Il capitalismo storico e la scelta di fondo odierna

Il capitalismo storico e la scelta di fondo odierna

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo del prof. Duccio Cavalieri che, pur essendo lontano dalle opzioni di politica economica sostenute dalla redazione della rivista, ci auguriamo possa avviare un dibattito sulle prospettive del “liberismo di sinistra”. (La Redazione).

 

Il liberismo classico della scuola di Manchester implicava un’idea chiaramente utopistica: quella di un ordine naturale che avrebbe teso a realizzarsi spontaneamente e che in un contesto perfettamente concorrenziale sarebbe stato in grado di assicurare a tutti un massimo relativo di soddisfazione (un ‘ottimo paretiano’), operando trasferimenti di risorse tra impieghi alternativi, senza alterare sostanzialmente la distribuzione preesistente del reddito.

Così idealizzato, il capitalismo non è un modo di produzione storicamente determinato, ma una categoria universale sovrastorica, capace di mutare nella forma, ma non nella sostanza. E dunque destinata a durare in eterno. Il capitalismo reale, ovviamente, è tutt’altra cosa. E’ un tipo di organizzazione dell’economia finalizzato alla produzione per il profitto e all’accumulazione del capitale. Con tutto ciò di buono e di meno buono che questi obiettivi comportano: dall’efficienza e dalla spiccata capacità di promuovere lo sviluppo delle forze produttive di un paese, alla soggezione a crisi ricorrenti e devastanti, e dalla mancanza di vera democrazia a un’oppressione sociale.

Nel capitalismo odierno, la ferrea logica di riproduzione del capitale, finalizzata all’estrazione e appropriazione privata di un plusvalore, impedisce a una larga parte degli esseri umani di emanciparsi dal lavoro salariato e di realizzare attraverso un’attività autonoma e non alienante la loro vera essenza. Così da passare da uno stato di necessità al regno hegelo-marxiano della libertà.

Splendori e miserie del capitalismo vanno ugualmente riconosciuti. Ma non certo accettati. Se l’attuale meccanismo del mercato, soggetto com’è all’azione interessata di potenti gruppi organizzati, lasciato a se stesso non è in grado di risolvere i grandi problemi sociali della nostra epoca, non si deve necessariamente pensare di abolirlo. Se si ritiene che esso svolga una funzione economica insostituibile, si deve cercare di regolamentarlo, per renderlo socialmente più accettabile.

Lungo questa strada, penso che nuove prospettive si siano aperte, dopo l’ultima grande crisi del sistema capitalistico, per attuare una convergenza tattica tra la sinistra e una parte dei neoliberisti. C’è oggi un neoliberismo di stampo conservatore, che si limita a difendere delle posizioni di privilegio, comunque acquisite, e che avversa il keynesismo. Ma c’è anche un neoliberismo progressista, che si avvicina molto al keynesismo. Keynes, come è noto, si dichiarava un ‘liberal’. Ed era un membro autorevole del Liberal Party.

Negli ultimi anni, una parte del liberismo si è mossa in una direzione progressista. Il prefisso ‘neo’ sta ora a indicare non qualcosa di perso e di ritrovato, o di rinnovato, ma qualcosa di definitivamente superato. Non si fa più riferimento alla vecchia idea di un ordine economico naturale e perfetto, da non ostacolare, ma a una concezione diametralmente opposta. Quella di chi, rendendosi conto che non esiste un ordine naturale e perfetto, auspica la realizzazione di un ordinamento economico consapevolmente creato dagli uomini e basato su un esplicito rifiuto della deregulation e del lassismo fiscale.

Negli anni ’30 del secolo scorso il liberismo classico fu riproposto in Inghilterra, in termini simili a quelli tradizionali, alla London School of Economics di Robbins e Hayek. Ma la reazione non si fece attendere. Nel 1938 ebbe luogo a Parigi un famoso incontro, il Colloquio Walter Lippmann, che è oggi considerato come il momento iniziale del neoliberismo progressista. Poi, con la seconda guerra mondiale, il processo di diffusione della nuova ideologia liberista subì un’interruzione.

