La tesi contro la flessibilità: “Non porta più lavoro”

La tesi contro la flessibilità: “Non porta più lavoro”

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da La Repubblica, 15 maggio 2014

Due economisti mettono in relazione l’andamento della disoccupazione e l’indicatore Ocse che traccia la “protezione del lavoro”. In Italia c’è stato un percorso di deregolamentazione nell’ultimo ventennio, soprattutto per i contratti a termine, ma di nuovi posti di lavoro ne sono stati creati ben pochi.

MILANO – Contrordine, la flessibilità del mercato del lavoro non è un sinonimo di rilancio dell’occupazione. A questa conclusione potenzialmente dirompente, nel mezzo dell’approvazione del decreto Poletti sul lavoro (uno dei due pilastri del Jobs Act del governo Renzi), sono arrivati Riccardo Realfonzo e Guido Tortorella Esposito. All’Università del Sannio il secondo è ricercatore, mentre il primo ne ha diretto il Dipartimento di analisi dei sistemi economici e sociali; Realfonzo è stato assessore critico di De Magistris a Napoli, dal quale si è separato in polemica, nonché uno dei sostenitori delle linee anti-austerità in Italia ed Europa.

Sì della Camera, il decreto Poletti è legge

La tesi parte dal porsi la domanda se una maggiore flessibilità – che si persegue nel mercato del lavoro italiano con le norme del decreto Poletti -, e in particolare la liberalizzazione dei rapporti di lavoro a termine, generino un aumento dell’occupazione. Il ministro Poletti, incassando la fiducia del Parlamento, si è detto convinto che il decreto legge non aumenti la precarietà: “E alla fine – scommette – i numeri ci daranno ragione”. Ma il tasso di disoccupazione scenderà?

Per rispondere si è guardato al passato. Uno strumento utile alla ricerca è fornito dall’Ocse, che traccia l’Employment Protection Legislation Index (Epl). Si tratta di un indice in grado di misurare il livello di “protezione” del lavoro in base alla legislazione vigente nei Paesi membri. Si compone di 21 indicatori, spalmati in 3 aree principali: protezione dei lavoratori contro i licenziamenti individuali; regolamentazione dei tempi indeterminati; specifiche ulteriori riguardanti i licenziamenti collettivi. Attribuisce un voto, per intendersi, alla legislazione dei Paesi su parametri quali le procedure necessarie per notificare un licenziamento individuale (da 0 se basta la parola, a 3 se è necessaria una comunicazione scritta validata da terze parti). In questa graduatoria, una maggiore flessibilità corrisponde a un indice Epl più basso.

Analizzando l’andamento dell’Epl dal 1990 ad oggi, i ricercatori notano come l’Italia sia stata tra i maggiori “deregolamentatori” del lavoro: ha “portato l’indicatore di protezione del lavoro dal 3,82 del 1990 al 2,26 del 2013″, scrivono nell’articolo pubblicato sulla rivista Economiaepolitica.it. Oggi, è sotto il livello di Spagna, Portogallo e Francia e poco sopra Olanda, Finlandia, Germania, Belgio e Grecia. Mettendo in correlazione questo andamento e l’evoluzione del tasso di disoccupazione, gli studiosi annotano che quest’ultima tende ad aumentare all’aumentare della flessibilità.

La correlazione tra protezione del lavoro (x) e disoccupazione (y)

Si tratta, ammettono, di una “correlazione non particolarmente marcata” dal punto di vista statistico, ma quanto basta per smentire la tesi opposta e che cioè una maggiore flessibilità abbia avuto successo nel ridurre i senza lavoro nell’Eurozona. Anzi, questi sono cresciuti in maniera più spiccata proprio nei Paesi in cui le deregolamentazioni sono state più forti. Il fallimento di questa politica emerge ancor più nettamente se si guarda a un sottoindicatore dell’indice Epl, cioè l’Ept, che riguarda la protezione del solo lavoro a termine. Anche in questo caso la deregolamentazione italiana è stata significativa: da 4,88 punti a 2 in poco più di un ventennio.

E anche in questo caso la correlazione – pur debole statisticamente – porta a escludere che l’occupazione sia aumentata a braccetto con la flessibilità, anche se non giustifica l’affermazione opposta e cioè che la flessibilità porta disoccupazione. Anche restringendo il campo di raffronto al periodo 1990-2007 (cioè escludendo la distorsione della grande recessione), l’approdo non cambia: non c’è evidenza di legame positivo tra meno regole e più lavoro. “D’altra parte”, concludono, “anche un esame specifico delle principali riforme del lavoro a termine conferma le conclusioni”. Con l’eccezione del Belgio, in Finlandia, Grecia o Italia (considerando le riforme Treu, Biagi e infine Fornero) la liberalizzazione dei rapporti di lavoro non ha aumentato l’occupazione: “In Italia ha comportato il più che dimezzamento dell’indicatore rispetto al valore del 1990 e nonostante ciò oggi il tasso di disoccupazione è di quattro punti più elevato di allora”.

2 Commenti

  1. se per assurdo (ma nemmeno poi tanto di questi tempi) si facesse scendere il costo del lavoro a valori prossimi allo zero la domanda esploderebbe.

    se la flessibilit� � questo, ovvero un sinonimo di riduzione delle retribuzioni � evidente che la domanda di lavoro prima o poi aumenter� (a parit� di costo ottengo PIU lavoro, quindi il plusvalore aumenta).

    il punto non � solo creare/ottenere PIU lavoro, ma lavoro con retribuzioni DECENTI.

    detta fuori dai denti, a che diavolo serve un lavoro se mi permette si e no di pagare l affitto di uno squallido monolocale in periferia; e poi che mangio? aria??

    questo � neoschiavismo. e ai tempi dello schiavismo la disoccupazione non esisteva….

    come il ridurre gli stipendi porta a lavorare di piu.

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