La flessibilità del lavoro e la crisi dell’economia italiana

La flessibilità del lavoro e la crisi dell’economia italiana

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L’obiettivo di questo articolo[1] è dimostrare che l’attuale crisi economica mondiale, in cui anche l’Italia è precipitata nel 2008, rappresenta per il nostro Paese solo l’ultimo stadio di un lungo declino che ha avuto inizio negli anni 90, o per essere più precisi nel biennio 1992/1993. In particolare, sostengono che le ragioni che spiegano il declino italiano, e in parte anche la recessione di oggi, così come la mancata ripresa dalla crisi, si possono trovare nelle riforme del mercato del lavoro. In particolare, la flessibilità del lavoro introdotta negli ultimi 15 anni, insieme ad altre politiche introdotte in parallelo fin dal 1992/93, hanno avuto conseguenze cumulative negative sulla disuguaglianza, sui consumi, sulla domanda aggregata, sulla produttività del lavoro e sulla dinamica del PIL.

Dalla flessibilità del lavoro al declino

Negli ultimi quindici anni il mercato del lavoro italiano ha conosciuto un profondo mutamento dal punto di vista legislativo, strutturale e sociale. L’origine di questo cambiamento può essere fatto risalire a quello che si è verificato dal 1993 in poi, ovvero da quando il Paese, successivamente alla recessione economica del 1992 e alla stipula del trattato di Maastricht decide di entrare fin da subito nell’Unione Economica e Monetaria. Questo voleva dire innanzitutto rispettare i criteri di Maastricht primo fra tutti la riduzione del tasso di inflazione, cosa che in Italia era particolarmente problematica. L’accordo del luglio 1993 voluto principalmente da Carlo Azeglio Ciampi, allora Presidente del Consiglio, aveva esplicitamente come scopo la riduzione della spirale inflazionista attraverso una moderazione salariale e altri interventi come la politica dei redditi, la crescita degli investimenti innovativi, e l’aumento della produttività. Tuttavia, come molti economisti hanno dimostrato, questo accordo è stato in grande misura disatteso. Al contrario la politica di moderazione salariale e quindi la disinflazione ha avuto successo.

A completamento di questo processo di cambiamento, viene introdotta nel mercato del lavoro italiano una maggiore flessibilità del lavoro attraverso prima il “pacchetto Treu” del 1997 e poi la legge 30 del 2003 (nota come Legge Biagi) che introducevano innovazioni radicali nelle forme contrattuali e nel mercato del lavoro in generale (si vedano le figure 1 e 2). Queste riforme nascevano nell’ambito della Strategia Europea dell’Occupazione del 1997 sfociata poi nella più complessa Strategia di Lisbona del marzo del 2000 che stabiliva, a livello comunitario, le linee guida e gli obiettivi per una riforma del mercato del lavoro al fine di fare dell’Europa: “la più competitiva e dinamica economia al mondo, basata sulla conoscenza”. Questa strategia è stata poi ribadita dalla “Strategia Europa 2020”. Tuttavia in Europa la tendenza è quella di raggiungere un equilibrio sociale attraverso un modello che viene comunemente chiamato flexicurity in grado di garantire elementi di sicurezza con esigenze di flessibilità.

Le riforme del mercato del lavoro, sono state accompagnate, negli anni 90, da una liberalizzazione incompleta e da un processo di privatizzazione che ha favorito l’aumento delle rendite e complessivamente una redistribuzione a danno dei salari (figure 3 e 4). In effetti, le privatizzazioni sono state effettuate senza una piena liberalizzazione del mercato dei beni. Pertanto, negli ex-settori pubblici (come ad esempio: telecomunicazioni, energia, infrastrutture, servizi pubblici, ferrovie ecc) i margini di profitti sono aumentati e sono stati creati monopoli privati. Tali riforme, hanno portato, da un lato, a una forte pressione sui salari e sul lavoro, e, dall’altro lato, a una minore performance della produttività del lavoro.

