Dopo le elezioni italiane i compiti a casa li deve fare (anche)...

Dopo le elezioni italiane i compiti a casa li deve fare (anche) l’Europa

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Sono convinto che i risultati delle recenti elezioni politiche in Italia siano un segnale chiaro e potenzialmente positivo per i paesi forti dell’Unione Europea, come la Germania e la Francia. Essi sono anche un ammonimento per quei politici italiani abituati ad usare la metafora “Europa” per demonizzare chi invoca o un cambiamento degli accordi europei o, se ciò non fosse realizzabile, qualche sganciamento da quegli accordi. Sono anche convinto che i maggiori partiti tradizionali italiani, da un lato, e i governi europei, dall’altro, si assumeranno una grande responsabilità se non sfrutteranno appieno tale segnale continuando a dipingere effetti apocalittici per l’Italia, se, con un’altra metafora, il paese “uscisse dall’euro”. Perché non prefigurare effetti altrettanto apocalittici se si continua a perseverare con le politiche liberiste di austerità? Ora sappiamo, oltre il fatto che l’Italia è un’economia importante per l’Europa, che gli italiani con il voto sanno protestare in modo democratico contro gli effetti ingiusti di trattati ingiusti e che i compiti a casa li deve fare (anche) l’Europa. L’Italia non è una piccola economia, non è un piccolo debitore e non è un paese dove si può spaventare la maggioranza degli elettori contro cambiamenti dello status quo con vuote minacce verbali o soltanto con la (non vuota) salita dello spread. L’Italia ha una grande economia, è un grande debitore (con un peso maggiore di quanto lo avrebbe se fosse un piccolo debitore come ci insegna il mondo degli affari) e una parte del suo corpo elettorale non si spaventa a fronte di quelle minacce. Ciò costituisce una specifica forza contrattuale a livello internazionale e, se i suoi rappresentanti politici fanno gli interessi del proprio paese, questi politici possono usarla in sede di Parlamento Europeo senza bisogno di gridare o di lamentarsi e senza bisogno di assumersi il ruolo di mosche cocchiere quando vi si conseguono i vantaggi di piccole concessioni ottenute. Finora siamo stati intimiditi nel sentirci ripetere “che cosa succederebbe se l’Italia uscisse dall’Euro”. Il segnale espresso dalle elezioni suggerisce invece il seguente controfattuale alternativo: che cosa succederebbe in Italia e in Europa, se non si allentassero i vincoli di bilancio finora imposti e non si istituisse una Banca Centrale Europea come vero prestatore di ultima istanza. In tale contesto fa parte del gioco discutere senza perdere la calma i costi e benefici di un piano B o C, che costituisca una via resa obbligata di sganciamento dagli attuali accordi di Maastricht, nel caso in cui quei governi europei rimanessero sordi a tali istanze di cambiamento. Io credo che il PD con Bersani e il Movimento a Cinque Stelle con Grillo si assumerebbero anch’essi una pesante responsabilità se non trovassero un accordo su pochi punti precisi, ma che uno di questi punti debba essere un impegno forte per ottenere in sede Europea e in tempi brevi una inversione di politica indirizzata all’occupazione ed alla crescita e che la forza di tale impegno deriva dal segnale trasmesso dagli elettori italiani: che la partecipazione dell’Italia all’Europa dell’Euro non durerà a qualsiasi costo economico-politico-sociale. Una tale minaccia sarebbe credibile e potrebbe avere un effetto-domino per il consenso di altri paesi europei su quella linea strategica. Sarebbe troppo immaginare una Primavera Europea? Proviamoci.

5 Commenti

  1. il cambiamento che non � avvenuto in questi anni � opera del PD assieme agli altri. lo spauracchio “oltre l’euro il diluvio” � litania anche loro. Come fa, pertanto, a ipotizzare che un governo PD non forzerebbe, nella sostanza, l’accordo con il M5S?
    Perch� faticate tanto ad ipotizzare la cosa pi� logica possibile e cio� che il M5S (forza con il maggior numero di laureati al parlamento, nessuno ricorda il “dettaglio) vada al governo a fare queste benedette riforme e che agli altri cada l’onere di approvare quello che hanno procastinato dolosamente (o per incapacit�) per decenni? In fondo solo grazie al porcellum oggi si insiste a dare al PD un ruolo primario che non gli spetta (ha meno voti del M5S). E solo grazie a quella macchina del fango che in questi mesi non ha dato pari dignit� al M5S rispetto ad ogni altra formazione concorrente. Per il bene della nazione chiedo io a voi una nuova forma mentis che vada oltre quella preconfezionata dai media di “regime”. i laureati M5S il cambiamento lo possono fare, il vecchio, solito PD di sempre NO.

