La questione tedesca e quel simpatico di Barroso

La questione tedesca e quel simpatico di Barroso

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Il presidente della Commissione Europea, Josè Manuel Barroso, deve essere uomo di rara simpatia. Gli indizi a riguardo sono almeno due. Il primo, è che la Commissione presieduta da lui, rampollo della più profonda periferia europea, il Portogallo, ha trovato finalmente il coraggio di aprire una indagine sulla potenza tedesca e il suo sbalorditivo saldo positivo della bilancia commerciale (l’eccesso delle esportazioni sulle importazioni). Il secondo indizio, è che – come farebbe uno scugnizzo del suo Paese – una volta gettata la pietra Barroso nasconde la mano, e lo fa con una dichiarazione degna del migliore umorismo inglese: “un elevato surplus non significa necessariamente che c’è uno squilibrio. Dobbiamo esaminare bene la questione e capire se l’elevato avanzo tedesco danneggi il funzionamento dell’economia europea”. Siccome il surplus della bilancia commerciale è per definizione uno squilibrio, la frase suona sostanzialmente: “un elevato squilibrio non significa necessariamente che c’è uno squilibrio”… E poi il danno delle politiche tedesche al sistema economico europeo è ormai del tutto evidente, ed è stato denunciato da tempo, dal sottoscritto e da altri economisti.

Già la ben nota “Lettera degli economisti” di oltre tre anni fa, chiariva inequivocabilmente che l’eurozona è afflitta da “profondi squilibri strutturali interni”, aggravati dalla “politica economica restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo commerciale. Tra questi assume particolare rilievo la Germania, da tempo orientata al contenimento dei salari in rapporto alla produttività e alla penetrazione nei mercati esteri al fine di accrescere le quote di mercato delle imprese tedesche in Europa. Attraverso tali politiche i paesi in sistematico avanzo non contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli”. Quindi, la “Lettera” – per la quale raccogliemmo oltre 300 sottoscrizioni di economisti italiani e stranieri – sottolineava il carattere aggressivo della politica economica tedesca, finalizzata a comprimere i salari per ottenere due piccioni con una fava: da un lato, abbassare il costo del lavoro per unità di prodotto, rendendo più competitive le imprese nazionali e aumentando le esportazioni; dall’altro lato, contenere il reddito disponibile delle famiglie tedesche e quindi le importazioni di merci e servizi dal resto d’Europa. Così facendo, la Germania ha fatto mancare la sua domanda in Europa (perché le importazioni tedesche sono le esportazioni del resto d’Europa), contribuendo ad alimentare la crisi, e ha accumulato clamorosi avanzi della bilancia commerciale a cui sta facendo seguito una tentacolare crescita del potere e dell’influenza delle multinazionali tedesche nel continente.

Una analisi, questa, che veniva ribadita anche in alcuni articoli, ad esempio il mio “Perché la linea tedesca è un problema per l’Europa”, e nel recente “Monito degli economisti” pubblicato dal Financial Times e sottoscritto anche da autorevoli economisti tedeschi, in cui si sottolinea il carattere asimmetrico della crisi e le gravi responsabilità della Germania.

Chi avesse ancora dubbi a riguardo, potrebbe consultare i dati ufficiali della stessa Commissione Europea. Ne dedurrebbe che dal 1995 ad oggi i salari nominali sono cresciuti in Germania 21 punti percentuali in meno rispetto alla media dell’area euro. Una differenza enorme, che spiega in grande misura la contrazione relativa del costo del lavoro per unità di prodotto in Germania rispetto al resto d’Europa. Contemporaneamente, i dati della Commissione Europea mostrano che la Germania ha praticato una linea di austerità addirittura più drastica di quanto richiesto in Europa, tenendosi molto al di sotto del vincolo sul deficit al 3%. Il risultato è, appunto, che la Germania ha contratto la sua domanda di prodotti europei e ha accresciuto molto le sue esportazioni, facendo l’esatto contrario di ciò che il paese più ricco dovrebbe fare, cioè agire da locomotiva della domanda europea. Il tutto accumulando avanzi commerciali intorno al 7% del pil, ben al di sopra del limite, già particolarmente elevato, del 6% stabilito dai trattati europei (Six Pack).

La conclusione è che la più forte economia dell’Unione Monetaria non fa i compiti a casa. Si è fatta paladina di una rigida politica di austerità che alimenta la crisi e impone ai paesi periferici costi sociali – in primo luogo disoccupazione – non più sostenibili. Trae da questo quadro macroeconomico enormi vantaggi sul piano commerciale e accresce la sua influenza sull’intero sistema economico europeo. Ciò che forse Berlino non ha seriamente considerato è che l’eurozona non può resistere ancora a lungo sotto il peso dei processi di divergenza territoriale in corso. E se l’eurozona saltasse, e la Germania dovesse tornare al marco, la festa sarebbe finita anche per lei. C’è da sperare che Barroso e la Commissione Europea riportino i tedeschi a più miti consigli?

