Elogio della follia

Elogio della follia

3
Stampa questo articolo Stampa questo articolo
CONDIVIDI
-

Con il varo del governo di larghe intese, l’”Agenda possibile” consegnata al Presidente Napolitano dai saggi del gruppo socio economico deve intendersi come la base di un vero e proprio programma di legislatura. Si tratta di un documento complesso, con luci e ombre, ma soprattutto appare come la sostanziale continuazione delle politiche economiche degli ultimi due governi. Non a caso, la stragrande maggioranza dei provvedimenti proposti dai saggi ricalca quelli riportati in documenti ufficiali approvati più volte dal Parlamento e dalle sue commissioni, sotto forma di “Documento di Economia e Finanza”, “Note integrative” e discorsi di insediamento dei presidenti del consiglio. Se l’Italia è tra i paesi che sono usciti peggio dalla crisi, viene il sospetto che un pizzico di follia avrebbe potuto produrre risultati migliori di tutta questa saggezza convenzionale.

Un’Agenda chiara

L’Agenda, tra i suoi molti pregi, ha quello della chiarezza.

Già dalle prime righe si afferma che “non è un programma di governo, organico e sviluppato in un’ottica di lungo termine”. Poco più avanti si riconosce che tutte le proposte “poggiano su una base di analisi condotte da istituzioni nazionali e internazionali” e già nella seconda pagina si dichiara che “è convinzione diffusa, suffragata da studi e analisi, che l’operatore pubblico debba piuttosto “togliere” che “aggiungere””. Parole che ricordano più le idee di Michelangelo sulla scultura che il tentativo di consegnare ai nuovi governi un affresco che ispiri la loro azione. Per rafforzare questa impostazione minimalista, i saggi ribadiscono che “lo sviluppo lo fanno gli imprenditori e i lavoratori, non i governi” e che “a lungo ci si è illusi – in Italia come in altri paesi – che la spesa pubblica in disavanzo, cioè non coperta anno per anno (corsivo mio) da corrispondenti entrate, fosse la panacea per sovvenire, stimolare, perequare”. In questa scultura, la crisi globale del 2007-2008 è qualificata solo come “finanziaria” ed è vista come un evento esogeno ed imprevedibile, mentre le regole europee sulla finanza pubblica sono presentate come leggi “naturali” ed ineludibili, piuttosto che come scelte di politica economica perseguite tenacemente da quasi tutti i governi europei da almeno tre decenni. Della nostra Costituzione si ricordano la “tutela del lavoro, della famiglia, del risparmio, dell’iniziativa economica, della proprietà, dei diritti civili e sociali”, invertendo l’ordine con cui molti di questi concetti sono richiamati nella Carta e dimenticando i diritti “politici”, ossia quello di scegliere il proprio futuro collettivo, di cui sono titolari i cittadini italiani.

All’interno di questa cornice, i suggerimenti dei saggi mirano compassionevolmente a perseguire una riduzione della disoccupazione e della povertà ed un aumento del benessere, che tuttavia non deve “risolversi in un mero accumulo di beni materiali” e quindi non può essere misurato dalla semplice dinamica del Pil, ossia dei redditi dei cittadini.

Perfino la sintassi della relazione dei saggi è insolitamente semplice e asciutta: prevalgono frasi brevi, con poche subordinate, e verbi all’indicativo e all’infinito, come a voler ricalcare l’inglese “semplificato” dei documenti delle istituzioni internazionali e la comunicazione aziendale. E’ sorprendente come tanta chiarezza venga da personalità solitamente abituate a pesare parole e azioni e ad utilizzare nei discorsi e nei documenti delle istituzioni di provenienza espressioni il più possibile anodine, sempre accompagnate da mille se e ma, spesso deliberatamente aperte a diverse interpretazioni.

