E’ dalle importazioni che nasce il taglio delle tasse

E’ dalle importazioni che nasce il taglio delle tasse

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Giornali. Un grafico della “Repubblica” a commento dell’articolo Banca d’Italia ottimista sul PIL (18 luglio 2015) mi porta subito in argomento. In esso si descrivono gli andamenti del PIL e della somma di consumi e investimenti, che dal 2011 (anno della “defenestrazione” di Berlusconi) si mostrano in caduta libera, e anche delle esportazioni che invece sono all’aumento. Il grafico insinua l’idea che prima o poi le esportazioni ce la faranno a trascinare all’insù anche PIL, consumi e investimenti, giusto quel modello di crescita “trainata dalla esportazioni” che va per la maggiore in Italia fin dagli anni ’60 del secolo scorso. Ma allora c’erano altre variabili che giocavano a suo favore, mentre adesso ce n’è almeno una che va all’incontrario e che nel grafico è stata (opportunamente?) omessa. Ma vediamo meglio.

Teoria. Secondo le regole della contabilità nazionale il reddito Y è determinato dai consumi C, dagli investimenti I, dalla spesa pubblica G al netto delle tasse T e dalle esportazioni X al netto delle importazioni M, così che:

Y = C + I + (G – T) + (X – M)

Nel grafico della “Repubblica” il saldo (G -T) non è considerato forse per seguire le regole del “Fiscal Compact” (sciaguratamente approvato nel luglio 2012) che all’articolo 3 prevede che “la posizione di bilancio delle P.A. di ogni parte contraente è in pareggio o in avanzo” e che nel caso di deficit viene “attivato automaticamente un meccanismo di correzione… per correggere la deviazione in un periodo di tempo definito”. In obbedienza a ciò è lecito ipotizzare che almeno in teoria:

(G – T) = 0

Ma le importazioni perché sono state omesse? Perché da esse nascono i dolori – ed ecco come.

Esprimiamo i consumi in proporzione (c = “propensione al consumo”) del reddito nazionale:

C =  cY

Ciò non si può fare per gli investimenti che non dipendono dal reddito e nemmeno con le esportazioni che dipendono dal reddito nazionale altrui, ma con le importazioni sì. E quindi trasformiamo anche le importazioni in una proporzione (m = “propensione all’importazione”) del reddito nazionale, così che:

M = mY

A questo punto, sostituendo e raccogliendo, si ricava che:

Y = (I + X) / (1 – c + m)

a segnalare che il reddito nazionale è influenzato positivamente da investimenti ed esportazioni (come è evidente), mentre è frenato (cosa che non è così ovvia) dall’eventuale supero della “propensione all’importazione” sulla “propensione al consumo” (m > c).

Fatti. Adesso consideriamo lo stato della nostra economia. Sugli investimenti c’è poco da stare allegri: sono precipitati del 21.9% dal 2007 al 2014 secondo i dati ISTAT. E quindi non resta che da sperare sulle esportazioni. Però il saldo della bilancia commerciale (X – M) è per l’Italia strutturalmente in negativo essendo il nostro paese, al primo sentore di ripresa economica, dipendente dalle importazioni di prodotti energetici, ma anche dei beni strumentali che gli mancano perché afflitto da un deficit tecnologico dovuto alla “insufficienza del sistema nazionale d’innovazione” (cfr. S. Lucarelli, D. Palma, R. Romano, Quando gli investimenti rappresentano un vincolo, in “Moneta e credito”, 2013, n. 262). Eppure dal 2012 il saldo della bilancia commerciale è positivo! Ciò però si deve sia alle esportazioni che sono cresciute (dai 364 miliardi di euro del 2011 ai 387 miliardi del 2014), ma anche e soprattutto alle importazioni che sono calate (dai 383 miliardi del 2011 ai 338 miliardi del 2014) per la favorevole dinamica al ribasso dei prezzi petroliferi e per la dura compressione della domanda interna indotta dalle politiche di austerità dei governi Monti e Letta.

Dal gennaio 2015 è però intervenuto il quantitative easing della Banca Centrale Europea che, a prescindere da ogni altro effetto, ha il dono di svalutare l’euro favorendo le esportazioni, sebbene soltanto fuori dalla zona-euro. Ed ecco che al primo accenno di ripresa positiva del PIL (+0,..%) sono subito aumentate anche le importazioni. Leggo (dalla “Repubblica” del 23 luglio 2015) che l’ISTAT valuta nei primi sei mesi dell’anno un avanzo commerciale di 29,4 miliardi di euro, con l’avvertenza però che, mentre “nel secondo trimestre del 2015 la dinamica congiunturale dell’export è stata lievemente positiva (+0,5%),… nello stesso periodo l’ampia crescita congiunturale delle importazioni è diffusa a quasi tutti i raggruppamenti principali di beni, risultando particolarmente accentuata per l’energia (+18,6%) e per i beni strumentali (+8,7%)”. Il che è proprio quanto stiamo argomentando.