Il dopoguerra vide una ripresa del liberismo classico di stampo conservatore. Nel 1947 fu fondata la Mont Pélerin Society, per iniziativa di Hayek, Mises, Popper e altri. Nel 1955 sorse a Londra l’Institute of Economic Affairs, creato per contrastare il keynesismo allora imperante. Assieme alla Chicago School e al monetarismo di Friedman, esso ispirò il programma di politica economica del governo conservatore di Margaret Thatcher e quello dell’amministrazione repubblicana di Ronald Reagan.

Dopo un periodo di relativo declino, legato alla fine ingloriosa del sistema aureo e del suo sostituto, il gold exchange standard, il liberismo di stampo conservatore è stato oggetto negli anni ’80 di un tentativo di rilancio operato negli USA, con il nome di ‘Washington consensus’. Si tratta di un indirizzo di politica internazionale ispirato alla ‘nuova sintesi neoclassica’, chiaramente subalterno agli interessi economici americani e politicamente impegnato nella difesa di posizioni storicamente acquisite attraverso un meccanismo di divisione internazionale del lavoro che apprestava uno schema di specializzazione produttiva fondamentalmente ingiusto, a vantaggio dei paesi che si erano industrializzati per primi e a danno degli altri. Questo liberismo dai connotati conservatori è stato purtroppo sostenuto dal IMF, dalla World Bank e dal WTO, organismi che erano stati creati per fornire un aiuto finanziario ai paesi con bilancia dei pagamenti in forte disavanzo e per promuovere lo sviluppo economico e la liberalizzazione del commercio internazionale, ma che finora non sono apparsi all’altezza dei compiti istituzionali loro assegnati.

Ma torniamo al mercato. Per rilevare che, lasciato a se stesso, esso non appare in grado di assicurare un utilizzo razionale delle risorse produttive. I prezzi di mercato delle merci non esprimono adeguatamente le scarsità relative; la struttura dei consumi è distorta dall’azione interessata dei produttori; vi sono sprechi dovuti alla presenza di posizioni oligopolistiche, che comportano la creazione di capacità produttiva in eccesso. Inoltre le intese tra produttori tendono a rallentare il ritmo di introduzione del progresso tecnico e la distribuzione sperequata della ricchezza fa sì che la domanda solvibile dei vari beni e servizi non rifletta l’urgenza relativa dei bisogni dei diversi individui. Se si considera che il capitalismo è storicamente caratterizzato da una distribuzione del reddito poco uniforme e da una propensione al risparmio maggiore da parte dei percettori dei redditi più elevati e minore da parte dei percettori dei redditi più bassi, è facile comprendere come possa accadere che la domanda globale stenti a tenere il passo con la produzione e che il sistema dell’economia di mercato vada incontro a difficoltà di realizzo e a conseguente disoccupazione di massa, un fenomeno che comporta alti costi individuali e sociali.

Non solo. Nelle economie di mercato di tipo capitalistico anche la capacità di lavoro dell’uomo è una merce, e come tale forma oggetto di scambio sul mercato. Essa è però una merce di tipo particolare, perché a differenza delle altre merci la forza-lavoro non è separabile dalla persona che la presta. In un’economia di mercato i posti di lavoro si creano e si distruggono non in base alle esigenze lavorative della popolazione, ma in base alla convenienza economica delle imprese, che reagiscono a impulsi di natura esogena provenienti dalla domanda. La disoccupazione non è quindi l’esito di una scelta volontaria operata da individui che non hanno voglia di lavorare, o che non accettano di lavorare al saggio di salario corrente, ritenendolo troppo basso, come credevano gli economisti classici e neoclassici, ma è in larga parte frutto dell’insufficienza della domanda aggregata, dovuta alla maldistribuzione del reddito. In un sistema sociale caratterizzato da una più equa distribuzione del reddito, la disoccupazione da insufficienza della domanda probabilmente non esisterebbe.

