I sogni di Tremonti

I sogni di Tremonti

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Lo scorso 13 aprile il Consiglio dei Ministri ha licenziato il Documento di economia e finanza (DEF) 2011, cioè il nuovo atto di programmazione finanziaria e di bilancio, previsto dalla L. 39/2011, approvata appena qualche giorno prima dal Parlamento (volta ad armonizzare la contabilità e finanza pubblica con le nuove regole dell’Unione europea sul coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri). Il DEF 2011, che comprende il Programma di stabilità, si inserisce nell’ambito del semestre europeo e del “Patto per l’Euro” , approvato il 24/25 marzo dal Consiglio Europeo dei capi di Stato e di Governo, rivendicato come un primo passo verso l’ “integrazione politica federale” dell’Europa (DEF, sezione I, Programma di stabilità dell’Italia, p. III).

Il DEF si esprime decisamente contro il fare crescita “con i deficit pubblici” (p.IV) e sostiene l’impegno a introdurre il vincolo della disciplina di bilancio nella Costituzione italiana. Gli obiettivi di finanza pubblica (Tab.1) sono coerenti con la richiesta di riportare l’indebitamento netto della PA sotto il 3% entro il 2012, contenuta nelle raccomandazioni impartite all’avvio della procedura per disavanzo eccessivo, e portano al sostanziale annullamento del deficit entro il 2014; tali obiettivi saranno ottenuti grazie ad ulteriori manovre, per un effetto netto cumulato di 1,2 punti di PIL nel 2013 e 2,3 punti nel 2014 (dopo la correzione per 12 miliardi di euro nel 2011 e 25 miliardi nel 2012 e 2013 realizzata col decreto 78/2010). Ma non basta: si continuerà ad accrescere l’avanzo primario per proseguire nella riduzione del debito (che dal 120% del PIL nell’anno in corso dovrebbe calare al 112,8% nel 2014).

Che ne sarà allora dello sviluppo? Per questo c’è il Programma nazionale di riforma (PNR). Quest’ultimo ribadisce che il tempo in cui si faceva la politica economica attraverso la spesa pubblica è finito, per cui le misure adottate non dovranno accrescere il deficit pubblico, pur stimolando l’economia.

Ma cosa contiene il PNR per ottenere cotanto miracolo? Misure già realizzate o avviate e provvedimenti da adottare nei prossimi mesi. Per sintetizzare l’eterogeneità delle azioni considerate basti ricordare la riforma del modello contrattuale e il decentramento della contrattazione, gli ammortizzatori sociali in deroga, i tagli alla spesa pensionistica, i provvedimenti per l’efficienza della pubblica amministrazione, la riforma della scuola e dell’università, con i relativi tagli, e addirittura il federalismo e la promessa riforma fiscale (anche se di questi ultimi interventi, si ammette che non è ancora possibile valutare le conseguenze).

Come quantificare gli effetti di misure così eterogenee, e in alcuni casi ancora indefinite, sulla crescita economica? Al MEF sono riusciti a simulare l’impatto di molti interventi, utilizzando congiuntamente alcuni “modelli”, apparentemente assai sofisticati (il modello europeo QUEST III calibrato per l’Italia e il modello econometrico ITEM del Ministero). La logica di questi modelli sembra essere la seguente: si suppone, in base a considerazioni teoriche proprie all’economia più convenzionale[1], che un certo provvedimento abbia effetti positivi sull’economia; si costruisce un modello attorno a tale ipotesi mettendovi dei numeri che pretendono di rappresentare ciò che dovrebbe accadere nella realtà e … ecco che si scopre e quantifica l’effetto positivo di quella misura. In realtà non si dimostra un bel nulla perché in realtà il modello racconta quello che gli si era insegnato.