Un’Agenda “equilibrata”

In ultima analisi, tutta l’assertività e la chiarezza dell’Agenda sembra finalizzata a scoraggiare ogni dubbio o riflessione critica sulla opportunità ed urgenza di alcuni provvedimenti su cui vi sia “una convergenza potenziale delle forze politiche, oppure una divergenza chiaramente misurabile”, ossia un ampio margine di mediazione. Così i quattro saggi “tecnici” e i due “politici” forniscono un ampio catalogo di ricette nell’ambito del quale i prossimi governi dovrebbero scegliere senza grandi possibilità o necessità di variazioni. Non a caso, dalle diverse forze politiche sono venute quasi esclusivamente complimenti, oppure critiche e commenti di circostanza, e soprattutto pochissime integrazioni all’Agenda dei saggi. Infatti ognuno ha potuto ritrovare nell’Agenda qualche provvedimento gradito alla propria parte e dunque ha ritenuto conveniente incassare il risultato senza avanzare altre proposte che avrebbero inevitabilmente rotto un equilibrio, anche se si tratta di un saggio equilibrio minimalista alla Nash, in cui tutti si accontentano di poco pur di non rischiare di perdere troppo. E per scongiurare anche il più remoto rischio che le decisioni dei saggi fossero prese a maggioranza semplice, infrangendo questa ecumenicità, il loro numero è stato fissato in sei, invece che in qualsiasi altro valore dispari. E per fugare ogni residua incertezza, gli stessi saggi tengono a precisare che “il contenuto della presente Relazione è condiviso da tutti i partecipanti al Gruppo di lavoro”.

Il risultato di tanta unanimità è un mix piuttosto eterogeneo di provvedimenti. Prevalgono ricette molto convenzionali, già descritte in centinaia di documenti di istituzioni nazionali e internazionali, quasi con le stesse parole. L’Agenda, ad esempio, insiste sul pagamento degli arretrati della Pubblica Amministrazione (come fosse una concessione piuttosto che un diritto dei creditori); sulla facilitazione del credito alle PMI; sulla spesa per R&S; sul incentivazione della concorrenza; sull’incentivazione del lavoro di giovani e donne; sull’efficienza energetica e la tutela dell’ambiente; sull’efficienza della PA e del sistema della giustizia. Tuttavia la filosofia liberista dell’Agenda è solcata da accessi dirigistici, come il riferimento alla “obbligatorietà (corsivo mio) di periodi di alternanza scuola-lavoro in qualsiasi percorso formativo”, che ricorda inevitabilmente tempi e regimi da dimenticare, anche se riproposta esplicitamente solo sotto la forma soft di un percorso in cui “lo studente lavoratore potrebbe acquisire metà dei crediti del corso in azienda e metà dei crediti in università”, dove l’obbligatorietà è sostituita da un forte “incentivo” per studenti e imprese. Infine non mancano provvedimenti di facile consenso, ma a basso impatto, come il bando per i distributori di merendine nelle scuole; il finanziamento pubblico per gli attrezzi e le attività sportive dei cittadini; tariffe idriche più elevate per usi voluttuari come “riempire una piscina”.

Sui temi su cui l’unanimità non poteva essere raggiunta, i saggi si limitano a “suggerire un approfondimento della questione”, come per il reddito minimo garantito, per la gestione diretta dei servizi pubblici locali, per “un sistema assicurativo misto pubblico-privato” contro le catastrofi naturali. Tutta l’Agenda, inoltre, è disseminata di richiami alla necessità di “conoscere per deliberare”, come predicava inutilmente Einaudi, anche attraverso “censimenti” su temi sui quali si dovrebbe già sapere abbastanza, come la composizione del patrimonio pubblico, l’ammontare dei debiti della PA, i beneficiari delle prestazioni sociali, il patrimonio culturale del paese. Più in generale, “laddove le misure proposte implicano un costo a carico del bilancio pubblico non è sempre stata indicata precisamente la copertura”, delegando le decisioni in tema di tassazione a tagli al futuro governo.

Nel complesso, questo approccio ricorda la storiella del cuoco del convento che, per stanco delle contrastanti richieste dei frati sul grado di cottura degli spaghetti, versa nella stessa pentola la pasta in momenti diversi e poi invita ogni confratello a trovarsi quella cotta al punto giusto.

Alcuni omissis

Nelle oltre 26.000 parole e numeri che compongono l’Agenda e la sua appendice statistica, sono incomprensibilmente sottorappresentati alcuni concetti, che pure fanno parte della cassetta degli attrezzi di qualsiasi economista.

