Le illusioni della Flexsecurity

Le illusioni della Flexsecurity

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L’Italia è, al tempo stesso, il Paese che – in Europa – ha dato maggiore impulso alle politiche di precarizzazione del lavoro e minore sicurezza a chi perde lavoro. Sul piano normativo, è opportuno ricordare che il nostro ordinamento prevede, in caso di licenziamento, il ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni ordinaria o strutturale (a seconda che si tratti di difficoltà aziendali di natura congiunturale o strutturale) e il ricorso alla mobilità nei casi di difficoltà aziendali irreversibili. L’ammontare del sussidio è stabilito in fase di programmazione economica ed è quantificato nella Legge Finanziaria. Vi è poi la possibilità di accedere all’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti per i lavoratori in stato di disoccupazione involontaria, con almeno due anni di assicurazione, che abbiano prestato almeno 78 giornate di lavoro con regolare contribuzione. Nel suo ultimo rapporto, l’OCSE, prevedendo il rischio di una disoccupazione a due cifre in Italia nel 2010, certifica che, al momento, i lavoratori più colpiti dalla crisi sono i giovani e i precari: in un anno l’Italia ha perso 261.000 posti di lavoro temporanei o con contratti atipici (inclusi i collaboratori coordinati e continuativi e occasionali). Il tasso di disoccupazione della fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni è cresciuto di 5 punti percentuali in Italia nell’ultimo anno ed è ora pari al 26,3%. Vi è quindi, a maggior ragione nel contesto recessivo attuale, la necessità e l’urgenza almeno di garantire un reddito di sussistenza alle fasce più deboli della forza-lavoro, espulse dal processo produttivo.

A fronte delle riserve del Governo motivate dalla scarsità di risorse dalle quali attingere, si registra – nel corso degli ultimi mesi – un sostegno deciso da parte di autorevoli economisti e giuslavoristi di orientamento liberista (nonché dall’Unione europea) a politiche che – ispirate all’esperienza danese della flexsecurity – coniughino la flessibilità contrattuale con una presunta ‘sicurezza’ da offrire ai lavoratori nel caso in cui vengano licenziati, secondo un modello noto come flexsecurity[1]. Va detto che, sul fronte liberista, si tratta di una svolta piuttosto significativa rispetto agli orientamenti dominanti nei primi anni Duemila; svolta che può essere spiegata in due modi. Si può ritenere, in primo luogo, che si sia preso atto del fallimento delle politiche di flessibilità del lavoro avviate, in Italia, dalla metà degli anni novanta – con il “Pacchetto Treu” – e che hanno subito una significativa accelerazione con la legge 30/3003 (la cosiddetta Legge Biagi). In effetti, vi è ampia evidenza empirica del fatto che, laddove i lavoratori sono meno protetti, sono minori i salari e, di norma, è minore l’occupazione[2]. In secondo luogo, è possibile che il cambiamento di vedute non sia motivato dalla constatazione del fatto che quelle politiche non hanno generato gli effetti voluti, ma da considerazioni che attengono o all’impopolarità crescente delle politiche di precarizzazione del lavoro o direttamente all’attuale fase congiunturale. In altri termini, appare ragionevole ritenere che coloro che oggi spingono il Governo verso l’attuazione di politiche di flexsecurity – intellettuali comunque di orientamento neoliberista – si siano convinti che il principale problema delle imprese italiane nella crisi attuale è un problema di sbocchi e che, dunque, occorre in qualche modo provare a sostenere la domanda interna. In prima approssimazione, sembrerebbe trattarsi di una politica che avvantaggia sia le imprese, sia i lavoratori.

