Deflazione o politiche keynesiane?

Deflazione o politiche keynesiane?

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Le difficoltà riscontrate nell’adozione di politiche di rilancio keynesiane, hanno prodotto due tendenze: da un lato un crescente disimpegno generalizzato da parte dello Stato nell’economia; dall’altro lo sviluppo di strategie deflazionistiche. Pertanto, la lotta contro le recessioni e la disoccupazione congiunturale rimane un obiettivo possibile solo a condizione di superare il dilemma della globalizzazione attraverso un reale coordinamento internazionale. Ma nell’ipotesi più favorevole, le politiche congiunturali si riveleranno parzialmente impotenti nei confronti di un rallentamento della crescita o di una crescita della disoccupazione che costituiscono sempre più fenomeni strutturali indipendenti dalla domanda globale. In tale quadro, si comprende il crescente scetticismo nei confronti delle politiche congiunturali, e la riflessione teorica si rivolge ai possibili contenuti di un’azione strutturale in grado di promuovere e sostenere nuovi meccanismi duraturi di crescita e occupazione.

Per quanto concerne le strategie congiunturali di approccio ai temi del rallentamento della crescita e di incremento della disoccupazione si possono distinguere due principali strategie congiunturali: 1) la deflazione competitiva che si riconosce nelle strategie liberali tradizionali basate sulla competizione e sulla flessibilità di prezzi e salari; 2) il rilancio internazionale che si colloca nell’ambito di una tradizione keynesiana adattata al contesto della globalizzazione.

Per il primo punto, si tratta di una strategia dalla logica teorica, ma per quanto attiene il problema della disoccupazione la sua portata pratica è molto limitata a causa della lentezza dei meccanismi di aggiustamenti proposti. Tale strategia si basa sull’eredità delle tesi classiche: rigore monetario, debole inflazione e tasso di cambio forte, come contributi essenziali alla crescita, all’occupazione e all’equilibrio esterno. Infatti, una politica di rigore monetario e fiscale pone un freno alla domanda interna, un freno all’inflazione, e una forte crescita della disoccupazione. Inoltre, il freno alla domanda limita le importazioni; la deflazione migliora la competitività contribuendo per tale via al riassorbimento del deficit esterno. La crescita della disoccupazione tiene a bada i salari reali, mettendo i lavoratori e i sindacati di fronte alla scelta fra un incremento della disoccupazione o una diminuzione del potere di acquisto dei salari. Oltre che un effetto di stabilizzazione sulla crescita della disoccupazione, il ribasso dei salari reali produce due ulteriori effetti potenziali. La caduta del costo del lavoro aumenta la profittabilità dell’attività di impresa; infatti, a prezzi di vendita invariati essa migliora i margini di profitto. Le imprese sottoposte alla concorrenza sia sul mercato interno che internazionale possono mantenere invariati i tassi di margine di profitto e approfittare della caduta del costo del lavoro per diminuire i prezzi di vendita. La suddivisione tra l’effetto-profittabilità e l’effetto-competitività dipende dal grado di concorrenza, dai tassi di interesse e dal tasso di cambio. Più un settore è esposto alla concorrenza internazionale più gli imprenditori sono spinti alla ricerca di una forte competitività sui prezzi. Un tasso di cambio forte che limita la competitività-prezzi dei prodotti nazionali costringe le imprese a contenere i loro margini e a privilegiare l’effetto-competitività. Tra l’altro, i due effetti descritti hanno conseguenze favorevoli sulla crescita e sull’occupazione. Un miglioramento della competitività implica maggiori livelli di esportazioni e quindi maggiore produzione e occupazione. Uno sviluppo dei profitti favorisce l’investimento e dunque una maggiore domanda nel settore dei beni strumentali. Ciò riduce l’insufficienza del capitale che può costituire un’ulteriore causa strutturale di disoccupazione. Lo sviluppo e la modernizzazione del capitale sono anche condizioni per una maggiore competitività a medio e lungo termine. Complessivamente l’effetto-profittabilità, stimolando l’investimento, ha effetti positivi su produzione e occupazione nel lungo periodo, mentre l’effetto competitività, stimolando la domanda esterna, produce gli stessi risultati in tempi più rapidi.

Infine, altri effetti positivi di aumento di credibilità si possono rilevare presso i mercati finanziari. Quest’ultimi, se sono convinti che il governo è orientato verso politiche di stabilità monetaria, non possono puntare in forma speculativa su ipotesi di future svalutazioni. Di conseguenza i tassi di interesse saranno più deboli con benefici sul livello di accumulazione. Chiaramente l’intera strategia riposa, in gran parte, su una caduta del livello salariale e suppone una politica di sostegno a carattere strutturale destinata a garantire la flessibilità salariale.