In passato ci si chiedeva, tra economisti applicati, di quanto una riduzione del deficit pubblico facesse calare il PIL (e si cercava di misurarlo), non se lo facesse calare. Ora sembra raggiunta la quadratura del cerchio: coerentemente con l’impostazione sopra ricordata, le simulazioni mostrano che, malgrado l’insieme delle riforme considerate faccia migliorare il saldo di bilancio, anche l’impatto sullo sviluppo risulta favorevole, con un aumento medio rispetto allo scenario base di 0,4 punti percentuali all’anno del tasso di crescita del PIL nel periodo 2011-2014 (e ancora 0,2 nel triennio 2018-20) e un effetto su consumi, investimenti ed occupazione di circa 0,3 punti percentuali in media annua (Tab.2).

Eppure le valutazioni di questi effetti non devono essere apparse completamente affidabili, visto che l’impatto delle riforme sulla crescita assunto ai fini della costruzione dello scenario macroeconomico 2011-2014 del Programma di stabilità è stato posto pari alla metà di quello sopra indicato, per motivi prudenziali (con l’eccezione delle misure sulle pensioni, già a regime); la cautela è dettata anche dal fatto che i modelli utilizzati non riescono a tenere conto della fase ciclica in cui le riforme vengono introdotte, il che non sorprende in quanto escludono qualunque ruolo alla domanda aggregata. In definitiva, il governo prevede un tasso di crescita dell’1,5% in media nel periodo 2012-15.

Le misure adottate/programmate sarebbero comunque così ben congegnate da stimolare l’espansione economica senza pesare sul bilancio, anzi alleggerendolo. Vediamo perché. Il diavolo, come al solito, è nei dettagli, e per un economista i dettagli si chiamano “modello” e “ipotesi”.

Gli interventi vengono simulati impartendo specifici shock ad alcune variabili esogene. Vediamo qualche esempio. Per quanto riguarda contrattazione salariale e promozione della produttività, sono stati contemporaneamente imposti uno shock negativo al mark-up salariale (in soldoni, più moderazione salariale) e uno positivo alla produttività del lavoro. A quanto sembra, si è praticamente ipotizzato un aumento della produttività (in presenza di un contenimento degli incrementi salariali), e dunque non poteva mancare l’effetto positivo sul PIL, anche perché, nell’impostazione adottata, evidentemente non c’è spazio per effetti depressivi da domanda legati al contenimento dei salari. Le politiche per l’occupazione sono state tradotte nell’emersione di lavoro irregolare e in un maggiore sostegno alle imprese: quest’ultimo, con il modello utilizzato, assicura maggiori investimenti del settore privato, con conseguenti effetti positivi sul PIL. Peccato che gli animal spirits degli imprenditori italiani non siano sempre così vivaci e non potranno che prediligere l’aumento dei profitti incamerati e/o l’investimento finanziario a quello produttivo, in assenza di politiche di sostegno della domanda aggregata in Italia ed Europa. Ancora più interessanti gli effetti delle misure di posticipo del pensionamento che, oltre a ridurre la spesa pensionistica, provocano: un aumento dell’occupazione (e come, via offerta di lavoro? Ma il lavoratore anziano non sarebbe stato rimpiazzato se fosse andato in pensione più presto?), una riduzione del salario pro-capite (ma un giovane che avesse rimpiazzato il lavoratore anziano non sarebbe costato meno?) e, grazie a questa riduzione, un rilevante aumento degli investimenti fissi lordi (evidentemente sospinti dal calo dei costi, ininfluente senza prospettive di adeguata crescita della domanda). Dopo il miracolo delle pensioni, veniamo alle misure a favore della concorrenza e alle riforme della PA, che sono valutate semplicemente ipotizzando una riduzione dei costi all’entrata di nuove imprese, che abbatte i prezzi, e una diminuzione dei costi medi. Per stare più tranquilli, è stata aggiunta un’ipotesi riduzione dei margini, ed è stato imposto un aumento della produttività della PA. Come già detto, il modello ci restituisce ciò che gli abbiamo suggerito di raccontarci.

Insomma, le simulazioni svolte con i sia pur “raffinati” modelli a disposizione del MEF non tranquillizzano sull’efficacia delle “nuove” politiche di stimolo dell’economia, che consistono peraltro in un disordinato elenco di provvedimenti; i cosiddetti “motori di sviluppo” (DEF, p.v ) alternativi al sostegno della domanda aggregata non appaiono molto affidabili, come da altri già osservato, e rischiano di “lasciarci per strada” nel vano percorso di riequilibrio finanziario.

