L’austerity e i problemi strutturali italiani

L’austerity e i problemi strutturali italiani

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Il minimo che ci si aspetterebbe da una politica di risanamento dei conti pubblici è che sia almeno consistente col proprio obiettivo, rendendo più sostenibili (qualsiasi cosa questo concetto significhi) le finanze pubbliche. Andando oltre, è lecito chiedersi se gli inevitabili costi del risanamento abbiano pesato nella stessa misura su sistemi economici segnati da diverse caratteristiche istituzionali e produttive. Guardando ai numeri sembra che il rigore fiscale, mal concepito e peggio attuato attraverso l’Europa, abbia finito per nuocere in particolare ai sistemi economici più vulnerabili (specie per deficienze del settore privato) e quindi non in grado di sopportare un brusco e profondo riequilibro dei conti pubblici. La legittima richiesta di un cambiamento della politica economica interna o dei vincoli europei dovrebbe perciò abbinarsi ad un’azione di cambiamento strutturale del modello di sviluppo.

Le varie riforme intraprese dal 2010 per rafforzare la sorveglianza delle politiche fiscali e macroeconomiche e per creare dei meccanismi di gestione delle crisi sono state l’esito di un processo lungo con frequenti stop-and-go e irragionevolmente tortuoso. In alcuni casi gli strumenti adottati sono poco coerenti con gli obiettivi iniziali[1], i quali partivano a loro volta da analisi incomplete e non obiettive dell’origine della crisi e (anche nel caso la lettura della crisi fosse esatta) della maniera per superarla. Si tratta di analisi e soluzioni che incorporano le caratteristiche dei sistemi economici e culturali degli Stati del centro-nord i quali, dopo aver imposto nel 1998 la teoria e prassi monetaria da sempre praticata in casa loro, hanno approfittato dell’emergenza provocata della crisi economica per imporre un modello economico e fiscale in linea con propri interessi in quanto creditori, a discapito della solidarietà che dovrebbe contraddistinguere i partner di un’unione monetaria.

Come spesso accade nelle faccende economiche, non si è imposta la posizione più efficiente. Semplicemente è prevalsa l’espressione degli interessi dei paesi più potenti politicamente ed economicamente (con un forte parallelismo con quanto accade nella teoria economica)[2].

La riduzione del 3% del deficit nominale e strutturale dei 27 paesi dell’Unione tra il 2010 ed il 2013 è un risultato che dimostrerebbe l’efficacia dell’austerity se non altro limitatamente al suo obiettivo naturale. La riduzione strutturale è stata maggiore nei paesi con maggiori disequilibri fiscali iniziali (fig.1), ma ha interessato in maniera sensibile anche i paesi con disavanzi strutturali poco superiori al 3 per cento e con costi di finanziamento molto bassi. Il fatto che l’entità della riduzione del deficit strutturale sia identica a quella nominale indica però che il ciclo economico mediamente non sia migliorato durante il periodo considerato, malgrado il battage sui presunti effetti espansivi dei consolidamenti. Nel 2009 l’output gap medio (la differenza tra il prodotto interno lordo effettivo e quello potenziale) era il 3,5 per cento del Pil potenziale e dopo una breve discesa fino al -1,3, nel 2013 è risalito ancora al -2,8. Il nuovo peggioramento del ciclo ha molto a che vedere con la stretta fiscale.

Il giudizio sulla consistenza dell’austerity diventa ancora più incerto se si guarda al principale indicatore di sostenibilità. Il rapporto medio del debito pubblico rispetto al Pil tra il 2009 e il 2013 è aumentato di circa 15 punti[3]. Nella area dell’Euro la dinamica è stata trainata specialmente dall’alto differenziale tra interessi e crescita, malgrado tassi nominali sempre poco superiori allo zero (fonte: Commissione Europea, Public Finance in EMU 2013). L’aumento degli spreads e la recessione hanno quindi vanificato i miglioramenti realizzati sul piano fiscale.

Riassumendo, dal 2010 i paesi creditori hanno imposto un’identica politica fiscale che non è riuscita a migliorare il ciclone ad evitare l’incremento del debito pubblico. La riduzione dei deficit è interpretabile come un risultato positivo solo utilizzando la miope logica numerica delle regole fiscali europee.

Per giudicare gli effetti dell’austerity sul tasso di crescita dell’economia nel periodo dal 2010 al 2013 basta una semplice regressione lineare su dati cross-section dei paesi della UE, utilizzando come indicatore del profilo di politica fiscale (fiscal stance) la variazione complessiva del saldo strutturale (cioè al netto del ciclo, in modo da evitare complicazioni statistiche legate all’endogeneità tra Pil e deficit nominale, e delle misure una tantum) calcolato dalla Commissione Europea[4].