Sul piano internazionale, i maggiori difetti del capitalismo odierno sono da ricondurre alla sua incapacità di risolvere in modo soddisfacente i due problemi del controllo della liquidità internazionale e dell’indebitamento dei paesi del terzo mondo. La sostituzione all’oro del dollaro, non più convertibile, come mezzo usuale di pagamento internazionale ha presentato il grave inconveniente di attribuire a un solo paese, gli USA, il controllo sulla creazione della liquidità e di porre tutti gli altri paesi in condizioni di inferiorità e di vulnerabilità. Il paese la cui moneta costituisce valuta di riserva internazionale può infatti vivere tranquillamente al di sopra dei propri mezzi e stampare e cedere propria moneta per colmare senza alcun costo un disavanzo della sua bilancia dei pagamenti. Può quindi vivere meglio, a spese del resto del mondo, che è costretto a cedergli risorse reali e ad accordargli un prestito irredimibile illimitato e totalmente privo di interessi. E può così addossare ad altri paesi anche il costo di sciagurate imprese avventuristiche, come le guerre preventive.

L’indebitamento di molti paesi in via di sviluppo si è nel frattempo aggravato fino a diventare insostenibile. Ciò è avvenuto anche per l’atteggiamento poco responsabile tenuto dal Fondo Monetario Internazionale, che ha per lungo tempo concesso credito ai paesi in via di sviluppo con eccessiva facilità. Salvo poi imporre loro condizioni pesantissime per ottenere il rifinanziamento dei debiti pregressi, onde tutelare gli interessi dei paesi creditori.

I disastrosi risultati di questo stato di cose sono davanti agli occhi di tutti. Quando il dollaro si deprezza, un’eccessiva liquidità si riversa in tutto il mondo sui mercati delle attività patrimoniali, reali e finanziarie. Con la conseguenza di accrescere la domanda, generando una pressione inflazionistica, e di ‘drogare’ artificialmente l’economia. Quando invece il dollaro aumenta di valore, il mercato delle attività tende a deprimersi. E questo a sua volta genera una recessione su scala mondiale.

A complicare le cose si aggiunge l’impossibilità per gli USA stessi di esercitare un controllo sugli enormi flussi di dollari messi in circolazione, una volta che questi siano usciti dal loro paese. Quantità ingenti e incontrollabili di capitali a breve termine (hot money) sono così destinate a spostarsi rapidamente in tempo reale sui mercati finanziari di tutto il mondo, verso i famigerati paradisi fiscali, alla ricerca di tassi di rendimento più elevati e non soggetti a tassazione. Con effetti fortemente destabilizzanti per l’economia mondiale.

La grave crisi globale del sistema capitalistico, oggi in atto, è stata affrontata in modo del tutto inadeguato. I tentativi di salvataggio compiuti in tutto il mondo dalle autorità responsabili della politica economica hanno interessato essenzialmente le grandi banche di affari, le compagnie di assicurazione e le principali agenzie di mutui immobiliari. Si è cioè ricapitalizzato con fondi pubblici il sistema finanziario preesistente, primo responsabile della crisi. Molto meno si è fatto per sostenere le attività produttive delle imprese (soprattutto di quelle medie e piccole) e i consumi della popolazione.

In queste condizioni, non meraviglia che il neoliberismo odierno si presenti, in una sua importante componente, come regolazionista. E quindi come assai diverso dal vecchio liberismo classico. Vero è che un’altra parte dei liberisti oggi invoca l’intervento pubblico non per porre fine a delle posizioni di privilegio, ma per tentare di conservarle. Basti considerare gli ostacoli che i liberisti più conservatori stanno ponendo al progetto di Barack Obama di dotare i ceti meno abbienti di un’assicurazione sanitaria, a spese pubbliche. Ma questo non fa che rendere più urgente l’esigenza di fornire un sostegno ai liberisti di sinistra. Nel nostro paese si è da tempo auspicato l’avvento di un nuovo ‘liberismo di sinistra’, riformista e dotato di precise regole. Ad esso mi sembrano essersi recentemente ispirati Francesco Giavazzi e Alberto Alesina. E anche, aggiungerei, Giulio Tremonti, notoriamente contrario a una globalizzazione incontrollata dei mercati finanziari. Di cosa si tratta? Di una politica che, praticata in un sistema di libero mercato, meritocratico e dotato di un’elevata mobilità sociale, dovrebbe consentire ai ceti sociali meno abbienti di migliorare stabilmente la loro posizione economica, attraverso l’impegno e il lavoro. Malgrado le differenze di opportunità individuali. In queste proposte non vi è nulla di nuovo. L’idea che una maggiore liberalizzazione dei mercati si tradurrebbe non solo in una maggiore efficienza del sistema produttivo, ma anche in una maggiore equità, è vecchia come il cucco. L’hanno a suo tempo sostenuta in Inghilterra Beveridge e Laski, in Francia Rueff e Allais, in Germania Rüstow, Röpke e la scuola ordo-liberista di Friburgo, che ha denunciato i disastri del capitalismo storico e patrocinato una sorta di economia sociale di mercato.