Si può ritenere, infatti, che l’erogazione di sussidi, accrescendo la domanda aggregata, per il tramite dei consumi, aumenti la produzione e, per questa via, accresca la disponibilità di beni a favore dei lavoratori, occupati e disoccupati. Va, tuttavia, segnalato il rischio che questo effetto non si verifichi, e che la logica che ne è a fondamento sia ribaltata, in contesti nei quali le imprese hanno la possibilità di decidere autonomamente quanto e cosa produrre, indipendentemente dall’andamento della domanda[3]. In una condizione di ‘sovranità del produttore’[4], le imprese hanno potere di fissazione dei prezzi, e i prezzi vengono determinati aggiungendo un margine di profitto considerato normale ai costi di produzione. L’entità del margine di profitto dipende dal grado di concentrazione industriale e, dunque, è tanto maggiore quanto meno i mercati hanno una configurazione concorrenziale[5]. In tali circostanze, l’erogazione di sussidi in moneta rischia di generare effetti perversi, per le seguenti ragioni. I sussidi, accrescendo il valore monetario della domanda globale, accrescono i profitti e, di conseguenza, i margini di profitto. L’aumento dei margini di profitto – a parità di costi di produzione – si traduce in più alti prezzi di vendita dei beni e servizi, con la conseguenza che non solo il reddito reale dei disoccupati subisce una decurtazione derivante dal potenziale aumento del tasso di inflazione, ma gli stessi lavoratori occupati possono veder ridursi i loro salari reali. L’Eurostat certifica, a riguardo, che – nel confronto fra Italia e Danimarca – pure a fronte della più alta spesa pubblica nel mercato del lavoro nel Paese scandinavo nel corso dell’ultimo decennio fra i Paese europei (il 2.6% del PIL a fronte dello 0.6 italiano nel 2007), non si sono registrate significative differenze nell’andamento della quota del reddito da lavoro dipendente sul PIL (il labour share), che ha fatto registrare un modesto aumento dello 0.01% in Danimarca[6]. A ciò va aggiunto che le pressioni inflazionistiche derivanti dall’erogazione monetaria di sussidi possono essere di entità diversa in ragione delle forme di mercato prevalenti nelle diverse aree geografiche e nei diversi settori produttivi. In particolare, e con riferimento al dualismo italiano, poiché le imprese meridionali operano in mercati più prossimi alla concorrenza rispetto alle imprese del Nord, vi è motivo di attendersi che un’estensione generalizzata degli ammortizzatori sociali accresca i prezzi dei prodotti del Nord più di quanto li accresca nel Mezzogiorno. Da ciò segue che i consumatori meridionali si troveranno ad acquistare beni dal Nord a prezzi più alti rispetto ai prezzi che le imprese meridionali potranno praticare, in ciò accentuando il dualismo territoriale[7]. Vi è di più. Se si ammette che l’erogazione di sussidi possa generare effetti inflazionistici, per l’aumento dei margini di profitto, il conflitto distributivo che può seguirne non attiene soltanto al danno generato ai percettori di redditi fissi, ma anche al sistema bancario, dal momento che i tassi di interesse in termini reali risulteranno anch’essi ridotti. Da ciò può seguirne un’ulteriore contrazione del credito, imputabile alla riduzione dei profitti bancari, e, dunque, un’ulteriore compressione della produzione, dell’occupazione e dei salari, configurando un circolo vizioso dal quale possono ottenere al più benefici di breve periodo le sole imprese, e in particolare le imprese di più grandi dimensioni che operano in mercati oligopolistici.

L’effetto ridistribuivo dei sussidi può essere controbilanciato o attenuato da un meccanismo collaterale. Gli economisti, quantomeno quelli poco attenti alla Storia della propria disciplina, hanno dedicato ben poca attenzione sugli effetti che le politiche fiscali espansive esercitano sulla produttività. E’ ben noto, da Adam Smith in poi, che la produttività del lavoro dipende in modo cruciale dalla divisione del lavoro all’interno dell’impresa, e che la divisione del lavoro è tanto più accentuata quanto maggiore è la domanda. La ratio di questa tesi sta nella convinzione secondo la quale l’aumento della domanda incentiva le imprese ad accrescere la produzione. Ciò può tradursi in un aumento dell’occupazione e/o in una maggiore specializzazione dei lavoratori occupati, la quale – a sua volta – si ottiene mediante una più accentuata frammentazione delle mansioni. Il nesso individuato da Smith presuppone che vi sia una tendenza spontanea, in economie di mercato deregolamentate, a mantenere elevata la domanda o a determinarne la costante crescita. Se ciò può riflettere il contesto storico nel quale l’economista scozzese elaborava queste tesi, rinviando l’aumento della domanda all’urbanizzazione e al miglioramento dei sistemi di trasporto (fenomeni tipici della prima rivoluzione industriale e della ‘nascita’ del capitalismo), è meno ragionevole ritenere che il capitalismo contemporaneo disponga di meccanismi endogeni tali da produrre spontaneamente incrementi di domanda. Ciò accade per due ragioni. In primo luogo, nessuna impresa ha convenienza ad accrescere i salari, essendo il salario, per la singola impresa, solo un costo di produzione. E tuttavia, per l’economia nel suo complesso, la compressione dei salari genera compressione dei consumi, della domanda aggregata e dell’occupazione. In secondo luogo, poiché gli investimenti – anch’essi componenti della domanda – dipendono in modo rilevante dalle aspettative imprenditoriali, non vi è nessun meccanismo automatico che assicuri una crescita permanente degli investimenti. Nella congiuntura attuale, è semmai vero che – data l’elevata incertezza – i progetti di investimento tendono a essere posticipati o non realizzati e che i salari, anche per effetto delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro, tendono a ridursi.

