La Corte costituzionale e i passi per l’acqua pubblica

Francesco Nannetti - 16 gennaio 2011

Questo articolo si propone di commentare la recente sentenza della Corte costituzionale (la 325 del 2010) sui ricorsi delle Regioni contro il decreto Ronchi, sulla questione dell’acqua pubblica. L’unico dato positivo della sentenza in questione sembra essere rappresentato dall’affermazione che il decreto Ronchi non costituisce applicazione obbligatoria del diritto comunitario, svelando la mistificazione operata da quello stesso decreto nella parte in cui si dichiara attuativo di obblighi comunitari. Con ogni probabilità, è proprio grazie alla riconosciuta non derivazione comunitaria del decreto Ronchi, che la Corte costituzionale ha potuto ritenere ammissibile il quesito referendario che mira all’abrogazione dell’intero articolo 23 bis, così come modificato dal decreto Ronchi.

Una sentenza che stravolge e deforma i principi che regolano i Rapporti Economici della nostra Costituzione

La sentenza è lunga e complessa, ma esiste un elemento chiave attorno al quale ruotano tutte le dichiarazioni di infondatezza delle questioni poste dalle Regioni ricorrenti. E mi sembra questo: “Le regole che concernono l’affidamento e la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica – ivi compreso il servizio idrico – ineriscono essenzialmente alla materia tutela della concorrenza, di competenza esclusiva statale” (par. 7). Cui segue e si aggiunge: “La determinazione delle condizioni di rilevanza economica è riservata alla competenza esclusiva legislativa dello Stato in tema di tutela della concorrenza” (par. 9.2).

Possiamo aggiungere a questi elementi il principio ribadito dalla Corte in una sentenza più volte citata, la n. 307 del 2009: “la Costituzione pone il principio, insieme oggettivo e finalistico, della tutela della concorrenza”. Si tratta della sentenza con cui la Corte, da un lato annullava quella parte dell’iperliberista legge lombarda che separava la gestione della rete dall’erogazione del servizio (e in questo senso fu positiva per il movimento per l’acqua, perché quella separazione è sempre funzionale alla privatizzazione di una o di entrambe le gestioni), dall’altro confermava invece quella parte della legge, con cui la Lombardia andava oltre il decreto Ronchi imponendo la gara addirittura come unica modalità di affidamento. Due scelte che enunciavano un pericoloso principio: essendo la concorrenza valore supremo, le Regioni possono derogare alle leggi statali solo nel senso di ampliarne la sfera di tutela, e non nel senso di prevedere ulteriori ambiti di esclusione dal mercato.

In questa nuova sentenza, il medesimo filo logico viene dipanato spostando i livelli decisionali: in sostanza, afferma la Corte, la legge statale può derogare alle norme comunitarie solo nel senso di prevedere una superiore tutela della concorrenza e un ampliamento della sfera del mercato, e perciò il decreto Ronchi non contrasta con le norme comunitarie neppure quando rende residuale l’affidamento in house [1].

A dispetto della rilevanza ascritta dalla Corte a questo principio, gli articoli 35 – 47 della Costituzione, che regolano i Rapporti Economici, non citano mai né la parola né il concetto di “concorrenza”. Sono principi fondamentali il lavoro e i suoi diritti, l’organizzazione sindacale, l’iniziativa economica privata, la proprietà, per fermarsi ai principali. La tutela della concorrenza è sì una materia riservata alla legislazione esclusiva dello Stato dall’articolo 117: ma una materia, non è un principio costituzionale!

La conclusione tratta dalla Corte sul punto risulta discutibile in primo luogo perché dimentica tutta la prima parte della Costituzione, mentre una questione che si asserisce afferire alla tutela della concorrenza, parametro meramente economico, non può non doversi interpretare alla luce dei principi fondamentali in materia di rapporti economici[2].

La conclusione a cui giunge la Corte è discutibile anche per un’altra ragione.