Per quanto riguarda il primo aspetto, la pressione sui salari e sul lavoro, si può dire che l’accordo del luglio 1993 raggiunge il suo principale obiettivo ovvero la moderazione salariale, contribuendo così alla stagnazione dei salari a livello nazionale (figura 5). In seguito, sotto la pressione delle novità legislative introdotte nel mercato del lavoro, la flessibilità del lavoro, in particolare quella “in entrata”, è aumentata in modo consistente: il lavoro a termine, il lavoro a progetto e tutte le forme atipiche di lavoro sono esplose. Il processo è stato completato di recente con una legge del giugno 2012 che ha introdotto alcune forme di flessibilità del lavoro “in uscita”. Tuttavia, la flessibilizzazione del mercato del lavoro non è stata accompagnata da un livello più elevato livello di spesa pubblica per la dimensione sociale, per l’occupazione e più in generale per le politiche del lavoro (come è spesso il caso nei paesi che hanno introdotto un cosiddetto modello di “flexicurity” come la Danimarca o la Svezia). In realtà, si è verificato tutto il contrario poiché anche il salario indiretto (ovvero la spesa pubblica per le politiche sociali) è diminuito. La disuguaglianza del reddito è aumentata e il potere d’acquisto dei lavoratori è diminuito. La quota dei salari sul PIL è scesa drasticamente, con un conseguente impatto negativo sul livello di consumo che è diminuito drammaticamente, così come la domanda aggregata (figura 6).

L’esame comparativo dei dati dell’economia italiana e dei principali Stati membri della zona euro, come la Francia e la Germania (e, talvolta, dell’OCSE), conferma la forte correlazione tra tutte le variabili rilevanti di cui sopra. Semplici esercizi econometrici dimostrano la validità della direzione di causalità ipotizzata. In particolare, appare chiara una forte diminuzione del livello della domanda aggregata italiana causata da una diminuzione drammatica dei consumi che a sua volta è generata dalla sensibile riduzione della quota dei salari sul Pil, dalla marcata diminuzione del salario indiretto, vale a dire la spesa pubblica, in particolare nelle dimensioni sociali, dall’aumento della disuguaglianza e dalla pressione sul lavoro e sui salari causata da una forte flessibilità del lavoro e dalla conseguente creazione di posti di lavoro precari. Il calo della domanda aggregata è la causa principale della riduzione del PIL e, più generalmente, della recessione.

Scarsa concorrenza e scarsi investimenti

L’altro problema che emerge in Italia è la presenza di forti rigidità, scarsa concorrenza e protezioni nel mercato dei beni. Questi aspetti, insieme alla scarsa espansione della domanda aggregata esaminata sopra, sembrano essere all’origine della bassa dinamica di produttività che caratterizza l’economia italiana da oltre un decennio. Le imprese, a causa dei costi del lavoro relativamente più bassi (garantiti appunto dalle pressioni della flessibilità), e delle protezioni di cui possono godere nel mercato dei beni, preferiscono una strategia di investimenti labour intensive piuttosto che una strategia di innovazione tecnologica (in contraddizione con quanto stabilito negli accordi di luglio del 1993). Anche in questo caso, i dati sugli investimenti, ricerca e sviluppo, produttività, contributo alla crescita, confermano le nostre ipotesi.

L’analisi dei dati rivela che la dinamica di crescita delle principali componenti del PIL è sistematicamente al di sotto di quella dei principali partner (Francia e Germania). In particolare, il contributo alla crescita del consumo – elemento cruciale della domanda aggregata – è pari solo allo 0,3% nell’ultimo decennio; il valore più basso tra quelli registrati dai paesi OCSE ed una delle peggiori performance dalla Seconda Guerra Mondiale in poi. Una dinamica simile riguarda il contributo degli investimenti alla crescita e il contributo della spesa pubblica alla crescita. La scarsa dinamica di crescita delle principali componenti del PIL può confermare la nostra ipotesi: il crollo della domanda è una conseguenza di un calo dei consumi e degli investimenti. La dinamica delle esportazioni ha registrato una crescita cumulativa nel periodo 1990-2011 superiore rispetto alle altre componenti, ma ancora inferiore a quella di Francia e Germania. La politica economica negli ultimi 15-20 anni non ha sostenuto la domanda interna, e la competitività internazionale ha mirato solo a tagliare i costi del lavoro attraverso la flessibilità del lavoro e una pressione sui salari che ha portato alla loro stagnazione. Alla fine, tuttavia, le esportazioni non erano più sufficienti per sostenere la domanda aggregata e mantenere una dinamica positiva del PIL; la produttività del lavoro non è cresciuta anche perché non si è investito.