Il primo quasi-assente è la domanda interna, citata solo una volta nel testo principale, per affermare apoditticamente che “una diminuzione del costo del lavoro stimolerebbe la competitività e fornirebbe un impulso alla domanda interna”, e tre nell’appendice statistica, per illustrarne l’andamento disastroso. Eppure i saggi mostrano di essere perfettamente consapevoli dell’insostituibile ruolo propulsivo della domanda se, a proposito del settore energetico, affermano che “di fronte alla stagnazione della domanda […] si stanno registrando forti sofferenze finanziarie che spingono alcuni operatori a mettere in conservazione parte della loro capacità produttiva”. Non si capisce perché queste stesse sagge considerazioni non dovrebbero valere anche per il resto dell’economia, per il cui rilancio si punta tutto sullo sviluppo dell’offerta: tramite il miglioramento del capitale umano e di conoscenze; incentivi fiscali; flessibilizzazione del mercato del lavoro; riduzione dei vincoli amministrativi.

In compenso, in tutta l’Agenda è sovrarappresentata la domanda estera, che avrebbe “il ruolo di principale motore della crescita ed in questo momento è l’unica componente che sta attenuando la profondità della recessione”. Sfugge come sia possibile immaginare uno sviluppo mondiale sostenibile basato essenzialmente sulla competizione dei diversi paesi per la conquista dei mercati più dinamici, nella speranza che lo sviluppo di ciascuno sia di volta in volta finanziato dalle importazioni e gli squilibri nella bilancia dei pagamenti di qualcun altro. Per stimolare le esportazioni italiane, i saggi propongono incentivi al limite degli “aiuti di stato” e fanno grande affidamento sul successo di Expo 2015 e del suo indotto turistico, nonostante il flop di simili vetrine internazionali, a cominciare dalle Olimpiadi in Grecia e, prima ancora, nel Regno Unito. E’ quasi commovente la fiducia dei saggi nella capacità di una semplice fiera di incantare gli investitori esteri, che solitamente basano le proprie decisioni strategiche su dati un po’ più solidi di qualche lustrino.

Anche i ”mercati finanziari” sono incomprensibilmente sottorappresentati nell’Agenda e le uniche ipotesi di qualche regolazione del comparto bancario sono delegate ad una futura supervisione europea che, per altro, dovrà occuparsi essenzialmente della solidità dei bilanci e della risoluzione di eventuali crisi, ma non della natura più o meno speculativa delle operazioni bancarie e tantomeno del loro impatto macroeconomico. In compenso, nell’Agenda compare ben sette volte la Cassa Depositi e Prestiti, vista come una banca di stato alla quale affidare i compiti più vari, senza altrettanto riguardo per la tutela del risparmio postale che gestisce e della salvaguardia della sua solidità patrimoniale. Dalla CDP ci si aspetta, allo stesso tempo: un supporto alle imprese esportatrici; il finanziamento a lungo termine delle imprese tramite il Fondo Italiano di Investimento e il Fondo Strategico Italiano; il finanziamento delle grandi infrastrutture; la locazione di abitazioni a condizioni agevolate e la riqualificazione delle aree urbane. Senza dimenticare l’attività corrente di finanziamento agli enti locali e l’anticipo dei pagamenti dovuti dalla PA. Neanche fosse il “paltò di Napoleone” citato da Totò in “Miseria e nobiltà”, dalla cui ipoteca si dovevano ricavare quantità mirabolanti di cibarie, bevande e generi di conforto e si doveva pure ottenere un congruo resto in denaro.

Ci si sarebbe aspettato un analogo invito al sistema finanziario a mettere a disposizione più fondi per lo sviluppo del paese. Invece i saggi si limitano ad invocare “incentivi fiscali per chi investe in fondi di venture capital e nel capitale di rischio di imprese start-up innovative”.

Un altro grande assente è il tema della distribuzione dei redditi. A parte la sua manifestazione estrema rappresentata dalla povertà, questo problema è relegato sostanzialmente nell’appendice statistica. E’ singolare che i saggi, pur dedicando parecchie raccomandazioni ad una migliore conoscenza statistica dei fenomeni economici e sociali, non si siano accorti che i dati documentano impietosamente che in Italia le sperequazioni sono superiori a qualsiasi altro paese dell’OECD, compresi quelli considerati solitamente più liberisti e market oriented, e che tasse e prestazioni sociali riescano a correggere questi squilibri in misura molto minore. Al contrario, l’Agenda parte dal presupposto che “gli attuali livelli della spesa pubblica e delle entrate in rapporto al PIL siano dei limiti massimi, da ridurre nel tempo”, ma “le scelte distributive dell’onere fiscale, da un lato, e delle risorse raccolte, dall’altro, sono prettamente politiche e il Gruppo ha ritenuto di non potervisi addentrare”. L’Agenda sembra dunque fare riferimento alla indipendenza paretiana tra distribuzione ed efficienza del sistema economico, che pure ha subito qualche crepa nell’ultimo secolo, se non altro perché il tax payer è anche un fruitore di servizi pubblici che, a loro volta, producono occupazione, reddito e base imponibile.