Seguendo una prospettiva keynesiana, per l’obiettivo di tenere alta la domanda e l’occupazione, è necessaria una politica fiscale espansiva, sotto forma di maggiore spesa pubblica e/o di minore tassazione, soprattutto a beneficio dei percettori di redditi bassi. L’aumento della spesa pubblica, alla luce di quanto si è detto, può avere significativi effetti di accelerazione della produttività del lavoro. Poiché, infatti, le variazioni di quest’ultima sono in ultima istanza determinate dalle variazioni della domanda, l’aumento della spesa pubblica – nella misura in cui accresce la domanda aggregata – stimola le imprese ad accrescere la produzione oltre che attraverso maggiore occupazione, anche mediante la maggiore specializzazione del lavoro e, dunque, mediante una più accentuata divisione dello stesso. Va tuttavia sottolineato che questo meccanismo può agire sotto la condizione che le imprese possano accrescere il grado di divisione tecnica del lavoro, e ciò è possibile, di norma, quando le dimensioni aziendali sono sufficientemente grandi. Non è questo il caso italiano e, dunque, vi è motivo di ritenere che l’aumento della produttività, conseguente all’aumento della spesa pubblica, non riesca a controbilanciare l’aumento dei margini di profitto e, dunque, che i programmi di flexsecurity siano destinati a ridistribuire reddito a danno del lavoro dipendente.

Stando così le cose, è legittimo chiedersi se non sia più efficace una politica che sia indirizzata alla fornitura diretta di beni e servizi ai lavoratori, con assetti proprietari pubblici, e dunque con tariffe minime o con accesso gratuito. Evidentemente un indirizzo di questo tipo implica anche maggiore occupazione nei settori che producono beni pubblici, dando luogo a una condizione nella quale è lo Stato a svolgere la funzione di employer of last resort. Ed è qui che si può rintracciare l’aspetto sottaciuto dei programmi di flexsecurity. Propagandate come misure di protezione delle fasce deboli, e in particolare dei precari che perdono il posto di lavoro, esse assomigliano piuttosto a tentativi surrettizi di mantenere alta la domanda, chiedendo allo Stato di farsene carico, in una condizione nella quale ciò rischia di tradursi in un impoverimento dei medesimi soggetti che quei programmi dichiarano di voler tutelare.

 

[1] Va ricordato che in Danimarca sussistono contestualmente i più bassi costi di licenziamento e il più generoso sistema di assistenza ai disoccupati. Questi ultimi ricevono dallo Stato circa il 90% della media dello stipendio delle ultime 12 settimane. A tali benefici si ha diritto per un massimo di quattro anni e vengono forniti anche quando il lavoratore è prossimo al pensionamento. Il requisito per percepire i benefici consiste nell’aver prestato lavoro per cinquantadue settimane nei tre anni precedenti; inoltre, per accedervi, i disoccupati danesi devono frequentare programmi di formazione e devono accettare qualsiasi condizione lavorativa offerta dai centri per l’impiego. Il diritto all’indennità viene perso nel momento in cui si rifiuta una qualunque offerta di posto di lavoro. Si ritiene che questo modello di relazioni industriali sia la principale causa del fatto che la Danimarca registra un tasso di disoccupazione pari al 5,4%, il più basso d’Europa
[2] Per un approfondimento di questi aspetti si rinvia al mio contributo La precarietà come freno alla crescita su questa rivista.
[3] Lo schema teorico che è a fondamento delle argomentazioni che seguono è derivato dalle opere di Kalecki, dove si delinea un modello macroeconomico nel quale i) le imprese decidono autonomamente l’ammontare degli investimenti, assunti esogeni, in relazione agli ‘animal spirits’ imprenditoriali, ii) si determina, conseguentemente, l’ammontare della domanda e iii) le imprese fissano il livello dei prezzi che consente loro di ottenere un margine di profitto ‘normale’. Da ciò segue che ogni iniezione ‘esterna’ di liquidità (ed è il caso qui trattato) si risolve in un aumento dei profitti monetari. Sul tema si rinvia a M. Kalecki, Selected essays on the dynamics of the capitalist system. Cambridge, Cambridge University Press, 1971.
[4] Intendendo con questa espressione l’esatto contrario del postulato neoclassico della ‘sovranità del consumatore’, quest’ultimo riferito alla convinzione secondo la quale sono le preferenze (esogene) dei consumatori a orientare le scelte delle imprese in ordine alla scala e alla composizione merceologica della produzione.
[5] Per una trattazione divulgativa del modo in cui si determina il mark-up (ovvero il ricarico del saggio di profitto sui costi di produzione), si rinvia a M.Lavoie, Introduction to Post-Keynesian Economics, New York, Palgrave, 2006, pp.44-53.
[6] Si veda http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/publication15147_en.pdf.
[7] Su questi aspetti, si rinvia al mio contributo su questa rivista L’unità nazionale e le gabbie salariali e alle considerazioni svolte, nella stessa sede, da Rosario Patalano e Riccardo Realfonzo (Salari meridionali in gabbia).

