Regole, Stato e Uguaglianza secondo Salvatore Biasco

Regole, Stato e Uguaglianza secondo Salvatore Biasco

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Il libro di Salvatore Biasco (Regole, Stato, Uguaglianza, ed. LUISS, 2016) non parla solo della crisi intervenuta nel 2007, si presenta come un grande progetto culturale che investe la teoria e la politica economica, nella consapevolezza degli errori politici compiuti soprattutto dalla classe dirigente europea, così come dal mondo accademico e culturale ispirato ai valori della socialdemocrazia.

Dopo il 2007 in molti hanno sottolineato i limiti del modello economico neoclassico: qualcuno ha denunciato la cattiva distribuzione del reddito, altri l’asservimento della politica agli interessi dei pochi, così come la marginalizzazione dello stato sociale. Biasco ricorda che ci sono autori che meglio di altri interpretano l’attuale scenario politico ed economico, e riconosce la rilevanza del modello interpretativo ricavabile dall’opera Hyman Minsky[1].

Una sintesi possibile del libro di Biasco è la seguente: la così detta sinistra ha mancato l’appuntamento con la Storia. “Finché un nuovo orizzonte politico e intellettuale, di principi, di governo della società, di creazione della ricchezza, di concezione dei rapporti sociali rimarrà inarticolato e non riuscirà a generare una mobilitazione di massa, l’imprinting farà riapparire le idee neo liberali come unica saggezza convenzionale che l’opinione pubblica ha più facilità a percepire e a cui finisce per aggrapparsi” (pp. 240-241).

La mancata soluzione della crisi, legata alle politiche ispirate al mainstream, avrebbe dei “colpevoli” in più rispetto a quelli che la stessa sinistra denuncia: non basta condannare le idee neo liberali (per usare i termini di Biasco); occorre concentrarsi sui limiti della socialdemocrazia così come sugli errori del mondo accademico. Sia la socialdemocrazia che il mondo accademico avrebbero rinunciato al proprio compito: prefigurare un modello alternativo e solido in contrapposizione a quello dominante.

Non basterebbe pertanto il recupero del keynesismo di prima generazione per incidere sul piano teorico e politico. Occorrerebbe, invece, partire da un’analisi dell’evoluzione del capitalismo contemporaneo che nelle crisi ricostruisce nuove fondamenta e nuovi equilibri. A tal proposito Marx è ancora attuale: “Non è quello che viene fatto, ma come viene fatto, con quali mezzi di lavoro, ciò che distingue le epoche economiche. I mezzi di lavoro non servono soltanto a misurare i gradi dello sviluppo della forza lavoro umana, ma sono anche indici dei rapporti sociali nel cui quadro vien compiuto il lavoro”[2].

Per Biasco un punto di snodo su cui è necessario concentrarsi è la politica di Ronald Reagan, che egli considera l’inizio della “privatizzazione” della politica pubblica. Sta qui la parte più originale dell’analisi che egli conduce. Negli Stati Uniti degli anni Ottanta si sarebbe assistito ad uno stravolgimento delle politiche keynesiane. Il doppio deficit made in USA (quello del bilancio federale e quello del commercio con l’estero) rappresenta una specifica caratteristica del nuovo modello di politica economica. Nei fatti, spinge all’estremo le contraddizioni di un keynesismo lontano dagli insegnamenti di Keynes, determinando una vittoria culturale rispetto alla Teoria Generale. Biasco ricorda, giustamente, che dinanzi a questa evoluzione della politica la cultura economica europea non fu in grado di reagire. Ciò facilitò il paradossale processo di sussunzione della matrice liberista all’interno dell’Europa: il pareggio di bilancio, la flessibilizzazione del mercato del lavoro, la deregolamentazione e la contrazione del ruolo dello Stato, senza dimenticare il divorzio tra Banca Centrale e Tesoro[3]. Queste misure di politica economica sono ispirate all’ideologia emersa in un Paese estremamente pragmatico. Infatti, nel mentre il governo US sosteneva culturalmente l’ideologia “liberista”, nella politica economica concreta era estremamente attento nell’attuare certi precetti. Nei fatti, gli Stati Uniti guidati da Reagan organizzano a partire dagli anni Ottanta una politica economica compatibile con il doppio deficit. Questo contesto culturale ha favorito l’anti-keynesismo: “Quando il privato domina, anche le pratiche pubbliche diventano private” (p. 31), e “le classi beneficiate o dominanti possono trasmettere la propria visione del mondo e farla divenire egemone” (p. 39).

Il neoliberismo è il risultato di un processo storico, e la “vittoria” del neoliberismo è, innanzitutto, rintracciabile nelle istituzioni informali del capitale (cultura e ambizioni della società), su cui Biasco invita a riflettere.

Come riformare il modello keynesiano? Come reagire (oggi) all’immagine delle politiche economiche keynesiane costruita politicamente innanzitutto dai Repubblicani per far fallire quel modello culturale? Questa sfida non è ancora stata raccolta dalla socialdemocrazia europea, la quale è responsabile dell’abbandono di una visione del mondo che ha aperto una autostrada (senza pedaggio) al liberismo.

