L’università e il mito meritocratico

L’università e il mito meritocratico

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Sulla cosiddetta riforma dell’Università, è bene sgombrare il campo da un equivoco: il suo reale obiettivo non è introdurre criteri di valutazione che premino il merito, bensì operare un depotenziamento del sistema formativo pubblico che non ha precedenti nella storia recente del Paese[1]. Depotenziamento che è già, in parte, passato attraverso la legge 33/2008, con la quale si è provveduto a sottrarre al sistema universitario pubblico circa un miliardo e mezzo di euro, per il biennio 2010-2011, mettendo a rischio la sopravvivenza stessa di molti Atenei. I fondi recuperabili con la Legge di stabilità non serviranno a ripianare i bilanci degli Atenei italiani, ma, nella migliore delle ipotesi, ad arginare le proteste degli attuali ricercatori in ruolo, che hanno consentito – negli anni passati – la sopravvivenza di corsi di studio, svolgendo attività didattica non retribuita, e ai quali il Ministero offre oggi in cambio la messa ad esaurimento del loro ruolo. Peraltro – e non si tratta di un aspetto marginale – la riduzione dei finanziamenti è ‘lineare’, ovvero non tiene conto delle variabili di contesto (PIL procapite, tassi di disoccupazione) e, dunque, grava maggiormente sulle Università meridionali. La delegittimazione mediatica del sistema universitario pubblico (che regge sulla duplice retorica dei professori ‘baroni’ e ‘fannulloni’) sostiene questo disegno[2].

Sebbene nessuno possa negare che casi, anche frequenti, di nepotismo negli Atenei italiani esistano, occorre sottolineare che l’intervento legislativo non contiene misure che pongano argini a questi problemi[3]. Queste misure sono demandate a regolamenti che il Ministero dovrà emanare successivamente all’approvazione della Legge, e alcune sono di difficilissima attuazione (si pensi alla previsione, di cui all’attuale stesura del DDL Gelmini, di commissioni concorsuali nelle quali uno dei componenti deve essere un docente strutturato in una Università dell’area OCSE). Misure ulteriori che si aggiungono agli oltre 1.500 provvedimenti che hanno riguardato l’Università nell’ultimo decennio. Difficile, poi, immaginare che il merito venga premiato con la precarizzazione del ruolo di ricercatore. Nella stesura attuale del disegno di Legge, si prevede che i ricercatori verranno assunti con contratti a tempo determinato triennali, rinnovabili, ai quali può far seguito la prosecuzione dell’attività di ricerca solo in caso di definitiva stabilizzazione: il che, con il taglio dei finanziamenti, è un’ipotesi piuttosto ardua[4].

E’ del tutto evidente che questo dispositivo non ha nulla a che fare con il merito e, semmai, può produrre danni rilevanti, generando esiti esattamente opposti a quelli che si dichiara voler ottenere: accentuare la ‘fuga di cervelli’, già in atto, e reclutare ricercatori qualitativamente inferiori a quelli che si potrebbero assumere con contratti a tempo indeterminato e stipendi più alti. L’esito esattamente opposto a quello che i sostenitori della riforma dichiarano di voler ottenere.

Il DDL Gelmini, come è noto, è apertamente sostenuto da Confindustria, ed è di fatto pensato dal Ministero dell’Economia. Per comprendere le ragioni del sostegno imprenditoriale alla riforma è opportuno partire da alcuni dati.