13 Commenti

  1. Non sono d’accordo: 1) la Flex-secutity non � fatta esclusivamente di ammortizzatori sociali, bens� punto cardine � l’introduzione di un contratto unico a tempo indeterminato senza una data di scadenza, che mantenga la flessibilit� sistemica necessaria alle imprese, ma che accresca il grado di stabilit� e sicurezza necessarie ai lavoratori e alle loro famiglie. 2)Il concetto dei margini di profitto � pi� importante in mercati oligopolistici; bene. Non tutti i settori del nostro sistema economico lo sono. 3)Siamo in una fase nella quale la domanda � bassa; l’autore si contraddice fortemente nel momento in cui afferma che consumi e investimenti, quali fondamentali componenti della domanda aggregata, sono fermi ed anzi arretrano perch� i salari non crescono e gli imprenditori in un contesto di incertezza non investono, ed allo stesso tempo sostiene che un incremento della domanda aggregata monetaria produca un aumento dei prezzi. In sostanza, delinea prima una situazione deflazionistica ma allo stesso tempo parla di contrazione reale dei salariati a reddito fisso causati dall’aumento dei prezzi. 3)la preoccupazione non pu� essere(con gli spettri di una deflazione), qualla di tutelare il potere d’acquisto di chi ha un reddito fisso ed � inattaccabile perch� gode di un contrratto a a tempo determinato, bens� deve essere quella di tutelare chi non ha alcuna tutela. 4)In modo neanche troppo velato, lei sostiene che i disoccupati debbano essere reimpiegati attraverso un forte incremento del peso nello Stato dell’economia. Accrescere notevolmente la produzione di beni e servizi pubblici, accrescere l’occupazione nel settore pubblico e combattere la disoccupazione. Questo avrebbe un forte impatto sul debito pubblico gi� di proporzioni elevatissime(115% del Pil nel 2010), ed alla lunga generebbe un sicuro aumento dei tassi di interesse sul debito. Questo s�, sarebbe, un vero circolo vizioso, anzi mostruoso, in quanto l’aumento dei tassi di interesse sarebbe un freno notevole per gli inestimenti privati. Credo anche difficile, al di l� di tutto, poter dire ad un disoccupato privo di tutele che non gli si pu� concedere un sussidio di disoccupazione, altrimenti c’� il rischio che crescano i margini di profitto; ragioni di equit� e coesione sociale ce lo impediscono. La cassa di integrazione, inoltre, � prevista solo per il settore industriale che rappresenta non pi� del 20% della nostra economia. Per non dimenticare le iniquit� date dalle disparit� di trattamento tra imprese grandi e piccole, con forte penalizzazione di queste ultime(il 95% delle imprese italiane hanno meno di 10 dipendeneti). Accrecere le tutele, acrrescere gli incentivi diretti alla domanda aggregata: queste sono misure efficaci in tempo di crisi.

    Guglielmo Forges Davanzati risponde
    : Ringrazio innanzitutto Giuseppe per l�attenzione dedicata a questo articolo. Nel merito delle sue obiezioni faccio osservare che 1) la convinzione che esista una �flessibilit� sistemica necessaria per le imprese� � molto discutibile. Sul tema, rinvio al mio articolo su questa rivista (La precariet� come freno alla crescita) e ai saggi l� segnalati. La contraddizione che viene segnalata non sussiste e la questione si pone in questi termini: sul piano microeconomico, � conveniente mantenere bassi i salari, mentre sul piano macroeconomico questa strategia � controproducente ai fini della realizzazione monetaria dei profitti, che si rende possibile � in questo schema � attraverso iniezioni esterne di liquidit�; 2) il fatto che l�economia italiana sia in larga misura formata da piccole imprese non implica che queste imprese si muovano in mercati concorrenziali, ovvero che assumano il prezzo come un dato. Sebbene il tema meriti approfondimenti, in linea generale si pu� ragionevolmente assumere che � sebbene di piccole dimensioni � molte imprese operino in condizioni quasi monopolistiche rispetto al mercato (locale) di riferimento; 3) Se si accoglie la tesi 1) ne deriva che iniezioni esterne di liquidit� da parte dello Stato per l�erogazione di sussidi di disoccupazione accrescono il debito pubblico, a parit� di altre circostanze, cos� come � per uno stanziamento dato � lo farebbe la produzione diretta di beni e servizi da parte dello Stato (sul tema, in ambito divulgativo, rinvio ai saggi contenuti in http://www.appellodeglieconomisti.com). Con una variante di non poco conto: nel primo caso, i disoccupati restano tali (e tale resta la produzione), nel secondo l�occupazione aumenta (e aumenta la produzione).