  2. Ernesto, lascia perdere il fatto che siano laureati, la “selezione” di Casaleggio � stata antimeritocratica in sommo grado, infatti ha scelto i trombati alle elezioni locali, ovvero gente che non viene votata nemmeno dai condomini, tanto � riconosciuta come inetta. E non per caso. Una persona intelligente pu� essere autonoma, una che non lo � no. E infatti abbondano tra i “laureati” eletti gente che non sa nemmeno dov’� il senato, o come si vota il PDR. Figurati se questi saranno mai in grado di esprimere UN pensiero autonomo (lasciamo perdere addirittura una linea politica) dal Grande Fratello Casaleggio. E lascia perdere pure gli argomenti farlocchi tipo “il PD ha meno voti del M5S”, se il sistema elettorale prevede le coalizioni confrontare i partiti � un’emerita idiozia. Se Grillo per fare il pieno di voti ha voluto fare il duro e puro che va da solo contro la Kasta, il problema � suo, non certo di chi le elezioni le ha vinte. Per concludere, non parlare di un politico sui mass media (peraltro SU SUO ESPRESSO ORDINE, con tanto di espulsione immediata per i grillini che andavano in tv, le tv avrebbero pagato milioni per avere in trasmissione qualche candidato grillino) al massimo � boicottaggio, la macchina del fango � un’altra cosa.
    Ma perch� non c’� UN grillino che non parli a vanvera? Ah gi�, se sapessero di cosa parlano, voterebbero altro o non voterebbero niente piuttosto che un demagogo che fa leva sulle pulsioni animali a livelli ancora pi� aberranti di Berlusconi.
    Venendo ai discorsi seri, ovvero all’articolo, imho l’autore � un illuso. Goldman Sachs ha rivendicato apertamente il suo sostegno a Grillo come grimaldello per far saltare l’euro. Non a caso il pupazzo l’ha detto direttamente ai tedeschi che il suo obiettivo � il default, ben sapendo che tra 6 mesi si vota in Germania, e quindi di dare una mano grandissima ai sostenitori, neanche tanto nascostamente razzisti, dell’idea che gli italiani devono essere puniti col fallimento, anzich� aiutati. Gi� hanno cominciato “visto gli italiani che quando c’� da pagare i debiti votano il primo buffone che passa e gli promette di non pagare?”. E questo � il candidato della SPD, che sarebbe di “sinistra”. Chiss� cosa non dir� la destra per battere in razzismo il leader dell’SPD. E Goldman Sachs gongola.

  3. Il tema del contributo di Parrinello ci porta al cuore della questione dell�agibilit� delle politiche economiche per la crescita. Per l�Italia e per l�Europa a 27. Senza un cambio radicale di orientamento a Bruxelles poco o nulla � possibile a livello nazionale. Che l�efficacia delle politiche fiscali restrittive per la crescita (le tesi di Alesina e compagni che la riduzione del perimetro della spesa pubblica con contestuale riduzione di imposizione fiscale liberebbe gli �animal spirits� del capitalismo) � messa sempre pi� in discussione, anche negli stessi circoli del potere che ruotano intorno a Bruxelles. Ma la medesima politica � palesemente inefficace anche per la riduzione dei deficit pubblici (per inciso, va sempre ricordato, che l�origine dei deficit attuali � stata la crisi delle banche che ha costretto i governi a salvarle). Il taglio nella spesa e l�aumento delle imposte hanno generato un caduta di occupazione e di reddito di proporzioni tali che la crisi fiscale si � aggravata (i moltiplicatori della spesa, in condizioni di crisi, si sono rivelati superiori all�unit�, come la �vecchia� teoria macroeconomica insegna e come ha dovuto certificare persino il FMI). Finch� a Bruxelles governa la teoria del �fare i compiti a casa propria� e delle �riforme strutturali� (rendere ancora pi� elastico il mercato del lavoro con l�attesa di ulteriori benefiche riduzioni del salario reale e una drastica rimodulazione verso il basso del welfare state all�europea – tesi anche di M. Draghi) il cui risultato politico prescrittivo � il �fiscal compact�, le possibilit� per l�Italia di impostare politiche incisive che risollevino il livello occupazionale sono pressoch� nulle.
    L�esito delle elezioni di una settimana ha distruto l’agenda Monti e tutta la retorica ad essa correlata. L�Italia � un grande (ancora) paese manifatturiero ed � un grande debitore. Un default italiano (il firewall previsti in sede europea sono insufficienti) coinvolgerebbe nel default l�euro e frantumerebbe l�Unione Europea. Dunque �too big to fail�. Questa minaccia posta a Bruxelles da un governo (chi? Pd e 5 Stelle? O da Pd e PDL?) consapevole di tutti gli sviluppi possibili del gioco, riuscirebbe ad aggregare paesi che finora hanno subito il massacro e che stanno inziando a subirlo (Francia, Belgio, Olanda, …) costituendo un fronte da provocare un cambio di politiche come indicato nell�articolo. Altrimenti i costi certi della permanenza nell�Euro (calo del reddito, disoccupazione crescente, riduzione drastica del welfare state: un lento suicidio), andrebbero comparati con i costi incerti ma non necessariamente pi� elevati dell�uscita dall�Euro. Con realismo e polso fermo, anche usando le �bombe atomiche� che l�ortodossia considera, per l�appunto, eresie.

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