Affermando, infatti, che la materia dei servizi pubblici locali di rilevanza economica riguarda esclusivamente la tutela della concorrenza – e insieme consentendo allo Stato di farvi rientrare praticamente tutto – la Corte nega in radice l’intero concetto di servizio pubblico, in quanto, di nuovo, sembra dimenticare che il servizio ha come fine principale quello di soddisfare i diritti e i bisogni dei cittadini: e nel caso dell’acqua, la conclusione (per quanto capziosi e articolati possano essere i ragionamenti che la sostengono) è del tutto paradossale, perché considera prioritaria la tutela dell’elemento astratto “concorrenza” rispetto all’esigenza che ogni cittadino veda riconosciuto quello che l’ONU e il Parlamento Europeo, hanno definito diritto umano fondamentale e inalienabile.

Insomma, non si capisce su cosa dovrebbe concretamente vertere la materia dei servizi pubblici locali, di competenza regionale, se le si sottrae praticamente tutto.

Il divieto di gestione diretta o mediante azienda speciale

La Corte osserva perentoria a più riprese che nel sistema “già vige il divieto della gestione diretta mediante azienda speciale o in economia”. A riguardo, occorre concordare sul fatto che, purtroppo, l’art.35 della legge n. 448 del 2001 (e una successiva che lo confermava), che obbligavano le aziende speciali a trasformarsi in Spa, non sono stati né censurati dalle Regioni in questo ricorso né inseriti tra gli articoli da abrogare mediante referendum. Ma nel momento in cui la Corte riconosce che nell’ordinamento è presente un tale principio, dovrebbe subito dedurne l’incostituzionalità (anche nella forma indiretta del 23 bis), perché non si può sostenere che il Comune possa esimersi dal fornire, anche direttamente, l’acqua ai cittadini nel momento in cui non si trovassero imprese interessate a farlo sul mercato.

Invece la Corte ha ribadito la vigenza di questo principio per i servizi a rilevanza economica.

E dato che gli Enti Locali, secondo la Corte, non sono più legittimati a decidere se l’acqua sia un servizio a rilevanza economica o meno, avendo lo Stato deciso una volta per tutte (che lo è), non si può più sostenere che l’affidamento ad azienda di diritto pubblico sia consentito sul presupposto che il servizio sia dichiarato privo di rilevanza economica.

Oggi però è inevitabile fare i conti col quadro che la Consulta ha voluto creare.

Mi soffermo sul fatto che non concordo del tutto con l’articolo di Iannello, in cui si assimila l’azienda speciale con la società di capitale, differenziandole solo per i tenui vincoli pubblicistici della prima. Due aspetti, infatti, restano a mio parere a suffragare il percorso sinora seguito dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua: il primo, che l’azienda speciale rimane nell’alveo del diritto pubblico mentre la SpA può esserlo solo nell’accezione ampia e sostanziale del diritto comunitario, ma non in quello interno; il secondo, che l’azienda speciale, non avendo quote azionarie, è impossibile da privatizzare, essendo azienda pubblica per definizione, mentre la SpA pubblica espone al rischio che la proprietà delle quote possa cambiare. D’altro canto, a differenza delle vere aziende pubbliche, (le municipalizzate), le aziende speciali resistono nell’ordinamento mediante l’articolo 114 del Testo Unico degli Enti Locali.

Questi concetti, però, se rimangono validi in astratto, risultano al momento inapplicabili perché la nozione sostanziale che la Corte ha bocciato è quella di “gestione diretta mediante azienda speciale o in economia”, o consorzio (sebbene non esplicitamente menzionato). E’ importante tenerlo presente, perché operare (o suggerire) un affidamento palesemente illegittimo, con gli interessi delle multinazionali che ci sono in gioco, esporrebbe gli Ato – i consorzi di Comuni e Province che deliberano in materia – agli effetti dei ricorsi al TAR, con conseguente successivo obbligo della gara.

Nelle Regioni a statuto speciale potrebbero esservi opzioni aggiuntive giuridicamente possibili specie se previsti negli Statuti e ad esse non si applica integralmente la sentenza della Consulta. Questi territori potrebbero essere laboratori di sperimentazione delle aziende di diritto pubblico.