  2. Ringrazio, a mia volta, l’autore per la disponibilit� mostrata nel rispondere al mio commento, risposta che mi d� lo spunto per ulteriori considerazioni. Il discorso sulla flessibilit�: nel momento in cui facciamo giustamente riferimento alla precarizzazione del lavoro, introdotto dagli interventi legislativi degli anni 90 e primi anni 2000(mi riferisco al pacchetto Treu ed alla legge 30 che porta il nome di Marco Biagi), dobbiamo necessariamente evidenziare che il tasso di disoccupazione si � quasi dimezzato nel nostro paese, al netto della crisi. Sono stati anni, nei quali, c’� stata un’esplosione dell’occupazione nonostante una crecita economica bassa ed al di sotto della media europea gi� di per s� non esaltante. Prima del crollo di Lemanh Brother la disoccupazione era al 6,7%, nei primi anni ’90 eravamo alle soglie del 12%. La disoccupazione a due cifre era l’incubo ricorrente per l’intera Europa continentale. La spiegazione di ci�, non pu�, essere esclusivamente data dal fatto che molti disoccupati di lungo periodo, scoraggiati, siano usciti dal mercato del lavoro smettendo di cercare un impiego e sfuggendo alle statistiche. Io credo che la motivazione principale sia da rintracciare nella estrema variabilit� della domanda a partire dagli anni ’70, le crisi petrolifere, il fallimento delle politiche keynesiane di fronte al fenomeno nuovo della stag-flazione. Si trasforma notevolmente il tessuto produttivo e con esso le esigenze delle imprese e del mondo produttivo in generale. Una domanda estremamente flessibile ed instabile, un mondo sempre pi� globalizzato accresce le esigenze di flessibilit� per riuscire a competere. Chiaramente, per�, non � pensabile che tutto ci� possa essere realizzato con un ricorso sempre maggiore a forme contrattuali che non permettono di condurre una vita serena e stabile. Questo non significa,per�, affrontare nuovi problemi con soluzioni vecchie. Non si pu� garantire il posto fisso a tutti, magari nel pubblico impiego. Io credo che la via migliore per rispondere alle sfide attauli sia quello di accrescere la stabilit� di un sistema che attualmente � solo flessibile. Un mercato del lavoro che non sia duale e spaccato in due,con da un lato lavoratori pieni di tutele, dall’altro lavoratori precari, senza possibilit� di carriera, senza tutele in caso di licenziamento e con un probabilit� molto maggiore di perdere il posto di lavoro. Un contratto unico ed uguale per tutti, dove non ci siano scadenze contrattuali iniziali, ma nel quale non sia impossibile licenziare. Licenziare deve essere possibile, ma servono ammortizatori sociali per ammorbidire le difficolt� che si hanno quando non si � impiegati.
    Detto questo, sul discorso dell’inflazione generata dall’erogazione di sussidi monetari, scendendo sul lato pi� tecnico della questione, dico questo: innnazitutto recuperei il concetto Keynesiano che ci porta ad analizzare congiuntamente il contesto macro e quello microeconomico. 1) E’ di tutta evidenza che un sistema nel quale generalmente chi � disoccupato riceve un sussidio, � contraddistinto da salari pi� alti a parit� di condizioni rispetto ad un sistema sprovvisto di indennit� di disoccupazione. In ottica macroeconomica gli imprenditori sono costretti ad accrescere i salari per garantirsi la manodopera necessaria; cresce in altre parole il potere contrattuale dei lavoratori. Dunque non avremmo un’erosione del potere d’acquisto cos� accentuata, a mio parere. 2) Generare aspettative inflazionistiche in una fase come questa, non sarebbe poi tanto male. Un p� di inflazione � positiva, soprattutto per orientare gli agenti economici ad accelerare acquisti ed investimenti, sapendo che i prezzi potranno salire nell’immediato futuro. Un p� di inflazione sarebbe positiva anche per allegerire il peso del debito pubblico e favorire l’indebitamento per gli investimenti. Ci sarebbero altre considerazioni tecniche al riguardo, ma fi fermo qui.
    Per concludere: le ultime vicende relative ad Alitalia, ai tempi estremamente lunghi per realizzare opere pubbliche, ai disastri generati dall’intervento statale nel’intermediazione creditizia sconsigliano di accrescere il peso pubblico nel nostro sistema economico. Alle volte, credo, l’esperienza valga pi� delle teorie economiche seppure queste ultime siano interessanti, stimolanti e spesso utili.

