La corruzione, la malapolitica e il Mezzogiorno

La corruzione, la malapolitica e il Mezzogiorno

7
Stampa questo articolo Stampa questo articolo
The South should be a worry, not only as a backward area compared to the rest of Italy, but because it “proposes” an economic and institutional model which is actually spreading to other parts of the country and risks helping to consolidate the marginal position compared to the rest of Europe.
CONDIVIDI
-

Nel suo Robin Hood a Palazzo San Giacomo. Le battaglie di un riformatore al Comune di Napoli (appena pubblicato da Pironti) Riccardo Realfonzo racconta l’esperienza di assessore al bilancio a Napoli, durata dal gennaio al dicembre del 2009, e chiusasi con le sue dimissioni e la denuncia di una gestione del potere di tipo clientelare. Per quanto l’esperienza di Realfonzo serva a chiarire che la politica italiana in generale non abbia mai seriamente affrontato il tema della “questione morale”, nel libro vengono chiamate particolarmente in causa le amministrazioni del Mezzogiorno. Ne esce rafforzata la tesi che il cattivo funzionamento delle istituzioni ricopre un ruolo centrale nel bloccare il Mezzogiorno in una condizione di ritardo rispetto al resto del paese.

A partire dai primi anni ’50 del Novecento e per circa un ventennio, il Sud sembrava avere agganciato i ritmi di crescita del Centro-Nord. In quegli anni il prodotto pro-capite del Mezzogiorno, come quota del valore registrato nel resto d’Italia, aumentò di circa 20 punti percentuali (Figura 1). Ma agli inizi degli anni ’70 la crescita rallentò e la spinta verso la riduzione del gap rispetto al resto del paese si interruppe (Pigliaru 2010). Ad oggi la situazione del Sud, rispetto ai dorati anni ’50, sembra non aver fatto alcun progresso: ora, come nel 1951, il Mezzogiorno produce poco meno del 24% del Pil nazionale. Complessivamente, dal 1951 al 2008 il Sud è cresciuto sostanzialmente agli stessi ritmi del Centro-Nord, senza riuscire a colmare il gap di sviluppo (Rapporto SVIMEZ 2008). Anzi, ormai da quasi un decennio il Sud cresce stabilmente meno del Centro-Nord: un processo di aggravamento del dualismo che non si era mai visto dal dopoguerra a oggi. Si tratta di una riduzione in termini relativi rispetto al Centro-Nord ma anche in termini assoluti, dal momento che nel 2009 il prodotto del Mezzogiorno risultava ancora inferiore (dello 0,3%) rispetto al livello registrato nel 2000 (Rapporto SVIMEZ 2010).

Figura.1 Andamento del prodotto pro-capite del Mezzogiorno in rapporto a quello del Centro-Nord. (Daniele Malanima 2007).

Le teorie che gli economisti propongono per spiegare il dualismo dell’economia italiana, e l’interruzione del processo di convergenza, sono numerose. Tra gli altri fattori, vengono chiamati in causa la riduzione del programma di investimenti pubblici, lo spostamento della spesa del governo verso i consumi (Bolto, Carlin e Scaramozzino 1999) e l’ingente ammontare dei trasferimenti destinato alle politiche di sostegno dei redditi, che avrebbero in definitiva distorto i meccanismi di mercato e scoraggiato l’ingresso di imprese in zone con più bassi livelli salariali. Un filone della letteratura individua poi in un deficit di capitale umano e più in generale di capitale sociale la causa interna del ritardo (Putnam 1993, Guiso, Sapienza e Zingales 2010): la scarsa qualità delle risorse umane e della ridotta rete di relazioni sociali, che invece caratterizzerebbero il Nord, condannerebbero il Mezzogiorno al sottosviluppo. Certo, le spiegazioni di natura propriamente economica colgono alcuni elementi del ritardo. E le osservazioni sulla mancanza di capitale sociale fotografano la realtà dei fatti, ma non ne chiariscono le ragioni. Sembra difficile, come afferma Putnam, far risalire all’epoca normanna – in cui si sarebbero formate relazioni di tipo gerarchico invece che cooperative – le cause del ritardo: di mezzo c’è stata la scoperta dell’America che di certo ha spostato verso nord il baricentro dell’economia.

La spiegazione complessiva va pertanto cercata altrove: c’è infatti da interrogarsi in modo più ampio sul ruolo che le istituzioni hanno avuto nel generare e confermare questo ritardo. A riguardo viene in aiuto la New Institutional Economics, secondo cui il cattivo funzionamento delle istituzioni fa crescere l’insieme dei costi di transazione, disincentivando la localizzazione di attività economiche nuove, pure in presenza di vantaggi di natura economica (North 1990). Questo argomento – insieme a quelli cari alla New Economic Geography – spiegherebbe il divario tra centri e periferie e gli squilibri permanenti di alcune aree rispetto ad altre (Basu 2008).