L’ultimo Rapporto Almalaurea certifica che fra i 27 paesi dell’Unione Europea, il finanziamento pubblico in istruzione superiore italiano è più elevato solo di quello della Bulgaria. Il quadro non migliora nel settore strategico della Ricerca e Sviluppo al quale l’Italia ha destinato l’1,2% del PIL nel 2007, risultando così ultimo fra i Paesi più avanzati. A fronte del sottofinanziamento della ricerca, si rileva che le pubblicazioni dei ricercatori italiani – per quantità e qualità – sono classificate fra le prime dieci al mondo[5]. Aumenta sensibilmente la disoccupazione rispetto allo scorso anno, e non solo fra i laureati triennali. La disoccupazione cresce anche fra i laureati magistrali, dal 14 al 21%. Infine cresce anche fra i c.d. specialistici a ciclo unico (laureati in medicina, architettura, veterinaria, giurisprudenza), dal 9 al 15%. Una tendenza questa che si registra indipendentemente dal percorso di studio (anche fra i laureati tradizionalmente caratterizzati da un più favorevole posizionamento sul mercato del lavoro, come gli ingegneri) e dalla sede degli studi e che si estende anche ai laureati a tre ed a cinque anni dal conseguimento del titolo. Diminuisce il lavoro stabile e le retribuzioni medie, a un anno dalla laurea, si assestano attorno a 1.100 euro ad un anno dalla laurea. Ciononostante, la condizione occupazionale e retributiva dei laureati resta migliore di quella dei diplomati di scuola secondaria superiore. Nell’intero arco della vita lavorativa, i laureati presentano un tasso di occupazione di oltre 10 punti percentuali maggiore rispetto ai diplomati (78,5 contro 67%). Viene confermato che la retribuzione premia i titoli di studio superiori: nell’intervallo compreso fra i 25 e i 64 anni di età, essa risulta più elevata del 55% rispetto a quella percepita dai diplomati di scuola secondaria superiore. Si tratta di un differenziale retributivo in linea con quanto rilevato in Germania, Regno Unito e Francia.

Nel caso italiano, il migliore posizionamento dei laureati nel mercato del lavoro discende dal fatto che – essendo l’Italia fra i Paesi OCSE quello con minore mobilità sociale – i laureati provengono, di norma, da famiglie più ricche rispetto ai non laureati e, conseguentemente, potendo disporre di redditi non da lavoro, hanno maggior potere contrattuale. La riduzione dei finanziamenti pubblici, inducendo gli Atenei ad aumentare le tasse universitarie, non può che produrre un duplice effetto negativo. In primo luogo, e in linea generale, l’aumento della tassazione rende più difficile la mobilità sociale, dal momento che un numero minore di giovani potrà permettersi di pagarle. In secondo luogo, questa misura si renderà necessaria nei casi nei quali la decurtazione dei finanziamenti pubblici non è compensata da finanziamenti privati. Il che riguarda la gran parte degli Atenei meridionali, con la conseguenza che il sottofinanziamento del sistema universitario pubblico penalizzerà soprattutto i giovani meridionali. In sostanza, il provvedimento incide negativamente sulla (già bassa) mobilità sociale italiana ed è oggettivamente redistribuivo a danno del Mezzogiorno. Ed è un provvedimento che non solo non agisce sul merito dei ricercatori, ma finisce per penalizzare gli studenti meritevoli con basso reddito.

A ciò si può aggiungere che, da oltre un decennio, è in atto un significativo processo di accentuazione dell’overeducation, ovvero di ‘eccesso di istruzione’ rispetto alla domanda di lavoro qualificato espressa dalle imprese. Acquisita la laurea, si svolgono attività non adeguate alle competenze acquisite o, soprattutto nel caso del Mezzogiorno, si emigra. L’eccesso di offerta di lavoro qualificato dipende essenzialmente dalla bassa propensione all’innovazione da parte delle imprese italiane, a sua volta imputabile in primis alle piccole dimensioni aziendali e – dato non irrilevante – al fatto che solo il 14% dei nostri imprenditori è in possesso di laurea[6]. E’ chiaro che in un Paese nel quale non si produce innovazione – se non per rare eccezioni – il finanziamento della ricerca scientifica è solo un costo, al quale le nostre imprese neppure riescono a far fronte reclutando dall’estero manodopera qualificata. E’ una buona ragione, sul fronte confindustriale, per dare sostegno e impulso alla politica dei tagli all’istruzione, continuando a perseguire una modalità di competizione basata sulla compressione dei costi (e dei salari, in primis)[7].

