Aree Rurali e Globalizzazione. Idee di sviluppo per il Mezzogiorno d’Italia

Aree Rurali e Globalizzazione. Idee di sviluppo per il Mezzogiorno d’Italia

0
Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Rural development models so far have failed to explain why development stagnates in certain regions. Focusing on Southern Italy, while financial, social, human, and built capital are inadequately developed, the region is rich of natural and cultural capital. We argue that promoting human, natural, social and cultural capital is the best way to foster development in this area.
CONDIVIDI

1.    Introduzione

In un mondo sempre più globalizzato le aree rurali si trovano oggi ad affrontare enormi sfide di sviluppo. Le zone rurali, per definizione, comprendono insediamenti e infrastrutture relativamente piccole e geograficamente meno dense (Sarris et al, 1999; Iorio, Corsale, 2010). Gli abitanti rurali sono spesso in possesso di dotazioni formali, quali livello di istruzione e risorse finanziarie, relativamente più basse rispetto alle dotazioni degli abitanti urbani (Ashley, Maxwell, 2001). L’agricoltura, in particolare l’agricoltura su piccola scala, spesso è la spina dorsale dell’economia rurale (International Fund for Agricultural Development, 2013), ma la vitalità di questo settore è minacciata da una crescente integrazione delle aree rurali nell’economia globale, e, quindi, una crescente esposizione su mercati commerciali liberalizzati (Rizov, 2006). I residenti rurali sono pertanto spinti a diversificare i loro redditi o allontanarsi dalle attività agricole tradizionali (Knickel e Renting, 2000). Negli anni sono stati proposti diversi modelli di sviluppo rurale, ma questi non sempre sono riusciti a spiegare perché lo sviluppo ristagna solo in alcune regioni.

2.    Le politiche di sviluppo rurale

Anche se manca una definizione unanime del termine ‘sviluppo rurale’ (Van der Ploeg et al. 2000), esso può generalmente essere considerato ‘un processo di cambiamento economico, sociale, culturale e ambientale concepito per migliorare a lungo termine il benessere di tutta la comunità [rurale]’ (Moseley, 1996, pag. 20). Da questa definizione sono stati proposti tre principali modelli dai quali trarre strategie politiche:

  1. Il modello agrario o azienda-centrico si basa sulla convinzione che l’agricoltura sia l’essenza dello sviluppo rurale. Le politiche derivati da questo modello spesso si concentrano sul miglioramento della produttività agricola (Hubbard e Gorton, 2011). I finanziamenti per acquisti di capitale fisico come macchine agricole appartengono a questa categoria di politiche;
  2. Il modello esogeno vede i centri urbani come i principali motori dello sviluppo. Politiche basate su questo modello cercano quindi di attrarre capitali esterni in aree rurali, offrendo terreni e lavoro a un costo più basso (Hubbard e Gorton, 2011). Le grandi industrie pesanti trapiantate in aree rurali del sud Italia appartengono a questa categoria di politiche;
  3. Il modello endogeno, infine, suggerisce che le strategie di sviluppo rurale dovrebbero concentrarsi sulla valorizzazione delle risorse locali specifiche per un settore, come ad esempio le risorse naturali o i valori culturali (Ward et al., 2005).