Il servizio idrico è funzione fondamentale dell’Ente locale?

Vi sono molti dettagli discutibili della sentenza, che mostrano come essa sia, per così dire, ideologicamente viziata.
Ad esempio, al punto 11. 5, la Corte afferma che “il presupposto [...] che il servizio idrico costituisca una delle funzioni fondamentali dell’ente locale è privo di fondamento (sentenze n.307 del 2009 e 272 del 2004)”.

In realtà la gestione dell’acqua è – da sempre – una delle funzioni fondamentali dei Comuni. Ma cosa afferma la sentenza n.307 del 2009? Ebbene la sentenza sembra affermare esattamente il contrario di quanto oggi le si vuol far dire: “Le competenze comunali in ordine al servizio idrico sia per ragioni storico-normative sia per l’evidente essenzialità di questo alla vita associata delle comunità stabilite nei territori comunali devono essere considerate quali funzioni fondamentali degli enti locali”.

Quali passi per l’acqua pubblica?

A questo punto sembra che le linee di azione dei sostenitori dell’acqua pubblica dovrebbero essere le seguenti. L’obiettivo di fondo resta quello della legge di iniziativa popolare che punta a una gestione autenticamente pubblicistica. A tale scopo, occorre sostenere il referendum e la moratoria degli affidamenti e delle gare in attesa che il referendum venga svolto. Per tutti quegli affidamenti che non si possono arrestare prima del referendum, andrebbero sostenute le soluzioni “in house”, a società a totale capitale pubblico. Ciò è necessario per poter mantenere un quadro rilevante di ambiti dove la gestione possa essere più semplicemente ripubblicizzata (come avviene a Parigi), battendosi affinché nelle eventuali delibere di affidamento si assumano l’impegno dell’organo affidante a trasformare la Spa in ente di diritto pubblico appena il quadro giuridico dovesse consentirlo e l’obbligo della Spa di prestare l’attività esclusivamente (e non solo in via prevalente) a favore degli enti pubblici affidanti. Occorre insomma evitare di ostacolare le amministrazioni che nel quadro normativo attuale dovessero scegliere di chiudere all’ingresso di investitori privati ricorrendo alle soluzioni in house[3]. Una battaglia politica aspra, ci attende, in cui contemplare anche forme di disobbedienza civile verso quelle amministrazioni che intendano procedere con le privatizzazioni e il prosieguo della campagna di modifica degli Statuti comunali e provinciali con l’affermazione del principio che l’acqua è un servizio pubblico privo di rilevanza economica. In conclusione, auspico una strada comune e chiara, per continuare la riappropriazione dell’acqua bene comune.

 

* Funzionario Provincia di Torino, movimento per l’acqua pubblica.

 

[1] Si intende con questa dizione, secondo la normativa comunitaria, l’affidamento diretto di un servizio pubblico ad ente o azienda esterna a varie condizioni, tra cui quella che l’ente affidante eserciti un “controllo analogo” a quello operato sui propri uffici. A queste condizioni l’affidamento avviene fuori dalle regole di mercato e di concorrenza.
[2] È tale la ritrosia della Corte di citare principi costituzionali, che dove essa afferma timidamente, al punto 8.1.2., che “la sfera di autonomia privata e la concorrenza non ricevono dall’ordinamento una protezione assoluta e possono, quindi, subire limitazioni”, anziché citare correttamente l’articolo 41 Cost., cita una giurisprudenza precedente della Corte stessa. Subito peraltro la Corte si preoccupa di attenuare quest’apertura, non peritandosi di affermare, citando un’altra precedente sentenza, che la regolazione del mercato, strumentale a garantire la tutela di interessi diversi rispetto a quelli correlati all’assetto concorrenziale del mercato, ha carattere derogatorio e per ciò stesso eccezionale. Portando in questo contesto tale affermazione, il passaggio che ne deriva si può definire eversivo, in quanto arriva a negare il carattere permanente e fondante della limitazione all’iniziativa economica privata imposto dall’art.41 della Costituzione “Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
[3] A riguardo, non può convincere la proposta di Lucarelli (articolo uscito su rivista 1/2011 dell’AIC) secondo cui le Regioni dovrebbero istituire appositi enti di diritto pubblico per la gestione dei servizi. Una strada che appare impercorribile dopo una sentenza che afferma in modo perentorio (anche se non condivisibile) la competenza assoluta dello Stato sui servizi a rilevanza economica, tra cui il servizio idrico.