[1] La valutazione della ricerca è demandata all’ANVUR, agenzia costituita nel 2006 mai resa operativa. In ogni caso, il DDL Gelmini stabilisce un dispositivo premiale per la produttività scientifica nella misura massima del 10% del fondo di funzionamento ordinario
[2] Occorre rilevare che il DDL Gelmini non solo non incide su questo problema, semmai lo accentua. Se per “baroni” si intendono i professori di I fascia, le nuove disposizioni normative – in quanto attribuiscono loro la gran parte del potere di decisione sulla governance degli Atenei e sul reclutamento – rendono l’Università italiana più gerarchizzata e, dunque, potenzialmente più “baronale”.
[3] La previsione di un codice etico può fare ben poco a riguardo, anche in considerazione del fatto che la gran parte delle Università italiane negli ultimi anni si sono dotate di codici etici. Può fare ben poco perché un codice etico indica ciò che non occorrerebbe fare, ma non contiene misure di sanzionamento di comportamenti eticamente censurabili.
[4] A ciò si aggiunge che la disposizione di blocco degli scatti stipendiali (resi ora triennali) penalizza maggiormente coloro che, in Università, percepiscono gli stipendi più bassi, ovvero proprio i ricercatori (a tempo indeterminato, con ruolo ad esaurimento) e a tempo determinato, a legislazione vigente.
[5] Cfr. http://www.chim.unipr.it/riforma.pdf
[6] E’ quanto risulta dall’ultimo censimento Almalaurea. Si veda http://www.almalaurea.it/universita/occupazione/occupazione08/premessa2.shtml
[7] Per una trattazione più ampia di questo aspetto, si rinvia al mio L’Università che piace a Confindustria, su questa rivista.

10 Commenti

  1. Ancora una volta grazie per il suo intervento puntuale.
    Mi permetto di riprodurre un intervento effettuato sulla voce.info
    � Di corsa verso il Burkina Faso
    Nome: Salvatore Rapisarda Data: 01.12.2010
    La scelta del Governo non � casuale. Istruzione, scuola e universit� non sono necessarie per una societ� che deve tendere ad azzerare il costo del lavoro per “competere” con i paesi pi� poveri del mondo anzi sono un evidente impiccio. La precarizzazione del lavoro � necessaria a creare nuovi schiavi che hanno bisogno di protettorato politico e devono tollerare questi politici, mentre la meritocrazia per i poveri ed i disgraziati non � altro che un modello per rendere perennemente schiavi e ricattabili e quindi per non rendere meritocratifca la classe politica. La politica non fa altro che usare in continuazione “cavalli di Troia” per conquistare nuove cittadelle e ottenere nuove clientele. Ai ministri il merito di contribuire a fermare la fuga dei cervelli fermandone la produzione.

  2. La cosa opprimente � che chi ha voglia di studiare, di migliorare le proprie conoscenze, di mettere la propria esperienza e professionalit� al servizio del nostro paese, si vede emarginato. Come � possibile non accorgersi che il problema di fondo � che tipo di societ� vogliamo. Vogliamo una societ� divisa fra una parte sempre pi� piccola di cittadini che lavoreranno e produrranno ricchezza, mentre una parte sempre pi� grande verr� emarginata dal lavoro e non produrr� ricchezza, vivr� emarginata, con la consapevolezza di non essere utile alla societ�, di non avere dignit� di cittadino (il lavoro non serve solo a sostenere il proprio reddito, ma serve anche, e soprattutto a sentire di essere utile agli altri alla societ�, perch� � il lavoro che nei fatti permette di produrre beni e servizi, di far crescere la societ� di permettere ai cittadini-lavoratori di passare dallo stato di utilizzatore dei servizi e dei beni prodotti a produttore, e quindi protagonista della nostra societ�. Il fatto stesso che, ormai, concetti tipicamente aziendalistici vengono sempre di pi� utilizzati anche per lo Stato, non � forse la spiegazione di quello che sta succedendo nel nostro Paese, ma anche nel resto del Mondo?
    Mi ricorda un concetto elementare che durante una lezione di economia, un professore ricorse ad una storiella. In tempi molto lontani, quando gli uomini avevano una organizzazione sociale basata sulla forza, il pi� forte diventava il capo branco, come negli animali. Un giorno il branco attravers� una canale, ma si trov� un ostacolo che sembrava insormontabile: dalla montagna si era staccata un’enorme roccia che impediva di proseguire. Allora il capo propose ai suoi sudditi di spostare quella roccia. Ma nessuno ci riusc�. Gli uomini pi� forti vennero sconfitti senza piet� da quella roccia inanimata. Si present� l’uomo pi� piccolo di statura che si avvicin� alla roccia, non tent� nemmeno di spostarla e disse: “proviamo tutti insieme”. E cos� con la forza di tutti, quelli pi� forti e quelli pi� deboli, la trib� riusc� a spostare quella roccia. L’organizzazione � quello che conta. La capacit� di utilizzare al meglio tutte le risorse che la societ� ha a disposizione � la chiave che permette di sconfiggere gli imbecilli, quelli che continuano a parlare a sproposito di meritocrazia. Chi decide che uno � migliore dell’altro? Colui che pensa di poter governare il mondo da solo, di essere presente in tutti i luoghi della terra, di poter fare contemporaneamente tutti i lavori che devono essere fatti, di poter pensare ai propri problemi e contemporaneamente a quelli degli altri, di dire che lui e solo lui non ha mai sbagliato e quindi non � mai responsabile di niente? Il problema non sono le leggi che fanno gli uomini, ma sono gli uomini che pensano che sia possibile risolvere i problemi attraverso l’elemosina, attraverso le concessioni, inchinando il capo e inginocchiandosi davanti a uomini che, magari essi disprezzano, ma hanno il potere di decidere. Altro che democrazia!!!!!!