Il campione è stato inizialmente diviso a seconda che la crescita complessiva dal 2010 al 2013 sia stata o meno superiore alla media della UE (3,36%). Nel quinquennio precedente la grande crisi, crescita e profilo delle politiche fiscali sono stati statisticamente identici tra i due gruppi di paesi. La crescita sostenuta e quasi generalizzata di quegli anni (in cui il prodotto aumentò in media di oltre il 12 per cento) non è stata certo dovuta ad una politica fiscale espansiva: i dati parlano infatti di un orientamento leggermente anticiclico (0,38% di consolidamento). Ovviamente esistevano altri fattori (bolle immobiliari e bancarie, domanda dei BRICs) che permettevano pressappoco a tutti i paesi di crescere a livelli vicini al proprio potenziale.

A partire dal 2010, nel totale del campione emerge il chiaro effetto negativo del aggiustamento fiscale sulla crescita (fig.1); ogni punto di riduzione del deficit strutturale ha infatti comportato un costo di 1,21 punti di Pil, un valore in linea con molte stime sull’entità dei moltiplicatori in tempo di crisi[5]. L’austerity pesa perché è molto più intensa (3 per cento del Pil) e anche perché molti dei precedenti fattori esogeni sono venuti meno.

 

 

Guardando i sotto campioni si trova però che il freno dell’austerity ha morso solo negli 11 paesi in cui la crescita è stata più bassa della media. L’effetto negativo non è presente negli altri paesi, cresciuti in media di quasi 9 punti percentuali malgrado un notevole grado di rigore (2% di Pil in media) statisticamente non diverso da quello dei paesi a bassa crescita.

L’Italia condivide col Portogallo la poco invidiabile caratteristica di unici Stati cresciuti meno della media sia prima sia dopo la grande crisi. Conta anche la composizione dell’aggiustamento: rispetto al quinquennio precedente, tra il 2009 ed il 2013 l’Italia ha ridotto di 0,24 punti di Pil i già bassi investimenti pubblici in capitale fisso, meno di quanto fatto da altri paesi in recessione ma comunque una scelta opposta rispetto a quella dei membri del gruppo “virtuoso”, i quali anche durante il consolidamento dei conti hanno trovato il modo per incrementare di 0,67 punti di Pil in media gli investimenti pubblici. Si tratta di una scelta che funziona al tempo stesso da misura anticiclica e da strumento per aumentare il potenziale di crescita dell’economia[6].

Queste informazioni sono ovviamente provvisorie e suscettibili di smentita da analisi che includano un insieme più ampio di variabili per dare conto di altre differenze, ad esempio di competitività o di spesa pubblica sacrificata sull’altare del debito. Bastano però a capire come mai alcuni paesi non abbiano sentito la necessità di praticare un allentamento del rigore interno. Inoltre, esse ci ricordano che in presenza di una crisi strutturale vengono in superficie le differenze[7] originate dalla diversa maniera in cui si sono andati modellando nel tempo gli assetti istituzionali che condizionano la performance di ogni sistema.

La dinamica dei capitalismi è condizionata principalmente da come vengono risolti i conflitti generati dalla presenza di gruppi o classi sociali portatori d’interessi divergenti, determinando quindi il modo in cui si incontrano domanda ed offerta[8]. Il successo del modello tedesco, ad esempio, non è comprensibile guardando solo alla riduzione del cuneo fiscale o ad altre misure spacciate per necessarie in Italia. Tali provvedimenti legislativi sono stati la conseguenza e non il presupposto di interessi sociali conflittuali che si sono conciliati tramite una serie di compromessi sociali strutturati attorno ad un modello produttivo trainato dalle esportazioni (export-led) capace di generare il consenso politico necessario alla sua riproduzione.

Gli assetti tipici di un sistema sono difficilmente innestabili su un altro, al contrario di quello che pensano i fautori delle “riforme strutturali” (il degno complemento teorico degli “aggiustamenti fiscali espansivi”). Un ripensamento collettivo della maniera in cui sono regolati i processi di produzione, distribuzione e accumulazione del prodotto può costruire le condizioni per cui il necessario rilancio della domanda interna possa avere effetti positivi sull’occupazione senza creare nuovi squilibri esterni[9], tramite la creazione, per la prima volta in Italia, di un circolo virtuoso tra domanda più elevata e offerta di migliore qualità.

Per coglierne la necessità potrebbe bastare un elenco di alcuni tra i noti limiti dell’attuale assetto: specializzazione produttiva, dimensionale, geografica antiquate, basso grado d’innovazione e di investimenti privati in ricerca e sviluppo, bassa crescita di produttività e quindi dei salari, basso tasso di partecipazione al mercato del lavoro (di giovani e donne in primis), basso tasso di riuscita scolastica, evasione fiscale elevatissima, sperequazione di redditi e ricchezze, pubblica amministrazione piena di personale a volte molto qualificato e sempre poco motivato.

Iniziare a “sbattere i pugni” da noi renderebbe molto più facile farlo poi a Bruxelles.

