Una formula per questa crisi

Una formula per questa crisi

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1. In macroeconomia c’insegnano che i consumi sono funzione dei redditi delle famiglie. E se poi si approssimano i redditi delle famiglie alle retribuzioni dei lavoratori, allora i consumi risultano funzione inversa dei profitti dei capitalisti. La relazione è corretta, ma insufficiente. Infatti, quando i redditi e le retribuzioni superano un certo livello diventa possibile per le famiglie, oltre che consumare, acquisire un patrimonio di beni immobili e titoli mobiliari.

Nemmeno questa relazione è però sufficiente perché in epoca di finanziarizzazione sia i consumi che il patrimonio possono essere alimentati anche dal ricorso al credito, che è debito D per le famiglie. Ne risulta così che i consumi C e il patrimonio P delle famiglie sono alimentati dai redditi Y e dall’indebitamento D. Per sintetizzare si può scrivere:

C + P = f (Y, D)

Ovviamente la sostenibilità dell’indebitamento dipende dal tasso d’interesse che viene praticato dalle banche, con un doppio effetto di retroazione positivo se il tasso d’interesse diminuisce. Infatti da un lato aumenta la facilità di ricorso al credito che alimenta la costituzione di maggiori consumi e patrimoni, dall’altro cresce il valore del patrimonio già posseduto (essendo il valore del patrimonio in funzione inversa del saggio d’interesse) che consente un ulteriore ricorso al credito.
E’ stato questo “circolo virtuoso” a sostenere l’esplosione dei mutui immobiliari e quant’altro (anche in presenza di scarse garanzie personali) grazie ad una politica monetaria accomodante che negli Stati Uniti ha ridotto il tasso d’interesse dal 6,50% del 2000 all’1% del 2004.

2. Se però il tasso d’interesse aumenta, quel circolo virtuoso si fa “vizioso”. E’ quanto è successo dal 2004 in poi, da quando la Federal Reserve (per ragioni che qui non è il caso di considerare) ha preso ad alzare il tasso d’interesse portandolo fino al 6,25% alla metà del 2007. Ciò ha reso le famiglie indebitate incapaci a pagare le rate con i redditi e le retribuzioni a disposizione. Così sono state costrette a consumare di meno, provocando una caduta della domanda effettiva, oppure a vendere parte del patrimonio. In questo caso si è prodotta quella deflazione da debito descritta da Irving Fisher nel 1933 e di cui qui si può dare conto con un semplice esercizio numerico.

Sia dato un debito di 100 dollari interamente coperto da un patrimonio mobiliare (10 titoli a 10 dollari ciascuno). Se la banca chiede di ridurre il debito (diciamo del 10%), la famiglia può provvedere vendendo un titolo e consegnando il ricavato alla banca. Ad un debito calato a 90 dollari corrisponderà un patrimonio… Di quanto? Se anche altri debitori, richiesti di ridurre l’indebitamento, vendono titoli, il prezzo in borsa diminuirà, e se contemporaneamente il tasso d’interesse aumenta, i titoli rimasti perderanno di valore. Diciamo che calino a 9 dollari ciascuno, così che a fronte di quel debito ridotto a 90 dollari sta ora un patrimonio di 9×9 dollari = 81 dollari. A maggior ragione la banca chiederà di rientrare dallo “scoperto” di 9 dollari, ma la reiterazione della vendita di un altro titolo da 9 dollari, se la vendita coinvolge più debitori e/o il tasso d’interesse continua a crescere, a fronte di un debito calato a 81 dollari produrrà una svalutazione del valore patrimoniale di quei titoli a 8×8 dollari = 64 dollari.

E’ questo il paradosso di Fisher: più si prova a pagare il debito, più ci si mette in condizioni di non arrivare a pagarlo per la progressiva caduta dei valori patrimoniali (mobiliari ma anche immobiliari, perché il processo è il medesimo) posseduti dalla famiglie, anche di quelle che non sono indebitate. E’ questa la “deflazione da debito” che, da stime provvisorie, avrebbe ridimensionato i valori finanziari nel 2008 di 50.000 miliardi di dollari (cfr. http://www.mybudget360.com/).