  3. “Meritocrazia” � il motto di tutti i movimenti studenteschi di centro – destra che scimmiottano il governo e il ministro Gelmini. C’� da chiedersi dove andremo a finire di questo passo e quando il Paese si sveglier� dal caloroso torpore racchiuso dall’ignoranza e dall’indifferenza e avvertir� il senso opprimente di decadenza che accompagna questi provvedimenti legislativi. Magari votando in modo divero, la prossima volta.
    Come sempre, ottimo articolo, per chiarezza e incisivit�. Continuate cos�.

  4. L’eccesso di offerta di lavoro qualificato non implica anche eccesso di dipendenti pubblici (dal ricercatore in su) che lavorano nelle universit� meridionali, soprattutto nelle facolt� delle scienze sociali (giurisprudenza, economia, scienze della comunicazione, lettere, lingue straniere, psicologia, sociologia, lettere, etc.?
    Emigrano i ricercatori delle scienze esatte.
    Io su un paper avevo letto che i diplomati guadagnano come i laureati a lavoro subordinato.

  5. Ringrazio per i commenti e rispondo al rilievo di �Uno�. La tesi che lei sostiene � l�overeducation dipende dall�eccesso di offerta formativa � non mi risulta confortata da evidenza empirica. In ogni caso, se anche cos� fosse, occorrerebbe contrastare il problema con la riduzione dei corsi di studio, secondo una logica per la quale l�Universit� serve esclusivamente a fornire competenze immediatamente spendibili nel mercato del lavoro. Come pu� capire, si tratta di un tema di portata molto ampia sul quale non vi � qui spazio per approfondimenti. In ogni caso, la Legge Gelmini si limita a prevedere la possibilit� di aggregazione di Atenei e, almeno per questa ragione, non incide direttamente sulla numerosit� dei corsi di studio, sulla loro tipologia, sul numero di professori e ricercatori e sulla qualit� della didattica.

  6. L’articolo � ben fatto, l’unico punto debole � la teoria che riguarda Confindustria: premesso che sono un ricercatore universitario (e quindi potete immaginare cosa penso della riforma Gelmini), trovo assai poco convincente, e ancora meno utile, addossare a Confindustria responsabilit� che di fatto non ha. Preferisco usare il rasoio di Occam e spiegarmi l’entusiasmo di Confindustria con un generale malinteso riguardo gli effetti della riforma (in buona parte indotto dal newspeak orwelliano della ministra) e con la prospettiva di avere un qualche peso, grazie ai posti riservati nel cda, nell’indirizzare la ricerca verso applicazioni utili alle imprese.

    Che Confindustria voglia distruggere il sistema educativo italiano in modo da poter contare su una forza lavoro ignorante, docile e a basso costo � una di quelle teorie che ripongo accanto al complottismo sull’11 settembre e al mai avvenuto sbarco sulla luna.