Ma c’è un interrogativo non risolto. Come mai le istituzioni non si modificano in senso efficiente, non “migliorano”, se allo stato provocano gravi squilibri che alla fine sono di svantaggio per tutti? Una risposta può essere cercata attraverso gli strumenti della teoria evoluzionista e della Evolutionary game theory (EGT). L’ipotesi di fondo è che le istituzioni che riscuotono maggior successo in un particolare momento e in un dato contesto hanno la migliore opportunità di essere confermate anche nel futuro. Il comportamento degli individui dipende dall’appartenenza a un gruppo, a una istituzione formale o informale, e dalla capacità di sentirsi garantiti nel riprodurre i propri comportamenti nel futuro. I risultati che un individuo attende quando adotta una determinata strategia e la mette a confronto con le strategie degli altri (la cosiddetta matrice dei pay-offs) dipendono dall’insieme di valori che misurano il successo di un percorso rispetto e la possibilità di affermarsi anche nel futuro (l’analogia – svuotata del suo contenuto genetico – è con il darwinismo). Se estendiamo questo ragionamento alle istituzioni possiamo dire che sono ritenute di successo quelle che raggiungono lo scopo per le quali nascono, ed hanno perciò maggiori possibilità di riprodursi anche nel futuro, dando forma al sistema ed orientando le scelte di coloro che si identificano in esse.

Seguendo questa interpretazione si sarebbero presentate a confronto nel Mezzogiorno due tipi di istituzioni, una formale ed una informale. L’istituzione formale è generalmente riferita alla sfera della legalità, con costituzioni, regolamenti e organizzazioni che hanno a che fare con la struttura politico-economica della società, ovvero con la distribuzione dei diritti di proprietà, il funzionamento del sistema giudiziario e gli organismi di governance di gruppi sociali (sindacati, associazioni di imprenditori. eccetera). L’istituzione informale è invece rappresentata dall’eredità del patrimonio culturale della società. Essa segue un processo di self-reinforcement attraverso meccanismi imitativi che si trasmettono nel tempo e nello spazio, poiché rappresentano il modo in cui i componenti del gruppo sociale interagiscono fra di loro. Il perpetuarsi dei suoi meccanismi interni nel tempo è assicurato dal fatto che gli individui che scelgono le sue regole ottengono maggiori vantaggi. Ebbene, nel Mezzogiorno, dove le connotazioni assunte da questo secondo tipo di istituzione sono decisamente negative, il confrontarsi continuo fra istituzioni formali ed informali ha visto prevalere nel tempo le seconde sulle prime, perché assicuravano maggiori vantaggi a coloro che si riconoscevano in esse. Così le istituzioni informali hanno finito per prevalere e diffondersi sempre più, diventando regola, occupando anche il terreno delle istituzioni formali. L’assenza di capitale sociale è perciò non solo il prodotto della storia e dell’eredità culturale del Sud, ma anche della scelta della “migliore” strategia di “sopravvivenza” nel Mezzogiorno.

In fin dei conti, il libro di Realfonzo, nel descrivere il degrado della politica nella capitale del Mezzogiorno, con l’utilizzo improprio dei fondi pubblici, il clientelismo, la corruzione, la malamministrazione delle società partecipate che dovrebbero gestire i servizi pubblici locali nell’interesse dei cittadini, ci parla proprio di questo “evolversi” della società napoletana e meridionale in generale. E chiarisce che chi non si adegua alle regole dell’istituzione “vincente” è costretto ad abbandonare la sua strategia, a mettersi da parte o a migrare dove le regole di comportamento provenienti dalla propria eredità culturale possano ottenere maggiore successo “riproduttivo”. Anche da questo punto di vista, il Mezzogiorno dovrebbe rappresentare una preoccupazione, non solo come area in ritardo rispetto al resto d’Italia, ma perché “propone” un modello economico-istituzionale che in realtà si diffonde anche in altre aree del Paese e che rischia di contribuire al consolidarne la posizione di marginalità rispetto al resto d’Europa.

Bibliografia
Basu S. R. (2008), A new way to link development to institutions, policies and geography, UNCTAD, Policy issues in international trade and commodities study series No. 37.
Boltho A., Carlin W. e Scaramozzino P.(1999), Will East Germany become a new Mezzogiorno?, in J. Adams e F. Pigliaru, Economic Growth and Change, Cheltenham, Edward Elgar.
Daniele V. Malanima P. (2007), Il prodotto delle regioni e il divario Nord-Sud in Italia, (1861-2004), Rivista di Politica Economica, III-IV, pp.267-315
Desmet K. Ortin I.O. (2007), Rational Underdevelopment, in Scandinavian Journal of Economics, 109-1.
Guiso L. Sapienza P. Zingales (2010), Civic Capital as the missing Link, EUI Working Paper, 2010/08
Iuzzolino G. (2009), I divari territoriali in Italia nel confronto internazionale, Banca d’Italia, mimeo.
Pigliaru F. (2010), Il ritardo economico del Mezzogiorno: uno stato Stazionario?, CRENoS.
North D. C, (1990), Institutions, Institutional Change and Economic Performance, Cambridge, Cambridge University Press.
Putnam R. D. (1993), Making democracy Work, Princeton, Princeton University Press.