3. La formula mette subito in chiaro le manovre disponibili contro la deriva deflazionistica. La prima, quella più immediata, è la riduzione del tasso d’interesse così da rialzare i valori patrimoniali, come si è proceduto a fare dalla metà del 2007 in avanti. Tuttavia se continuano le vendite di titoli e d’immobili per ripianare i debiti, l’effetto della manovra è nullo e nemmeno un tasso di sconto portato allo 0% è in grado d’invertire la tendenza alla liquidazione dei patrimoni.

In alternativa andrebbe meglio l’aumento di redditi e retribuzioni, che consentirebbe alle famiglie di onorare i mutui senza necessità di ricorrere alla vendita dei patrimoni. Ma non si avrebbe una ripresa dei consumi, dovendosi destinare l’incremento del reddito al rimborso del debito. Comunque in questo caso, data la nostra ipotesi iniziale, il costo del superamento della crisi finirebbe a carico dei percettori di profitti.

Ancora più drastica è l’alternativa di una moratoria dei debiti, così che il loro pagamento venga momentaneamente sospeso oppure accollato allo Stato per dilazionarlo. Ma si tratterebbe appena di un rinvio perché i debitori dovrebbero comunque pagarli più tardi.

Per questo l’unico rimedio definitivo ricavato dalla formula è il condono dei debiti facendo pagare in questo caso il costo del superamento della crisi ai creditori stessi. Annulla il debito: sarebbe così data concretezza al precetto che risuona ogni volta che si recita il Padre Nostro: “Signore, rimetti a noi i nostri debiti, come NOI li rimettiamo ai nostri debitori”. Un impegno verso il prossimo che non sarebbe più fatto di vane parole.

 

*L’autore è professore di storia del pensiero economico nell’Università di Bologna.

12 Commenti

  1. la linea di azzerare il debito sarebbe un boomerang. gli inglesi, i tedeschi, i francesi e gli spagnoli sono messi enormemente peggio di noi, in termini di indebitamento complessivo, in particolar modo dopo l’accollo delle voragini delle banche. chi ci da un pessimo rating � disinteressato?
    gli amici/competitori europei stanno facendo di tutto per farci dichiarare bancarotta (Luigi_Zingales/Repubblica con chi sta?), mentre sono proprio loro che hanno l’esigenza impellente di farla. se cadiamo nel tranello facciamo fare ancora una volta agli altri la figura dei virtuosi e noi dei pezzenti. le nostre monete non sono controllabili perch� non hanno i numeri di serie: perch� il ministro dell’economia tedesco si � dimesso? non sar� che non se l’� sentita di coprire le nefandezze BCE/Germania?

  2. L’idea di azzerare il debito penso sia riferita a livello mondiale ed � una proposta tanto pi� valida, tanto maggiore � il debito contratto. Secondo il ragionamento, quindi, del signor Rossi, sarebbero proprio Irlanda, Spagna, Usa e GB a fare “la figura” argentina.
    L’idea di fondo, a quanto capisco,� quella di far pagare la crisi ai creditori.
    In definitiva sono essi che hanno concesso prestiti ad agenti economici non in grado di ripagare,in cambio di un alto tasso di interesse.Lo sbaglio di questa previsione, va quindi fatto pagare a loro stessi: siano essi, banche, privati, stati nazione etc.
    Peraltro questa ipotesi � via storicamente successa,proprio nella patria del liberismo economico: gli Usa.
    A met� del secolo scorso, nella corsa alla costruzione delle ferrovie, contrassero pi� debiti di quelli che poi riuscirono a ripagare, dichiarando default esattamente come l’Argentina.

