Federalismo fiscale, chi paga?

Federalismo fiscale, chi paga?

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Il problema della pressione fiscale è molto avvertito nel nostro Paese, soprattutto per il peso eccessivo a carico dei lavoratori dipendenti e dei redditi più bassi. Sotto questo aspetto gli interventi recenti non hanno migliorato le cose, preoccupandosi di ridurre il numero degli scaglioni dell’Irpef nazionale, introdurre addizionali Irpef regionali e aumentare la tassazione indiretta, cioè sui consumi.

La riduzione a cinque degli scaglioni Irpef ha limitato la progressività della tassazione diretta, quella sui redditi, che pesa sui lavoratori dipendenti. Inoltre, le addizionali Irpef regionali, al contrario dell’Irpef nazionale, non rispettano per nulla il criterio di progressività. Ad esempio, nel Lazio l’aliquota addizionale è dell’1,4% per tutti i redditi. Anche in Veneto c’è una sola aliquota, ma è dello 0,9%. In Piemonte, invece, ci sono tre aliquote che però variano in modo non progressivo. Ad esempio, coloro che hanno un reddito inferiore a 15mila euro pagano lo 0,9%; l’aliquota passa all’1,3% con un reddito oltre 15mila euro e all’1,4% oltre i 22mila euro; ma sempre su tutto l’imponibile e non, come avviene a livello nazionale, solo sulla parte che eccede lo scaglione precedente. Il panorama delle addizionali è insomma una vera giungla, in cui ogni regione adotta criteri propri, aumentando la confusione – anche a causa dell’intricato ventaglio di deduzioni (18) detrazioni (39) ed esenzioni fiscali (46) – e la disparità di trattamento dei cittadini-contribuenti lungo lo stivale.

A tutto questo si è aggiunto l’aumento della pressione delle tasse indirette sui consumi, dall’Iva alle accise, ai pedaggi autostradali. Scegliere di aumentare le tasse indirette appare un buon escamotage per governi attenti al consenso, in quanto appaiono più “neutre” e sono meno evidenti agli occhi di chi le subisce rispetto alla tassazione diretta. C’è però un grave neo: non sono progressive cioè pesano ugualmente su tutti, su Montezemolo e su Cipputi, che, quando comprano un prodotto o un servizio, pagano la stessa tassa, pur avendo redditi molto differenti.

Il risultato di queste misure è una tassazione fortemente ingiusta dal punto di vista sociale, ed anche anticostituzionale. Infatti, la Costituzione all’articolo 53 afferma che le tasse devono essere progressive, devono aumentare all’aumentare del reddito.

In un quadro siffatto il dibattito recente ha portato molti a concludere che il federalismo potrebbe allentare la pressione fiscale e risolvere la carenza di servizi-infrastrutture in cui versa il nostro Paese, costringendo la classe politica a più efficienti allocazioni delle risorse. Ma sarà veramente così? O non si rischia di accentuare le inique tendenze della fiscalità degli ultimi anni?

Per appurarlo vediamo cosa prevede lo schema di Decreto legislativo in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario, approvato recentemente dal consiglio dei ministri (D.Lgs. 11/10/2010). In primo luogo, emergono i seguenti punti:

• Aumento delle tasse. Il decreto prevede la possibilità per le amministrazioni locali di aumentare ancora la tassazione diretta. Il tetto dell’addizionale regionale Irpef sarà dell’1,4% fino al 2013, del 2% dal 2014, e del 3% dal 2015 (art. 5, comma 1). A questo proposito è falso quanto riportato da alcuni giornali, secondo cui i primi due scaglioni di reddito sarebbero stati esentati dall’aumento. In realtà, sempre l’art. 5, al comma 2, dice che “la maggiorazione oltre lo 0,5 per cento non deve comportare aggravio, sino ai primi due scaglioni di reddito”. Se ne ricava che una maggiorazione entro lo 0,5% è prevista per tutti.[1]

• Redistribuzione del reddito nazionale a favore delle imprese. Mentre la tassa sui redditi da lavoro dipendente, l’Irpef, aumenterà, è prevista la riduzione e finanche l’azzeramento dell’Irap, la “tassa” pagata dalle aziende per la salute di chi lavora. Fra l’altro è falso che l’Irap non può essere ridotta se viene aumentata l’Irpef, perché all’articolo 4 comma 3 si dice solo che, in caso di riduzione dell’Irap, l’aumento dell’Irpef non può superare lo 0,5%. È da notare, infine, che l’Irap non è propriamente definibile una tassa. Rappresenta il vecchio contributo alla assistenza sanitaria dei lavoratori che nel 1997 venne inclusa, insieme ad altre voci, nell’Irap. Si tratta in pratica di una parte del salario, quella “indiretta”, pagata in servizi pubblici.