3. La trappola dello sviluppo rurale nel Mezzogiorno

I diversi modelli hanno in comune la mancata capacità di spiegare il motivo per cui lo sviluppo sembra ristagnare solo in alcune zone rurali. In altre parole la teoria non riesce a spiegare la trappola dello sviluppo rurale che attanaglia il mezzogiorno d’Italia e il motivo per cui in alcune aree le politiche di sviluppo hanno spesso fallito (Allison, Hobbs, 2004). Al fallimento si associa spesso l’incapacità o la mancanza di volontà degli amministratori locali di redigere piani di sviluppo vincenti. Gli ultimi dati confermano che il problema del Sud non sono solo le risorse, infatti i finanziamenti, soprattutto europei, sono ingenti. Il problema deriva dalla incapacità di reperire e spendere queste risorse. Considerando il Feasr, fondo per l’agricoltura, la classifica regionale è deprimente per il Sud. Sul piano della spesa ad esempio, a metà del programma 2014-2020 il Piemonte e la Lombardia hanno speso più di 100 milioni di euro, mentre al Sud la Calabria ha speso 9 milioni, la Sicilia meno di 3 milioni, l’Abruzzo meno di 2 milioni, Molise e Campania meno di un milione, la Puglia zero. Negli ultimi mesi l’utilizzo dei fondi strutturali europei da parte dell’Italia ha registrato un’impennata positiva, ma i risultati sono deludenti, soprattutto nel Mezzogiorno, in termini di rilancio della crescita e dell’occupazione.

Sul piano operativo, una strategia che può essere seguita nella pianificazione è l’approccio dei beni capitale (Mikulcak, 2015). L’idea è che ogni tipologia di politica agisce in maniera differenziata sulle diverse barriere allo sviluppo. Su questa linea un buono strumento sul quale valutare gli interventi è l’ammontare delle specifiche tipologie di capitale (che sono la fonte della prosperità locale). Il fulcro dell’approccio a beni capitale è la distinzione di sei diversi tipi di risorse: capitale fisico (infrastrutture e macchinari); capitale naturale (terra, alberi e servizi eco-sistemici); capitale umano (istruzione e salute); capitale finanziario (reddito, risparmio e credito); capitale sociale (legame tra le persone, nella comunità, o nelle organizzazioni); e capitale culturale (specifici valori, visioni del mondo, conoscenze trasmesse all’interno di una comunità, risorse culturali locali come il cibo tradizionale, il folclore e i siti storici). Tutti questi beni capitali sono i fattori di produzione di prosperità locale, quindi l’essenza dello sviluppo rurale. Tuttavia, per quanto ben calibrata, ogni politica può agire solo su una specifica tipologia di capitale rimuovendo quindi solo una parte delle barriere allo sviluppo.

Il Mezzogiorno d’Italia è soggetto a una moltitudine di barriere allo sviluppo rurale, associate ad una carenza di diversi tipi di beni capitali. Le barriere allo sviluppo spesso interagiscono e si rafforzano a vicenda. Per esempio, i salari bassi (capitale finanziario) promuovono una scarsa etica del lavoro, con una conseguente perdita di capitale sociale. Analizzando le politiche per lo sviluppo proposte negli anni nel mezzogiorno d’Italia alla luce dell’approccio dei beni capitale, si può osservare come la gran parte di esse abbia interessato prevalentemente il capitale fisico ed eventualmente finanziario del Sud. Non sembra esserci stato invece un gran numero di interventi sul capitale culturale, sociale e umano. Questa inerzia ha fatto sì che anche la sopravvivenza di queste risorse sia oggi a rischio. Il capitale culturale ad esempio, nel senso dei valori tradizionali e l’architettura regionale specifica, si sta deteriorando a causa di un invecchiamento della popolazione rurale e a causa di una storica emigrazione dei giovani.

3.    Qualche proposta per sbloccare la trappola

Il capitale umano, naturale, sociale e culturale del Mezzogiorno d’Italia possono essere una opportunità per uscire dalla trappola. L’eco-turismo culturale, la vendita di prodotti artigianali e le specialità alimentari di questi luoghi possono essere strategie vincenti per promuovere lo sviluppo. Le caratteristiche dell’agricoltura su piccola scala in queste aree (alta biodiversità, filiera corta), offrono una occasione preziosa. In controtendenza rispetto al passato, le nuove strategie per lo sviluppo dovrebbero oggi spingere proprio su questo canale. C’è bisogno di interventi mirati ad arricchire il capitale umano, naturale, sociale e culturale.