Ma queste proposte sono state respinte da molti esponenti della sinistra, che le hanno ritenute un tipico esempio di trickle-down theory, basata sull’idea, già sostenuta dai fautori della supply-side economics, che aiutare i ricchi a diventare ancora più ricchi finisca, quasi per un effetto di osmosi (il principio fisico dei vasi comunicanti), con l’avvantaggiare anche i poveri. E in ultima analisi col ridurre le differenze di reddito. Credo che non occorra spendere molte parole per chiarire che questo non è vero. La maggior parte dei dati statistici disponibili mostra che in genere tra efficienza ed equità intercorre una relazione inversa. Più libertà di mercato si accompagna a una maggiore disuguaglianza, anche se il reddito medio delle famiglie aumenta.

La tesi in questione è quindi chiaramente erronea. Ma l’idea di fondo dei liberisti di sinistra – quella che un sistema economico liberista, efficacemente regolamentato, sia preferibile all’attuale capitalismo selvaggio e possa consentire di migliorare anche le condizioni di vita delle classi più svantaggiate – mi pare pienamente condivisibile. Non vedo alcun valido motivo perché la sinistra debba respingerla. Come invece mi sembra che stia avvenendo.

Fortunatamente, esponenti di una cultura liberale disposta a guardare a sinistra, piuttosto che a destra, ci sono sempre stati in Italia. Anche in tempi più duri di questi. Si pensi al socialismo liberale di Carlo Rosselli, Piero Gobetti, Ernesto Rossi, Guido Calogero, Aldo Capitini, Norberto Bobbio, Ugo La Malfa e degli esponenti del vecchio ‘Partito d’azione’, che intendevano conciliare liberismo e politica sociale.

Il problema è che in Italia, a differenza di altri paesi, non c’è mai stata una vera rivoluzione liberale e progressista. Nel senso gobettiano dell’espressione. Stiamo ancora aspettandola. Cerchiamo quindi di realizzarla, con l’aiuto di quanti sono disposti a collaborare a tal fine. Non è necessario considerare la rivoluzione liberale un punto d’arrivo. Chi vuole, a sinistra, può guardare ad essa come a un obiettivo intermedio. Avrà poi tempo per pensare a ulteriori miglioramenti dell’assetto economico e sociale.

 

*Professore ordinario di economia politica nell’Università di Firenze.

6 Commenti

  1. Condivido l’articolo, non comprendo perch� non si dovrebbe farlo, mi pare un’idea realizzabile quella di studiare un sistema regolarizzato e organizzato, ma non controllato all’eccesso (le economie che l’hanno fatto ne pagano ancora le conseguenze e si poggiano su sistemi dove l’illecito � l’unica via d’uscita…penalizzando maggiormente la sfera sociale). L’idea di un’iniziativa individuale o associata, deve essere sempre benvenuta, perch� portatrice di nuove culture rigeneratrici.

    Duccio Cavalieri risponde:
    Sono d�accordo con lei. Occorre pensare a un sistema di economia di mercato regolarizzato e organizzato, ma non controllato all�eccesso. Del mercato non possiamo fare a meno, ma il suo funzionamento va disciplinato, nell�interesse pubblico.