• Riduzione della progressività della tassazione. Col federalismo fiscale aumenterà l’importanza dell’Iva e delle altre imposte indirette, come l’accisa sulla benzina e la tassa automobilistica, perché queste dovranno compensare la soppressione dei trasferimenti dello Stato centrale alle regioni (articoli 14 e 15). Con l’Iva, ad esempio, si alimenterà il fondo perequativo per le spese regionali (art. 11, comma 5). Si viene così a creare un meccanismo che spingerà ad incrementare proprio la tassazione sui consumi, ovvero la tassazione per eccellenza non progressiva.

Quali saranno le conseguenze sociali del federalismo fiscale? Saranno gravi da almeno tre punti di vista:

• Aumenterà il gap tra salari e profitti. Negli ultimi venticinque anni l’8% della ricchezza nazionale si è spostato dai salari ai profitti[2]. Con il federalismo fiscale il divario si allargherà. Il salario diretto verrà decurtato con l’aumento del tetto dell’addizionale Irpef e quello indiretto con la riduzione dei servizi pagati con l’Irap. Nello stesso tempo i profitti, sgravati interamente o parzialmente dall’Irap, aumenteranno. Il divario si aggraverà – è bene precisarlo – anche al Centro-Nord, proprio perché le regioni con meno difficoltà di bilancio e con l’addizionale Irpef allo 0,9%, saranno maggiormente invogliate a favorire le imprese, tagliando l’Irap, e a compensarla, aumentando l’addizionale Irpef.

• Aumenterà il gap tra regioni del Sud e del Nord. Non solo in termini di divario nella qualità dei servizi e nella disponibilità di infrastrutture. C’è un altro aspetto che non è stato considerato: la riduzione e ancor di più l’abolizione dell’Irap faciliteranno l’attrazione degli investimenti. E, dal momento che solo le regioni con bilanci in attivo, cioè quelle più ricche del Nord, potranno farlo, il Sud subirà un’ulteriore riduzione dell’afflusso dei capitali e una accentuazione della fuga già consistente della produzione verso il Nord. Il Pil del Mezzogiorno, sceso nel 2009 al livello minimo dall’Unità d’Italia (23,2% sul totale nazionale)[3], rischia un ulteriore tracollo.

• La sanità pubblica sarà gravemente ridotta. Con il federalismo si potrà ridurre l’Irap solo se i conti sono in regola e/o in presenza di tagli massicci alla spesa, ovvero con la riduzione del servizio. Già oggi si stanno chiudendo reparti e interi ospedali, con il federalismo fiscale ci sarà una vera ecatombe. Molti territori di provincia saranno costretti a fare capo alle strutture sopravvissute lontane decine di chilometri, con tutto ciò che ne consegue. Molti lavoratori rimarranno senza assistenza, con il non trascurabile effetto che la sanità privata avrà più spazi.

Ci sarà, dunque, una spinta a diminuire le tasse alle imprese, che è il vero obiettivo del federalismo, ed è per questa ragione appoggiato da Confindustria. Di conseguenza, si compenserà il taglio alle aziende con la riduzione dei servizi e/o con l’aumento dell’addizionale Irpef e delle tasse sui consumi, anche perché il taglio dell’Irap è a carico esclusivo delle regioni (art.4, comma 2).

Il vero nodo della fiscalità italiana è la più alta evasione fiscale d’Europa, stimata in 100 miliardi di euro, ovvero il 7% del Pil, un dato superiore al deficit pubblico, che ammonta al 5,2%. I maggiori responsabili dell’evasione sono gli industriali (32%), e l’incremento maggiore degli evasori nel 2010 si è registrato al Nord, in particolare nelle virtuose Lombardia (+10,1%) e Veneto (+9,2%)[4]. La questione fiscale è e diventerà sempre più importante nel nostro Paese e in generale nei Paesi più avanzati. Naturalmente è questione cruciale nella determinazione del salario reale complessivo, riguardando il salario indiretto ed il welfare, che è sotto attacco in tutta la Ue. E poi, con il permanere della crisi e la pressione dei mercati a ridurre deficit e debiti pubblici, la spinta ad aumentare le tasse rischia di essere sempre più forte. Quindi, decidere chi e in che misura deve pagare le tasse sarà decisivo.

* Economista, consulente Filmcams-Cgil.

[1] Bisogna, inoltre, considerare che, al di là dei primi due scaglioni Irpef, il cui limite massimo è stato abbassato dal governo Berlusconi da 29 a 28mila euro lordi, l’aumento colpisce molti lavoratori. Infatti, 28mila euro corrispondono a poco più di 1400 euro per 14 mensilità di un lavoratore single o a 1500 euro per un lavoratore con coniuge e un figlio a carico. Quindi, percepire importi di 1500 euro o di 1600 euro, non certo redditi da nababbi, comporta il ricadere in aumenti al di sopra dello 0,5%.
[2] L. Ellis – K. Smith, The global upward trend in the profit share, Bank for International Settlements, luglio 2007. Vedi anche M. Ricci, Il declino degli stipendi, la Repubblica, 3 maggio 2008, e M. Mucchetti, “Torna il tema della redistribuzione”, Corriere della Sera, 24 agosto 2008.
[3] Per i dati storici vedi di Vittorio Daniele e Paolo Malanima, “Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia (1861-2004)”, Rivista di politica economica anno XCII – serie III, marzo-aprile 2007 fascicolo III-IV, p.267-seguenti. Per il dato 2009 vedi il Sito web dell’Istat, Tabella allegata a Istat -Statistiche in breve, Principali aggregati dei conti economici regionali anno 2009, 28 settembre 2010.
[4] Sportello del contribuente (Contribuenti.it-Associazione contribuenti italiani), Rapporto del contribuente 2010.