7 Commenti per questo articolo

  1. Franco Says:

    Ancora una volta c’è confusione tra il principio della concorrenza (che disciplina i servizi pubblici a rilevanza economica dal punto di vista “dell’offerta”) ed il diritto fondamentale di non esser privati dell’acqua (caratteristica della “domanda”).
    Le due cose non sono assolutamente in contrasto e potrebbe benissimo aversi una gestione più efficiente (ma privata), sebbene io auspichi la gestione del servizio idrico con aziende pubbliche … ma che passino per una gara, con un prezzo equo e l’intervento del pubblico che sovvenziona quei cittadini che non possono permettersi di pagare il prezzo del corrispettivo!!!!
    Infine mi piacerebbe sapere se, non essendo passato il secondo quesito referendario, tutto l’impianto dei referendum regge ancora oppure no Secondo me non regge più perchè, se passassero il primo ed il terzo quesito, si avrebbe semplicemente lo status quo (e quindi nella maggior parte dei casi affidamenti in house ad spa pubbliche come giè oggi è) …. ma peggiorativo rispetto a prima perchè non si farebbero nemmeno quel minimo di investimenti che oggi ci sono grazie alla remunerazione certa del capitale investito! Grazie per l’eventuale risposta!

  2. senzaverso Says:

    Credo che anche una gestione pubblica debba essere efficiente. L’unico mercato efficiente, forse, è uello perfetto e coè quello dove nessun componente della domanda e nessun componente dell’offerta può influzare il prezzo e ciò non esiste e non può esistere nella realtà. Per cui l’efficienza dipende solo dal modo come si organizza e governa un’azienda.
    A prescindere da ciò non è assolutamente pensabile che beni fondamentali e cioè necessari alla riproducibilità della comunità siano commerciabili e soggetti a regole privatistiche. Mi sembra che le ricerche e i lavori intorno a Transform siano la strada.

  3. Francesco Says:

    In risposta a Franco in particolare, se in teoria qualsiasi servizio può essere garantito come diritto sulla carta dalle autorità pubbliche, per poi essere svolto da privati sul mercato; ragioni di ordine economico, etico e inerenti al significato stesso della missione di quel servizio consigliano che ciò non avvenga per vari settori della vita come, per fare alcuni esempi, la giustizia, la scuola e la sanità. Qui normalmente pretendiamo che il potere pubblico si incarichi non solo delle definizioni delle regole, ma della pratica ed effettiva “fornitura” del servizio ai cittadini.
    Nel caso dell’acqua si aggiunge l’elementare ragione dell’opportunità di gestore pubblico in un caso di monopolio naturale.
    In un mercato cosà dominato da poche grandi multinazionali competitors, la gara non rappresenta per niente una garanzia: avviene una spartizione preventiva dei mercati, tanto che le gare finora svolte spesso finiscono con un solo concorrente, e le condizioni di aggiudicazione possono essere -e spesso, vengono- rinegoziate dalla posizione di forza del gestore dopo un paio d’anni di gestione. Usando allo scopo le lamentele alle quali, ahimè, l’imprenditoria che lavora in Italia ci ha abituati da tempo.