Riassumendo, si può affermare che accettando momentaneamente un livello di disoccupazione più elevato si determina una caduta dei salari che migliora la competitività e la profittabilità delle imprese.

Questi due effetti congiunti contribuiscono a rilanciare la produzione e quindi l’occupazione. Inoltre, il miglioramento dei margini di competitività contribuisce a ripristinare l’equilibrio esterno. Ma, in verità, una parte rilevante di questi vantaggi resta puramente teorica a causa della lentezza dei meccanismi di aggiustamento su cui poggia l’intera strategia.

Sempre nell’ambito della strategia di deflazione competitiva si possono rintracciare altre problematiche: 1) la disoccupazione non produce con immediatezza una caduta del livello salariale. Spesso, si pone in evidenza come la crescita della disoccupazione strutturale rafforzi la rigidità verso il basso dei salari; 2) la caduta dei salari ha solo un effetto immediato di stimolo sulla domanda di lavoro (effetto-sostituzione) ma soprattutto un effetto depressivo sui consumi che tende a ridurre la domanda e l’occupazione (effetto-reddito). Tutte le simulazioni effettuate hanno dimostrato che l’effetto reddito domina nel breve periodo con un’ulteriore diminuzione dell’occupazione, e occorrono diversi anni prima che si manifesti un effetto positivo sull’occupazione; 3) l’effetto-profittabilità può prevalere sull’effetto-competitività. Infatti, non appena i salari reali diminuiscono, le imprese possono in un primo momento cercare un miglioramento dei loro profitti e quindi non scaricare sui prezzi la caduta dei costi. L’effetto-competitività, che dovrebbe ripercuotersi sui livelli produttivi e sull’occupazione, limita i suoi effetti sul livello dei profitti (effetto-profittabilità) con effetti su occupazione e produzione solo nel lungo periodo; 4) l’effetto di competitività influenza solo la disoccupazione congiunturale. Infatti, esso influenza soprattutto la domanda e dunque limita solo la disoccupazione congiunturale provocata da domanda insufficiente; 5) l’effetto-competitività è, inoltre, molto limitato quando si tratta di una strategia applicata da tutti i paesi contemporaneamente. Infatti, se tutti i partner commerciali adottano la stessa strategia, il suo effetto è solo simbolico. Dal momento che essi contemporaneamente abbassano salari e prezzi, nessuno migliora la propria competitività relativa. Il risultato è solo un grande marasma mondiale e la persistenza di un’elevata disoccupazione congiunturale.

Tuttavia, i rischi di un’esplosione della disoccupazione e del conflitto sociale e politico riportano, inevitabilmente, le scelte politiche e di politica economica verso strategie di crescita e di maggiore occupazione.

Si tratta di scelte che sul piano mondiale non possono realizzarsi in assenza di un coordinamento internazionale delle politiche economiche. Si è, ormai, consapevoli che politiche nazionali isolate risultano essere di difficile applicazione, dato l’insieme dei vincoli esterni in un contesto di economie globalizzate. La possibilità di realizzare politiche di rilancio efficaci è legata ad ipotesi di reale coordinamento internazionale in grado di neutralizzare in parte i vincoli esterni.

L’approccio keynesiano applicato correttamente ad un contesto economico compatibile rimane uno strumento efficace. Compatibilità di condizioni vuol dire capacità di produzione inutilizzate, deboli vincoli esterni, presenza di lavoratori dalle qualifiche adattabili a occupazioni nei settori con sbocchi insufficienti. Tutte condizioni oggi evidentemente presenti.

In tale quadro, un rilancio della domanda interna può contribuire a un rapido incremento dell’attività produttiva e ridurre la disoccupazione senza accelerare l’inflazione. Quindi, gli strumenti keynesiani di regolazione della domanda sono efficaci per lottare contro una disoccupazione congiunturale legata semplicemente a insufficienze degli sbocchi, a condizione che le imprese dispongano di una capacità produttiva inutilizzata e che si sia in un contesto privo di vincoli esterni.

*Docente di Istituzioni di economia e politica economica, Università di Messina

15 Commenti

  1. Finalmente un articolo scritto da un economista in grado di spiegare con parole comprensibili le differenze fra due approcci alla politica economica. Questo � e dovrebbe essere il tema centrale sul quale dibattere chiarendo i differenti approcci teorici ed i meccanismi di trasmissione

  2. Provocazioni

    Occorerebbe una politica di austerity volta a garantire la competizione nazionale (anche Europea) attraverso politiche di sovvenzioni all’export e dazi all’import tali da aumentare le specializzazioni produttive comunitarie. Inoltre servirebbe una politica di tassazione sull’euro-cambio tale da diminuire le attivit� di speculazione sui tassi di interesse dell’U.E.M. (vedi spreads e vari…).