Un altro aspetto interessante delle varie proposte contenute nell’Agenda è il trattamento riservato al debito. Su quello pubblico i saggi non hanno dubbi: va abbattuto rapidamente perché non serve per promuovere sviluppo ed equità; “sottrae risorse alle generazioni successive”; bisogna garantirne la sostenibilità (nella stretta accezione tecnica data a questo termine in Europa) per “assicurare che le famiglie italiane non vedano parte dei propri risparmi evaporare”. Quello privato è invece produttivo e quindi va incentivato, sfruttando tutti margini concessi dalle regole europee grazie alla sottile distinzione tra finanziamento pubblico e concessione di garanzie tramite il Fondo Centrale di Garanzia per le PMI, la SACE, la Cassa Depositi e Prestiti, fondi di investimento pubblico-privato (soprattutto nel settore dell’energia, del turismo e della R&D). Eppure quella crisi globale che fa da sfondo a tutta l’Agenda, senza essere mai analizzata, è nata proprio da squilibri sul mercato del credito ai privati: dai prestiti concessi a soggetti a rischio (i sub-prime) ai titoli emessi da imprese senza alcuna solidità (i junk bond) e convogliati in “veicoli” sempre più sofisticati venduti a famiglie che così hanno visto realmente “evaporare” i propri risparmi e soprattutto le riserve accantonate per la vecchiaia nei fondi pensione privati.

Mentre incoraggiano le imprese ad indebitarsi per sostenere lo sviluppo, i saggi appaiono rigorosissimi nei confronti della Pubblica Amministrazione. I saggi riconoscono onestamente che “la simultanea restrizione fiscale operata in questa fase da numerosi paesi ne ha amplificato le ripercussioni sul ciclo economico, estendendo la disoccupazione, causando tensioni sociali”. Tuttavia non sembrano trarre da questa premessa alcuna critica alle politiche europee degli ultimi decenni. Al massimo l’Agenda ammicca qualche manovra bizantina per aggirare i vincoli europei perché “come tutte le regole, anche queste non sono ciecamente rigide, ma prevedono e consentono margini interpretativi importanti”. L’esempio da seguire è quello delle “cosiddette modifiche a “Trattato costante””, come l’autorizzazione concessa faticosamente alla BCE, nel pieno della crisi, perché attuasse operazioni “non convenzionali”, come tutte le altre banche centrali.

*L’autore preferisce mantenere l’anonimato per motivi legati alla sua professione.

3 Commenti

  1. Il debito pubblico �sottrae risorse alle generazioni successive�. Davvero follia. Posso suggerire a costoro la rilettura di un articolo di Abba P. Lerner? “L’onere del debito” http://gondrano.blogspot.it/2013/03/lonere-del-debito.html
    “l�onere reale di un debito non pu� essere trasferito alle generazioni future se questo onere � definito come �l�ammontare totale dei beni di consumo privato ai quali la comunit� rinuncia nel momento preciso in cui i fondi presi in prestito sono spesi�”. […]
    “Con questo non si vuole dire che non ci sia affatto un modo nel quale la generazione presente possa trasferire un onere alle generazioni future.
    La nostra affermazione dice solo che questo non pu� avvenire con l�indebitamento interno.
    Possiamo impoverire il futuro riducendo i nostri investimenti in quelle dotazioni di capitale (o utilizzando o distruggendo quelle risorse naturali) che consentirebbero alle generazioni future di produrre e godere di un pi� elevato livello di vita.”

  2. Sul ruolo debito sarei meno critico di Giorgio. Non c’� dubbio che il debito non trasferisce nessun onere tra generazioni (non intacca nessun magazzino, n� alcuna risorsa naturale o umana, a differenza dell’inquinamento e degli attuali tagli all’istruzione e alla sanit�). Tuttavia il debito ipoteca pesantemente l’uso delle risorse future per il pagamento degli interessi e per il rimborso del capitale. Se si tratta di debito interno il danno � “limitato” ad un futuro trasferimento di risorse dai poveri (che pagano le tasse) ai ricchi (che possiedono i titoli di stato). Se � debito estero, � una perdita netta per il paese. Insomma ridurre il debito � comunque opportuno … anche se i saggi indicano delle motivazioni del tutto sbagliate.

