La Grecia, campanello d’allarme per l’Europa

La Grecia, campanello d’allarme per l’Europa

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In Grecia il governo trucca i bilanci, si dà alla finanza allegra, manda in pensione i lavoratori troppo presto e poi chiede aiuto all’Europa quando i mercati finanziari lo sfiduciano. In estrema sintesi è questa l’interpretazione della crisi finanziaria greca che in questi giorni va per la maggiore. Gli economisti Alesina e Perotti, tra gli altri, la sostengono apertamente (Sole 24 Ore, 27 marzo). Questa lettura fa indubbiamente parte del senso comune. Essa tuttavia non coglie alcuni problemi di fondo che riguardano non solo il caso della Grecia ma l’intero assetto della Unione monetaria europea.

Le principali difficoltà in seno alla zona euro riguardano più gli squilibri commerciali tra i paesi membri che l’andamento dei conti pubblici di ogni singolo paese. La superiore capacità dei capitali tedeschi di aggredire i mercati esteri è la causa principale di tali squilibri. In Germania l’elevato grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali determina una rapida crescita del valore della produttività oraria del lavoro. A ciò si è aggiunta, soprattutto negli ultimi anni, una politica di forte contenimento dei salari e della spesa interna. Conseguenza di questi andamenti è una dinamica dei costi unitari e delle importazioni molto più contenuta rispetto a quella che si registra in altri paesi europei. L’economia tedesca risulta quindi sempre più competitiva e riesce ad accumulare avanzi commerciali sistematici a fronte della strutturale tendenza al disavanzo estero in cui versano soprattutto Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Questi paesi vengono talvolta bollati con il poco diplomatico acronimo di “pigs”. Ciò che tuttavia sfugge a molte analisi è che i cosiddetti “pigs” sono accomunati dalla summenzionata tendenza ai disavanzi con l’estero, mentre per quanto riguarda i rispettivi debiti pubblici si somigliano molto poco. Del resto le indagini empiriche mostrano che i differenziali tra i tassi d’interesse sui titoli pubblici dei paesi europei sono correlati alla dinamica dei conti esteri in rapporto al Pil più che all’andamento dei conti pubblici[1]. A quanto pare, dunque, gli speculatori contemplano il rischio di un default dei bilanci statali solo in via secondaria, mentre tendono soprattutto a sbarazzarsi dei titoli sia pubblici che privati dei paesi afflitti da una tendenza alla stagnazione o al disavanzo estero, o addirittura da una miscela di entrambe. Il sospetto che sembra dunque muovere gli speculatori è che tali paesi possano prima o poi decidere di affrontare i loro problemi di competitività attraverso l’abbandono dell’euro e la svalutazione. In tal caso i titoli denominati nelle valute deprezzate perderebbero valore, ed è bene quindi venderli prima che ciò accada.

Gli squilibri commerciali rappresentano dunque il maggior pericolo per il futuro della moneta unica. L’attuale assetto istituzionale dell’Unione scarica tutto il peso del riequilibrio sui paesi in disavanzo con l’estero, i quali vengono continuamente forzati a comprimere i salari e la spesa sociale. Gli stessi “aiuti” alla Grecia saranno vincolati all’attuazione di tali politiche deflattive. Ma come abbiamo detto anche la Germania si caratterizza per una politica di schiacciamento delle retribuzioni e del welfare. I paesi in difficoltà commerciale sono quindi chiamati ad abbattere i salari e la spesa pubblica per compensare non solo la maggiore produttività delle imprese tedesche ma anche la stessa politica restrittiva della Germania. I dati ci dicono però che in questo modo il problema cruciale dei divari competitivi tra i paesi membri non viene risolto ma viene solo rinviato. Tali divari inoltre sono ormai così accentuati che la tentazione per qualcuno di mandare tutto all’aria e di sganciarsi dalla moneta unica potrebbe un giorno o l’altro farsi irresistibile. E se anche non vi fosse una espressa decisione politica in tal senso, gli attacchi speculativi potrebbero a un certo punto moltiplicarsi fino a rendere inesorabili le svalutazioni. Il caso greco rappresenta in questo senso solo un primo campanello di allarme.