    Guglielmo Forges Davanzati risponde: Le considerazioni poste dal lettore meriterebbero molto pi� spazio di quanto qui disponibile. Mi limito a tre rilievi: 1) sebbene i suoi dati derivano da fonti ufficiali, in quanto tali da tenere nella massima considerazione, l�evidenza empirica su precariet� e tasso di disoccupazione non � affatto univoca. Rinvio, su questo aspetto, all�ultimo rapporto OCSE e � per gli aspetti statistici – a quanto � stato scritto anche su questa rivista in merito alle metodologie di calcolo usate a tal fine; 2) l�affermazione secondo la quale � la variabilit� della domanda a rendere necessario il ricorso a procedure pi� facili di licenziamento dovrebbe richiedere uno sforzo di comprensione delle cause del (presunto) aumento della variabilit� della domanda. A mio avviso, sarebbe banale considerarla un dato; 3) Se anche si ammette che l�inflazione pu� determinare un aumento degli investimenti, occorre verificare se si tratta di investimenti labour-intensive o meno. L�esperienza della jobless growth degli ultimi anni dovrebbe quantomeno farci riflettere sul nesso investimenti-occupazione.

  3. Forse prima di ripetere la storia trita e ritrita secondo la quale la precarizzazione avrebbe ridotto la disoccupazione italiana, Giuseppe farebbe meglio a guardarsi meglio i dati. Il dibattito tra Brancaccio, Giavazzi e Ichino di un paio di anni fa su Liberazione fu chiarissimo. E’ stato pubblicato anche nel libro di Brancaccio, ‘La crisi del pensiero unico’. In fondo non ci vuole molto a capire che dire: 1) c’� stata la precarizzazione, 2) c’� stata anche la disoccupazione, 3) QUINDI la prima implica la seconda � solo un sillogismo da vecchi stregoni, degno di un Capezzone o di un Bondi, e che per guardare le cose con un minimo di seriet� bisognerebbe almeno lavorare su cross-sections, cio� su analisi comparate. In quel caso si capisce che molti paesi che hanno precarizzato meno di noi hanno visto ridursi la disoccupazione di pi�, e che quindi per anni ci hanno venduto come oro colato un sacco di fesserie. Saluti e complimenti per il sito.

  4. Forse una lettura meno semplicistica del commento avrebbe evitato a Kugelmino di dire delle inesattezze su quanto da me detto. Io, infatti, sottolineo per primo la necessit� di rimediare ad una situazione di precarizzazione sempre pi� diffusa. Il senso del mio inetervento � che la Flex-security mira a combattere la precariet� oltre che a introdurre sacrosanti ammortizzatori sociali. Kugelmino non ha capito il senso della discussione, o comunque del mio intervento. Sei d’accordo o meno con l’introduzione di ammortizzatori sociali ai quali possa accedere chiunque perda il lavoro e non solo coloro che godono di un posto fisso e che lavorano nelle grandi imprese? Sei d’accordo o meno sul fatto che bisogna combattere il dualismo del nostro mercato del lavoro? Sul discorso dei dati: i dati Istat dicono questo, la disoccupazione si � ridotta rispetto agli anni nei quali non c’erano i contratti atipici. Il problema � che dalla disoccupazione siamo passati(detto in termini crudi) alla precarizzazione; forse un piccolo passo avanti, ma pur sempre un problema sociale da affrontare con seriet�.

  5. Vedo che Giuseppe non afferra il punto. Se Giuseppe dice: ‘i dati ISTAT dicono questo, la disoccupazione si � ridotta rispetto agli anni in cui non c’erano i contratti atipici’, la sua affermazione NON SIGNIFICA UN BEL NIENTE SUL PIANO STATISTICO. Come dice spesso Brancaccio, questa affermazione vale quanto l’affermazione dello stregone che dice: ‘ho ballato e poi ha piovuto. Quindi IO ho PROVOCATO la pioggia’. Le analisi serie si fanno come minimo in cross-section!!! Guardando quelle, lo stesso Blanchard dichiara che la riduzione degli indici di protezione del lavoro NON E’ CORRELATA alla riduzione della disoccupazione (Economic Policy 2006). Il resto � pura superstizione degna di un Capezzone, non certo di un dibattito su questa rivista.