    In merito all’aiuto pubblico agli indigenti, se questo è certamente doveroso e in molti ATO giè esiste, il movimento per l’acqua propone un indirizzo ben più ambizioso: assicurare il diritto a ciascuno di poter usufruire, senza spese, del quantitativo minimo vitale stimato dall’OMS in 50 l/ab die. Il finanziamento avviene con rimodulazione delle tariffe per i grandi consumi d’acqua e con la fiscalità generale (come si assicurano in questo modo il diritto all’istruzione e alla sanità). Nella situazione locale da me esaminata (ATO 3 Torinese), i costi di questo provvedimento inciderebbero ben poco sul bilancio della società di gestione e sarebbero di facile copertura con rimodulazioni tariffarie anche orientate in senso sociale e ambientale.

    Infine, per pronunciarsi intorno al quadro che emergerebbe dai quesiti ammessi, attenderemo le motivazioni della decisione della Corte Costituzionale. E’ certo fin d’ora che una vittoria del SI assesterebbe comunque una “spallata” importante al sistema privatistico oggi imperante. Un gestore di diritto pubblico, in ogni caso, non ha bisogno che sia remunerato il capitale che investe perchè il suo fine è il servizio e non la distribuzione di dividendi.

    l’autore dell’articolo
    Francesco Nannetti

  4. Franco Says:

    Innanzi tutto ringrazio l’autore dell’articolo per la gentilezza di avermi risposto e provo a chiarire meglio alcune questioni.
    Nell’ambito dei servizi pubblici, anche nel caso in cui i servizi non vengano gestiti èdirettamenteè, non si parla mai di servizi ceduti a privati perchè rimangono pur sempre servizi pubblici (altrimenti il è “pubblici” non avrebbe alcun senso).
    Come decidere se un servizio pubblico debba o possa essere gestito (e non solo regolamentato) dal pubblico? Se si tratta di servizi pubblici NON a rilevanza economica allora non c’è storia e lo deve gestire direttamente il pubblico; per quelli a rilevanza economica può gestirlo o no il pubblico a seconda che vinca o meno una gara (scusi la grossolana approssimazione ma il 23 bis all’art.2, comma a) dice questo!).
    Ma quali sono quelli a rilevanza economica) Quelli che hanno ad oggetto beni dalle caratteristiche non di beni pullici; quelli che fanno uso di reti; quelli che hanno bisogno di conoscenze industriali di un certo rilievo; quelli che necessitano di grossi finanziamenti … in sostanza quelli che anche solo potenzialmente potrebbero essere gestiti più efficientemente attraverso procedure competitive!!!!
    Queste sono caratteristiche dell’offerta, mentre quelle di cui lei parla afferiscono alla domanda e riguradano altro.
    Quanto alla storia del monopolio naturale, qui si parla di concorrenza èperè il mercato e quindi fatta a monte e non a valle e non cèentra nulla con la concorrenza vera e propria che, come giustamente dice, non potrebbe mai aversi per via del fallimento del mercato di cui ha parlato.
    Concordo pienamente con lei sul fatto che giè OGGI rimodulando le tariffe potrebbe garantirsi un quantitativo minimo per tutti con bassa incidenza sui bilanci … ma questo dimostra proprio la faziosità di chi invece sostiene che occorra cambiare l’abito (aziende di diritto pubblico invece che di diritto privato) per far diventare virtuoso il monaco (proprietario pubblico al 100%).
    Non sono,invece, per niente d’accordo con le sue conclusioni finali perchè una vittoria del SIè non darebbe nessuna spallata a nessuno ma restaurerebbe(sostanzialemte) il vecchio 113 Tuel che d’ facoltà sia di gestire direttamente che di mettere a gara è e se uno è colluso oggi lo sarè anche domani mettendo il servizio a gara!
    Infine le aziende pubbliche al 100% di diritto privato (come dice la sentenza che ha commentato) rispettano il principio dell’economicità se soltanto coi ricavi almeno coprono i costi senza nessuna ricerca dell’utile; e se che per avventura dovesse aversi, rimarrebbe all’azionista che nella peggiore delle ipotesi lo distribuirebbe sotto forma di dividendi ….. per fare piazze, strade (se è onesto) o altro (se è disonesto)….. ma se è disonesto chi le dice che con un’azienda di diritto pubblico i costi siano quelli di gestione … e non quelli della politica? Come vede l’abito non può fare il monaco ed i problemi sono altri.
    Saluti.