Non c’è allora il rischio che la nostra  “propensione all’importazione” strangoli una ripresa ancora bambina? Onde evitarlo, giusta la formuletta di cui sopra, necessiterebbe un aumento della “propensione al consumo”. Ed ecco che nella prossima legge di stabilità viene annunciata a prò delle famiglie la cancellazione dell’IMU-prima casa (3,8 miliardi di euro) e per i produttori l’eliminazione dell’IMU sui terreni agricoli e sulle macchine c.d. “imbullonate” (1,6 miliardi di euro), mentre anche la Consulta ci ha messo del suo imponendo al governo di restituire l’indicizzazione tolta ai pensionati (0,5 miliardi di euro) e di sbloccare il contratto degli statali (1,6 miliardi di euro). Però da tutto questo non seguirebbe lo sforamento dell’obiettivo del pareggio di bilancio che il governo Renzi ha concordato con l’Europa di raggiungere nel 2017 limitandosi ad un  deficit dell’1,8% del PIL per il 2016? Certo che sì, ma allora scatterebbero le “clausole di salvaguardia” del Fiscal Compact che prevedono l’aumento automatico dell’IVA ed altre accise per un totale di 16 miliardi di euro, con l’effetto dello strangolamento automatico della ripresa!

Il dilemma in cui si trova il governo è quindi evidente: per avere (c – m) > 0 c’è bisogno, date le condizioni della nostra economia, che sia (G – T) > 0, ma questa seconda partita non si gioca in casa tra Camera e Senato (dove Renzi sembra avere sempre buone carte in mano), ma presso autorità monetarie europee non facili ad essere sedotte dalla annuncite renziana (o padoana).

 

4 Commenti

  1. Non mi è chiaro un passaggio: le importazioni vengono consumate. Se aumentano i consumi, data l’elasticità delle importazioni, cresceranno inevitabilmente anche queste ultime.
    Mi sto perdendo qualcosa?

    • È’ ovvio che le importazioni vengono consumate, ma producono anche maggior reddito da vendere all’estero (se ancora possibile) oppure all’interno. In questo secondo caso occorre più moneta nelle mani dei cittadini, ossia più domanda interna. F. Daverio (Lo strano boom dell’import italiano, “lavoce.info”, 15 settembre 2015) rovescia la relazione, rinviando l’aumento delle importazioni alla crescita della “domanda interna privata”. Ma di chi? Di famiglie maledette che vogliono consumare merci straniere oppure d’imprese che necessitano di prodotti energetici e di beni strumentali?

  2. Ma se aumento la propensione al consumo non aumento anche la propensione alle importazioni?

    Ovvero: le due variabili non sono legate, con la prima che influenza la seconda?

    Tradotto: se è vero che le importazioni aumentano alla prima congiuntura favorevole (petrolio, euro debole), frenando nella culla la ripresa, non è vero che anche con l’aumento del deficit, le importazioni frenerebbero la ripresa riportando in deficit la bilancia delle partite correnti?

    Conclusione: uscire dall’euro è l’unica via per attuare senza contraccolpi ”frenanti” una ripresa dei consumi che si traduca quasi tutta in occupazione interna e Pil.

  3. È curioso che di tutta la mia argomentazione si sia presa a pretesto una osservazione incidentale sulla politica economica del governo Monti (e Letta) per dimostrare che il governo Berlusconi ha fatto peggio. E chi lo nega? Ma l’agire del governo Monti, comprimendo (pro quota sua) la domanda interna, ha aggravato la crisi, come lui stesso candidamente ha ammesso in una intervista al Salone del Tessile: “quando leggo titoli che dicono: Monti ha contribuito alla recessione, io rispondo: Certo” (“il Sole-24 ore”, 21 settembre 2015). Allora di che stiamo parlando? Non Sarebbe più utile capire perché il governo Renzi, per invertire la tendenza sfruttando il quantitative easing europeo (era ora!) che spinge le esportazioni ma aggrava le importazioni, si trovi costretto a rilanciare la propensione al consumo? Almeno nelle intenzioni, sebbene si sappia che l’inferno è lastricato di buone intenzioni…

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