La zona euro è dunque attraversata da tendenze centrifughe poderose, che vengono oltretutto rafforzate dalla crisi. Per contrastarle bisognerebbe indurre le autorità tedesche ad accettare l’introduzione di un diverso criterio di riequilibrio commerciale, che si basi su una loro maggior disponibilità a spendere e più in generale su meccanismi di governo politico dell’Unione che compensino la superiore capacità dei capitali tedeschi di penetrare i mercati esteri. Tuttavia a Berlino non sembrano particolarmente scossi dalla eventualità che alcuni paesi arrivino a sganciarsi dalla moneta unica. Ciò non deve meravigliare. Il governo tedesco sa bene che le svalutazioni altrui potrebbero ridurre in via solo temporanea i divari di competitività rispetto alla Germania. Inoltre, una volta esaurita la spinta competitiva delle svalutazioni, le imprese tedesche avrebbero l’opportunità di rastrellare ingenti capitali dal resto d’Europa a prezzi di saldo. Una eventuale crisi dell’unità monetaria potrebbe quindi esser vista dai tedeschi come una normale fase di assestamento lungo l’inesorabile percorso di egemonizzazione economico-politica dell’Europa.

Sparire o farsi assorbire: è questo dunque il destino di tante imprese situate in Grecia, in Italia e nelle altre periferie del continente? Bisogna cioè rassegnarsi al fatto che la testa pensante del capitale europeo si concentrerà sempre di più in Germania e che i “pigs” rimarranno popolati solo da masse inermi di azionisti di minoranza e di lavoratori a basso costo? Nella sostanza è esattamente questo il futuro che ci riserva l’attuale assetto dell’Unione monetaria europea. La crisi economica rende però la situazione più dolorosa sul piano economico e quindi forse più accidentata sul terreno politico. Se una tangibile ripresa mondiale si facesse ancora attendere, i paesi deboli dell’Unione potrebbero arrivare ad accarezzare l’idea non soltanto di svalutare, ma anche di ridurre in modi più o meno surrettizi il grado di apertura internazionale dei loro mercati. Impensabile appena pochi anni fa, una reazione del genere trova oggi più di un riscontro tra gli stessi imprenditori “periferici” ed è forse l’unica mossa che potrebbe suscitare qualche dubbio a Berlino sulla aggressiva politica mercantilista fino ad oggi perpetuata dalla Germania[2]. Sembra paradossale, ma il rilancio dell’unità europea potrebbe scaturire proprio da una minaccia neo-protezionista avanzata da qualcuno dei “pigs”.

[1] Per un test sulla relazione tra i differenziali fra i tassi d’interesse su titoli italiani e tedeschi e gli andamenti dei conti esteri e dei conti pubblici di Italia e Germania, rinvio a Emiliano Brancaccio, “Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista”, Studi economici n. 96, 2008/3.
[2] Sulle implicazioni della politica mercantilista della Germania si veda anche Sergio Cesaratto, “Notes on Europe, German Mercantilism and the Current Crisis”, contributo agli atti del convegno “La crisi globale” (Siena 2010; gli atti saranno pubblicati nei prossimi mesi da Routledge in un volume a cura di Emiliano Brancaccio e Giuseppe Fontana dal titolo The Global economic crisis. New perspectives on the critique of economic theory and policy; gli atti provvisori e i materiali audio in italiano sono già disponibili nella sezione “atti” del sito www.theglobalcrisis.info/).

13 Commenti

  1. Articolo veritiero. Lavoro nel settore della meccanica per l’industria elettronica, la situazione in molte province � proprio quella descritta da Brancaccio: intere filiere d’impresa che o scompaiono o si vendono. La situazione � tremenda ma io non afferro una cosa: l’autore condividerebbe una svolta protezionista? Questo � un punto che l’articolo lascia quasi in sospeso.

  2. Capisco i problemi posti dall’articolo ma il protezionsimo non lo considero auspicabile. Bisogna rafforzare l’industria nazionale eliminando i sussidi alle imprese in perdita e favorendo le concentrazioni.

  3. Finalmente qualcuno che riconosce il vero problema! Il vero male dell’unione monetaria sono gli squilibri commerciali tra i paesi membri, la crisi greca ne � solo un sintomo.
    Fosse solo una crisi fiscale basterebbe tirare la cinghia per un po’ e recuperare l’evasione, al contrario riequilibrare gli squilibri commerciali e gestirne le conseguenze finanziarie � molto pi� complesso. L’unione deve smettere di pensare solo ai problemi del settore pubblico, come nei parametri di maastricht, e ricominciare a occuparsi degli squilibri e degli errori del settore privato. Senza forti politiche industriali e una vera integrazione finanziaria l’area euro rischia di disintegrarsi nel giro di qualche anno.
    Speriamo che la classe dirigente europea se ne accorga e abbia la volont� politica di agire.
    Ancora complimenti per l’articolo.

  4. In questi giorni Tremonti parla di un’IVA differenziata che si potrebbe decidere a livello europeo per le merci provenienti dalla Cina e dagli altri paesi esteri. Ma se ho capito bene gli squilibri sono soprattutto intra-UE. Questa proposta quindi non risolve niente?