7 Commenti

  1. Non sono certo che il problema della qualit� delle istituzioni rappresenti la principale causa del sottosviluppo del Mezzogiorno. Comunque � chiaro che il punto colto da Realfonzo � centrale, soprattutto nel Mezzogiorno. Certo che Napoli � capace di utilizzare male (Realfonzo si � dovuto dimettere) anche le sue migliori risorse. Vado a comprare il libro.

  2. Ho seguito la vicenda di Realfonzo a Napoli. Devo dire che ha tentato con grande coerenza di salvare il salvabile, evitando le privatizzazioni e tagliando sprechi e clientele. Ma � andato proprio a sbattere contro �il sistema� che ha governato in tutti questi anni. E che certamente ha contribuito a bloccare la Campania. A farle fare i passi del gambero. I miei pi� sinceri complimenti a Realfonzo.

  3. Realfonzo � mio prof a Benevento, dove lo ammiriamo tutti. La sua esperienza � ben nota. Ha ragione il prof. Canale a dire che il caso-Realfonzo dimostra che le cattive istituzioni affossano il mezzogiorno. � proprio cos�!

  4. Migliore strategia per chi? per quali soggetti? L’esigenza a quanto pare insopprimibile, purtroppo, di formalizzazioni eleganti (EGT)per produrre risultati scontati. Credo non sia scientificamente indispensabile ricorrere a sofisticati quanto ridondanti apparati matematici (matrice dei payoff, nientedimeno) per giungere poi a conclusioni tanto modeste quanto banali. Ritorniamo alla Scuola storica tedesca, torniamo ai classici direbbe Sylos Labini. E magari a un sano metodo induttivo di indagine.Magari i risultati sarebbero pi� originali.Cerchiamo di capire magari quanto influenza abbia avuto l’industrializzazione pesante nel mezzogirono, in un ottic assolutamente neocoloniale interna. La persistenza nel dopoguerra, al sud, nei gangli dello Stato, di una classe dirigente compromessa con il fascismo e che ha frenato per tre decenni l’emancipazione culturale del sud. Determinando quel deficit di capitale sociale che citate. Non vi � bisogno di ricorrere ai normanni per spiegare il Sud. Quello � un vizio della Letteratura Economica Nord americana da operetta,quello di raccontarsi favole romantiche a cui credere. E magari farsi finanziare ameni viaggi di ricerca in Europa. Cerchiamo di essere pi� intellegenti. Lo siamo, dobbiamo esserlo.

  5. La teoria evoluzionista (il cui autore pi� noto � Hodgson) nasce anche dal pensiero della scuola storica. Spiega l’evolversi della societ� in termini di rapporti di forza e di capacit� di certi meccanismi – cattivi o buoni che siano – di riprodursi ed affermarsi nella societ�. Fornisce perci� una chiave di lettura unica al ritardo del Mezzogiorno, che contiene le spiegazioni particolari.
    A leggere poi i contributi degli autori evoluzionisti si scopre che hanno legami assai stretti con Darwin e con Marx. Meglio farlo prima di liquidare tutto in poche righe.
    Per quanto riguarda poi la trovata del capitale sociale, trovo anch’io sia proprio ridicola; questi economisti nord americani parlano di cose che non conoscono solo perch� credono di averle accertate empiricamente e anche loro usano un metodo induttivo. Non possiamo non riflettere per� anche sulle responsabilit� individuali di noi meridionali nel confermare il ritardo di sviluppo.

  6. La teoria dei giochi evolutivi fornisce giustificazioni interessanti ai fallimenti della razionalit�, consentendo di mostrare, tra l’altro, come situazioni razionalmente non profittevoli (la corruzione) possano diffondersi ed affermarsi in conseguenza di altri meccanismi (meccanismi di imitazione, dinamiche di learning). Capisco lo scetticismo nei confronti di modellizzazioni eleganti ma tautologiche e poco utili, ma credo la teoria dei giochi evolutivi meriti qualche chance in pi�. Le stesse responsabilit� individuali che Canale cita, sono modellizzabili e spiegabili tramite la dinamica evolutiva meglio di quanto possa fare la teoria dei giochi “classica”. E forse meglio di quanto si possa fare con un approccio meno “formale”, se non filtrato dal test indispensabile ( a mio parere ) che un’adeguato modello matematico pu� fornire.

  7. Realfonzo � veramente il Robin Hood della politica meridionale. Il suo libro e tutta la sua esperienza di economista e studioso lo conferma. E ha ragione la Canale: le cattive istituzioni del Mezzogiorno – malapolitica, clientelismo, affarismo – sono una delle principali tare allo sviluppo del nostro Sud.

LASCIA UN COMMENTO