Nell’Unione Europea, Italia compresa, fino a prima della crisi del 2007-08, si è avuto un aumento di occupazione nel settore terziario, frammentato e disorganizzato, scarsamente motivato e poco retribuito. La conseguenza è stata la bassa produttività dell’economia europea, e di quella italiana in particolare. Alla fine, l’unico dato parzialmente positivo, cioè il relativo aumento di occupazione, è stato negativamente compensato dall’andamento negativo della produttività, dalla riduzione della percentuale dei salari sul Pil, dalla riduzione del potere di acquisto dei lavoratori e dalla scarsa dinamica del Pil. La mancata crescita economica e l’attuale crisi hanno riportato l’occupazione sui bassi livelli iniziali, soprattutto in Italia.

I minori salari reali, hanno portato, un aumento dei profitti, i quali non si sono trasformati in maggiori investimenti. Il sistema economico non ha ottenuto effetti positivi in termini di produttività e crescita economica (figure 7 e 8).

La crisi dopo il declino

L’attuale crisi (figura 9) ha peggiorato la situazione del mercato del lavoro e rappresenta l’approdo finale di un declino economico che ha origine nel tentativo di introdurre, agli inizi degli anni novanta, un nuovo modello economico e sociale che cambiasse le relazioni industriali, riducesse i meccanismi virtuosi di distribuzione del reddito, comprimesse i salari, e incentivasse le imprese ad accumulare rendite piuttosto che ad investire in innovazione. Con quel tentativo, inoltre, lo Stato si assumeva l’onere di pagare il costo della flessibilità, dovendo sopperire eventualmente alla libertà di licenziamento da parte delle imprese. Questo ovviamente comporterà un ulteriore aggravio del bilancio dello Stato. Con la recessione attuale, i primi posti di lavoro a saltare, sono stati quelli flessibili, cioè quelli che, arrivati a scadenza di contratto o di progetto non sono stati rinnovati, con un danno sia sull’occupazione (con una disoccupazione che è ritornata sui livelli dei primi anni novanta, cioè intorno al 12% e una cassa integrazione che raggiunge 1 miliardo di ore non lavorate a fine 2012), sia sul reddito, con i livelli di consumi scesi a quelli di circa 30 anni fa.

In conclusione, il Paese sembra afflitto oggi da una triplice combinazione negativa: bassa produttività, bassa occupazione, bassa dinamica del Pil. Che la flessibilità non fosse la via giusta per l’aumento della produttività e del reddito era stato più volte annunciato da molti economisti keynesiani e non solo. Tuttavia, l’iniziale incremento di occupazione, specchietto per le allodole, aveva fatto sperare i suoi ferventi sostenitori, nonostante la bassa dinamica della produttività del lavoro e la stagnazione del Pil. Oggi le allodole sono volate via e con esse anche i modesti incrementi di occupazione. Rimane l’amaro in bocca per aver sacrificato circa quindici anni di politiche del lavoro e di sviluppo. Alle imprese, con la crisi, non rimane neanche più il vantaggio di avere a disposizione bassi salari, poiché sono comunque appesantite da una tassazione relativamente alta, e da un calo continuo delle vendite. Ci ritroviamo quindi con bassi salari (i più bassi tra l’UE a 15) e con scarse innovazioni e investimenti tecnologici: la peggiore delle combinazioni possibili, come avrebbe osservato Paolo Sylos Labini.

[1] Questo articolo prende le mosse dal mio saggio “Italy: From Economic Decline to the Current crisis”, Working paper 173/2013, Dipartimento di Economia, Università Roma Tre). L’autore desidera ringraziare Antonella Stirati per gli utili suggerimenti.

11 Commenti

  1. Caro Pasquale,
    ho letto l’articolo con curiosit� e attenzione. La mole di informazioni ed elaborazioni � preziosa. devo anche dirti che, cambiando l’approccio, potrei quasi utilizzarlo per spiegare alcuni fenomeni.
    ma c’� un punto, che tra l’altro sto studiando con Lucarelli e Palma, su cui proprio non riesco a capire: perch� si continua a sostenere che le imprese italiane non hanno investito? in realt� gli investimenti in macchinari delle imprese italiane in rapporto al PIL (1987-2011) rimangono costantemente pi� alti di tutti i paesi europei. Quindi, se potessi dire qualcosa sul tuo ottimo articolo, direi…nonostante gli alti investimenti delle imprese (macchinari), la specializzazione produttiva dell’Italia ha condizionato gli stessi investimenti, cio� hanno una produttivit� molto bassa, che in nessun modo poteva essere compensata da bassi salari, flessibilit� o altro ancora. Alla fine la distribuzione del reddito e la perdita di peso del lavoro altro non � che l’effetto di una industria italiana che da tempo ha perso l’orizzonte europeo. Il problema dell’Italia e dell’industria italiana � l’intensit� tecnologica degli investimenti (BERD/I), che rimane la pi� bassa tra i paesi UE. in altro modo, ogni salto tecnologico e di produzione dobbiamo attenderlo, importarlo e poi incorporarlo.
    era una riflessione che spero tu gradisca. romano