  3. Non sono un economista, anche se mi sono laureato in economia, ad un et� �gi� avanzata�.
    Ma nonostante questo, da molto tempo, ho l�impressione di assistere ad un dibattito tutto interno al nostro paese, mentre una grande rivoluzione sta avvenendo nel mondo.
    Si sta mettendo in discussione i rapporti tra paesi Forti e paesi deboli, tra le varie parti del mondo si sta assistendo ad un rivoluzione nei rapporti di produzione, di che cosa e come produrre beni e servizi, tenendo conto che l�80% della popolazione mondiale consumava il 20% delle risorse del pianeta, mentre il 20% della popolazione mondiale consumava l�80% delle risorse.
    Possiamo noi pensare che una situazione di rapporti tra i paesi deboli (quelli che un giorno si chiamavano paesi del terzo mondo) e paesi forti (quelli che invece si chiamavano paesi �ricchi�) dovessero mantenersi costanti nel tempo, e che mai nel futuro dell�umanit� ci sarebbero stati profondi cambiamenti?
    Eppure nella storia del nostro pianeta abbiamo assistito a profondi cambiamenti che hanno portato alla distruzione di imperi come quello egizio, quello romano. Cio�, se guardiamo con realismo a quelle storie, ci accorgeremo che gli equilibri sociali, politici, economici, quando quegli imperi hanno raggiunto il loro massimo sviluppo, per ragioni ovvie, in �poco tempo� sono crollati.
    Abbiamo avuto centinaia e centinaia di anni che, nonostante le conoscenze scientifiche non fossero modificate, il medioevo � rimasto bloccato: sembrava quasi che non dovesse cambiare niente.
    Eppure vi � stata la rivoluzione industriale che ha portato alla nascita di una nuova era, quella che anche oggi si chiama il capitalismo.
    Io sono convinto che quello che sta accadendo nel mondo � una rivoluzione che sta mettendo in discussione il meccanismo sociale ed economico di questo capitalismo.
    Il modo con cui si producono beni e servizi, la democrazia, cos� come fino ad oggi si � intesa, il capitalismo occidentale cos� come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi � entrato in crisi, e non riuscir� pi� a resuscitare.
    Troppi disequilibri tra popoli, ma all�interno di ciascuna popolazione, tra i vari ceti sociali, hanno negli ultimi decenni visto un aumento sempre pi� pronunciato, che ha inceppato il meccanismo del miglioramento del benessere sociale basato su questo sistema.
    Dobbiamo, al di l� delle nostre volont�, riprendere con convinzione lo studio dei vari settori della scienza, in termini di verifica concreta delle teorie scientifiche, compresa quella della scienza economica.
    Quando ho scoperto Maurice Allais, il grande economista francese, sono rimasto stupito che egli avesse effettuato una ricerca sugli anni che partono dal 1950 fino al 1995, e da quella ricerca ha messo in piedi un ragionamento per capire perch� dal 1974 vi � stata una �rottura�, come l�ha chiamata lui. Dai dati macroeconomici egli ha percepito che quella rottura � stata determinata dalla modifica, voluta dall�Europa, della sua politica economica, che egli ha chiamato �Globalizzazione�. La cosa interessante � che tale studio, effettuato nel suo paese la Francia, � stato esteso a tutta l�Europa, dando lo stesso ed identico risultato: dal 1974 in poi abbiamo assistito alla distruzione dei posti di lavoro.
    Mi sono laureato nel 2004, e nonostante mi sia sempre interessato allo studio dell�economia, ho scoperto Maurice Allais solo alla fine dell�anno scorso. Nessuno ne parla quasi si volesse mediaticamente continuare a ragionare sulle questioni economiche, non in termini scientifici, ma solo ed esclusivamente per questioni politiche, di parte.
    Oggi infatti si continua a ragionare e a dibattere come possiamo migliorare l�economia di un paese, dimenticandoci la cosa pi� importante: il cittadino, colui cio� che dovrebbe beneficiare del miglioramento dell�economia.
    Ed invece, stiamo parlando dei problemi economici, come se il cittadino fosse al servizio dell�economia.
    Se uno studioso di economia, studiando il passato, si inventa una teoria economica, essendo uno studioso, dovrebbe verificare se quella teoria regge nel futuro.
    Se regge, quella teoria resta in piedi, ma se non regge, come abbiamo verificato in maniera inequivocabile, quello studioso determiner� con chiarezza che quella sua teoria non � giusta, non pu� essere utilizzata come se fosse vera.