[1] Pensiamo all’insufficiente dotazione finanziaria del meccanismo di stabilità o all’incapacità dell’accordo raggiunto finora sull’Unione Bancaria nello spezzare il legame vizioso tra banche e Stati.
[2] La stessa tortuosità dei negoziati è sembrata spesso una tecnica per mettere alle strette i paesi più colpiti della emergenza.
[3] Questo dato può essere leggermente ridimensionato considerando le ricapitalizzazioni bancarie (il dato Eurostat per il 2012 parla di un impatto del 5,5 per cento) ed i contributi dei paesi dell’area dell’euro per la c.d. solidarietà finanziaria (attorno al due per cento).
[4] Tutti i dati utilizzati vengono da banche dati pubbliche della Commissione Europea (Ameco e Eurostat).
[5] Si tratta di un risultato robusto a diverse specificazioni delle variabili. E’ importante riconoscere che il beta non è statisticamente diverso da zero escludendo dal campione il dato della Grecia, la quale rappresenta quel che si definisce un’osservazione influente (leverage oltre la soglia critica). Riteniamo però che sia necessario mantenerla nel campione non perché la Grecia rappresenti il caso di scuola dell’effetto del consolidamento sulla crescita (il che è come nascondere il coniglio nel cilindro) ma perché molta dell’austerity e della recessione praticata nei paesi europei e più vulnerabili non può essere spiegata senza considerare gli effetti della crisi greca (rischio contagio, euro break-up etc.) tra il 2011 ed il 2012.
[6] L’aumento del pil potenziale (misurato dalla Commissione Europea secondo una metodologia ufficialmente condivisa tra i paesi ma in realtà molto discussa che si basa unicamente su una funzione di produzione Cobb-Douglas e che ignora il ruolo della domanda aggregata) permette di ridurre la pressione sui conti pubblici, in quanto a parità di crescita effettiva ci si troverà di fronte ad un maggiore output gap e quindi si amplierà la distanza tra deficit nominale e strutturale (il principale indicatore nella procedura di sorveglianza fiscale).
[7] Differenze che il modello economico e politico su cui è costruita l’Europa ha tutt’altro che aiutato a diminuire.
[8] Il riferimento obbligato per approfondire questa modo di interpretare il capitalismo è M. Aglietta, “A Theory of Capitalistic Regulation” Verso Classic 2001. Si veda anche A. Fumagalli e S. Lucarelli, “La finestra di fronte. La théorie de la régulation vista dall’Italia” introduzione a R.Boyer, Fordismo e Postfordismo. Il pensiero regolazionista, UBE, Milano, 2007.
[9] Dal lato della politica fiscale, pur non onnipotente, occorre scegliere il modello economico che si intende privilegiare nell’ambito della composizione della politica tributaria e di spesa. Sostenere la domanda, privata e pubblica, è molto diverso dal concentrarsi su interventi sull’offerta i quali, nella speranza che la domanda interna possa seguire, nel frattempo la sostituiscono con quella esterna tramite una deflazione salariale che produce effetti depressivi interni permanenti.

11 Commenti

  1. La regressione proposta, econometricamente parlando, � inammissibile:
    1) Non basta utilizzare il saldo di bilancio aggiustato per il ciclo economico per risolvere l’endogeneit� della variabile dipendente rispetto alla indipendente: bisogna strumentare la variabile attraverso un modello TSLS.
    2) La Grecia � un outliar e va eliminato, tutta la pendenza � merito suo. Le spiegazioni della nota 5 non sono sufficienti, si parla di effetti vaghi, non misurati e soprattutto non presenti nel modello.
    3) Un modello univariato non � assolutamente sufficiente per spiegare la crescita in funzione delle politiche fiscali. Il modello � distorto dall’omissione di variabili correlate con la variabile indipendente che potrebbero anche togliere ogni significativit� alla pendenza della stessa variabile. Si provi per esempio a inserire lo spread sui titoli di stato nel modello, e i risultati saranno totalmente diversi.
    Questi sono i punti principali, ma le obiezioni potrebbero essere altre. Per esempio, se il saldo di bilancio fosse espresso (come probabile) in percentuale del Pil (reale o nominale), ci sarebbe un’ulteriore distorsione: il Pil � proprio la variabile dipendente.

    Le conclusioni possono anche essere condivisibili, ma il modello non fornisce alcun supporto statistico accettabile.