  3. Il prof. Gattei ci offre una chiara esposizione del paradosso di Fisher : grazie! Ma tra le manovre disponibili per far fronte alla deriva deflazionistica omette di considerarne una, che � efficace e la meno difficile e dolorosa, oltre che automatica : la caduta del cambio. Da 37 anni – dal 15 agosto 1971, quando Nixon sganci� il dollaro dall’oro – � nata la nuova moneta, che si basa sui cambi flessibili (regime di fiat money). L’Europa non lo ha capito e si � lanciata nella stolida e nefasta avventura dell’Euro: quindi per noi questa uscita non � disponibile. Ma prendiamo il caso della Regno Unito (UK) : negli ultimi 6 mesi la sterlina si � svalutata di un 30% circa ; ci� vuol dire che per UK il debito, espresso in una valuta straniera (� p.e.) si � svalutato del 30%, che il prezzo degli assetts nazionali (immobili p.e.) per gli stranieri si � ridotto del 30% etc…naturalmente per gli inglesi apparentemente non � cambiato nulla, perch� vedono le cose in termini di sterline, ma nei fatti il risultato � equivalente a quello di un condono parziale del debito e le forze messe in moto operano gi� contro la deriva deflazionistica.
    Azzardo una previsione : nonostante il fatto che la city di Londra sia uno degli epicentri di questo sconquasso (e ne porti una grossa fetta di responsabilit�) forse il Regno Unito ne uscir� prima di Eurolandia.

  4. Sig. Sinibaldi,
    non mi torna una cosa: se la sterlina cala del 30% sull’euro e gli inglesi hanno un debito in euro mi pare che il debito aumenti invece che diminuire.
    Con i numeri: debito di 150 euro che con la sterlina a 1,50 � sono 100 sterline. La sterlina crolla a 1,00 euro, deve ripagare 150 euro, ma ora sono 150 sterline. O sbaglio in qualcosa?

  5. Mi riferivo naturalmente in primo luogo al debito pubblico inglese, che naturalmente � denominato in sterline : non ho dati sottomano, ma credo che debito pubblico denominato in euro o non c’� o � di entit� trascurabile. Se poi vogliamo allargare il discorso a tutto il debito (pubblico+privato) anche inquesto caso credo che il debito sia nella stragrande maggioranza denominato in sterline, al pi� qualcosa in dollari :la quota in euro sar� probabilmente modesta.

  6. Sviluppo sostenibile e’ anche non inserire nel mercato piu’ prodotti di quelli richiesti; questo crea i problemi di eccessiva offerta, quindi merce invenduta e proposta sotto costo quindi deflazione,sempre abbia capito bene la Vostra logica; anche perche’ intuisco che alla base esista solo ed esclusivamente l’economia reale, e non statistiche e manovre monetarie.
    Interessante ed istruttivo l’argomento.
    Complimenti.

  7. Suggerisco come ulteriore via d�uscita, affidabile e sperimentata, la politica monetaria di Einaudi e Menichella, consistente sostanzialmente nel drastico aumento della base monetaria e nel contenimento del moltiplicatore bancario mediante l�aumento della riserva obbligatoria. in questa maniera si potrebbero ottenere contemporaneamente i seguenti risultati:

    1) la gratuita disponibilit� di liquidit� per effettuare investimenti (certificato da Bernanke – �The link is the printing of money to finance government spending when the government cannot (or does not want to) finance all of its spending by taxes or borrowing from the public. In the extreme case, imagine a government that wants to spend $10 billion (say, on submarines) but has no ability to tax or borrow from the public. One option is for this government to print $10 billion worth of currency and use this currency to pay for the submarines. The revenue that a government raises by printing money is called seigniorage.� – in: Macroeconomics, by Andrew B. Abel and Ben S. Bernanke, Addison Wesley, 2000);

    2) il contenimento di M3 e quindi dell�inflazione;

    3) risoluzione dello spiazzamento (se scarseggiano gli investimenti privati si alzano quelli pubblici, per ri-abbassarli quando il privato si riprende).