    Franco

  5. Francesco Says:

    Sebbene non si possa procedere all’infinito con un dibattito fatto di botta e risposta, mi sembra ancora opportuno rispondere a Franco su alcuni dei punti da lui sollevati, per utile precisazione.

    Se è vero che l’abito non fa il monaco, è pur vero che tutti gli ordini monastici prevedono un abito per i monaci! Cosa voglio dire?

    Che le questioni di carattere sociale e politico legate a un servizio essenziale come l’acqua -quale, ad esempio, la garanzia del quantitativo minimo vitale- si affrontano e si ottengono male quando il gestore è una multinazionale che non può vedere con favore alcuna iniziativa che rischi di ridurre il suo profitto. Di più: la gara, cosà amata da certo pensiero economico, per affidamenti di lunga durata può trasformarsi in una “camicia di forza” per l’ente affidante, in quanto la presenza di un capitolato puntuale rende estremamente difficile rinegoziare le condizioni a distanza di anni per ragioni giuridiche (i non vincitori hanno diritto, entro certi limiti, che le condizioni di affidamento siano quelle di gara e non altre) oltre che per la posizione di forza del gestore (oggi abbiamo le aziende pubbliche, ma un domani esse sarebbero smantellate se non ricevono l’affidamento: qualcuno immagina che possano essere facilmente ricostituite?). Quindi non è condivisibile la superficiale affermazione che i problemi sono altri e che sarebbero indifferenti l’assetto proprietario o la forma giuridica di gestione.

    Le società di capitali, anche se 100% pubbliche, hanno il dovere di ricercare l’utile per gli azionisti secondo l’articolo 2247 del codice civile, mentre l’obbligo di pareggio del bilancio si ha, di norma, per gli enti o aziende di diritto pubblico. Per questo il Forum persegue la strada della gestione pienamente pubblicistica: può questo da solo assicurare una corretta, efficiente e onesta gestione? Certamente no: qui entra la sfida della partecipazione dei cittadini utenti e dei lavoratori alla gestione -tutta da costruire, intendiamoci- per evitare le derive clientelari.

    Sulla rilevanza economica, rimando all’articolo di Carlo Iannello (http://www.economiaepolitica.it/index.php/ambiente/la-gestione-pubblica-dellacqua-dopo-la-sentenza-della-corte-costituzionale/) che si sofferma efficacemente sull’artificiosità del concetto, superando, a mio avviso, le obiezioni portate nei vari commenti.

    Infine, segnalo -con soddisfazione del movimento per l’acqua- che la Corte Costituzionale, nella sentenza dello scorso 26 gennaio con cui ha reso pubbliche le motivazioni di ammissibilità dei quesiti, ha affermato con chiarezza che in caso di vittoria del SI al primo quesito non si avrebbe alcuna reviviscenza di vecchie norme, come l’art.113 TUEL, ma si applicherebbe direttamente e senza mediazioni la disciplina comunitaria. Unitamente alla vittoria del SI al secondo quesito ammesso, la gestione privatistica risulterebbe sostanzialmente esclusa.