  2. Smentire questa analisi � molto semplice e senza incorrere in oscure tabelline che diranno tanto a quelli che sanno poco. Ancora nel 2004 la Germania era il grande malato d’Europa e l’euro rischiava di danneggiare ulteriormente la sua declinante competitivit�. Nel 2013 sono la locomotiva d’Europa. Come mai? Semplice: moderazione salariale, investimenti, efficientamento della pubblica amministrazione che, nonostante il dimagrimento della spesa, mantiene un livello di investimenti pubblici in R&D quasi triplo di quello italiano con ottimi ritorni sugli investimenti e un welfare che, nonostante tutto, noi ci sognamo.Col nuovo governo i salari ritorneranno a crescere. Noi invece abbiamo la terra dei fuochi, e quasi due terzi del territorio pi� giovane e popolato controllato da mafie e camarille di burocrati e baronie universitare. De Girolamo docet ma se ne potrebbero citare a bizzaffe.
    Quando farete rientrare queste condizioni nei vostri modellini vi spiegherete perch� loro (la Germania) � quello che �, e noi siamo dove siamo. Un paese dove si pu� lasciare inapplicata una legge dello Stato per quasi 10 anni, cosa che in Germania � impensabile: art. 19 c.2 L.262/2005 :”La Banca d’Italia � un istituto di diritto pubblico” per poi lamentarsi quando la frittata � fatta. Non ho letto un solo articolo serio di E&P su questo argomento in quasi dieci anni. E ve l’avevo anche sollecitato. La redazione rispose che se ne sarebbero occupati: lettera morta !
    Queste sono le vere differenze. a giocare con i numeretti son buoni tutti.
    Quando capirete che la Germania � un modello a cui tendere e non soltanto un paese da accusare sar� sempre troppo tardi allora i tedeschi saranno ben felici di aiutarci. NON SONO DEGLI STUPIDI. Quello che Voi mettete in quegli insulsi modellini loro lo sanno benissimo; lo hanno scontato ma non si fidano di partner che hanno per ministri personaggi che si chiamano Lupi, Zanonato, Alfano, Cancellieri. Come dargli torto !

    http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2013-03-05/germania-docet-163723.shtml?uuid=AbhJyoaH

  3. Arriva Cyrano che col suo bel nasone incarna perfettamente il bugiardo matricolato. Come tutti gli italioti piddini la colpa � dello statocastacorruzionebruttofannulloni prendeteesempiodaitedeschialtibelliebiondi e porta a sostegno articoli del Baobachter Salmonato.
    Eppure ormai c’� arrivata la stessa Unione a dire che i tedeschi (ma ce l’hanno nel DNA, visto da dove venivano) hanno fatto svalutazione competitiva, loro s�, che hanno fatto concorrenza sleale, che si sono comportati con il solo obiettivo di fare le scarpe agli altri e crearsi, nelle vicinanze del loro neonato Reich, zone in cui la sola concorrenza si possa fare � a chi offre salari e tasse pi� basse ma con una borghesia compradora in grado di comprargli i prodotti.
    E’ inutile portargli dati, fatti, dimostrazioni: l’italiota piddino pensa che Renzi sia uno intelligente e furbo. Di costoro non pu� farsi altro che quel che Dante proponeva: non teneteli neppure da conto, tanto poi correrrano a dire: “l’avevo detto io”. Ma allora non bisogner� avere piet�

  4. Basta fesserie, l’unione monetaria non sta in piedi, l’europa non esiste e non esistono nemmeno i tavoli su cui sbattere i pugni.

    Non prendeteci per i fondelli: se l’Italia rimane nell’unione monetaria, non ha altra strada di quella suggerita dai troll mononeuronali parapiddini: cercare di esportare di pi� (verso dove non � micanaturalmente chiaro, forse la mitica cina, o i mitici iuesei, ma se tutti esportiamo forse verso marte) superando la Germania con salari ancora pi� bassi, tramite distruzione completa della domanda interna di consumi e investimenti. E superando tutti gli altri PIIGS

    Lascio a voi “economisti” stimare dove potrebbe stabilizzarsi in questo scenario il tasso di disoccupazione, i flussi migratori ecc, la mezzogiornificazione del tessuto produttivo italiano.

    E’ questo che vogliamo? Basta saperlo…
    http://vitolops.blog.ilsole24ore.com/2014/01/se-la-germania-vuole-essere-il-predicatore-deuropa-impari-a-razzolare-euro.html