  2. L’articolo � molto interessante anche se non condividido argomentazioni e conclusioni. “Liberismo di sinistra” mi sembra un ossimoro, una contraddizione insanabile. Il “Liberismo di sinistra” ha gi� avuto un’applicazione storica con la tristemente famosa “Terza via” di Blair. L’architettura macroeconomica di questo approccio rientra pienamente negli schemi liberisti, alla cui base soggiace il modello neoclassico. Lavoro come merce, mobilizzazione della forza lavoro, politiche attive del lavoro in cambio del welfare (welfare for work), attivazione coatta degli individui, colpevolizzazione individuale in caso di disoccupazione e perdita del sussidio. Questi gli assunti fondamentali di un modello che costituisce la versione povera del welfare for work scandinavo: la flessibilit� diviene sinonimo di precariet� e di poca sicurezza sociale. Un modello poi traslato nella costruzione europea della Strategia di Lisbona, le cui parole chiave sono occupabilit� e adattabilit�. Il liberismo � liberismo, gli schemi sono i medesimi e, pertanto, la sinistra � una categoria che non pu� avere cittadinanza in essi.

    Molto pi� interessante sarebbe invece, ad opinione di chi scrive, la considerazione e l’attuazione di politiche ispirate alla ‘ricetta’ liberale, ma non liberista, di Amartya Sen. Una costruzione fondata sull’individuo, sulle sue aspirazioni e progetti di vita, come punto qualificante di una vera riforma del welfare. Una riforma migliorativa ed espansiva e non soltanto riduttiva e dettata da mere esigenze di bilancio. Un riformismo che recupera il proprio significato dopo l’innegabile slittamento semantico (per dirla con Laura Penancchi) che ha subito negli ultimi 20-30 anni. Una politica sociale affiancata da una nuova politica economica ed industriale che guardi al lungo periodo e che dunque si fondi sull’innovazione come leva di competitivit� e non soltanto sul prezzo. Per questo obiettivo risulta fondamentale riscrivere il modello economico e sociale europeo accogliendo molti dei rilievi e delle proposte degli economisti dell’euromemorandum group in Europa e di “Economia e Politica” in Italia.

    Infine, per quanto riguarda il trade-off tra equit� ed efficienza richiamato nel testo, non ci sono prove storiche ed empiriche che ne comprovino l’esistenza. Su questo si pu� vedere Atkinson (per qaunto riguarda l’importanza della struttura della spesa sociale), ma soprattutto LINDERT: “E’ ben noto che imposte e trasferimenti pi� alti riducono la produttivit�. Ben noto, ma non dimostrato n� dalla statistica n� dalla storia”. Lindert P. H. [2004]: Growing Public. Social Spending and Economic Growth Since the Eighteenth Century, 1 vol.; Cambridge; Cambridge University Press, p. 127.

    Si sono, infatti, diffuse tesi “produttivistiche” (su questo si pu� vedere Pizzuti F.R.)- anch’esse ad onor del vero – non suffragate da prove empiriche e storiche – che descrivono una complementariet� tra efficienza ed equit�.

    Duccio Cavalieri risponde:
    L�espressione �liberismo di sinistra� pu� effettivamente apparire un ossimoro. Ma non pi� di altre espressioni, come quelle di �socialismo liberale� e di �liberal-socialismo�, ormai entrate nell�uso comune. Quanto al preteso �trade-off� tra efficienza ed equit�, ne ho contestato l�esistenza. Non vedo quindi sostanziali motivi di disaccordo per quanto riguarda le argomentazioni. Diverso pu� essere il discorso sulle conclusioni. Condivido quanto lei dice sulla ricetta liberale ma non liberista di Sen. Ma non qualificherei come �tristemente famosa� la terza via di Blair e del New Labour.