Ma niente paura, il nostro Ministro dell’Economia ha tirato fuori il coniglio dal cappello, e di fronte alle titubanze della stessa Confindustria rispetto alla mancata concretezza del PNR ha promesso, con dichiarazioni stampa, una sorta di alleggerimento dei controlli fiscali alle imprese, giudicati troppo opprimenti e continui. Se la riduzione degli accertamenti facesse crescere il PIL – nel momento in cui si rivelano scandali come il “Parioli-gate”, dovuti proprio alla carenza di accertamenti fiscali e bancari – l’Italia potrebbe avere il tasso di crescita più alto del mondo!

*L’autrice è una senior economist che lavora nel settore della ricerca.

[1] Sembra farsi soprattutto riferimento alle teorie della “crescita endogena” in cui la domanda aggregata non gioca nessun ruolo nella crescita.

6 Commenti

  1. e come mai,quando su questi modelli ci si cimentava Padoa Schioppa nei documenti di finanza pubblica tra il 2006 e l’aprile del 2008,tutti tacevano misteriosamente?

  2. Ottimo il puntuale commento critico, ma un economista teorico come me, non molto bravo a seguire i dettagli delle decisioni prese e prendibili dai governanti giorno dopo giorno, sarebbe molto aiutato da considerazioni anche su
    1) perch� queste decisioni cos� chiaramente dannose anche per gli imprenditori italiani? di cosa ha paura Tremonti? o cosa vuole in realt�? o � semplicemente un caso di incompetenza?
    2) quali politiche alternative potrebbero evitare riduzioni della domanda aggregata e anzi stimolarla ma evitando il pericolo che anche per l’Italia accada quanto � accaduto alla Grecia?

  3. Caro Roberto, all’epoca il sito di Economia e Politica non esisteva. Esisteva per� un appello, lanciato dagli economisti in quegli anni contro le politiche di riduzione del debito. Da quell’appello nacque in seguito questo sito-.

  4. Caro Fabio, a me sembra che la manovra abbia come obbiettivo quello di perseguire la flessione dei salari e l’aumento dell’intensit� del lavoro, questo ha l’effetto di alzare il saggio di profitto sui nuovi investimenti che � ci� che conta per chi investe e sul piano interno si sta aprendo lo spazio per investimenti privati nel processo di privatizzazione dei servizi pubblici, laddove il capitale investito sia stato ammortizzato e sia quindi diventato libero avr� questo sbocco oppure far� come adesso investir� nei paesi dove l’economia cresce ed i salari sono ancora pi� bassi (comunque Marx ha l’idea che per tener alto il saggio di profitto i capitalisti possono farsi la guerra e la guerra fa dei morti). Non vedo come possa accadere in Italia quello che sta accadedo in Grecia, l’Italia non ha un debito netto con l’estero e non vedo quali ragioni possono indurre a non sottoscrivere il debito pubblico ai costi medi esistenti. Un saluto Tiziano

  5. La mancanza di politiche economiche e finanziarie espansive per la crescita della domanda aggregata, risulta essere dovuta dalla maggiore importanza in termini reddituali di ricchezza privata dei mercati finanziari questo a causa di politiche protezionistiche adottate dalle varie aree di unit� valutarie e, nel breve termine, direttamente proporzionale in termini di valore della valuta al momento prioritaria come mezzo di pagamento internazionale.

  6. Le politiche protezionistiche determinate da politiche monetarie e fiscali restrittive in termini di maggiori saggi di interesse interni causa la presenza di deficit di bilancio di natura pubblica ma anche privati, determinano un aumento delle aspettative di un aumento dell’inflazione e quindi una diminuzione dei prezzi degli asset finanziari con il rischio implicito di una formazione di una bolla finanziaria a ribasso e il conseguente ristagno ma anche depressione nelle funzioni dell’economia reale produttiva.

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