  5. La trappola della liquidit� (Liquidity trap in inglese) � il termine coniato negli anni �30 dal famoso economista John Maynard Keynes. La trappola illustra una situazione economica in cui la politica monetaria non riesce pi� ad esercitare alcuna influenza sull�economia.
    In condizioni normali, la politica monetaria ha infatti la possibilit� di agevolare la crescita economica aumentando l�offerta di moneta in circolazione e abbassando di conseguenza i tassi di interesse. Da questa operazione ne consegue che le imprese sono incentivate ad indebitarsi e quindi ad investire e, nel contempo, riducono la propensione delle famiglie a risparmiare, aumentandone i consumi.
    Come si cade nella trappola.
    Quando i tassi d�interesse nominali sono ormai arrivati a zero, le banche centrali non possono farli scendere ulteriormente, quindi gli strumenti a disposizione della politica monetaria si esauriscono. Il vero motore dei consumi infatti risiede, come aveva intuito Keynes, prima ancora che nei tassi, nella fiducia. Se la fiducia viene meno, nemmeno tassi di interesse nulli possono farli ripartire.
    La �trappola della liquidit�� scatta proprio perch� i comportamenti degli operatori economici sono dominati dall�incertezza e dalla paura del futuro. Quando queste paure si diffondono all�intera economia, esse tendono anche ad autoalimentarsi in un circolo vizioso. Accumulando liquidit� anzich� spendere, gli operatori economici inconsapevolmente realizzano le loro peggiori aspettative: senza domanda di beni, la crescita economica si trasforma in recessione, la recessione in disoccupazione e la disoccupazione in minori redditi, i minori redditi in minori consumi e investimenti e cos� via.
    La dimostrazione che il sistema non funziona la si ha quando tutte le leve economiche vengono a fallire: per la crisi di Spagna, Portogallo e Grecia non si pu� aumentare l’inflazione perch� si � dentro l’euro, le banche non possono diminuire la riserva perch� sono gi� al minimo e le garanzie non sono pi� sufficienti e allora indovinate qual � la soluzione proposta?: diminuire gli stipendi (http://www.ilmediterraneo.it/it/news/economia-e-finanza/crisi-il-fmi-a-spagna-grecia-e-portogallo-ridurre-salari-0002694http://www.youtube.com/watch?v=RVTdWY2RUlw). I sacrifici devono farli sempre i pi� poveri e si fa l’esatto contrario di quello che il buon senso suggerirebbe: aumentare il giro di soldi anche con aumenti di stipendi. Un’altra soluzione potrebbe essere l’emissione di una valuta provvisoria-accessoria garantita dall’oro e dall’argento: in questo modo non ci sarebbe inflazione e si darebbe un p� di respiro all’economia (Gli USA ci avevano gi� provato: http://en.wikipedia.org/wiki/United_States_Note).

  6. Nella “G” potremmo metterci anche la Gran Bretagna, ma loro si definiscono “UK”! Hanno la pseudo-fortuna di avere ancora la sterlina e di poterla svalutare a piacimento. Per� ultimamente da una volta e mezzo il valore dell’euro sta diventando pian pianino uguale all’euro!

  7. Ottimi l’articolo e anche lo spunto politico. Scommetto con con gli imbelli esponenti della sinistra che ci ritroviamo sar� Tremonti a prenderlo in considerazione.

  8. Ottimo articolo.

    Ci� che non riesco a comprendere � l’atteggiamento di favore che la sinistra comunista e socialista ha nei confronti dell’Unione europea o comunque non comprendo l’assenza di un atteggiamento di sfavore.

    Il diritto della concorrenza, che � il cuore del diritto europeo, contrasta con l’art. 43 della Costituzione, che consente (o impone) i monopoli pubblici o collettivi in presenza di determinate condizioni e non consente di nazionalizzare n� di spezzettare i monopoli privati se non ricorrano precise condizioni e quindi ammette la possibilit� sia di monopoli pubblici che di moniopoli privati privati.

    Il principio della libera circolazione delle merci, dei capitali e dei lavoratori nega la possibilit� della legge di determinare “i programmi e i controlli opportuni perch� l’attivit� economica pubblica e privata possa essere indirizzata a fini sociali” (art. 41, 3� co.).

    Le politiche di moderazione salariali applicate dai paesi europeei e la impossibilit� di dazi e altri strumenti di professione rende impossibile la tutela del salario prevista nell’art. 36.

    La libera circolazione dei lavoratori e il “dovuto” riconoscimento dei titoli consente ad un praticante avvocato di prendere il titolo in spagna senza esame di abilitazione, in contrasto con l’art. 33 della Costituzione, l� dove “prescrive” “un esame di Stato per l’esercizio all’esercizio della professione”

    La libera circolazione dei capitali e l’impossibilit� di vietare al capitale di investire in certi settori rende impossibile l’applicazione dell’art. 45, 2� co.: “La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato”.

