Il primo maggio del Jobs act

Il primo maggio del Jobs act

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Il mondo del lavoro in Italia è da molti anni in sofferenza, per la stagnazione dei redditi, per la continua perdita di posti di lavoro, per le grandi difficoltà dei disoccupati giovani e meno giovani che non riescono a trovare un lavoro o rimangono intrappolati nella precarietà. In questo periodo però sembra circolare un certo ottimismo sul futuro. Ma c’è davvero in vista una ripresa dell’occupazione? E cosa ci possiamo aspettare dal ‘Jobs act’? Dal governo e dai media arrivano messaggi  fortemente positivi al riguardo, ma è lecito avere qualche dubbio.

I principali ‘ingredienti’ dell’ennesima riforma del mercato del lavoro da cui ci si aspetta un miglioramento dell’occupazione sono due: la facilità di licenziare i lavoratori con contratto a tempo indeterminato, salvo un indennizzo monetario crescente nel tempo, ma che è molto basso nei primi anni (due mensilità) e l’incentivo economico consistente nel fatto che per tre anni a partire dal 2015 i datori di lavoro non pagheranno i contributi sui nuovi assunti con contratto a tempo indeterminato – tali contributi verranno pagati, a posto delle imprese, dalla ‘fiscalità generale’ cioè dalle tasse dei cittadini.

La combinazione di licenziabilità e de-contribuzione favorirà molto probabilmente lo spostamento dei rapporti di lavoro verso una quota maggiore di contratti a tempo indeterminato – e infatti  i dati del Ministero del lavoro per i primi mesi del 2015 già registrano un mutamento in questo senso: aumentano i contratti a tempo indeterminato sul totale dei nuovi contratti (che rimane però in larga misura, il 60%, a tempo determinato). Purtroppo però, poiché è facile e poco costoso licenziare, è possibile che, finito l’incentivo della de-contibuzione, i contratti a tempo indeterminato vengano di nuovo trasformati in una delle varie tipologie di contratti precari, che la riforma non ha cancellato. Se sarà così, si saranno solo regalati alle imprese soldi dei contribuenti che potevano probabilmente essere meglio spesi.

Ma ci sarà un aumento dell’occupazione complessiva grazie alla riforma? Sia la teoria economica che gli studi applicati indicano che non ci si possono attendere effetti di crescita dell’occupazione né dalla riduzione della protezione all’impiego né dalla riduzione del costo dei nuovi assunti. Ormai numerosissimi studi, anche condotti da ricercatori di importanti istituzioni internazionali,  mostrano che non c’è nessuna relazione tra ‘rigidità’ del mercato del lavoro e occupazione o disoccupazione.[1] E comunque, nonostante siano stati molto pubblicizzati dal governo e sui mezzi di informazione i dati positivi sull’aumento dei contratti a tempo indeterminato, la realtà è che i dati Istat per i primi tre mesi del 2015 indicano comunque che l’occupazione complessiva è in calo da inizio anno di circa centomila unità (www.istat.it, dati mensili destagionalizzati).

 Un altro aspetto del Jobs act è che l’accesso ai sussidi di disoccupazione sarà condizionato alla disponibilità dei lavoratori a usufruire dei servizi di agenzie pubbliche o private per l’impiego che dovranno attivarsi non solo a far incontrare domanda e offerta di lavoro ma anche eventualmente orientare i lavoratori a percorsi di formazione che li aiutino a ricollocarsi. Si tratta delle spesso invocate ‘politiche attive’ del lavoro. Ma tali politiche sono utili solo se la disoccupazione deriva in misura significativa dal fatto che domanda e offerta non si incontrano, e anche se le imprese hanno posti di lavoro vacanti, non riescono a trovare lavoratori disposti a, o in grado di ricoprirli perché non ne sono informati o non hanno la giusta qualifica, o sono ‘pigri’. Anche su questo tema abbondano narrazioni, spesso fantasiose, secondo cui ci sarebbero moltissimi posti di lavoro che le aziende non riescono a coprire. I dati Istat però, più affidabili delle narrazioni dei media, ci dicono che i posti vacanti presso le imprese si sono più che dimezzati da prima della crisi a oggi, e che dal 2012 la percentuale di posti vacanti è stabilmente lo 0,5% dei posti di lavoro complessivi: circa 115.000 posti vacanti nell’intera economia, a fronte di  3 milioni di disoccupati. E dunque, c’è da pensare che le politiche attive del lavoro, in questa fase, saranno forse utili alle agenzie private per l’impiego, ma non ai disoccupati. Questi ultimi continuano a crescere: dalla metà del 2011 il tasso di disoccupazione è passato dall’8% al 13% circa. I disoccupati sono aumentati sia perché dal 2007 a oggi l’occupazione è diminuita di 1 milione e 700 000 unità, sia perché, come ci spiega il documento di programmazione economica del governo, sono aumentati i tassi di attività (cioè la quota di popolazione presente sul mercato del lavoro). A ben guardare però i tassi di attività aumentano quasi esclusivamente nella fascia di età sopra ai 55 anni. In altri termini, è la riforma delle pensioni che ha fatto rimanere nel mercato del lavoro (come occupati o come disoccupati) i lavoratori più anziani, aumentando le difficoltà di ingresso per i giovani e il tasso di disoccupazione complessivo.

Ma allora, che cosa può consentire una ripresa dell’occupazione? Certo non è possibile attraverso la continua riduzione dei diritti e del costo del lavoro. L’andamento della occupazione in realtà dipende da PIL e produttività (a parità di PIL, la crescita della produttività riduce l’occupazione). La produttività a sua volta dipende molto dall’andamento del PIL: vi è infatti una forte ‘ciclicità’ della produttività dovuta al variare di grado e intensità di utilizzo di lavoro e capitale al variare della produzione. L’occupazione dunque riprenderà a crescere – sebbene in misura più moderata – solo quando riprenderà a crescere il PIL. Anche su tale ripresa circola molto ottimismo. Il documento di previsione del governo (DEF) prevede per il 2015 una crescita dello 0,7% ; non è poi molto in realtà, ma comunque meglio della caduta sperimentata sin qui. E in effetti, guardando ai dati, alcuni segnali di ripresa sembrano esserci, nelle esportazioni favorite dalla svalutazione dell’euro, nel mercato immobiliare, nel fatturato delle imprese. Tuttavia la previsione del governo si basa su un forte ottimismo circa la ripresa dei consumi delle famiglie e degli investimenti privati, mentre il contributo alla crescita del settore pubblico continuerà ad essere negativo, con ulteriori tagli della spesa. Un quadro poco convincente, poiché non è chiaro cosa dovrebbe far ripartire consumi e investimenti se non aumentano il reddito disponibile delle famiglie da un lato e la domanda aggregata di beni dall’altro. Dunque, realisticamente, prospettive ancora magre per l’occupazione.

Solo un forte cambiamento di segno e di passo delle politiche economiche potrebbe davvero cambiare in positivo le prospettive, ma solo una ripresa del conflitto sociale e della rappresentanza politica del mondo del lavoro possono sperare di ottenere dei risultati in tale direzione.

[1] Si vedano per alcuni dati e riferimenti alla letteratura economica: Realfonzo e Tortorella-Esposito su questa Rivista e Stirati, Crescita e ‘riforma’ del mercato del lavoro in Cesaratto e Pivetti, Oltre l’Austerità, ebook Micromega on-line (http://temi.repubblica.it/micromega-online/gli-ebook-di-micromega/). Si veda anche il World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale, aprile 2015.

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