In termini pratici il riscatto del Sud deve passare dal coinvolgimento di tutta la società e in particolare delle nuove generazioni. Sul piano delle risorse, se prendiamo in considerazione i fondi strutturali per il periodo 2014-2020 ad esempio, l’Italia ha a disposizione 64 miliardi di euro, dove quasi i 2/3, ovvero 42 miliardi, devono essere spesi nelle regioni del Sud. Sul piano della pianificazione c’è bisogno di stimolare l’autoimprenditorialità e la cultura. È necessaria la creazione di laboratori d’impresa in cui vengano divulgate le conoscenze riguardanti produzione e trasformazione dei prodotti locali. C’è bisogno di alfabetizzazione sui nuovi strumenti telematici. Per esempio, i Big-Data permettono oggi di guidare al meglio e a costi bassi le piccole e medie imprese nel posizionamento sul mercato. È necessario predisporre spazi dedicati al coworking, ambienti di lavoro condivisi dove c’è possibilità di condivisione di idee e instaurare inedite collaborazioni. C’è necessità di creare reti e di mettere in circolo le pratiche migliori per l’ottimizzazione delle risorse, la sostenibilità e l’innovazione. È necessario adibire spazi pubblici a Biblioteche. Sin dalla fine del 19º secolo in Gran Bretagna infatti, le Biblioteche pubbliche sono un elemento centrale delle comunità (Usherwood, 2002). Sono necessari eventi di presentazione e promozione rispetto alla produzione artigianale ed enogastronomica dei luoghi, tesi a far conoscere il patrimonio storico, culturale ed artistico locale. Oggi le conoscenze e i valori vanno trasmessi mediante didattica non convenzionale. Uscire dagli schemi della trasmissione di conoscenza può essere uno dei principali elementi di rottura rispetto al passato e eventualmente avere successo in aree dove le politiche di sviluppo hanno spesso fallito.

 

*Università “La Sapienza”

**Università di Roma Tre

 

Riferimenti

Allison, H., & Hobbs, R. (2004). Resilience, adaptive capacity, and the “Lock-in Trap” of the Western Australian agricultural region. Ecology and society, 9(1).

Ashley, C., & Maxwell, S. (2001). Rethinking rural development. Development policy review, 19(4), 395-425.

Hubbard, C., & Gorton, M. (2011). Placing agriculture within rural development: evidence from EU case studies. Environment and Planning C: Government and Policy, 29(1), 80-95.

International Fund for Agricultural Development (2013). Smallholders, Food Security, and the Environment

Iorio, M., & Corsale, A. (2010). Rural tourism and livelihood strategies in Romania. Journal of Rural Studies, 26(2), 152-162.

Knickel, K., & Renting, H. (2000). Methodological and conceptual issues in the study of multifunctionality and rural development. Sociologia ruralis, 40(4), 512-528.

Mikulcak, F., Haider, J. L., Abson, D. J., Newig, J., & Fischer, J. (2015). Applying a capitals approach to understand rural development traps: A case study from post-socialist Romania. Land Use Policy, 43, 248-258.

Moseley, M. J. (1996). Baseline studies for local rural development programmes: towards a methodology. Planning Practice & Research, 11(1), 19-36.

Rizov, M. (2006). Rural development perspectives in enlarging Europe: The implications of CAP reforms and agricultural transition in accession countries. European Planning Studies, 14(2), 219-238.

Sarris, A. H., Doucha, T., & Mathijs, E. (1999). Agricultural restructuring in central and eastern Europe: implications for competitiveness and rural development. European Review of Agricultural Economics, 26(3), 305-329.

Van der Ploeg, J. D., Renting, H., Brunori, G., Knickel, K., Mannion, J., Marsden, T., … & Ventura, F. (2000). Rural development: from practices and policies towards theory. Sociologia ruralis, 40(4), 391-408.

Ward, N., Atterton, J., Kim, T.-Y., Lowe, P., Phillipson, J., Thompson, N. (2005). Universities, the Knowledge Economy and the “Neo-Endogenous Rural Development” (No. 1). Centre for Rural Economy Discussion Paper Series. Newcastle, UK.

NON CI SONO COMMENTI

LASCIA UN COMMENTO