  2. Si potrebbe pensare che dopo l�articolo di Pasquale Tridico su Economia e Politica del 17 aprile sia possibile mettere una croce su quel drammatico errore che ha ritenuto di �curare� la crisi del paese scaricandola sul fattore lavoro. Non entro nel merito di questo drammatico errore ma mi domando come e se dopo queste �prove� dei fatti� indicati nell�articolo di Tridico, ci possa essere qualcuno disposto a perseverare. Purtroppo temo che sar� deluso, ma forse non tanto solo.
    Detto questo vorrei invitare Tridico ad un passo avanti nel senso che se � sicuro che quelle terapie stanno rischiando di uccidere il malato, pur tuttavia non � certo che negli anni di avvio di quelle politiche � 1992/1993 � il nostro paese non fosse gi� in crisi. Gi� da tempo era su un percorso negativo e, in particolare, con livelli di competitivit� e di sviluppo progressivamente inferiori a quello dei paesi europei nostri futuri partner nell�Unione. I nuovi e nascenti vincoli europei andavano affrontati, sapendo, tra l�altro, che mentre perdevamo lo strumento della svalutazione competitiva, andavano messi in piedi almeno strumenti sostitutivi. Cos� non � stato.
    Quelle terapie erano sbagliate non solo da un punto di vista �teorico�ma anche perch� non identificavano i tempi e le cause della nostra crisi, un �difetto� di metodo che rischia di essere ripetuto, per cui sarebbe opportuno chiudere questo deficit analitico. Poi si potr� incominciare a parlare delle conseguenti e non facili politiche d�intervento.

  3. Austerity:
    La mancanza di garanzie di profitto sono causa di maggiori “flessibilit�” dei fattori delle produzioni in misura marginale alle maggiori integrazioni di impresa e delle “merger & acquisition” tale per cui il consumo incorporato � formatrice di un aumento dei consumi dei redditi marginali, i salari. Dunque la politica fisco-monetaria di crescita � generalizzatrice di minori costi di produzione delle merci e generatrice di una espansione del credito in grado di creare liquidit�.

