Le virtù della rigidità

Le virtù della rigidità

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Il Financial Times del 22 Febbraio ha ospitato un articolo del professor Paul de Grauwe dell’Università di Lovanio che sin dal titolo – la flessibilità cede il passo alle virtù della rigidità – indica un cambio di paradigma. La argomentazione piena di buon senso e chiarezza dovrebbe aprire una riflessione critica anche in Italia dove dobbiamo ancora sorbirci l’ennesima predica del professor Pietro Ichino sul Corriere della Sera del 23 Febbraio – è finito il tempo del “ma anche”.

De Grauwe in sintesi spiega che in una deflazione da debiti, come quella in corso, se le istituzioni sociali sono troppo flessibili – ad esempio le imprese possono licenziare facilmente e tagliare i salari senza indugi – gli effetti negativi saranno ampliati a dismisura perché le insolvenze si aggiungono una sull’altra senza freni, dato che la spinta alla pauperizzazione di vaste masse di lavoratori non trova freni. In tali circostanze sono necessari degli “interruttori” che siano in grado di fermare la spirale perversa, frenando il meccanismo cumulativo. Ebbene – udite, udite -i paesi con salari rigidi, buona sicurezza occupazionale sociale sono più favoriti perché la deflazione da debiti trova un pavimento su cui fermarsi, insomma la società non può impoverirsi oltre un certo livello e, aggiungo io, le aziende sono costrette più rapidamente ad aggiustamenti strutturali, piuttosto che scaricare il costo per intero sul lavoro.

Questa riflessione, di solare evidenza, cosa suggerisce sul tipo di rapporto tra Capitale e Lavoro che le presenti circostanze richiederebbero? La risposta quasi naturale è: un miglior bilanciamento dei rapporti di forza che sbarri la strada al Capitale verso la sua naturale tendenza a scaricare sul Lavoro il costo dell’aggiustamento, tendenza facilitata dall’oggettivo ricatto sui lavoratori che la crisi comporta.

Se giudichiamo, su questa base logica, il recente accordo separato tra la Confindustria la CISL, la UIL e l’UGL colpisce il fatto che esso si muove nella logica opposta. Uno dei principi ispiratori dell’accordo, di cui non si conoscono ancora le regole attuative, è quello della derogabilità, a livello aziendale, di ogni accordo collettivo di livello superiore il che implica che quanto pattuito nei contratti nazionali ha il valore di una indicazione e non di un vincolo. Se poi si aggiunge che vi è una centralizzazione della disciplina negoziale che sbarra la strada alle iniziative dal basso è chiaro che il sistema di relazioni industriali funziona in una sola direzione: disciplinare i comportamenti del mondo del lavoro. Infine si opera anche un ridimensionamento formale del ruolo e del peso del contratto nazionale come momento redistributivo e difensivo dei salari con una riduzione della dinamica salariale grazie al nuovo indice di riferimento ed ad una diversa scansione temporale dei contratti. Tutto questo nel mentre nulla viene fatto per coprire quei milioni di lavoratori che sono fuori da ogni tutela negoziale e previdenziale.

Ne consegue che nel mentre la crisi raggiungerà il suo acme, il sistema di Relazioni Industriali amplificherà gli effetti perversi per chi ne è coperto e lascerà al freddo tutti coloro che non ne sono coperti. Nel paese delle piccole e piccolissime imprese l’effetto devastante sarà quello di un uragano. Sembrerà che le imprese ne trarranno un beneficio; in realtà é solo a breve termine e con effetti perversi nel medio e lungo termine. Si favoriranno infatti strategie di sopravvivenza asfittiche e senza futuro dato che sono basate su un taglio dei costi e sulla svalorizzazione del capitale umano che rappresenta il valore principale per il futuro. Le organizzazioni sindacali sembrano voler seguire l’antico principio di salvare l’organizzazione in attesa di tempi migliori; purtroppo l’accordo non mette le organizzazioni al riparo dalla crisi ma ne trasforma il ruolo in modo così radicale da mettere in causa la loro legittimazione. I sindacati infatti non possono essere, se non che cambiando natura, trasformati un una istituzione legittimata fondamentalmente dalle altre istituzioni. La difesa dell’organizzazione, di fronte a ben altri pericoli ed in altri tempi aveva un patos tragico – sempre con esiti negativi o dubbi – ; riproporla oggi vuol dire avvicinarsi pericolosamente all’esito predetto dalla vecchia massima che la storia si ripete sempre due volte, la seconda come farsa.