  5. Premesso che non ho mai avuto la tessera del PD non ci vedo nulla di male ad imparare da chi mostra di fare meglio di Noi pur non essendo perfetto. Il problema delle analisi econometriche � che includono, stimano; aggiustano, spostano; mettono e levano. Senza riuscire mai a cogliere le componenti principali al nucleo dei problemi italiani che sono eminentemente connessi a sovrastrutture giuridiche, legali e sociali. Come si formalizza l’impatto dell’inefficienza della nostra giustizia civile, tributaria, fallimentare sul rallentamento del PIL :boohhh! Riesce a dircelo solo la Corte dei Conti e senza modellini strani. E qual’� il rendimento dei pur ridotti investimenti pubblici in R&D? Mistero pi� cupo. La realt� sarebbe molto pi� facile da comprendere se ci si liberasse della schiavit� dei numeretti. Adam Smith � stato Adam Smith senza aver mai scritto una sola delle ridicole formulette presenti in tanti modellini come quello presente nell’articolo. Il problema, temo, � dovuto al fatto che quando non si conosce a fondo un campo specifico, qualsiasi esso sia dal commercio internazionale ai trasporti non resta che affidarsi ai numeretti aggregati che molto spesso non solo inducono fuori strada ma non spiegano nulla. Non � casuale che molti economisti teorici da Shumpeter a Irving Fisher o Merton quando si sono misurati con la realt� abbiano miseramente fallito, mentre i Taleb o i Buffet fanno i soldi con la pala.
    La considerazione finale � la seguente: anche coloro che criticano il pensiero economico mainstream non rifuggono dal ricorrere alle esasperazioni del linguaggio matematico contenute in quell’irrealistico paradigma logico deduttivo per spiegare fenomeni che troverebbero pi� aderente spiegazione in altre sfere dell’analisi economica. L’economia, quella che ha un senso civile, � e rester� sempre, finch� esister�, spero non per sempre, una scienza morale. I suoi risultati migliori li ottiene attraverso l’analisi storica avvalendosi anche dei dati contabili ma della ragioneria pubblica. Es. il modello di sostenibilit� del debito pubblico della Banca D’Italia � un’equazioncina lineare, semplice semplice, che saprebbe risolvere e comprendere anche uno studente al primo anno della scuola superiore. E dice molto, molto di pi� di certi insulsi modellini. Come si faccia poi a confrontare i debiti e il PIL di paesi come Portogallo e Italia le cui dinamiche storiche e valori assoluti hanno dimensioni completamente diversi, � esercizio possibile solo per coloro che non hanno mai frequentato con profitto un serio corso di storia economica.
    Dopo l’eutanasia del rentier l’eutanasia degli econometristi. E staremo tutti meglio. Forse.

  6. Ma qualcuno ha avvisato l’estensore del fatto che l’Italia ha perso quasi il 25% della propria capacit� produttiva, e che questo influisce su consumi e utili e quindi sul gettito? Lo sa questo ricercatore che le tre componenti principali della mancanza di competitivit� “franco fabbrica” delle imprese italiane sono: 1)costi burocrazia&tasse 2)della logistica e 3) dell’energia? Lo sa che se riducessimo questi costi Noi potremmo crescere ben oltre il passo tenuto dalla Germania tanto son bassi i prezzi in Italia, incluso il costo del lavoro? Ci sono ampi margini di crescita in questo paese. A condizione di individuare con precisione dove siano le sacche di rendita e le inefficienze.
    Questo richiederebbe un’ampia discussione pubblica sull’origine EMINENTEMENTE ENDOGENA dei nostri problemi di scarsa competitivit�. Molti di essi sono irrisolti da pi� di 50 anni come insegnavano Graziani e Sylos Labini.

  7. 1) Riepilogo delle manovre correttive della scorsa legislatura (importi cumulati):
    – governo Berlusconi-Tremonti 266,3 mld;
    – governo Monti 63,2 mld;
    Totale 329,5 mld.
    LE CIFRE. Le manovre correttive, dopo la crisi greca, sono state: � 2010, DL 78/2010 di 24,9 mld; � 2011 (a parte la legge di stabilit� 2011), due del governo Berlusconi-Tremonti (DL 98/2011 e DL 138/2011, 80+60 mld), (con la scopertura di 15 mld, che Tremonti si riprometteva di coprire, la cosiddetta clausola di salvaguardia, con la delega fiscale, � cosa che ha poi dovuto fare Monti � aumentando l�IVA), e una del governo Monti (DL 201/2011, c.d. decreto salva-Italia), che cifra 32 mld �lordi� (10 sono stati �restituiti� in sussidi e incentivi); � 2012, DL 95/2012 di circa 20 mld. Quindi in totale esse assommano, rispettivamente: – Governo Berlusconi: 25+80+60 = tot. 165 mld; – Governo Monti: 22+20 = tot. 42 mld. Se si considerano gli effetti cumulati da inizio legislatura (fonte: �Il Sole 24 ore�), sono: – Governo Berlusconi-Tremonti 266,3 mld; – Governo Monti 63,2 mld. Totale 329,5 mld.
    La gran parte di questi 330 mld � stata addossata sui ceti medio e basso ad alta propensione al consumo.
    E poi ci si meraviglia degli effetti recessivi e della chiusura di migliaia di aziende.
    �Il lavoro �sporco� del governo Berlusconi-Tremonti�
    http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2747515.html

    2. Il successo economico attuale della Germania e la crescita della sua competitivit� poggiano anche su 7 milioni di mini job retribuiti 400 � al mese (sulle riforme Haartz – varate sotto il governo Schroeder – e i cosiddetti lavori minori, v. questa ampia e dettagliata analisi �Il ruolo del diritto del lavoro e della sicurezza sociale nella crisi economica. L�esperienza tedesca� di Maximilian Fuchs
    http://www.aidlass.it/documenti-1/Fuchs_Aidlass_2013.doc ). E cos� pu� rinfacciare ai partner europei di aver gi� fatto le cosiddette riforme ed imporre misure analoghe agli altri (v. Grecia, Portogallo, ecc.).
    Ma i mini job sono integrati dal robusto welfare tedesco con:
    a) un reddito minimo garantito (364 � al mese, compatibile coi mini job); e
    b) un sussidio integrale all�affitto.
    Questi sussidi si dovrebbero equiparare ad aiuti di Stato alle imprese.