  4. Gentile ricercator Tridico,
    ho letto con attenzione il suo articolo e vorrei porle qualche domanda.
    In conclusione della sua analisi Lei scrive: “Che la flessibilit� non fosse la via giusta per l�aumento della produttivit� e del reddito era stato pi� volte annunciato da molti economisti keynesiani e non solo. Tuttavia, l�iniziale incremento di occupazione, specchietto per le allodole, aveva fatto sperare i suoi ferventi sostenitori, nonostante la bassa dinamica della produttivit� del lavoro e la stagnazione del Pil. Oggi le allodole sono volate via e con esse anche i modesti incrementi di occupazione. Rimane l�amaro in bocca per aver sacrificato circa quindici anni di politiche del lavoro e di sviluppo.”
    Ebbene mi chiedevo se il suo giudizio non fosse troppo severo o, se non altro, non sufficientemente specifico. Personalmente (da non economista) fatico a vedere come totalmente sacrificati questi anni di riforme.
    Sembra di capire dal suo scritto che Lei ritenga la “flessibilit�” come una scelta totalmente o comunque inevitabilmente negativa, quando invece, a mio parere, non � corretto far di tutta l’erba un fascio.
    In primis potremmo distinguere tra diversi tipi di flessibilit� (come Lei sicuramente mi insegna): davvero tutti sono giudicabili parimenti negativi? Ad esempio, eventuali forme di flessibilit� “nel rapporto” piuttosto che “del rapporto” (bench� in Italia non esista un avanzamento in tal senso paragonabile a quello tedesco) possono davvero essere accostate senza alcun distinguo alle altre?
    Al di l� di questo, mi chiedo poi se il suo giudizio non rischi di far passare in secondo piano un ulteriore aspetto: ci� che notiamo noi giuristi nello studiare l’evoluzione dela flessibilit� in Italia � che essa � sempre arrivata “in ritardo”, ossia per far fronte a situazioni che erano gi� sorte in via di fatto, al fine di non lasciarle totalmente alla merc� dei privati o, pi� propriamente, del contraente pi� forte (risultato ben deteriore per il lavoratore).
    Non crede, inoltre, che la riconduzione di una flessibilit� di fatto entro le maglie del diritto abbia anche potuto sortire un effetto salvifico di posti di lavoro(per quanto l’opinione pubblica tenda a convincersi del contrario, sopratutto vista la falsa idea che valga necessariamente l’equazione “flessibilit� = precariet�”)?
    Questo � un aspetto di fondamentale importanza secondo la mia modesta opinione: � sicuramente vero che quei posti “salvati” sono posti spesso e volentieri molto meno tutelati del “fratello maggiore” preesistente (lav. sub. a t. indet.) coperto da EPL ben pi� stringenti, tuttavia, se non altro, non sono rapporti abbandonati alla giungla ben pi� pregiudizievole per il malcapitato rappresentata dal lavoro nero (peraltro sottratto alla base imponibile).
    La tesi che vorrei sostenere �, insomma, la seguente: � davvero lecito giudicare in maniera cos� severa la flessibilit� e la Strategia Europea per l’Occupazione quando il progetto e fin’ora stato implementato solo parzialmente? Possiamo davvero sentenziare come tramontata l’illusione dei benefici della flessibilit� quando da noi mancano quasi totalmente le c.d. AMLP (Active Labour Market Policies), che l’analisi comparatistica ci mostra essere pietra angolare e vero motivo di successo di ogni esperienza virtuosa di implementazione di una flexicurity genuina? (Si pensi alla Danimarca e a come essa sia riuscita a realizzare il proprio “miracolo” solo dopo l’implementazione di queste e la svolta improntata ad un maggior workfare).
    In definitiva, la flessibilit� � solo uno degli ingredienti della ricetta. Di per s� non ritengo sia tacciabile di essere n� “buono”, n� “cattivo”: l’esito della pietanza dipende dal fatto che il piatto sia completato con tutte le altre dovute aggiunte, AMLP e sicurezza nella transizione da un poto di lavoro all’altro in primis.
    Rispetto quindi la sua opnionne, ma ci tenevo a obiettare che proprio del tutto sprecati questi anni di riforme a me non sembrano. Non sopratutto se li si vede come la prima met� (migliorabile) di un’opera ancora incompiuta.
    Mi scusi per la lunghezza del commento; spero in una sua gentle risposta.
    Distinti Saluti.

  5. Caro Prof. Tridico, mi sono accostato alla lettura dell’articolo con grande curiosit� ed ammirazione. . Devo dire che sono sostanzialmente d accordo in tutto ci� che sostiene. Ma mi viene da sostenere anche che: se � vero che in Italia si continua ad avere una Crescita del Pil al di sotto (se non negativa) della media europea, molto e’ causato da due fenomeni reali che vengono evidenziati dalla realt� imprenditoriale odierna. Credo che gli agenti economici (imprenditori in primis)non recepiscano pi� da tempo, investire e creare occupazione a causa dell elevato costo del lavoro e della non ancora reale flessibilit� in uscita dei lavoratori. Ed inoltre l elevata tassazione diretta ed indiretta da 20 anni a questa parte, disincentiva l attivit� economica generale. Io (e credo tutti) , siamo abbastanza d’accordo su questo. Possono essere cose “troppo” semplici da dire, ma credo che nei vari talk show si centrano sempre gli obiettivi giusti ma nella realt� nessuno ha il coraggio politico di mettere mano a temi cos� delicati che avrebbero ripercussioni anche sul mercato del lavoro ecc ecc…
    Non volevo gettare benzina sul fuoco, ma � un semplice punto di vista personale, , vedendo il problema partendo dal lato opposto raggiungendo le stesse conclusioni..
    Un caro saluto. Fabrizio.