5 Commenti

  1. L’analisi di de Grauwe � ineccepibile, ma non altrettanto mi sembrano le prescrizioni di politica economica. Capisco che possa non piacere, ma l’obiettivo di un’azienda � fare profitti e per questo deve poter licenziare e fallire. Pensare di scaricare il costo della crisi sulle imprese limitando la flessibilit� � altrettanto sbagliato che pensare di scaricarlo sui lavoratori. Il costo della crisi, di questa come di tutte le altre, deve essere sostenuto dallo Stato, ad esempio, prevedendo un sostegno in caso di disoccupazione per tutti, indipendentemente dal settore di appartenenza, dall’anzianita contributiva o dal tipo di contratto. L’errore in Italia non � stato introdurre flessibilit� nel mercato del lavoro, bens� di non prevedere tutele per le nuove categorie di lavoratori.

    Garibaldo risponde:
    La logica dell’articolo di di De Grauwe, di qui il mio interesse, � quello di mettere dei vincoli, relativamente al lavoro, al capitale per impedirne una deriva pericolosa, come sempre � storicamente accaduto,in assenza di tali vincoli. Scaricare sullo Stato il costo dell’aggiustamento di una crisi che non � aziendale ma di sistema significa fare esattamente l’opposto di quanto suggerito, cio� socializzare le perdite dovute unicamente alla responsabilit� delle �lites capitalistiche che hanno comandato in questi anni. D’altronde rigidit� non significa immobilit� ma semplicemente il fatto che i diritti dei lavoratori e la condizione di lavoro non sono disponibili ad libitum per il management.

  2. Sicuramente occorrono nuove politiche economiche, che sarebbero poi comunque riprese dal passato. Sostegno ai lavoratori in stipendi e salari, indennit� per chi perde il lavoro. Progetti di stato in investimenti pubblici (senza far fare gli affari alla mala, all’estero un’opera costa un tot che qui si moltiplica all’infinito), e da investire in opere ce n’� bisogno, ricerca scientifica, medica, fonti rinnovabili, infrastrutture utili. Il punto � che qui vive ancora forte una cultura medievale da feudalesimo, dove ti giri devi lasciare oboli, contentini, poltrone e serbatoi di voti.

    Garibaldo risponde:
    Sono d’accordo con le argomentazioni ed i suggerimenti indicati.

  3. caro Garibaldo,

    articolo puntuale? la virt� della rigidit�?
    Continuo a non capire alcune impostazioni.
    Se cambia il pardigma dell’accumulazione (Daniela Palma), forse cambia anche la domanda di lavoro. Osservo che il mondo, almeno l’Europa, disegna un nuovo paradigma che condiziona il lavoro, la crescita e la produttivit�.
    Ma una volta discutere del cosa e del come produrre non era il punto centrale del socialismo? non dico dei comunisti che avevano in mente la propriet� dei mezzi di produzione.
    Mi piacerebbe uscire non tanto dai luoghi comuni, piuttosto da un luogo di osservazione che impedisce di vedere il tutto. in questo modo ci impediamo di condizionare le scelte del “capitalismo”. Almeno Keynes

    Garibaldo risponde:
    E’ sicuramente vero che il problema � quello di un nuovo modello di accumulazione e di saper rispondere a cosa produrre e per chi; cose per altro da me sostenute negli ultimi anni, ma che cosa c’entra questo con il problema posto dall’articolo?
    L’esperienza dei paesi cosiddetti socialisti e delle cooperative, anche le migliori, ha chiarito una volta per sempre che un regime di accumulazione non include come parte organica di s� un regime lavoristico. Quando ci� � accaduto ne sono nate infinite
    disgrazie. Sostenere la rigidit� nel senso indicato nell’articolo significa sostenere che i diritti di chi lavora sono indisponibili e che esiste sempre, almeno potenzialmente, la possibilit� di un punto di vista altro da parte del Lavoro, ed � bene che sia cos�, qualunque sia il regime o il paradigma di accumulazione. Questo, in via di principio. Sul piano politico e sociale la domanda di un paradigma alternativo, come giustamente rivendicato nell’articolo di Palma, non significa non fare i conti con la crisi sociale che si � aperta e quindi con il ruolo dei sindacati e le conseguenze dell’accordo separato. Se infatti la conseguenza fosse, come a me pare, quella di una sostanziale messa fuori legge del conflitto sociale, su quali gambe camminerebbe la domanda di un paradigma alternativo?

  4. forse c’� una relazione tra alta specializzazione produttiva e salari. Forse c’� relazione tra alta specializzazione produttiva e diritti. non trovi?
    Non si tratta di rivendicare la rigidit�. Il diritto positivo � un ottimo luogo di osservazione, tra l’altro di matrice liberlae, ma sarebbe il caso di trovare un equilibrio superiore tra accumulazione, specializzazione e la mia (nostra) idea di societ� fondata sui diritti e i doveri.

    1964.rr@libero.it

  5. Per chi non lo conoscesse, vorrei suggerire la lettura dell’interessante articolo di Kleinknecht “Is labour market flexibility harmful to innovation?”, Cambridge Journal of Economics, vol.22,1998. Con l’auspicio di contribuire positivamente al dibattito

    Garibaldo risponde:
    Grazie dell’utile suggerimento che credo aiuti tutti a meglio inquadrare il problema.

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