Biasco invita all’autocritica: affinché si giunga ad un nuovo paradigma occorre ripartire da un lavoro culturale, accademico e politico enorme; questo lavoro risulta ancor più difficile se abbandoniamo la ricerca di una visione del mondo.

L’autore dissemina nel libro alcuni spunti importanti anche per la teoria economica. Nel capitolo che egli intitola Note per la ricostruzione di un pensiero economico alternativo egli scrive: “la totalità non è la semplice somma delle sue parti. Sebbene la rappresentazione della società e del comportamento aggregato dell’economia non possa prescindere dalle parti che lo compongono … la loro interazione risulta in caratteristiche non prevedibili a partire dalle parti medesime e non riconducibili necessariamente ad esse. L’opposto dall’agente rappresentativo” (p. 106).

L’invito esplicito è quello di non lasciarsi intrappolare dalle fondamenta microeconomiche della macroeconomia secondo l’accezione dominante. Occorre guardare a particolari forme di interazione, innanzitutto quelle che interessano le imprese e le conseguenze macroeconomiche delle loro scelte di investimento in una prospettiva dinamica. Biasco ha ben presente una serie di ricerche che oggi dovremmo ri-studiare[4]. Il pensiero critico italiano è stato in grado nel corso degli anni Sessanta e Settanta di produrre analisi capaci di cogliere la relazione tra dinamica economica e domanda effettiva, migliorando l’analisi dello stesso Keynes: il sostegno indiscriminato al consumo o agli investimenti appare in tal modo come un limite alla politica economica ispirata agli insegnamenti di Keynes proprio perché non aiuta a governare il cambiamento della composizione della domanda effettiva[5].

Il piano di lavoro di Biasco è il seguente: “mettere in sequenza logica catene non molto lunghe di relazioni causa-effetto che catturino i punti di trazione – frizione/squilibrio – e riducono l’analisi a un nucleo di proposizioni semplificate e compatte, nonché solide sul piano conseguenziale … una teoria trova plausibilità e alimento in quanti più fenomeni microeconomici attraversa, o riesce a ricomprendere al suo interno … una volta calata in una società complessa e differenziata” (p. 106).

Un contesto economico dominato dall’instabilità necessita lo sviluppo di un paradigma dell’instabilità, indagando l’instabilità per come essa si manifesta all’interno della dinamica economica. L’economia è una scienza sociale e le relazioni sociali, le ambizioni e le aspettative hanno un ruolo importantissimo.

L’esito di questo programma di ricerca non lo conosciamo ancora. Biasco ricorda che “il disequilibrio iniziale conduce più probabilmente a ulteriore disequilibrio, anche se di natura diversa”. In altri termini la dinamica economica cambia le istituzioni. Un sistema economico fondato sull’instabilità necessita, per essere compreso e governato, di una teoria dell’instabilità fondata sull’incertezza.

Il governo dell’incertezza rappresenta per Biasco il piano normativo della ricerca economica. Ne consegue che le riflessioni sul ruolo economico dello Stato deve partire dal contesto generale dominato dall’incertezza, e dallo stato di sfiducia degli operatori: “se il grado di fiducia è la cornice in cui si muove l’intero processo economico, ne deriva che gli aspetti normativi dell’azione pubblica pongono alla politica economica il compito di muoversi in una direzione tesa a rafforzare la fiducia medesima, dominare la complessità e ridurre l’incertezza … questa è la chiave che presiede alla crescita e alla stabilizzazione.” (pp. 106-111).

È un modo per dire che la Storia e la ricchezza delle idee, scevra da tentativi di chiuderle in modelli matematici, è fondamentale per formulare un paradigma alternativo e solido.

 

 

[1] Cfr. H. Minsky, Keynes e l’instabilità del capitalismo, Bollati Boringhieri, Torino, 2009; P. Leon, Il capitalismo e lo Stato, Castelvecchi, 2014.

[2] La citazione di Marx è tratta da N. Rosenberg, Dentro la scatola nera. Tecnologia ed economia, il Mulino, Bologna. 2001, p. 64.

[3] I repubblicani negli Stati Uniti non si sono mai sognati il divorzio tra FED e Tesoro. C’è un limite anche alle politiche neoliberiste che gli stessi conservatori conoscono molto bene. Mario Monti, introducendo il pareggio di bilancio nella Novella Costituzione, ha cavalcato solo l’ignoranza della classe dirigente. Cfr. P. Leon, I poteri ignoranti, Castelvecchi, 2016.

[4] Cfr. P. Sylos Labini, Oligopolio e progresso tecnico, Einaudi, 1961; P. Leon, Ipotesi sullo sviluppo capitalistico, Boringhieri, 1963; L.L. Pasinetti, Sviluppo e distribuzione del reddito, il Mulino, 1977. Lo stesso Biasco diede un contributo non banale a queste linee di ricerca con il suo Problemi di dinamica comparata, Edizioni dell’Ateneo, 1968.

[5] Su questo punto mi sia consentito di rinviare innanzitutto a Lucarelli S., Palma D. e Romano R., 2013, Quando gli investimenti rappresentano un vincolo. Contributo alla discussione sulla crisi italiana nella crisi internazionale, in Moneta e Credito, vol. 67 n. 262, pp. 169-205.

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