  6. Caro Prof.Tridico, mi sono accostato a leggere l’articolo con grande ammirazione e curiosit�. Credo di essere sostanzialmente d’accordo con lei su tutti i punti che tocca. Una piccola annotazione, riguarda il verso da cui si pu� vedere il tema. Mi spiego meglio: oramai, credo che siano passati 20 anni in cui si parla di “Cuneo Fiscale” e “Defiscalizzazione delle imprese”. L’attivit� economica privata in italia ha una fiscalizzazione che arriva a livelli stratosferici, ben lontani dalla media europea. La motivazione � sempre la stessa, il Debito. Personalmente credo che l’attivit� economica in Italia sia un “optional” e siano questi i due punti fondamentali che influenzano il mercato del lavoro (con tutti i suoi difetti, la mancanza di investimenti in R&S, ecc ecc…
    I vincoli della Concorrenza e l’aumento del costo dei beni (dovuti come lei stesso dice ad una mancata liberalizzazione dei beni) fanno il resto.
    Sono due punti cruciali e anche “Semplici” da rimarcare. Ma continuano a essere sottovalutati.
    Logicamente � una mia personale opinione, che non contrasta affatto con la sua. E’ solo un modo di vedere il problema dalla parte opposta arrivando alle stesse conclusioni considerando la realt� economica del Paese.
    Saluto con affetto,
    Fabrizio

    PS(La seguo sempre in tv…)

  7. Gentile Michele

    ti ringrazio per il tuo commento, che � ragionevole e sensato.

    Ovviamente lei si riferisce alla flexicurity introdotta in altri paesi del nord Europa, sulle linee guide della Strategia Europea dell’Occupazione e successive strategie e direttive UE. Quei paesi hanno livelli di sicurezza e di welfare per noi inimmaginabili, lontani dagli spettri e dalle opzioni dei nostri policy makers, e non � quindi solo una questione di politiche attive, da noi certo del tutto assenti.

    Inoltre, l’impatto negativo sulla domanda aggregata, che accentua il declino, nel nostro paese non � solo dovuto all’introduzione di flessibilit� “spuria” (lontanissima da quella funzionale e tecnologica, che non incide sui redditi dei lavoratori, e che per certi versi gi� esiste nel sistema economico italiano attraverso la cassa integrazione straordinaria) ma anche a tutta una serie di politiche a cominciare dall’accordo di luglio del 93 e del suo mancato “scambio politico” che avrebbe dovuto garantire potere di acquisto ai lavoratori, mentre ha contribuito soltanto alla stagnazione dei salari, facendo pagare il rientro dall’inflazione unicamente ai lavoratori.

    In questo senso la flessibilit� – unita a queste altre politiche – ha determinato il declino.

    Saluti, Pasquale Tridico

  8. Articolo interessante. Un grazie al Dr. per la utile riflessione.

    Condivido l’impostazione generale del lavoro ma mi pongo una sola domanda: possibile che la moneta unica non abbia contribuito a determinare la crisi che stiamo vivendo? Io credo di si. La scelta di voler eliminare quel meccanismo di compensazione degli squilibri esterni delle economie europee, derivanti ad esempio da dinamiche inflattive divergenti, costituito dal tasso di cambio nominale, ha impedito alla nostra economia di rispondere agli shock asimettrici con la stessa reattivit� dimostrata ad esempio nel ’92, dopo l’uscita dallo SME. E’ l’eliminazione dei cambi flessibili che rende ineludibile la politica repressiva nei confronti del salario per tentare di mantenere la competitivit� esterna della nostra economia. E’ l’eliminazione del cambio nominale quale strumento di aggiustamento del cambio reale che rende inevitabile le riforme del mercato del lavoro, la moderazione salariale, la deflazione e la conseguente stagnazione dei consumi, quando si presentano le crisi.

    Coretta la sua nota sulle esportazioni, ma terrei presente anche la dinamica delle importazioni nel periodo dal lei considerato.

