I salvatori dell’Italia

I salvatori dell’Italia

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Il governo Monti ha iniziato lo scorso dicembre una manovra economica i cui primi due tempi ha modestamente chiamato “Salva Italia” e “Cresci Italia”. Ci sembra utile tornare brevemente sia sul “salvataggio” che sulla “crescita”.

La prima fase dell’intervento è consistita in tagli di spesa e maggiori entrate per un totale di circa 30 miliardi di euro (per il 2012). Di questi 30 miliardi, 6 consistono in aumenti di accise (carburanti) e aumenti del prezzo dei tabacchi, 1.6 miliardi in tagli alle pensioni, 3.3 miliardi in aumenti dell’IVA, 2.2 miliardi in un’addizionale Irpef, 2.8 miliardi in una riduzione di trasferimenti agli enti locali: 16 miliardi su 30 sono quindi in larghissima parte aggravi per lavoratori dipendenti e pensionati. La manovra prevede poi anche un aumento di 11 miliardi di imposizione sugli immobili. Questa è indubbiamente un’imposta sulla ricchezza, che va nel senso della patrimoniale invocata da molti, ma che, oltre ad essere solo sulla ricchezza immobiliare, non presenta praticamente nessun elemento di progressività. Ad esempio, anche se stabilisce una minore aliquota (e detrazioni) per la prima casa, non si fa nessuna distinzione tra edilizia economica, popolare e ultrapopolare da un lato, e ville e castelli dall’altro: tutte hanno la stessa aliquota – che siano prima casa oppure no. A quanto già elencato va aggiunto un prelievo di circa 3.2 miliardi sulla ricchezza finanziaria e i beni posseduti all’estero, praticamente l’unico elemento a carico dei soli redditi alti. La manovra grava in larghissima misura su lavoratori e pensionati anche considerata al netto dei circa 10 miliardi di maggiori spese e minori entrate in essa deliberati: 6 o 7 di questi sono infatti a favore delle imprese, e solo 4 vanno ad eliminare il taglio alle agevolazioni fiscali previsto dalla precedente manovra del ministro Tremonti, sulla cui applicabilità erano stati sollevati molti dubbi. L’impianto della manovra Monti è quindi recessivo non solo per il suo segno complessivo, ma perché fortemente regressiva: incidendo molto sui redditi medio-bassi, taglia pesantemente la domanda. L’incidenza sui redditi più bassi aumenta automaticamente con il passare degli anni: nel 2013 ad esempio, il “contributo” pagato dalla riduzione delle pensioni alla riduzione del’indebitamento più che raddoppia, e nel 2014 più che triplica (da 1.6 a 3.9 a 6 miliardi), mentre il “contributo” della impo¬sizione su ricchezza finanziaria e beni esteri quasi si dimezza (da 3.2 a 3.7 a 1.8 miliardi). Se doveva essere l’equità della manovra a permettere di “con¬ciliare crescita e rigore”, i professori hanno fatto male i compiti. Di fatto le previsioni sulla (de)crescita del PIL italiano per il 2012 sono peggiorate: il FMI la stima oggi a -2.2%, e circola una stima che la dà a -3%.