4 Commenti

  1. Tre osservazioni:

    1) Manuel Barroso (ma bisognerebbe aggiungere anche il Vice Presidente e Commissario all�Economia Olli Rehn) � il peggiore presidente della storia della Commissione Europea ed un utile idiota della Germania.

    2. Il successo economico attuale della Germania e la crescita della sua competitivit� poggiano anche su 7 milioni di mini job retribuiti 400 � al mese (sulle riforme Haartz – varate sotto il governo Schroeder – e i cosiddetti lavori minori, v. questa ampia e dettagliata analisi �Il ruolo del diritto del lavoro e della sicurezza sociale nella crisi economica. L�esperienza tedesca� di Maximilian Fuchs
    http://www.aidlass.it/convegni/archivio/2013/2013/Fuchs_Aidlass_2013.doc ). E cos� pu� rinfacciare ai partner europei di aver gi� fatto le cosiddette riforme ed imporre misure analoghe agli altri (v. Grecia, Portogallo, ecc.).
    Ma i mini job sono integrati dal robusto welfare tedesco con:
    a) un reddito minimo garantito (364 � al mese, compatibile coi mini job); e
    b) un sussidio integrale all�affitto.
    Una domanda provocatoria (da non esperto): non si potrebbero equiparare questi sussidi ad aiuti di Stato alle imprese?

    3) Primo Levi scrive (ne ‘La Tregua’) che i Tedeschi sono arroganti. Dostoevskij scrive (‘Memorie dalla casa dei morti’): ‘Di certo si doveva credere un uomo molto intelligente, come accade per solito a tutti gli uomini ottusi e limitati’. L’arroganza dei Tedeschi rasenta l’ottusit�, ma ovviamente c’� anche un calcolo egoistico da ‘bottegai': l�attuale UE li favorisce.
    Noi dovremmo, dopo aver completato i compiti a casa nostra (in particolare, imposta patrimoniale e prestito forzoso sulla met� del decile pi� ricco – la ricchezza degli Italiani � superiore a quella dei Tedeschi ed � un dato ben noto ai Tedeschi e a Der Spiegel, che periodicamente ce lo rammentano -, per finanziare la crescita ed il rafforzamento degli ammortizzatori sociali; riforma ed efficientamento della cruciale PA; riforma del processo civile; lotta severa all�evasione fiscale; ampliamento a tutti i livelli di criteri meritocratici e di maggiore efficacia-efficienza; avendo per� come stella polare l�equit�), prendere in seria considerazione l’opzione di rispondere alla Germania di brutto, assieme agli altri Paesi in difficolt�, poich� la soluzione della crisi � soprattutto in Europa ed i Tedeschi, come tutti gli arroganti, conoscono soltanto il linguaggio della forza.

  2. Cari amici, la mia analisi sulla politica economica tedesca non implica alcun giudizio di carattere generale sul popolo tedesco. Assolutamente. Non condivido affatto l’idea che i tedeschi siano arroganti o conoscano solo il linguaggio della forza. Questo tipo di giudizi sono pericolosi e non c’entrano nulla con la politica economica, lasciamoli da parte.
    Grazie.

  3. Il mio giudizio sulla Germania � che ovviamente impegna soltanto me � � basato non su pregiudizi, ma su un�analisi dei fatti. Che l�anno scorso, commentando l�ennesimo suo articolo anti-italiano, contestai anche a Der Spiegel (cfr. il post n. 4 �Le determinanti dello spread�). Traggo dal mio archivio:

    6 dicembre 2011
    La Germania post-europeista
    Berlino e la crisi del suo impegno nella riflessione di due grandi intellettuali e testimoni del Novecento: Hans Magnus Enzensberger e J�rgen Habermas
    Massimo Faggioli
    http://www.europaquotidiano.it/2011/12/06/la-germania-post-europeista/

  4. L’analisi � impeccabile. Ma “filosoficamente” parlando, che colpa possiamo realmente dare ai tedeschi? Che sono bravi? Che hanno una classe politica, un tessuto sociale e una cultura pi� etica? Si pu� affermare che ci sia dietro una strategia aggressiva alla base della sua forza o viene percepita come tale da quelle economie allegre che sono state condotte da politici mediocri che hanno speculato disinvoltamente sulla stolta contrapposizione (da tifosi di calcio) degli italiani nelle loro angusta trincee di destrorsi e sinistrorsi?
    Possibile che siamo partiti da un “saldo attivo” “grazie” alla Seconda guerra mondiale…grazie ai soldi degli ebrei saccheggiati e di eventuali bottini di guerra nascosti?!?
    Non so, la mia � una vera domanda, non un giudizio.
    Che ne pensate?
    Sono veramente da stigmatizzare o sono semplicemente stati pi� bravi e noi siamo punti da invidia?
    Magari una via di mezzo: sono stati pi� bravi e adesso se ne approfittano, data la loro attuale posizione di forza?

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