La scomparsa di Augusto Graziani

La scomparsa di Augusto Graziani

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Il 5 gennaio si è spento Augusto Graziani, economista di fama mondiale, guida per tante generazioni di economisti, riferimento per chi non crede al potere taumaturgico del mercato. La redazione di Economia e Politica partecipa alla commozione del mondo della cultura per la scomparsa del Maestro, che era anche membro del Comitato Scientifico della nostra rivista.

Gli economisti e il mondo progressista del nostro Paese sono più soli e poveri. Nella sua casa di Napoli, se n’è andato il maestro dei keynesiani italiani, il professore Augusto Graziani. Economista di fama mondiale, secondo molti il principale esponente della accademia italiana della seconda metà del Novecento, per un paio di anni senatore dei DS, accademico dei Lincei, Graziani è stato punto di riferimento di tutti coloro che, in Italia e all’estero, non credono che il mercato sia la panacea di tutti i mali e piuttosto che il capitalismo necessiti dell’intervento dello Stato, soprattutto per sostenere l’occupazione e regolare la distribuzione del reddito.

Graziani è stato in primo luogo un caposcuola. La sua elaborazione teorica nasce da un confronto senza sosta con i teorici del passato, giganti come Marx, Schumpeter e Keynes. La “teoria monetaria della produzione” di Graziani nasceva da una reinterpretazione degli scritti di Keynes e muoveva dalla sua potente visione del funzionamento dell’economia capitalistica, di tipo classico, secondo la quale il livello di produzione, l’occupazione e la distribuzione del reddito sono sempre il risultato dell’interazione tra forze sociali, con interessi spesso in conflitto. Nella visione di Graziani, nel suo celebre modello di “circuito monetario”, la moneta era la chiave di accesso alla produzione capitalistica e al tempo stesso il fine dell’attività produttiva. E tutto ciò è già sufficiente a comprendere quanto lui fosse lontano dai dogmi dell’economia neoclassico-liberista. C’è da credere che il suo libro “The Monetary Theory of Production”, pubblicato a Cambridge nel 2003, resterà uno dei classici del pensiero economico.

Gli studi di politica economica di Augusto Graziani ne hanno fatto un profeta, spesso inascoltato, di sempre maggiore attualità. Basti dire che negli anni ’90 e poi nei primi anni del nuovo secolo, in una Italia ancora euro-entusiasta, Graziani fu il primo a spiegarci che la moneta unica era stata costruita su basi scricchiolanti, perché le regole macroeconomiche costringevano gli Stati e la Banca Centrale Europea a politiche di austerità. E ciò avrebbe messo a serio rischio la tenuta dell’eurozona. Subito dopo l’introduzione dell’euro, lui spiegava che tutte le banconote sono contrassegnate in modo da comprendere quale fosse la banca centrale nazionale di provenienza: un salvagente per consentire un eventuale “comodo” ritorno alle vecchie monete nazionali.

Ancora prima, Graziani aveva previsto che “un paese a struttura industriale tecnologicamente debole, che si regge nel mercato soltanto per la compressione del costo del lavoro”, avrebbe preso la via del declino. Per contrastare questo esito servivano – e servono – politiche industriali incisive, che facciano compiere alle nostre imprese un salto tecnologico e dimensionale.

In effetti, Graziani conosceva a perfezione le “strozzature” alla crescita del nostro Paese, come comprende chiunque legga il suo bellissimo “Lo sviluppo dell’economia italiana” (1998). Ad esempio, non ha mai smesso di spiegare che la montagna di debito pubblico che ci portiamo sul groppone era in buona misura l’altra faccia dell’inadeguatezza del nostro apparato produttivo. E ciò perché gli elevati tassi di interesse del passato erano serviti a favorire afflussi di capitali adeguati a compensare la cronica tendenza al disavanzo della bilancia commerciale.

Oltre tutto questo Graziani è stato sempre uno studioso militante, vicino agli interessi dei più deboli e generosamente in prima linea nel difendere la classe lavoratrice. Perché alla fine dei conti l’economista non è mai un tecnico neutrale e lui aveva deciso da che parte stare. Ed è questo l’insegnamento più grande che il Maestro ha regalato a noi suoi allievi: l’amore per la ricerca, il rigore morale, la tensione per la giustizia sociale.

* Pubblicato anche da L’Unità, 6 gennaio 2014

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