  3. Trovo l’analisi corretta, spero che qualche membro del governo legga l’articolo e si convinca che in qualche modo l’economia per ripartire ha bisogno delle idee keynesiane, naturalmente regolate all’attuale contesto storico. Consapevole, anche, che per rilanciare l’economia in maniera strutturale sono necessarie le riforme. Si vogliono rendere conto che il paese sta morendo di austerit�!!!! Svegliatevi, tagliate il superfluo e fate ripeartire l’economia, magari considerando i suggerimenti del Prof. Morselli

  4. Giusto dice l’economista Morselli, condivido pienamente. Ma se il governo non trova neanche 4 miliardi per bloccare l’aumento dell’IVA, come pensa di trovare le risorse per aumentare la famosa domanda aggregata? Posso credere che su 800 miliardi di spese statali non si riescono a trovare risorse? Questo signica che non esiste la volont� politica per far uscire il paese dal baratro. E allora che vada a casa questo governo.

  5. Il progetto deflazionistico per tenre bassi i prezzi ma soprattutto i salari doveva serviread aumentare la competitivit�. I maggiori profitti avrebbero dovuto portare un aumento degli investimenti, maggiore efficienza dell�apparato produttivo e maggiore produttivit�, realizzando, cos�, un incremento della crescita, dell�occupazione e dei salari, in modo da compensare (seppure successivamente) i costi sostenuti dai lavoratori. Questo progetto, per�, non si � realizzato: l�occupazione � cresciuta, anche se con insufficiente qualit� dei posti di lavoro, ma non si � avuto il ritorno in termini di incrementi delle retribuzioni, mentre la sicurezza sociale ha incrementato il divario tra i soggetti pi� garantiti e quelli quasi privi di garanzie fondamentali. La causa del fallimento di questo progetto � da addebitare al fatto che la crescita dei profitti originata dalla moderazione salariale non ha portato ad una significativa crescita degli investimenti ma anzi ha provocato un forte rallentamento del rapporto capitale/lavoro……………

  6. Per uscire dalla recessione dobbiamo abbandonare l’euro e ritornare a stampare moneta, come fanno Giappone e Stati Uniti, Noi invece che ci sentiamo di intelligenti di loro abbiamo avuto l’idea di costruire la moneta unica che fino ad ora i risultati sono sotto gli occhi di tutti!!!!!!!

  7. se un’economia proviene da una situazione di sottoccupazione, di forte deflazione, le politiche keynesiane sono auspicabili, ripartono i consumi e gli investimenti. Quindi anche se aumentano i prezzi, questo aumento non e’ dannoso perch�’ proviene da una deflazione. Anche il gettito fiscale aumento per lo sviluppo dell’attivita’ produttiva. Si abbandoni subito l’austerity e si attivi un programma di rilancio dell’economia.

  8. L’europa c’ha messo la camicia di forza: eliminazione dello strumento monetario, eliminazione dello strumento tasso di cambio, vincoli stringenti per le manovre di politica fiscale (fiscal compact). In queste condizioni in che manier� deovrebbe crescere l’Italia? Un paese che ha un’eredit� in termini di problemi strutturali. Fra non molto scoppier� una crisi sociale perch� i disoccupati e i disperati saranno cos� tanti che con le parole di Marx andranno a formare l’esercito industriale di riserva e si scaglieranno contro questo capitalismo fatto di pochissime persone straricche. Non ci che praticare lo sport che sta andando pi� di moda, sopratutto tra le banche, giocare allo SPECULATORE FINANZIARIO

  9. Le politiche keynesiane sono pericolose, perch� si deraglia presto sul terreno dell’inflazione e dell’aumento del debito pubblico, ma ancora pi� pericolose sono le politiche di austerit� perch� coinvolgono milione di cittadini, facendoli precipitare nel baratro della povert�. Quindi che fare? tra i due mali scelgo le politiche keynesiane che almeno infondono aspettative positive per il futuro.

  10. Altro che politiche keynesiane, con il fiscal compact per i prossimi 20 anni avremo politiche restrittive. Non ci sono margini di manovra, sarebbe meglio che l’Italia dichiarasse chiaramente il fallimento e si facesse un piano di ristrutturazione del debito.

  11. …provocazione

    Un’ alternativa di imposta da consumo potrebbe essere una riduzione delle imposte su acquisti di beni come � l’IVA, direttamente in funzione delle riduzioni marginali ciclotomiche del debito pubblico, tale da garantire una compensazione ciclica adatta alla politica monetaria espansiva e accomodante, tale da determinare un aumento della domanda aggregata e, soprattutto quella interna.

  12. Bisogna abbassare le tasse sul lavoro, abbiamo il costo del lavoro pi� alto al mondo. Tutte le imprese italiane vanno a investire all’estero. E gli invetimenti dall’estero sono inesistenti. Ma come dovrebbe crescere il paese Italia?

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