  3. Liberisti di sinistra esistono? La proposta di “costituire” una sorta di allenza con gli economisti “alternativi” forse appare di buon senso, ma la trovo speculare pi� che alternativa. In tutta onest� credo che gli economisti alternativi come i liberisti diversamente declinati non abbiano mai fatto i conti con il principio liberale “libert� da e libert� di”. penso alle lezioni del ’44 di L. Einaudi, a Keynes ed altri ancora. Pi� in particolare penso a Kaldor e Pasinetti. Ma i liberisti di sinistra sono giustappuntoi liberisti di sinistra, che hanno rimosso proprio le lezioni stupende di Riccardo Lombardi. Credo che il nodo del problema che si vuole affrontare attiene al ruolo dello stato. Questi liberisti di sinistra ri-scoprono la distribuzione del reddito, mentre gli economisti alternativi sono da tempo impegnati su questo tema, ma si rinuncia alla pi� importante innovazione di Keynes legata all’incertezza e alla necessit� di uno stato “agente economico” che non pu� piegarsi al ruolo marginale di distributore del reddito o di regolamentazione del mercato.
    pi� che una sorta di “alleanza” che ha molto il sapore di essere speculare, sarebbe molto pi� opportuno “intercettare” ci� che di buono si pu� recuperare dai principali filono di ricerca economica e da questa individuare soluzioni. Questo aspetto � stringente, soprattutto se consideriamo che siamo alle porte di una delle pi� importanti rivoluzioni tecnologiche che modificano il target dell’accumulazione e il valore “intrinseco” della funzione di produzione, sia essa di Solow, Kaldor o “Shumopeter”.
    Insomma, non vedo niente di alternativo. se devo trovare qualcosa di alternativo potrei dire: perch� non recuperiamo e applicamio il principio liberale libert� da e libert� di?
    roberto romano

    Duccio Cavalieri risponde:

    I �liberisti di sinistra�, o di centro-sinistra, esistono, cos� come esistono gli economisti critici. Ma non voglio farne una questione terminologica, come sembra fare lei, quando propone di distinguere tra speculare e alternativo e, chi sa perch�, definisce speculare piuttosto che alternativa la tesi che io sostengo sull�opportunit� di stabilire a fini tattici un diverso rapporto della sinistra con i liberali riformisti. Lei si dice favorevole all�applicazione del principio liberale einaudiano �libert� da e libert� di�. Quale � allora il motivo del suo dissenso?

  4. Nell’interssnte articolo forse non si tiene nel debito conto, per quanto riguarda l’Italia, la presnza della politica e della criminalit� organizzata che falsano tutti i dati del mercato.
    In effetti in Italia non c’� un liberismo economico n� di destra n� di sinistra, ma un mercato in cui si scontrano, da una parte, da chi ha in mano i cordoni della spesa e, dall’altra, da chi pu� condizionare pesantemente l’allocazione delle risorse senza nessun calcolo di efficienza, di efficacia o equit�, con in mezo una maggioranza di soggetti che solo in rari casi (rinnovo contratti collettivi) � in grado di spostare risorse verso usi sociali (non solo salario).

    Duccio Cavalieri risponde:
    Che i prezzi di mercato risentano della presenza di mani visibili ed invisibili � un dato di fatto incontestabile. E� anche vero che in Italia non c�� un liberismo economico organizzato n� di destra n� di sinistra. Ma ci sono tra gli economisti dei liberisti di destra (come Sergio Ricossa, Domenico Da Empoli, Antonio Maria Fusco e Antonio Martino) e dei liberisti di sinistra, o di centro-sinistra (Francesco Giavazzi, Alberto Alesina, Tito Boeri, Marcello Messori, Michele Salvati, Pier Carlo Padoan, Nicola Rossi e altri), tra i quali � possibile compiere una scelta di campo sul terreno delle frequentazioni e delle alleanze politiche.