7 Commenti

  1. Utile e ben fatto l’articolo, per� domando:
    – questo modo di attuare il federalismo � l’unico possibile? Spero di no, dato che a mio parere il federalismo sarebbe fondamentale per aumentare partecipazione, controllo e responsabilit� nella gestione delle risorse;
    – la tassazione sui consumi pu� essere aumentata in modo da rimodularla per colpire quelli voluttuari, o “spreconi”, e ridurre invece quella gravante i beni primari? e non � in questo caso possibile, tenuto conto dell’elasticit� della domanda al prezzo del bene, una qualche forma di “redistribuzione” o “progressivit�” dell’imposta? Quanto meno spero consenta di impostare una bozza di politica economica.
    Esercizio difficile, penso alla benzina, ma molto interessante.
    Grazie

  2. Nell’articolo si dice che l�incremento maggiore degli evasori nel 2010 si � registrato al Nord, in particolare nelle virtuose Lombardia (+10,1%) e Veneto (+9,2%). Mi sembra strano che si citino gli incrementi e non i valori assoluti in relazione alla popolazione. Mi sembra di ricordare, infatti, che uno studio dell’agenzia delle entrate di qualche anno fa relativo all’IRAP abbia rilevato che l’evasione fiscale nelle regioni del Nord � paragonabile a quella dei paesi europei nostri concorrenti e che invece � altissima nelle regioni del sud. Ci sono studi pi� aggiornati? Non � una questione da poco e merita un approfondimento. Cercher� intanto una indicazione precisa per la relazione sull’IRAP.

  3. Ritengo per nulla attendibili le stime sull’evasione fiscale di contribuenti.it (basate su semplici sondaggi di opinione di una alquanto dubbia societa’ di consulenza), e mi stupisce che non vengano citati al loro posto studi infinitamente piu’ seri e autorevoli di fonte ISTAT, Agenzia delle Entrate, Sole24Ore, alcuni dei quali facilmente reperibili su web.

  4. Quello che, invece, stupisce me � che di tutto l’articolo quello che salta agli occhi di alcuni commentatori sono un paio di dati percentuali di dettaglio, mentre sul senso generale dell’articolo non si spende una riga di commento. Il nocciolo dell’articolo � il federalismo fiscale ed il fatto che porter� ad un aumento delle tasse per i lavoratori e approfondir� le differenze tra Mezzogiorno e Centro-Nord. Su questo sarei curioso di sapere cosa ne pensano gli intervenuti. A proposito di evasione fiscale – tema sul quale mi riservo di intervenire in modo pi� dettagliato – Il senso del mio intervento � che non si pu� distinguere tra cattivi e buoni in modo netto. Non c’� un Nord virtuoso e un Sud canaglia. Visto che Lusiani cita l’Agenzia delle entrate ricordo che, secondo uno studio dell’Agenzia (2002), nel 1998 il 66,2% dell’evasione (dimensione assoluta della base imponibile non dichiarata) era localizzato al Centro-Nord. Si dir� che ci� � ovvio, dato che la gran parte del Pil � localizzata al Centro-Nord, rimane comunque il fatto che la questione dell’evasione fiscale riguarda tutto il Paese.

  5. Io penso che sia centrale per ogni discussione poltica in Italia, il problema del divario tra regioni meridionali e regioni settentrionali, in termini di reddito, di livelli di istruzione, e di occupazione, ecc. (ma, stranamente, anche in termini di risultati delle prove di matematica PISA, di risultati delle prove di ammissione alle facolt� di ingegneria, di risultati delle prove per le borse di studio di merito di matematica). Per questo � importante cercare ed anche discutere, per quanto possibile, dati affidabili sulla societ� meridionale. Quelli che ho letto sull’evasione fiscale al sud e al nord e che hanno come fonte l’agenzia delle entrate, possono essere criticabili, e forse non sono aggiornati, ma non possono essere ignorati, proprio perch� la questione dell’evasione fiscale riguarda tutto il paese. Cosa penso della tesi centrale dell’articolo? Mi sembra ragionevole. Il federalismo fiscale coster� e qualcuno dovr� pagarne il costo. E’ probabile che siano i pi� deboli a pagare di pi�. Aspetto per� dall’autore un intervento “pi� dettagliato” sull’evasione fiscale.

  6. Ciao a tutti. Penso che in Italia il problema delle tasse non � cos� scoraggiante come in Ucraina. Ad esempio nel nostro paese, la banca milionario vende per 1 milione di euro e non pagare le tasse, prende i soldi per Cipro e Lussemburgo. Il governo ha l’obiettivo di mantenere le persone a pane e acqua. Questo � tutto.

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