi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I dati dell’indagine descrivono quindi una situazione reddituale assolutamente pervasiva nella società italiana. Anzi, va piuttosto sottolineato che essi peccano per eccesso, piuttosto che per difetto – in quanto provengono da un settore con una forte presenza sindacale, ed in cui le imprese di piccole dimensioni sono meno presenti che nella economia nazionale. Ad esempio, registriamo qui una presenza di premi di risultato contrattati in azienda pari all’80%, il doppio della media nazionale[4].
La situazione economica dei lavoratori qui descritta deriva da tendenze di lunga data, e parte dai cambiamenti nella distribuzione iniziati negli anni ’80. Da allora tanto i salari reali contrattati che le retribuzioni di fatto sono cresciuti sistematicamente, in media, meno della produttività. La questione salariale non è quindi il frutto della recente stagnazione della produttività, e va affrontata come problema di redistribuzione del reddito dai gruppi sociali che negli ultimi decenni si sono progressivamente arricchiti verso il lavoro dipendente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Garibaldo e Ribecchi (a cura di) Metalmeccanic@, Meta Edizioni, 2008
[2]
La soglia di povertà relativa è definita come pari alla metà della spesa media per consumi nel paese di un nucleo familiare di ampiezza equivalente
[3]
L. Tronti, Pubblico e Privato nelle Retribuzioni, Lavoce.info, 2006; www.lavoce.info/articoli/pagina2492.html
[4]
Banca d’Italia, Relazione annuale, 2007; www.bancaditalia.it

5 Commenti

  1. Articolo interessante e molto dettagliato.
    Credo che il problema fondamentale, chiave di volta per per lo sviluppo del Paese, sia una riforma strutturale del sistema degli ammortizzatori sociali, privo oggi di congruenza, sistematicit� ed efficacia.
    Ma a quanto pare, nonostante la crisi economica potrebbe avere per l’Italia conseguenze pi� pesanti rispetto al resto d’Europa, proprio a causa della fragilit� strutturale del nostro sistema produttivo e della latitanza della politica sulla necessit� di una presa di coscienza e responsabilit� sulla questione del sostegno al reddito, l’attuale Governo conferma la strategia fallimentare dei provvedimenti una tantum, delle elargizioni indiscriminate di denaro alle imprese, senza un previo sviluppo di progetti di riqualificazione industriale, di innovazione tecnologica, di investimenti nelle formazione, nella ricerca…..
    Manca, ormai da troppo tempo una visione per il futuro…

  2. Le aziende preferiscono chiudere o rallentare la produzione ricorrendo alla cassa integrazione, cio� alle tasse di coloro che non hanno soldi per consumare di pi�. La produttivit� � cresciuta almeno del 20% in pi� rispetto ai salari negli ultimi 20 anni.I profitti si sono parimenti incrementati. Il capitale ricorre alle sue riserve cos� accumulate? No!Meglio salvare la patria a spese dei soliti contribuenti.

  3. Mi domando come abbiano fatto questi capoccioni a raddoppiare il debito pubblico dal 1982 al 1992 mentre facevano una politica altamente restrittiva di deflazione salariale.
    Le cose sono due. O l’industria italiana ha perso in 10 anni competitivit� con una velocit� spaventosa (e qui entrano in gioco gli investimenti non sufficienti degli imprenditori) oppure dove sarano mai finiti tutti questi soldi (oltre che nelle baby pensioni e negli stanziamenti a fondo perduto)?

    Stirati risponde:
    Tra l’82 e il 92 l’economia italiana � cresciuta comunque di pi� che dopo il 92, quando sono state attuate politiche di bilancio pubblico pi� restrittive. I grandi profitti realizzati grazie alla deflazione salariale sono andati in beni di lusso (la cui domanda ‘tira’), investimenti finanziari e immobiliari. Non sono andati agli investimenti produttivi ed all’innovazione.

  4. Il sistema industriale italiano non e’ mai stato competitivo. Nel passato svalutavano la lira e mettevano barriere doganali, cosi’ riuscivano a vendere. Ora che non e’ piu’ possibile sono crollati. Occorre uscire dall’europa liberista, uscire dal wto globalizzatore, altrimenti ci sara’ disoccupazione, poverta’, disastro ambientale. Occorre ricostruire tutto su basi nuove, solidali, cooperative, ambientali.

    Stirati risponde:
    Pi� che i ‘uscire’ penso si tratti di avere una politica interna e internazionale attenta alle esigenze dello sviluppo dell’economia italiana e della occupazione.

  5. L’odierna condizione operaia ha ancora dei tratti ben identificabili e definibili. Tuttavia credo che uno dei nodi fondamentali, sia da un punto di vista politico che sociale, consista nella contraddittoriet� ed eterogenit� di un mondo solo all’apparenza omogeneo e compatto. La classe si � sempre pi� imbastardita. Il lavoratore assume un ruolo ed una funzione di imprenditore di s� stesso e arriva a ricoprire contemporaneamente diversi ruoli: � certo lavoratore dipendente, ma nel contempo � contadino a tempo parziale, giardiniere nei fine settimana, muratore in nero le domeniche ed i giorni festivi, imbianchino,falegname, idraulico, musicista, ecc. La condizione operaia in senso stretto perde sempre pi� peso a vantaggio di una messa in opera flessibile sul mercato del sommerso. Questa nuova condizione ha naturalmente una serie di riflessi sia di natura economica che politica. Economicamente queste attivit� che generalmente si vanno a sovrapporre costituiscono sovente la principale entrata, esentasse, per il lavoratore. D’altra parte, contribuiscono ad allentare il senso di appartenenza alla classe e lo spirito di lotta. Anzi, soprattutto sviluppate territorialmente nella provincia italiana, queste energie protoimprenditive spostano in maniera irrimediabile l’asse di riferimento politico: dal rivendicazionismo redistributivo della sinistra all’anarco liberismo del centrodestra. Le fratture avvertite sono il richiamo alla deregolamentazione, detassazione, iperindividualismo e sopravvalutazione della individuale capacit� poietica contro ogni distorcente e parassitaria intermediazione e teoresi sovrastrutturale.
    In queste condizioni la sinistra si ritrova fuori dal gioco. A questo si aggiunga la generale sottovalutazione del ruolo svolto dal piccolo risparmio: il comune sentire di lavoratori e pensionati � spesso pi� sensibile alla sacralit� (ed intangibilit�) del proprio libretto o buono postale piuttosto che alla lotta contro l’evasione (ed elusione) fiscale.

    Stirati risponde:
    Credo che la frammentazione del mondo del lavoro sia anche il risultato delle sconfitte sindacali e politiche, e il suo superamento dovrebbe essere un obiettivo centrale delle forze che rappresentano il mondo del lavoro. Credo tuttavia che i temi redistributivi siano ancora molto sentiti. Ad esempio, credo che gli elettori si aspettassero degli interventi tangibili su questo terreno dal precedente governo – e ne siano rimasti delusi.

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