    3. L�egoismo e l’arroganza dei Tedeschi, inclini anch�essi alle furbizie, sono un dato inconfutabile, ma � altrettanto inconfutabile, per contro, che noi dovremmo completare i compiti a casa (riforma ed efficientamento della cruciale PA, ivi inclusa la riforma della giustizia civile; lotta severa all�evasione fiscale; ampliamento a tutti i livelli di criteri meritocratici e di maggiore efficacia-efficienza), avendo come stella polare l�equit�. Tra questi ultimi – dato ben noto ai Tedeschi, che periodicamente ce lo rammentano – c’� la possibilit� di attingere le ingenti risorse (150-200 mld), per finanziare la crescita e la riduzione celere del debito pubblico e soprattutto dei correlati, gravosi interessi passivi, dalla ricchezza degli Italiani, superiore a quella dei Tedeschi, ma esclusivamente dal decile o dalla met� del decile pi� ricco delle famiglie, a bassa propensione al consumo e perci� senza effetti recessivi.

  8. Nessuno contesta che le manovre degl ultimi anni siano state regressive. E’ un errore imputare al solo Berlusconi i problemi del paese.
    DOMANDE RETORICHE
    1)Chi var� la legge n.262/05 art.19 c.2 “la Banca d’Italia � istituto di diritto pubblico” che la nazionalizzava, ed � stata disattesa per circa dieci anni, nonostante il c.10 dello stesso art. disponesse persino i tempi di realizzazione?
    R. Il cerbero Tremonti.
    2)Chi fu a varare la modifica dell’art.3 dello Statuto di BI per consentire alle ex BIN privatizzate di mantenere le quote di BI, disaapplicando la l.262/05?
    R.Tommaso Padoa Schioppa ministro delle finanze di quel “galantuomo” di Romano Prodi, nel 2006.
    Sul web, sui social, su questi siti in cui la democrazia della partecipazione -apprezzabile – fa spesso premio sulla precisione � tutto facile, tutti hanno capito tutto, tutti hanno la spiegazione: basta mostrare un grafichetto, una manciata di numeretti, una regressioncina che oggi con excel la esegue pure mio nipote che ha 16 anni e tutti ci sente un p� come quelli che: “Noi s� che abbiamo capito”.
    La realt� � molto, molto pi� complicata che tabellare quattro numeretti e, sulla base di quelli addossare a seconda dell’abito politico che si indossa le colpe esclusivamente all’avversario di turno.O questo paese, tutto il paese si mette in discussione o ne esce solo tirando a campare. Che � un modo pure quello, basta accettarne poi tutte le conseguenze e non prendersela con coloro che quando hanno un problema si rimboccano le maniche e lo risolvono rectius “la perfida Germania”. Es. i governi di “grande coalizione” (larghe intese) in Germania sono cosa molto seria: un dettagliatissimo contratto scritto, preliminarmente votato e approvato dai rispettivi aderenti ai partiti firmatari.Democrazia rappresentativa vera; una cosa molto impegnativa politicamente e di cui si dovr� dare conto. Non come in Italia dove un governo analogo si forma alla “vergognosa” di notte, dopo che 101 “cani mor**” hanno tradito il segretario del loro stesso partito.
    Infine potrebbe non essere casuale che il quotidiano Europa che sponsorizza il sito di VincesKo sia un fervido supporter della “porcata” fatta l’altro giorno su BI.
    Queste � una reale differenza su cui forse non sarebbe inutile discutere anche su questo sito. L’invito � lanciato.