Va notato che nel “secondo tempo” della manovra il governo ha messo la sordina al leitmotiv dell’equità, ed iniziato a decantare l’effetto che potrebbero avere sulla crescita del PIL italiano l’apertura di 5.000 nuove farmacie, una riduzione delle tariffe dei taxi, o il permettere licenziamenti arbitrari, e facendo intendere di aver lanciato una lotta senza quartiere all’evasione fiscale. La Guardia di Finanza è stata allora mandata ad occupare manu militari celebrati luoghi di turismo di lusso, per stanare l’evasore al semaforo, verificando la congruità del numero dei cavalli vapore dell’auto con la dichiarazione dei redditi dei proprietari. Il governo – ed i mezzi di informazione – sembrano aver dimenticato che non è neces¬sario fermare i SUV ai quadrivi di Cortina per controllare se il proprietario dichiari un reddito sufficiente; e, ciò che è peggio, hanno dimenticato che per l’ordinamento fiscale italiano non è necessariamente un evasore fiscale chi compra auto di lusso e yacht senza dichiarare neanche un euro di reddito. I possessori di ricchezza finanziaria non sono tenuti in quanto tali a compilare alcuna dichiarazione dei redditi: quel poco di tasse che pagano vengono trattenute alla fonte con aliquota secca – e bassa. La riprova è nei dati sul gettito delle imposte sostitutive sulle attività finanziarie, che nel 2010 è stato in tutto pari a circa 8 miliardi di euro, a fronte di circa 130 miliardi da ritenute sui redditi da lavoro dipendente e pensioni (che pagano i ¾ del gettito IRPEF). Se gravare il lavoro del grosso del carico fiscale è il pilastro della politica fiscale dell’Europa unita, va notato che nel 2008, tra i 27 paesi dell’unione, l’Italia aveva il più elevato livello di imposte sul lavoro e contributi sociali in rapporto al salario lordo. Sembrava si fosse giunti al punto in cui il peso del debito pubblico a carico della parte attiva della popolazione fosse diventato insopportabilmente alto, e che fosse arrivato il tempo di spostare la tassazione sulle spalle di altri. Il governo Monti ha pensato diver¬sa¬mente, e questo può non sorprendere. Quello che sorprende è che partiti di centro-sinistra la pensino come Monti, e che, in nome della “responsabilità”, si attribuiscano il “merito” delle sue manovre. Eppure ci sono segnali che dovrebbero farli riflettere. Da un lato, la Grecia sta subendo una “cura” che ha portato le condizioni sociali ad un punto di rottura, e chi si distanzia dalla manovra è la destra, che ha appena annunciato di uscire dal governo per non approvare l’ennesima raffica di tagli, licenziamenti ecc. Dall’altro lato, è proprio per non lasciare alla destra la rappresentanza del montante malcontento che in Francia il candidato socialista alla presidenza si dichiara indisponibile ad appoggiare la ratifica del nuovo Trattato fiscale. In ballo ci sono non solo l’aumento dell’imposizione indiretta e i tagli alle pensioni, ma, più significativamente, ulteriori svuotamenti di sovranità di uno stato che i francesi evidentemente non considerano ancora un ferro vecchio. Quanto di elettoralistico e quanto invece di concreto vi sia in queste promesse si vedrà, e dipenderà in buona misura dagli sviluppi della crisi. Il fatto resta, però, che mentre in Francia la sinistra moderata si propone di aprire una breccia sul fronte del rigore ad ogni costo, in Italia difende politiche estreme di austerità che, come ha scritto un autorevole commentatore sul Financial Times, porteranno l’Europa “a sbattere”.

Quanto sta avvenendo in questi mesi riporta potentemente alla memoria quello che successe in Italia a cominciare dall’autunno 1976, quando la sinistra per la prima volta dopo il 1948 tornò ad appoggiare un governo (un monocolore democristiano guidato da Andreotti) sull’onda di una grave crisi valutaria, e di una sua grande vittoria elettorale. Poco dopo, di fronte a una nuova caduta del cambio e alla necessità di accedere ad un prestito del FMI, Andreotti approvò un pacchetto di pesantissimi aumenti delle imposte indirette, delle tariffe dei servizi pubblici e dei prezzi amministrati (in particolare tabacchi ed olii combustibili). In una “conversazione” televisiva sulla manovra il presidente del consiglio spiegò che i “sacrifici” richiesti agli italiani avrebbero favorito investi¬menti atti a rafforzare l’apparato produttivo e l’occupazione giovanile, e che il governo aveva avviato una serie di misure contro la piaga dell’evasione fiscale: il ministro delle finanze e il comandante della guardia di finanza erano già “al lavoro” per compilare gli elenchi dei “sabotatori dell’economia e della moneta nazionale”. Lungi dall’obiettare, lo sventurato PCI rispose: con la solennità di un Comitato Centrale dichiarò di lottare perché si facesse “una severa politica di austerità”, naturalmente aggiungendo che questa avrebbe dovuto essere “socialmente equa” e servire “ad avviare una grande politica di trasfor¬mazione della società”. Anche in quel caso l’equità, gli investimenti e la grande trasformazione si persero nelle nebbie (per non parlare della caccia ai “sabotatori”), ma poco dopo, di fronte a una situazione che naturalmente non miglio¬rava affatto, in particolare sul fronte della disoccupazione, i sindacati, spronati dal PCI, con¬clusero un singolare accordo con la Confindustria in cui si accettavano tagli ai salari, allungamenti dell’orario di lavoro, ecc., in cambio di nessuna contropartita – una manifestazione dell’ “autonomia” dei lavoratori, secondo esponenti della sinistra, alcuni dei quali accusavano i sindacati di non fare seriamente la “lotta all’inflazione”, e di “aver tutelato validamente gli interessi degli occupati a danno dei disoccupati” (G. Amendola, Corriere della Sera, 16 marzo 1977). Fu la “tregua” salariale. Il PCI rimase così a bagnomaria per un altro paio di anni, sostenendo il governo dei sacrifici contro promesse. All’inizio del 1979 si vide costretto a ritirare il suo appoggio, opponendosi ad un ulteriore congelamento dei salari, ed all’adesione dell’Italia al Sistema Monetario Europeo, ma senza veramente chiarire i motivi di questo passo – di fatto, lo stesso gruppo dirigente fu in parte contrario a questa svolta, e molti invitarono a non “buttare a mare una esperienza di governo nazionale” (Napolitano). Alle elezioni anticipate di qualche mese dopo il PCI, per la prima volta nella storia repubblicana, vide diminuire i suoi voti, perdendone un milione e mezzo. Da allora fu una frana continua. Forse il governo Monti rappresenta un ultimo movimento di assestamento.