    Saluti

  9. Mi sto ormai abituando a rileggere gli articoli degli anni passati, in modo particolare quelli che si riferiscono alla crisi. Credo che tutti gli economisti che scrivono i loro articoli su questo sito diano un loro parere, sulla base dei dati e questo è fondamentale. Ciò nello stesso tempo deve essere fatto sulla base di uno studio che si ponga una semplice domanda. Se stiamo studiano quello che noi vediamo, dobbiamo giustamente studiarlo per capire quali siano le cause. Questo d’altronde è sempre stato il cruccio della scienza. Tutti sanno che l’uomo per secoli (forse millenni) ha creduto che il sorgere del sole ed il suo tramonto fosse determinato dalla rotazione del sole intorno alla terra, ma ci sono voluti pochi attimi (migliaia di anni) perché qualcuno dimostrasse che era la terra che girava intorno al sole. Quanti principi della fisica e della chimica sono stati superati perché non rispondevano più alle dimostrazioni degli avvenimenti reali. Quando ho incominciato a studiare economia (purtroppo in fortissimo ritardo) ricorso che il professore arrivato a pagina 178 del libro di economia disse: fino a qui si sarebbe fermato il corso. Ed invece il libro sul quale ho studiato “Macroeconomia di Olivier Blanchard” che ho qui di fronte a me finisce a pagina 854 con l’indice dei quadri. Mi sono laureato nel 2004 (avevo già 54 anni) e solo nel 2010 ho scoperto Maurice Allais (solo perché quell’anno era morto e quindi la notizia della sua morte è stata riportata su molti giornali). Quando ho letto alcuni articoli che ho trovato in Internet, mi sono subito chiesto come fosse possibile che non ne avevo sentito parlare per niente nei miei corsi universitari. Per questo motivo, ho comperato i suoi libri e li ho studiati, compreso anche quello peer cui è stato insignito del premio nobel (Economie pure) nel 1988. Ebbene prima di studiare economia, egli era un professore di fisica e ha scritto alcuni libri molto importanti. Sulla base delle sue conoscenze della fisica, ha incominciato a studiare l’economia e ha utilizzato proprio le sue conoscenze di fisica. Sto riportando questo mio ricordo proprio per rafforzare il principio che ho introdotto. Nei suoi scritti Maurice Allais diceva spesso che una teoria è valida fino a quando non riesce più a spiegare gli avvenimenti reali, sapendo che quando c’è un avvenimento lo vediamo attraverso un effetto reale (quello dell’aumento della disoccupazione in Europa dal fatidico 1974, che lui chiama Rupture, è stato da lui studiato arrivando a definire una sua teoria tradotta in grafici che nessuno ha mai smentito), e questo avvenimento deve essere spiegato con le sue cause: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Ebbene credo che sarebbe interessante verificare se quella teoria che hanno portato a scoprire le variabili che hanno determinato il progressivo aumento della disoccupazione in Europa e che ovviamente è stato analizzato solo fino alla sua morte, è vera o negli ultimi 19 anni quella teoria è stata di fatto messa in discussione e non è più valida. Perché non possiamo confrontarci a tutto campo su questioni così complesse che non possono essere studiate guardando solo ad una parte delle variabili (nota: compreso il tempo che è decisivo). Alcune cose scritte da Maurice Allais non mi convincono. Ma per esempio mi sembra ovvio che tutto tenda all’equilibrio, e che troppe variabili modificano lo stesso equilibrio con variazioni spesso importanti. Ma se crediamo che paesi immensamente diversi, non solo dal punto di vista culturale e di tradizioni millenarie, ma anche dal punto di vista politico, sociale ed economico, un giorno, attraverso il ragionamento dell’avvicinarsi sempre di più all’equilibrio, permetteranno di avere un mondo globalizzato dove le differenze esistenti oggi spariranno, non possiamo non pensare che questo percorso possa essere fatto oggi. Anche in questo dobbiamo aggiungere una variabile che è il tempo, che in questo caso è il grande incognito. Qui Maurice Allais, a mio pare, ha ragione a pensare che la globalizzazione non è fattibile tout cour. Nazioni che hanno una cultura, un sistema economico sociale e politico, simili, possono riunirsi in COMUNITA’, creando gli Stati Uniti d’Europa. Ma non possiamo pensare che immediatamente tutto possa essere fatto con un decreto. Ben venga quindi la discussione ed il confronto su questi temi, un confronto a tutto campo. Poi resto convinto che la cosa più importante è che la scienza economica deve essere a disposizione ed al servizio dell’uomo e non il contrario. Ciò significa che ciascuno di noi deve pensare che le diseguaglianze vanno combattute, perché dove ci sono significa che una parte, spesso estremamente piccola di popolazione, si appropria di risorse a discapito della stragrande maggioranza (a casa mia questo significa rubare). Ma significa anche che quello che noi abbiamo a disposizione non è infinito e quindi dobbiamo studiare come mantenere le nostre risorse (quelle che ci da la terra, il sole, ed il mare)non solo per la nostra generazione ma anche per le future generazioni. E tutto questo non può non far parte delle discussioni e confronti che facciamo tra di noi.

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