  6. Per Kugelmino: Per “il resto” intendi ammortizzatori sociali per chi non ha uno straccio di reddito e dualismo iniquo del mercato del lavoro?Se questa � superstizione indegna..complimenti alla tua analisi lucida, seria ed onesta.

  7. Detto questo: la disoccupazione sarebbe calata lo stesso?Questo � il senso del tuo intervento?Il calo della disoccupazione non � dipeso dall’introduzione di contratti atipici? Non sono d’accordo; ma non � questo il nodo centrale. Qualsiasi sia la ragione, la disoccupazione(al netto di questa crisi) � calata; i problemi oggi sono essenzialmente altri, relativi alle disparit� di trattamento evidenti presenti all’interno del nostro mercato del lavoro, alla mancanza di tutele che garantiscano il mantenimento della coesione sociale, per la stragrande maggioranza dei lavoratori. Pensi, caro Kugelmino, che sia giusto quanto accaduto con Alitalia?Sette anni di ammortizzatori all’80% dell’ultimo stipendio percepito, mentre ci sono lavoratori che non hanno tutele(1500000 di lavoratori potenziali)? Abbandona la cross section alla quale tieni tanto e rispondi a queste domande, senza arroccarti e abbandona la monotematicit� che ha contraddsitinto i tuoi 2 interventi.

  8. Non mi interessa se questi temi siano all’altezza di Capezzone, Bondi, Ciccio, Franco o Fantozzi. Sono temi centrali, ai quali non ho avuto sisposte n� dall’autore, n� tantomeno dall’attento Kugelmino.

  9. L’articolo non � incentrato realmente sulla Flex-security; altrimenti conterrebbe una pi� esaustiva e complessa spiegazione delle proposte formulate al riguardo. Dunque � il titolo probabilmente ad essere inesatto.

    Guglielmo Foerges Davanzati: Caro Giuseppe, le questioni che solleva attengono al dibattito su flessibilit� (precariet�) e occupazione e non sono direttamente attinenti al tema trattato in questo articolo, che comunque attiene al modello della flexsecurity (rinvio, per questo, al sito del prof. Pietro Ichino, dove trova le contro-obiezioni del collega alle mie argomentazioni). Per la relazione fra flessibilit� contrattuale � misurata dall�EPL (Employment protection legislation) – e occupazione in sede OCSE, mi permetto di suggerirle il rapporto di cui al sito http://www.oecd.org/dataoecd/8/4/34846856.pdf Avr� modo di constatare che, come scrivevo in un post precedente (e nel mio articolo La precariet� come freno alla crescita su questa rivista), nella migliore delle ipotesi si pu� affermare che tale relazione � ambigua e dipende dai singoli contesti istituzionali, mentre ci� che � empiricamente apprezzabile � il fatto che la precariet� riduce la quota dei salari sul PIL.

  10. Vorrei interloquire nella discussione con un apprezzamento per i partecipanti osservando brevemente:
    1- chiunque abbia un minimo di metodologia scientifica dovrebbe procedere “more geometrico” ovvero dalla definizione di ci� che parla.
    Invece sul termine lavoro e occupazione si abbatte un processo di desemantizzazione, ovvero l’inattendibilit� dei dati da cui parte Giuseppe derivano dal fatto che del lavoro non si d� alcuna definizione.
    Per essere chiari procedendo con questa logica il campo di concentramento pu� corrispondere ad un luogo di piena occupazione.Significativo il processo per cui il lavoro non riesce spesso pi� a soddisfare i bisogni primari.
    Ricordo di aver letto una significativa ricerca che evidenziava come molti poveri relativi in Canada vivevano in famiglie con due redditi da lavoro.
    Stesso a dirsi della trita ed assurda retorica sugli ipergarantiti.
    Le ricette dei vari Ichino e soci tendono a fare sparire le garanzie del lavoro per evitare “l’effetto specchio” che queste hanno sul lavoro precario. Tali ricette equivalgono alle affermazioni di chi per lottare la fame ritiene di adottare il regime alimenrtare dei paesi pi� poveri del mondo. Quanto poi al debito pubblico evidentemente la nostra situazione � tutt’altro che rosea ma anche qui la sua valutazione viene operata, a mio sommesso avviso, in maniera del tutto erronea in quanto non si tiene conto n� del debito privato, n� del patrimonio della Stato.
    Se noi teniamo conto del debito privato ci accorgiamo che lo Stato risulta molto pi� efficiente del privato.
    Riservandomi di approfondire i punti non chiari Vorrei ringraziare quanti volessero interloquire con me.