*Università di Napoli “Federico II”

8 Commenti

  1. Analisi eccellente. Credo che, come il PCI dell’epoca, anche il Pd perder� molto dal sostegno al governo Monti. Chi sapr� approfittarne? Staremo a vedere. Ma quel che � peggio � che il “gesto” del Pd sarebbe anche encomiabile, se non fosse per il fatto che le manovre del govwerno Monti serviranno solo a peggiorare la situazione complessiva dei lavoratori italiani.

  2. La manovra Monti far� cadere il Pil, l’occupazione e la raccolta fiscale, senza beneficio alcuno per il “risanamento”. Rigore senza crescita, rigore inutile. Grazie Monti.

  3. Concordo solo in parte con l’analisi che si fa nell’articolo.
    La verit� non pu� essere semplicemente di guardare ad ogni singolo paese.
    Siamo infatti, d’altronde � sempre stato cos�, di fronte ad una crisi mondiale che sta determinando una rivoluzione del sistema economico.
    Chi poteva pensare che il pil posa aumentare all’infinito o � un ingenuo o di economia non capisce niente.
    Eppure i professori, quelli che che riescono sempre ad avere ragione e non ne azzeccano nessuna, spiegano nelle loro aule universitarie che la produzione deve essere venduta, altrimenti tale produzione va a diminuire.
    E come pu� accadere che le produzioni di beni e servizi possano aumentare fino a raggiungere un massimo per poi diminuire?
    Siete sempre voi professori che nelle vostre lezioni spiegate che il ciclo economico � virtuale.
    I lavoratori lavorano e producono beni e servizi. Tali beni e servizi vengono conservati e venduti sul mercato.
    E chi � che compra tali beni e servizi.
    Semplificando, rispondete che ad acquistarli sono le famiglie.
    Cio�, I lavoratori producono pane e poi acquistano il pane che loro stessi hanno prodotto.
    Perch� dovrebbero acquistare pi� pane di quello necessario?
    Perch� la Vostra idea di economia � basata sul guadagno d’impresa al di l� delle necessit� oggettive del mercato.
    Basta ricordarsi che anche il governo Prodi si � inventato la favola della rottamazione. Perch�? Non certo per migliorare la qualit� della vita delle famiglie. Ma come � possibile che si possa pensare che � meglio far durare un bene il meno possibile, invece del contrario?
    La verit� � che questa idea � stata portata avanti per incentivare la produzione per mantenere questo sistema economico, che fa acqua da tutte le parti.
    Lo so che molti pensano che il marxismo sia superato perch� il mondo migliore � quello che nei fatti sta crollando, come tutte le cose umane.
    Non � solo l’uomo che nasce, cresce, migliora le sue qualit�, arriva al massimo delle sue potenzialit�, poi lentamente e poi sempre pi� velocemente incomincia il suo tramonto…. fino alla sua morte.
    Il ciclo della vita non pu� non essere rappresentato anche (e la storia sta a dimostrarlo) nella nascita, nell’evoluzione, e nel tramonto di regni e imperi, come sanno tutti, anche gli economisti perch� hanno studiato e sanno cosa � accaduto anche al grande impero romano.
    Non siamo di fronte ad una crisi ciclica. Siamo di fronte alla caduta del’impero, come l’abbiamo conosciuto noi.
    Questo impero lo abbiamo alle spalle, non potremo pi� farlo resuscitare.
    In Italia siamo dall’epoca dei fatti della Fiat che i diritti e i redditi delle persone che lavorano, in modo particolare i dipendenti, stanno diminuendo la loro qualit� della vita, una parte in termini di capacit� di acquisto di beni e servizi, ma un’altra parte solo ed esclusivamente per una VISIONE MIOPE che � quella di non considerare molta parte della nostra vita fatta solo di passioni, sentimenti, voglia di conoscere, di capire, di sorridere, di piangere, di amare.
    Una volta per natale, mia moglie mi ha regalato una giacca in pelle che, sicuramente, ha pagato “molto”. Un mio amico mi ha regalato un libro.
    Voi che siete economisti penserete che ho goduto di pi� al regalo della giacca in pelle. Eppure no, avete sbagliato. Ho afferrato il libro e l’ho letto in due giorni. Sicuramente il libro non � costato pi� di venti euro.