  5. L’articolo richiederebbe un commento pi� lungo di quanto qui sia possibile, quindi solo due brevi appunti. A me � sembrato di capire che la teoria che sorregge l’ idea dell’autore della possibilit� dell’esistenza di un capitalismo buono sia quella dove i prezzi delle merci, quindi inclusa la merce lavoro, sono fissati dalla “scarsit� relativa”. Si tratta di introdurre le condizioni, inesistenti in questo capitalismo, necessarie affinch� quello schema teorico funzioni. Sappiamo che quello schema analitico non � sostenibile in s�; altri-Marglin e Bhaduri- cercano di arrivare per starde keynesiane all’idea di un capitalismo collaborativo , senza in realt� essere convincenti. Il problema � che profitti e salari sono determinati in questo tipo di societ� dai rapporti di forza fra le classi. Di questo ci parla l’attuale disuguaglianza nella distribuzione del reddito, la stagnazione-decrescita salariale, il diventare il salariato un “Working poor”. Alla base dell’attuale debole forza contrattuale dei salariati sta la liberalizzazione del mercato del lavoro, per cui nei paesi occidentali il lavoro dipendente (ma anche quello autonomo nel caso dell’indotto di imprese che delocalizzano)� stato posto in concorrenza con la forza lavoro dei paesi pi� poveri della terra (il tema � stato posto in un articolo di Pivetti sulla rivista Giano del 2007 e ripreso da Paolo Flores d’Arcais sul Manifesto del 28 ottobre). Ed allora la domanda: nell’ipotizzato “sistema economico liberista efficacemente regolamentato” come si difendono i salari da un’offerta illimitata di lavoro?

    Duccio Cavalieri risponde:
    Tiziano Cavalieri (nessuna parentela con lo scrivente) mi attribuisce l�idea che possa esistere un �capitalismo buono�, in cui i prezzi delle merci riflettano le scarsit� relative. Uno schema teorico che io non ho auspicato e che egli considera insostenibile. Nel mio articolo ho prospettato una tesi diversa e ho osservato che esiste oggi un indirizzo neoliberista contenente un richiamo all�azione, anzich� al laisser faire. Un indirizzo che alcuni ritengono �di sinistra� (una �sinistra di governo�) e che a mio avviso dovrebbe essere politicamente sostenuto e non combattuto dalla �sinistra di classe�. Su questo punto mi sarei aspettato dai miei interlocutori dei commenti critici, che invece non si sono concretizzati. Mi si chiede se sarebbe possibile in un sistema economico liberista efficacemente regolamentato difendere i livelli salariali e chi dovrebbe farlo. Certo che sarebbe possibile. Ad assolvere questo compito dovrebbero provvedere quei sindacati dei lavoratori che non intendano venire meno al loro ruolo istituzionale. Vi � piuttosto da domandarsi se in un mercato del lavoro eccessivamente regolamentato e ingessato, come � il nostro, i sindacati dei lavoratori siano in grado di difendere altrettanto bene anche gli interessi dei disoccupati. E� stato giustamente osservato che le nostre fabbriche oggi sono delle fortezze nelle quali non si entra e dalle quali non si esce. Cominciamo allora con il liberalizzare il nostro mercato del lavoro, in cui oggi coesistono lavoratori a tempo indeterminato, iper-garantiti, lavoratori precari e disoccupati in cerca di un lavoro. Proporre questo � sostenere una tesi di destra o di sinistra?

  6. Io le chiedo dove l’ha mai vista questa fortezza dove non si entra e non si esce. Se allude al settore privato dove il 98 % delle aziende � sotto i dieci dipendenti, sta prendendo un abbaglio colossale.
    Persino Banca d’Italia insiste ormai sul concetto che la flessibilit� del lavoro in Italia � a livelli continentali pur in presenza di salari indiretti (servizi pubblici) largamente sotto la media europea. Biosgnerebbe fidarsi un p� di pi�, soprattutto se si � degli addetti ai lavori, di quella capacit� di percezione del reale che renderebbe l’economia una scienza molto pi� utile e meno accademicamente sterile.
    Capisco che senza referenze statistiche non si fanno pubblicazioni serie secondo i canoni accademici,
    ma a tutto c’� un limite. Questa fissazione di modellare il reale vi fa dire cose che chiunque faccia un passaggiata sull’A4 da Milano a Venezia intervistando a caso operai e imprenditori (che sono migliaia) in quel pezzo di Nord che � la metropoli diffusa non proverebbe neanche ad enunciare per scherzo.
    Gli Economisti dovrebbere leggere meno e viaggiare di pi�.
    Ne sarebbero sicuramente arrichiti nella mente e nello spirito.

    P.S. Viaggiare non vuol dire ovviamente frequentare convegni in cui si incotrano le stesse persone con gli stessi occhiali magari colorati con vetri appena diversi.

    Saluti

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