  9. Quando ci si trova davanti ad una crisi di queste dimensioni non possiamo non fare tutti uno sforzo per guardare ai cambiamenti radicali che si sono prodotti negli ultimi 50 anni (almeno!!!). Non credo che debba interessare a nessuno quello che accade giorno per giorno. A me � sempre sembrato ridicolo, per esempio, che si accenda la Tv per vedere come cambia la borsa, quasi che i valori di variazione possano farci capire come sta andando la nostra economia, e quella degli altri paesi. la nostyra borsa � aumentata in un giorno del’1%? se questo dovesse acadere per 1 anno, noi avremmo un aumento del 365% (sto ovviamente semplificando il calcolo). Ma potremmo fare lo stesso ragionamento su altre variabili economiche. Ci sono nozioni che abiamo studiato all’universit� che, a dire il vero, no dicono niente se poi quelle nozioni non riescono a spiegare una situazione che si � determinata da decisioni prese in periodi precedenti. Questo � la cosa pi� importante che dovremmo mettere in pratica. Se la scienza economica, come diceva Maurice Allais, il grande economista francese che fu insignito del premio nobel negli anni 80, morto nel 2010, � scienza, signific a che le valutazioni, le teorie messe a disposizione di tutti, devono essere in grado di spiegare quello che accadr� in funzione delle decisioni che si prendono. Ed invece no siamo nele condizioni di spiegarlo con le teorie che negli ultimi 50 anni sono state prese come apparteneti alla scienza esatta, quella che dice se fai cos� avviene questo! Possiamo pensare che la produzione possa crescere all’infinito? Possiamo pensare che l’indivduo consumatore possa consumare sempre di pi� per sempre, che cio� non ci siano dei limite alla crescita? Possiamo pensare che non vi siano dei cicli, che sono sempre accaduti nella storia umana, che hanno comportato un aumento fino ad un massimo, dopo il quale vi � stata una curva di diminuzione fino all’azzeramento dell’efficienza di uan societ�, come per eszempio quela dell’impero romano, quella del medioevo? Possiamo veramente credere che una societ� possa crescere all’infinito basando la sua economia sulla diseguaglianza sociale e sull’abolizione del concetto che per la crescita abbiamo necessit� non del lavoro come fonte di ricchezza, ma del denaro come fonte di produzione di semplice denaro? Questa domanda me la pongo perch� all’interno dei grandi pensatori di scienza economica c’� una battaglia culturale che mette in discussione proprio questo. Non per niente c’� ancora chi, pur non volendo mettere in discussione l’economia capitalista, sta criticando fortemente il governo americano di Obama perch� sulla politica finanziaria, rispetto al governo Bush, non ha effettuato nessun cambiamento. C’� bisogno secondo loro di far si che il capitale, credendo loro nel sistema capitalistico, venga utilizzato per il suo vero obbiettivo, quello di investire nel sistema di produzione di merci e servizi, ovvero per permettere ai consumatori di poter acquistare quei beni e servizi che soddisfi le loro esigenze. Lo so che c’� chi come me, che pensa che questo non sia sufficiente per ragioni che sarebbe troppo lungo scrivere. Ma credo comunque che la prima cosa mportante che dobbiamo fare � quello di riprendere a leggere il libro di Pinocchio per ritrovare questa capacit� di dire: c’� bisogno di rimettere al centro il lavoro perch� solo il lavoro (art.1 della costituzione) permette di avere una societ� civile e democratica che possa sostenere tutte le nostre esigenze di studiare per formare gruppi dirigenti capaci di essere all’altezza dei problemi, di avere una sanit� degna di questo nome, di avere una previdenza che no metta le persone che non lavorano nelle condizioni di non vivere in maniera dignitosa, di avere un sistema di welfare che non considderi le persone anziane e coloro che non sono autosufficienti come un peso, ecc. Ma nello stesso tempo, poich� ciscuno di noi, che hanno studiato molti argomenti scientifici nelle nostre scuole, ha stuudiato anche i principi della fisica, come ha fatto anche il grande Maurice Allais, il quale era anche un professore di fisica, prima di essere professore di economia, ad ogni azione corrisponde un’azione uguale e contaria. E allora dovremmo capire alcuen cose basilari, di cui non possiamo far finta di non conoscere. Sono quelle cose che, in un certo senso, fanno paret del nostro dna. Se ho un credito nei confronti di una persona, quella persona ha un debito nei miei confronti. E se lui, che ha il debito, � preoccupato perch� non riesce a restituirmi quel debito, a maggior ragione dovrei essere preoccupato io che mai rivedr� soddisfatto il mio credito. Cos� come se un paese vuole esportare suoi prodotti, ci devono essere altri paesi capaci di importare. Non solo, ma quel paese che importa deve anche poi espostare. Non possiamo cio� pensare che ci siano paese che esportano ed altri che importano perch� per mangiare patate dobbiamo produrre patate, altrimenti il debito continua ad aumentare all’infinito. E allora non credo che il problema sia quello di guardare sempre e comunque a chi � pi� forte. Credo invece che per quanto riguarda l’Europa � indispensabile che si riprenda il cammino per costruire gli stati uniti d’Europa, che questo non debba significare l’annullamento degli stati nazionali, ma certamente che non si faccia concorrenza negativa al suo interno. Non possiamo accettare che i diritti fondamewntali del lavoro e quelli delle persone non siano uguali in tutti gli stati dell’Europa. Non � accettabile che una quasiasi nazione europea possa avere dei vantaggi nei confronti degli altri. Se nascono gli stati uniti d’Europa devono nascere sulla base di indirizi economici, morali, etici, e sulla base dei diritti fondamentali dell’uomo, che sono tutti iscritti nella nostra costituzione, a prescindere dal colore politico, religioso, di genere, ecc. Per chiudere vorrei solo ricordarmi come spesso la nostra vita, quando si giunge ad una certa et�, io ho 63 anni e somno pensionato, possa essere un patrimonio di storia personale ma anche collettivo. In questi ultimi anni, ho ripreso a studiare, soprattutto economia, e grazie agli studi ho incominciato a riguardare la mia storia. Non ne stiamo parlando pi�. Ma nel 1970 abbiamo avuto le pi� importanti conquiste che riguarda, da una parte la nascita delle Regioni, e dall’altra lo statuto dei lavoratori. Quest’ultimo atto � venuto fuori grazie al contratto nazionale dei metalmeccanici che hanno inserito per la prima volta il concetto che non si pu� licenziare senza giusta causa. Io sono entrato al lavorare in una fabbrica di produzione di ossido di aluminio a Portovesme in Sardegna nel 1972. Bene riguardando i miei diari, mi sono ricordato che molti miei amici negli anni successivi non riuscivano a trovare lavoro. Cio� la crescita dell’occupazione in quegli anni ha incominciato a diminuire, fino a scomparire. Quello che sto pensando � che a partire dalla fine degli anni 70, in Italia ed in Europa ha incominciato ad aumentare sempre di pi� la disoccupazione. Questo dato � in me diventato una certezza. Maurice Allais l’ha scritto nei suoi libri sulla globalizzazione, nei quali ha studiato il periodo che va dal 1950 fino al 1998, dove ha verificato sulla base dei dati a disposizione che il 1974 � stato l’anno di svolta (lui la chiama Rupture), dopo il quale la curva della disoccupazione ha aumentato la sua inclinazione positiva. Cio� la disoccupazione in Francia � aumentata in maniera continua, e questa tendenza � risultata uguale in tutta l’Europa. Allais ha anche spiegato cosa bisognerebbe fare per superare quella tendenza, ma nessuno gli ha dato risposta. Non solo, ma nessuno ha nemmeno lontanamente criticato il suo teorema. I suoi libri li ho praticamente comprati tutti e non ho mai avuto la possibiliot� di leggere qualche scritto che mettesse in discussione le sue ricerche.