    Quanto vale farsi una passeggiata, quanto ne vale andare a raccogliere funghi o semplicemente in primavera sdraiarsi in un prato coperto di fiori, raccogliere una margherita e offrirla alla propria moglie.
    L’economia, come diceva mio padre che non aveva studiato, significa due pi� due uguale a quattro.
    Ma questo lo sapete anche voi, perch� me l’avete insegnato all’universit�.

    E allora perch� non incominciamo a guardare un po pi� in l� del nostro naso.
    Potevamo davvero pensare che noi i dominatori dell’occidente avremmo potuto continuare a depredare le risorse dei paesi del terzo mondo.
    Non siete Voi che avete spostato l’attenzione su altre questioni, mentre l’80% della popolazione mondiale consumava meno del 20% delle risorse della terra.
    E adesso cosa dobbiamo fare? Facciamo un’altra guerra mondiale per impedire che, finalmente nel mondi ci sia un riequilibrio delle produzioni e delle ricchezze prodotte?
    Penso che non sia possibile.
    E allora dovete smettere di pensare che il pil possa aumentare all’infinito.
    E soprattutto dovete pensare che riequilibrando il reddito dei cittadini, del lavoratori e dei pensionati, cio� di coloro che sono consumatori, � possibile vivere meglio, avere cio� una vita migliore, dove ci saranno meno morti nelle strade per incidenti stradali, ci saranno meno furti e meno omicidi.
    Ci sar� in questo modo anche meno guerre.
    Perch� � vero che due pi� due fa quattro, ma anche quattro pi� zero fa quattro. Ma quest’ultima ipotesi sarebbe una catastrofe….economica, oltre che sociale.
    Sandro

  4. Vorrei capire se ci sono rischi seri che l’Italia finisca come la Grecia. Io credo di s� e leggendo i vostri articoli mi pare di capire che questa responsabilit� non sarebbe tanto dei politici greci ma di quelli che hanno pensato di costruire un’Europa tutto mercato, niente Stato e niente solidariet�. Giusto? Grazie.

  5. Nel tempo odierno le economie monetarie sono funzionali al raggiungimento delle capacit� produttive in termini di espansioni e contrazioni delle “ricchezze nazionali” in inversione crescente delle dinamiche di stato degli equilibri generali dei prezzi e, quindi, in ultima istanza dei salari. In altre parole la monetizzazione delle economie finanziarie ha determinato una maggiore domanda effettiva di beni ad alto consumo, non soddisfatta, tale da comportare un eccesso di produzione.

  6. e aggiungo che sono semrpe gli stessi aperdere, cio� la gente che vive di stipendio, mentre chi � ricco mantiene semrpe alto il proprio status. A chi non ha il padre potente, lasciano a malapena i soliti 4 gradini della scala di servizio, e riservano l’ascensore sociale solo a parenti stretti e amici stretti.

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