    Francesco Nannetti

  6. Franco Says:

    Sempre per utile precisione,
    proprio le Sentenze dalla Consulta dicono, che:
    – il servizio idrico (se passasse il primo quesito) è vero che non verrebbe gestito dall’abrogato 113 Tuel, ma rimanderebbe alle norme europee è.. attenzione perè a quali norme europee? Certo non a quelle sui servizi generali ma su quelli d’interesse ECONOMICO generale (ribadito meglio nella citata Sentenza Costituzionale n. 325/2010)!
    E come vengono gestiti questi servizi? Dato che, secondo la Consulta, sono servizi a rilevanza economica (ribadito nella Sentenza n. 325 ed in quelle – tutte e tre è dei referendum) comunque vanno gestiti tutelando la concorrenza ed il mercato, NON con una normativa cosà restrittiva come il 23 bis, ma dando, sostanzialmente, libertà o dell’affidamento diretto o della gara! Bene; ed il 113 Tuel che diceva?
    I referendari puntavano sulla gestione secondo le forme d’impresa del 114 Tuel e questo è stato clamorosamente smentito proprio per il servizio idrico (sentenza che ha bocciato il secondo quesito referendario)!!!!
    - si spiega, ancora una volta, che la rilevanza economica non deriva dal fare o meno profitti ma dalla gestione economica dell’impresa e che questo può benissimo aversi con SPA al 100% pubbliche, sementendo la èbufalaè secondo cui, trattandosi di enti di diritto privato, che in base al codice civile debba fare utili, non possa andar bene per la gestione del servizio idrico (in sostanza al monaco pubblico può andar bene qualsiasi abito).
    Questo perchè
    a) prevale più il soggetto economico (proprietà) che il soggetto giuridico (vestito) ;
    b) perchè l’utile è un concetto assai diverso dal profitto in quanto, in concorrenza, solo le extra rendite (i profitti) non sono ammessi e non gli utili (che dovrebbero, al limite, servire alla ricostituzione del capitale iniziale) tanto è vero che la condizione di efficienza si ha quando i costi eguagliano i ricavi (al margine) ma non mi risulta che nei mercati competitivi si lavori per la gloria!!!!!
    – si ribadisce che il servizio idrico debba essere gestito con il corrispettivo (e quindi non con la fiscalità generale è altra botta per i sostenitori del referendum) e questo anche in mancanza di profitto “garantito”.
    Se metto tutto insieme, IO capisco (ora sono mie opinioni e non èfattiè come quelli di sopra e quindi potrebbe non essere cosà) che anche con la vittoria di entrambi i quesiti referendari:
    1) si ritornerebbe alla situazione pre – 23 bis in cui tutto si poteva fare (affidamenti diretti e gare sullo stesso piano); come fa a dire che le gestioni privatistiche risulterebbero sostanzialmente escluse, se in Europa, a cui la Consulta rimanda, ci sono sia gestioni pubbliche che private?
    2) si incentiverebbero (in caso di affidamenti ai privati con gara) le gestioni non con capitale proprio ma con quello preso a prestito (giacchè la Consulta precisa che coi ricavi devono coprirsi i costi “pieni” e quindi anche l’interesse sul capitale preso a prestito)con buona pace di tutti coloro che per scongiurare l’avvento delle fantomatiche “multinazionali” (che almeno ci metterebbero soldi loro) apriranno le porte ai “furbetti del quartiere” è. nostrani che fanno gli imprenditori …. con i soldi degli altri e cioè con capitale di debito!
    Infine, sulla trasparenza dei promotori dei referendum, sul loro modo di fare “corretta informazione” e sul fatto che nelle piazze dicono altro rispetto a quanto ècostrettiè a dire nelle sedi opportune, riporto testualmente le parole della Corte Costituzionale (solo la sottolineatura è la mia):
    èl’obiettivo dei sottoscrittori del referendum va desunto non dalle dichiarazioni eventualmente rese dai promotori (dichiarazioni, oltretutto, aventi spesso un contenuto diverso in sede di campagna per la raccolta delle sottoscrizioni, rispetto a quello delle difese scritte od orali espresse in sede di giudizio di inammissibilità), ma èè
    Cordialmente,

    Franco

  7. Francesco Says:

    Non è certo apprezzabile che il ragionamento sia trasportato su uno stile e su un linguaggio agonistico da campagna elettorale, quando fino adesso le considerazioni erano impostate su un libero confronto di opinioni. In ogni caso, questa campagna elettorale ci sarè e allora i contrari al referendum potranno votare no ai quesiti: mi auguro soltanto che quelli che la pensano come Franco non scelgano la scorciatoia, triste e poco democratica, di stare a casa sperando in un fallimento della consultazione democratica.