    Poi c�� un aspetto che non si pu� assolutamente tralasciare.
    Le risorse del nostro pianeta non sono infinite.
    Anche nella teoria di Marx non si evince questo aspetto che per me � fondamentale.
    Anche lui quindi ragionava come se le risorse fossero infinite, probabilmente perch� la questione che in quel momento era essenziale era e restava il rapporto tra il lavoratore che produceva la produzione con il suo lavoro ed il capitalista che si appropriava di una parte di quella produzione, tutto a favore del capitalista.
    Ma noi dobbiamo pensare che qualsiasi risorsa esistente � una risorsa finita e la dobbiamo preservare per permettere la continuazione della nostra stirpe.
    Infatti, se dovessimo riprendere il ragionamento che facevo all�inizio della suddivisione del consumo delle risorse 20% della popolazione per l�80% delle risorse e l�80% della popolazione per il 20% delle risorse e facessimo un semplice calcolo matematico che anche coloro che consumano solo il 20% delle risorse si portassero ad aumentare i loro consumo al pari degli altri, il consumo aumenterebbe di quattro volte, portando alla distruzione del nostro pianeta.
    Per colpa di chi dovrebbe accadere questo?
    Per colpa di chi non consuma abbastanza rispetto alle proprie esigenze o per colpa di chi invece sta sprecando risorse di cui non ha necessit�?
    Senza considerare l�enorme consumo del passato, che ha visto in un centinaio d�anni distruggere una fonte energetica che si credeva inesauribile come il petrolio, che per rigenerare avremmo bisogno di milioni di anni, oggi siamo nelle condizioni oggettive di guardare al futuro in modo diverso.
    Ritornare a discutere del nostro futuro significa guardare ai processi di cambiamento reale che stanno avvenendo e ripensare ai processi di produzione e di consumi che devono basarsi sulla necessit� di soddisfare i bisogni dei cittadini e non la voglia di avere di pi� per poi sprecare la produzione di beni e servizi non necessari, come � avvenuto nel passato in maniera sempre pi� grande.
    Poi ci sono i problemi del nostro paese, che vanno inquadrati dentro i problemi dell�Europa.
    Se � vero che i paesi europei per circa l�80% esportano all�interno del nostro paese, allora � altrettanto vero che sia possibile creare una economia tutta europea che parta dall�esigenza di mettersi insieme, dare vita ad una nuova nazione, chiamata stati uniti europei che contenga al suo interno tutti gli stati come se fossero delle macro regioni, con proprie leggi come accade negli stati federali, ma con obbiettivi comuni, di politica internazionale, di politiche fiscali, di politiche economiche, che metta al centro il benessere sociale e, prima di tutto il lavoro.
    Senza il lavoro non si producono i beni ed i servizi necessari alla soddisfazione del bene comune.
    Senza il lavoro non vi � dignit� e si diventa sempre pi� poveri, altro che ridurre lo stato sociale ed il benessere dei cittadini attraverso l�aumento delle diseguaglianze e attraverso il tagli dello stato sociale.
    Come creare lavoro?. Io non conosco modi diversi da quello degli investimenti.
    In un momento di crisi, dobbiamo avere a disposizione anche l�investimento pubblico, ovvero la cosiddetta spesa pubblica. La spesa pubblica non � regalare soldi a destra e a manca, ma � investire nei settori che ti permettono di tracciare il futuro di un paese, la scuola, la sanit�, le infrastrutture, la ricerca, l�emergenza dei territorio colpito dai terremoti e dalle alluvioni, il recupero del patrimonio immobiliare e delle bellezze storiche del nostro paese, dando cos� la possibilit� ai privati di fare anche loro il loro dovere investendo nella produzione.
    Con un grande programma che guarda al futuro, per le future generazioni, tutti hanno la possibilit� di poter dire: finalmente posso guardare ai miei figli e ai miei nipoti, stiamo costruendo le basi per migliorare la societ� e non per favorire coloro che hanno troppo, al punto che non saprebbero assolutamente come spendere quello che hanno.
    � difficile, ci vuole uno scatto di orgoglio ed una grande volont� di passare dall�io al NOI, ma � l�unica possibilit� che abbiamo.

LASCIA UN COMMENTO