    Con questa ricetta nel secondo dopoguerra abbiamo portato il rapporto debito PIL dal 107,9 del 1943 al 32,5 del 1963. http://www.delpt.unina.it/stof/15_pdf/15_5.pdf (a dire il vero questa PM si sarebbe anche potuta fare meno rigida, con minori sacrifici e minor rientro)

    Allora non c�era la libera circolazione dei capitali e quindi fu possibile effettuarla senza troppi problemi. Oggi andrebbe effettuata perlomeno nell�intera Europa.
    Ovviamente con la ripresa si potrebbe ri-abbassare la BM e ri-alzare il moltiplicatore bancario, modulandoli in funzione delle evenienze.

    Perch� � stata abbandonata quella PM? (da Ciampi, settembre �79).

    Perch� � stato messo in soffitta l’offerta di moneta per eccellenza, ben rammentata dallo stesso Bernanke?

    Perch� � prevalso universalmente il dogma liberista che vuole lo Stato estraneo a questi equilibri. La Politica Monetaria � una cosa troppo seria per essere lasciata nelle mani dei banchieri. Autonoma dal governo, certamente! ma PUBBLICA.

  8. Ignazio Musu (il debito pubblico – il mulino):

    “Il contributo di Keynes consistette essenzialmente in una rivalutazione del ruolo espansivo della domanda aggregata in una economia caratterizzata da risorse produttive inutilizzate (capacit� produttiva e forze di lavoro). In queste condizioni la visione keynesiana sostiene che un disavanzo di bilancio che stimoli la domanda espande l’attivit� dell’economia: in modo maggiore, se � finanziato da una espansione dell’offerta di moneta cio� da debito pubblico sottoscritto dalla Banca centrale; in modo minore, se � finanziato con debito pubblico collocato sul mercato, perch� in questo caso bisogna tenere conto che la maggiore offerta di titoli del debito pubblico ne riduce il prezzo e spinge all’aumento il tasso di interesse, con effetti negativi sugli investimenti.”

    Perch� � stata messa in soffitta questa splendida lezione keynesiana alla quale dobbiamo per intero lo sviluppo planetario del secondo dopoguerra? e soprattutto, perch� l’ha messa in soffitto anche la sinistra?

  9. Tittarelli:

    “l’impulso espansivo risulta massimo nel caso del deficit coperto con mezzi monetari, mentre di grado variabile quando coperto mediante indebitamento”

  10. Il Sig. Lino Rossi in 2 righe, le ultime del 23 febbraio, ha espresso un concetto banalissimo ma di fondamentale importanza, attuale e che fornisce la spiegazione dei tracolli finanziari di questi periodi;
    pur essendo i percorsi evidenziati soggetti a rischio di riuscita,
    effettivamente l’impulso espansivo fondato sull’indebitamento
    e’ un “gioco” d’azzardo

  11. Non � proprio un commento all’articolo del prof. Gattei ma, come si dice, “colgo l’occasione”.
    Navigando in rete ho avuto modo di leggere e di apprezzare alcuni articoli di Lino Rossi. In particolare ho trovato assai interessanti (anche se ho qualche – e sostanziosa – obiezione) le sue tesi sulla “genesi del debito pubblico in Italia” (comedonchisciotte.org 12 ott.2007) e sul finanziamento monetario del deficit.
    Trovo che sarebbe una bella iniziativa se “Economia e Politica” invitasse Lino Rossi (e se Rossi aderisse all’invito) ad esporre in modo pi� compiuto – in due articoli, ad esempio – le sue tesi su questi argomenti.
    Credo che potrebbe uscirne un dibattito stimolante e per il merito degli argomenti e perch� potrebbe forse costituirsi una iniziale sede di discussione tra economisti accademici (quali sono i promotori di “Economia e Politica”) e non accademici. Anche se ci fosse qualche argomento non “ortodosso” o “impreciso” non sarebbe un gran guaio, anzi.
    Parafrasando Clemenceau, credo che la politica monetaria sia una cosa troppo importante per lasciarla fare solo ai banchieri centrali.

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