    E potrei continuare a lungo.

    A me pare evidente che a poco a poco l’adesione ai trattati europei ha comportato l’interramento della nostra Costituzione economica (e non solo).

    Si pu� non essere antieuropeisti. Ma se al contempo si invoca l’applicazione o il ritorno della Costituzione Repubblicana o si � ipocriti (se si � in mala fede) o si � ingenui (se si � in buona fede). Vi �, invero, una terza possibilit�: che si sia codardi (e non ipocriti), perch� si temono le conseguenze che potrebbero derivare da politiche protezionistiche (iniziale povert�, conflitti sociali, guerre, dittature). Allora per� non ci si dovrebbe definire n� comunisti n� socialisti; perch� definirsi tali ed aver paura della storia, ossia del futuro – quindi sacrificare la speranza per la paura – � incompatibile con la qualifica di comunista o di socialista.

    L’adesione all’europa ha sotterrato la nostra costituzione economica (e non solo). Chi vuole dissotterrarla deve essere antieuropeista. Comunque, al di l� del merito, l’Europa � cos� mal congegnata, come hanno messo in risalto Brancaccio e alcuni commentatori dell’articolo e come molti hanno sempre avvertito (Pivetti, per esempio), che essa � destina a disintegrarsi.

  9. Condivido pienamente l’articolo. Mi piacerebbe invitare il prof. Brancaccio a discutere della questione non solo tra i lavoratori ma anche qui in Veneto, tra piccoli imprenditori e artigiani. Stando dietro la Lega ormai si sono abituati a non guardare al di l� del naso e per questo hanno perso completamente la bussola. Saluti. Ilario.

  10. Articolo chiarificatore. Forse potreste pubblicare a fianco anche il grafico sugli andamenti dei costi del lavoro per unita prodotta che si trova nel paper di Brancaccio citato nell’articolo (Deficit commerciale crisi di bilancio politica deflaizonista, Studi economici 2008/3). La divergenza tra i paesi effettivamente � impressionante. Invece di pescare dalla voce.info i grandi giornali dovrebbero attingere da voi.

  11. Il prof. Brancaccio dice cose sacrosante, gi� sostenute da Keynes, Sylos Labini e molti keynesiani. Il problema per� � un altro, � geopolitico: i paesi in deficit commerciale a lungo andare (tranne gli Usa, che detengono la valuta internazionale di riserva) finiscono per dipendere da quelli in surplus (acquisti esteri, possesso di titoli di stato esteri e poteri di ricatto dipendenti da una loro vendita, concessione di crediti e cos� via). La Germania non vuole “sostenere” con i suoi propri mezzi la domanda europea e assorbire le esportazioni dei “pigs”. Insomma, non vuole che i paesi europei in deficit “campino sulle spalle della Germania” ed in secondo luogo non vuole un tasso d’inflazione pi� alto.
    O si cambia il sistema monetario internazionale, con una valuta di riserva che non sia la valuta di uno stato oppure nessuno vorr� pagare i deficit commerciali altrui.

  12. Brancaccio parla della necessit� di riformare il sistema monetario internazionale quando critica quelli che si illudono che la Cina, nall’ATTUALE sistema, rinunci ai suoi avanzi commerciali. Ma per quanto riguarda l’Europa il problema � pi� immediato e urgente, e lui fa bene a battere sulla questione. L’UME in quanto tale non � in strutturale avanzo commerciale con il resto del mondo. E’ La Germania che � in avanzo sugli altri paesi dell’Unione. Quindi il problema � in primo luogo interno. Vediamo di non distrarci e di non dare alibi ai tedeschi.

  13. L’uscita dall’euro dei paesi deboli mi pare semplicemente impensabile (v. http://www.voxeu.org/index.php?q=node/729 e magari anche http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001646-351.html).
    Quindi i PIGS non possono svalutare.
    Quanto a ridurre il grado di apertura internazionale (violando i trattati?), si tratterebbe di vedere chi potrebbe eventualmente deciderlo.
    Le stesse classi politiche (sarebbe meglio chiamarle “�lite di governo” nel senso di Pareto) che hanno rinunciato alla sovranit� monetaria e valutaria quando appariva evidente che competere con la Germania era impossibile? Che hanno voluto un’adesione che serviva pi� a tutelare i rentier nazionali che la competitivit� internazionale? Che rimangono probabilmente legate a, e condizionate da, rentier che tutto vogliono tranne che veder svanire la loro ricchezza finanziaria?
    Che quindi si curano solo di scaricare i costi della crisi sui soliti noti, a cominciare dai dipendenti pubblici?
    Mi piacerebbe, ma non riesco a crederci…