    In ogni caso, rispondo brevemente nel merito.
    Intanto, mi fa piacere di aver indotto qualcuno a leggersi le sentenze!
    Vanno, perè, lette e riportate bene: si può criticare La Corte Costituzionale, ma non piegarla ai desideri delle parti.
    Per prima cosa, l’ultima frase riportata da Franco va necessariamente intesa come un’osservazione generale sulla differenza tra dichiarazioni e memorie giuridiche tipica di ogni consultazione, non certo come un giudizio di merito -del tutto escluso dalle competenze della Corte -sulla correttezza di questa raccolta firme referendaria, come si desume chiaramente dal contesto. Piuttosto, affermando la sussistenza dei requisiti di chiarezza, univocità e idoneità allo scopo dei due quesiti ammessi, vi è un riconoscimento giuridico di fondo della limpidezza della proposta (negato ad esempio al quesito proposto sull’acqua da IdV).

    La Corte afferma che in caso di vittoria del primo quesito si applicherè la normativa comunitaria. Questa consente tanto la gestione in regime di mercato, quanto quella diretta o mediante proprie strutture da parte dell’ente titolare. Nel primo caso si dovrè rispettare la concorrenza, nel secondo no, perchè non si opera sul mercato. Una scelta politica di fondo che Regioni, Comuni e Province saranno chiamati a fare, tenendo conto del chiaro orientamento a quel punto espresso dal popolo.
    Con il secondo quesito, vincendo il SI, la tariffa non potrè più remunerare il capitale investito. La Corte scrive chiaro che ciò equivale a escludere che si possa fare profitto sull’acqua.
    Per questo affermo che la combinazione dei due quesiti (al di la’ di quello bocciato, oggettivamente superfluo) produce una chiara scelta di fondo per la gestione pubblica, dove l’ente o azienda copre i costi coi ricavi e opera in regime di pareggio di bilancio. L’affidamento in house a SpA, essendo oggi un’anomalia ibrida tutta italiana, non sarebbe più necessario dopo il referendum, potendo disporre delle forme di diritto pubblico ammesse dall’ordinamento comunitario e interno, senza dubbio più confacenti allo scopo e ai requisiti del “controllo analogo”.

    Un’ulteriore osservazione: il movimento per l’acqua ritiene che parte degli investimenti siano da finanziare tramite la fiscalità generale anzichè tramite la tariffa (chi mai penserebbe che questo non sia necessario per scuola e sanità, servizi essenziali come l’acqua?), ma l’ottenimento di tale istanza non è stato affidato ai quesiti referendari, bensà alla legge di iniziativa popolare che da tre anni è stata depositata in Parlamento e ancora attende di essere discussa dalle nostre solerti Camere.

    Quanto alle gestioni privatistiche, che a lucrare sull’acqua ci sia (per fare due esempi) la multinazionale francese Suez (reputata incapace di gestire bene il servizio idrico -alla scadenza dell’affidamento- persino nella patria città di Parigi) oppure il nostrano Caltagirone (secondo azionista di Acea a Roma), al cittadino utente cambia poco, visto che in ogni caso si trova di fronte a un gestore privato che non ha alcun interesse a fornire un buon servizio, dopo aver “messo le mani” su un affidamento ultradecennale in regime di monopolio. L’esperienza mostra che di capitale proprio il gestore ne mette di solito ben poco, operando con capitale preso a prestito dal sistema bancario e ripagandolo con gli incassi da tariffa. Per quale motivo allora, non può fare lo stesso un gestore pubblico che ha almeno analoghe possibilità di accesso al credito?

    Insomma, è bene che gli imprenditori seri facciano impresa sui mercati non protetti e competano con l’innovazione e le capacità manageriali, e che il pubblico si assuma le sue responsabilità di fornire ai cittadini i servizi essenziali per l’armonico funzionamento della società. Favorendo il facile profitto nei mercati garantiti (in quali altri settori, come avviene oggi sull’acqua, il capitale investito è remunerato per decreto al 7%?), si danneggiano gli uni (il sistema delle imprese cui si sottrae l’interesse a rischiare) e gli altri (noi cittadini e tutta la società).

    Francesco Nannetti