  10. Mi fa piacere che il mio intervento sia stato l’occasione per una discussione ricca di spunti, pi� o meno polemici. Per quanto riguarda i contenuti, lo spirito � proprio quello di provare a tracciare un confine tra dove finiscono gli errori dei �perfidi tedeschi� e dove iniziano le responsabilit� degli �italiani brava gente�.
    Per quel che riguarda le tecniche di stima, non mi piace la figura retorica del �appello all’autorit��, ma la variazione del saldo strutturale ( fa poca differenza in termini di risultati se espresso in percentuale del pil nominale (CE) o potenziale (FMI)) � comunemente utilizzata come misura del cambiamento discrezionale della politica fiscale. Si veda ad esempio l’ultimo lavoro sui moltiplicatori fiscali di Blanchard e Leigh, Growth Forecast Errors and
    Fiscal Multipliers , IMF WP 13/01, in cui tra l’altro i risultati sono robusti all’omissione di altre variabili. Nel paper vengono anche usate tre tecniche di regressione robusta alla presenza di outlier (iterative weighted least squares, quantile regression, e metodo di Cook), senza trovare differenze di risultati tali da consigliare di scaricargli. Nel mio pezzo, infinitamente pi� semplice, la Grecia � stata lasciata dentro anche per inserire tutta l’informazione disponibile, compresa la quota di austerity per certi versi esogena al singolo paese (specie ai piigs) perch� dovuta non ai loro fondamentali o alle loro scelte consapevoli di politica fiscale, ma al panico causato dalla pessima gestione della crisi greca, che ha portato per lungo tempo i mercati a ritenere vicina la rottura della moneta unica, aumentando in questo modo la pressione sui i titoli di Stato e per questa via il grado di austerit�.
    Gli OLS, malgrado lontani dalla perfezione vengono utilizzati anche in altri policy brief , come in quello di De Grauwe e Jj, �The Legacy of Austerity in the Eurozone� CEPS Commentaries (in cui viene effettuata la stessa regressione su un campione di 11 paesi EA non specificati). Lo scopo di queste regressioni � infatti dare una prima impressione, da verificare tramite indagini pi� accurate, dell’associazione tra l’austerity e l’andamento dell’economia (associazione che tra l’altro non emerge guardando nella direzione opposta, il che potrebbe far pensare che la correzione ciclica un pochino funzioni). Una prova � stata comunque fatta usando come strumento (rilevante per la fiscal stance ma esogeno rispetto al ciclo) la variazione della spesa pubblica per investimenti (media pre e post 2009). Risulta che il guadagno asintotico dello stimatore IV sembra non compensare la perdita di efficienza.

  11. L’autore pu� fare una cosa: prendere il bilancio dell’INPS e rendersi conto di che razza di voragine � aperta nei conti pubblici italiani. Si reggono solo per artifici contabili che trasformano i debiti della gestione INPDAP, che non potr� mai ripianarli in crediti, (anticipazioni dello Stato). Il debito ovviamente cresce di anno in anno e azzerer� il Patrimonio netto dellINPS entro i prossimi due anni. Meglio lasciar perdere le regressioni e fare un p� di sana contabilit� pubblica sar� tutto molto pi� chiaro. Altro che fine dell’Austerity siamo con le pezze al sedere. Il vero miracolo � che non ve ne siete ancora accorti.

    http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2014/02/04/news/pensioni_in_rosso-77656551/

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