  11. Caro Rapisarda, la ringrazio per l�intervento che solleva questioni sulle quali � qui possibile solo fare cenno. In particolare:
    1. Sul debito pubblico � anche astraendo dal patrimonio dello Stato e dal debito privato � va detto che non dovrebbe esservi motivo di eccessiva preoccupazione, dal momento che, sebbene alto, non � il parametro fondamentale del quale gli investitori internazionali tengono conto. Inoltre, proprio in un contesto di crisi, � semmai fisiologico che la spesa pubblica aumenti e, con essa, anche l�indebitamento dello Stato. Il che, per�, non accade in Italia, dove le due ultime Leggi Finanziarie delineano sostanzialmente un indirizzo di politica fiscale restrittivo (sul tema rinvio al mio contributo Il Governo, la crisi e i costi sociali del rigore finanziario, su questa rivista).
    2. Il problema che individua, sulla concezione del lavoro e sulla stima dell�occupazione, esiste. Per questo rinvio al contributo di Francesco Pirone qui pubblicato.

  12. La ringrazio dell’attenzione prestatami.
    Chiaramente le questioni risultano complesse per cui in questa sede possono essere effettuate solo delle osservazioni frammentarie.
    Vorrei innanzitutto rilevare come non vi sia una necessaria correlazione tra aumento della spesa ed aumento del debito, e che non bisogna perdere l’oportunit� di approfittare di questo periodo (breve?) di bassi tassi di interesse. Potrebbe rivelarsi interessante infatti investire nell’aumentare l’efficienza per ridurre le spese utilizzando lo spread esistente tra tasso di interesse e risparmio(ad es. energetico sostituendo le fonti luminose nella p.a.).
    Nel mio intervento precedente volevo inoltre sollevare il problema dei processi di privatizzazione del patrimonio statale, parola alla quale i cattivi e forse non disinteressati economisti hanno dato una valenza positiva aprioristica, mentre si deve riorganizzare il patrimonio cedendo i beni a bassa o nulla redditivit�, ma tenendo quelli che danno una redditivit� superiore all’interesse sul debito pubblico.
    Non riesco peraltro a spiegarmi perch� -pur con le indubbie difficolt� di stima- non si debba tenere conto del patrimonio statale nella valutazione della solvibilit� di una nazione al contrario di quanto avviene per i privati.
    Ricordo infatti che Cirino Pomicino aveva proposto di vendere i beni in uso alla P.A. (ospedali, caserme etc.)alle banche a cui l’amministrazione che continuava ad utilizzarli avrebbe pagato un canone di affitto (cd. leaseback), come mi risulta essere stato fatto per la celeberrima caserma di Coppito.
    Passando agli ammortizzatori sociali da tutti lodati questi non sono che il pendant ideologico del processo di precarizzazione: si pensi alla vicenda significativa dei bidelli che percepiscono un reddito di poco superiore a quello di sussistenza, si preferisce licenziarli e dargli un ammortizzatore sociale di costo quasi uguale che tenerli occupati.
    Ho molto apprezzato la sua analisi sul salario reale dei lavoratori, laddove mi sembra evidente come la riduzione dei salari nominali sia coincisa (alla faccia dell’araba fenice della concorrenza) con un un aumento dei prezzi. Ritengo infatti che questo processo sia stato reso possibile dal sostegno (rectius: dal drogare) la domanda con la concessione dei mutui “facili” (subprime) da cui la crisi.
    Ho trovato di estremo interesse la notizia secondo cui la ndrangheta trae dalla contraffazione illecita dei marchi profitti pari a quelli ottenuti con il traffico di droga. Evidentemente gli stessi profitti (leciti ma parassitari) li ottengono i legittimi titolari dei brand.

  13. Una breve domanda. Lei si attende che una “estensione generalizzata degli ammortizzatori sociali accresca i prezzi dei prodotti del Nord pi� di quanto li accresca nel Mezzogiorno. Da ci� segue che i consumatori meridionali si troveranno ad acquistare beni dal Nord a prezzi pi� alti rispetto ai prezzi che le imprese meridionali potranno praticare, in ci� accentuando il dualismo territoriale.”

    Ma non dovrebbe accadere anche il contrario? Ovvero che i produttori meridionali “esporterebbero” al Nord in misura maggiore, dati i costi minori? E questo non dovrebbe viceversa favorire gli investimenti nel meridione, riducendo il dualismo territoriale?

    Grazie mille per l’attenzione.

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