    Per il resto sono pienamente d’accordo.

    R

  7. Mi piacerebbe interloquire con Roberto, il prof. Davanzati e gli altri:
    Le riforme Gelmini-Tremonti usano lo schock debito pubblico per imporre una riforma della scuola che si ispira al modello economico e politico di Milton Friedman (vedi Naomi Klein).
    Tale modello prevede la sostituzione del privato (sovvenzionato dallo Stato) nell’esercizio del Welfare, mentre la scuola privata di qualit� assolverebbe all’esigenza non tanto e non solo di qualificare ma di consentire processi di aggregazione e scambi tra elit�.
    La Confindustria con qualche illuminata eccezione (vedi Pistorio)- al di l� di vuoti artifici retorici- non ha in alcun modo intercettato “i cervelli” in fuga fenomeno che viene creato da una scarsa domanda privata e dalla compressione delle risorse loro destinate dal pubblico.
    Risulta evidente dunque che non ha senso economico creare cervelli da “regalare” alle imprese estere.
    Al contrario forti sono state le pressioni per ridurre salari e tutele dei lavori a bassa qualificazione(grande distribuzione operai etc) .
    Anche nell’istruzione secondaria la riforma prevede una ulteriore dequalificazione dell’istruzione tecnica anche nei settori che tirano e creano occupazione(geometri, enologi,marittimi etc.).Mentre viene prevista una alternanza scuola-lavoro che sa tanto di lavoro gratuito per le imprese.
    Ora occorre affrontare due nodi cruciali per smascherare la neutralit� della pretesa riduzione del debito.
    Tutti i giuslavoristi “confindustriali e moderni” associano la flessibilit� del lavoro con gli ammortizzatori sociali (spostamento di oneri dal privato al pubblico).
    Il Ministro Tremonti ha giustificato i tagli lineari (8 miliardi all’istruzione) con la necessit� di porre “fieno in cascina” per gli ammortizzatori sociali che vado a memoria ci costano ben 32 miliardi.
    Occorrerebbe invece considerare la ricerca come “l’ammortizzatore sociale” di una societ� moderna.
    Ma anche una massaia intelligente pu� capire che tagliare la spesa pu� aumentare il debito mentre alcune spese consentono di risparmiare.
    Per essere chiari se non riparo una crepa nella casa non spender� nell’immediato ma sar� costretto a spendere di pi� nel futuro, questo � l’effetto dell’operazione scuola-universit�.
    In realt� il problema per paradosso va ribaltato � la confindustria che non occupa i cervelli la scuola pubblica si limita a non “produrli” pi�.

  8. Caro RobertoRTD,

    concordo con la sua argomentazione. Penso, tuttavia, che essa colga una parte del problema, per almeno due ragioni: 1) Confindustria non si � limitata a sostenere la �riforma�, la ha fortemente voluta. Questo spinge a pensare che l�obiettivo che si intende perseguire ha portata ben pi� ampia della sola prospettiva di indirizzare la ricerca verso applicazioni di immediata utilit� per le imprese, agendo esclusivamente sulla composizione dei cda. Se si fosse trattato solo di questo punto, sarebbe stata probabilmente sufficiente una sola norma, non un�impalcatura normativa che richieder� mesi per rendere esecutiva la Legge. 2) Se questa ipotesi � corretta, occorre capire quali sono gli interessi materiali alla base di questa operazione. In quest�articolo ne ho suggerito uno fra i possibili. Si potrebbe affiancare la tesi secondo la quale il progetto � finalizzato a diversificare le teaching universities dalle universit� nelle quali si fa ricerca, e si potrebbero aggiungere considerazioni sulla ripartizione dei finanziamenti fra universit� pubbliche e private. Sul tema, per una trattazione pi� ampia (e non complottistica) del problema, rinvio a S.Bowles and H.Gintis, Schooling in capitalist America � revisited, 2001.

  9. Caro Rapisarda,
    sono sostanzialmente d�accordo con quanto scrive. Non conosco in dettaglio quanto il Ministero ha fatto per la scuola, ma, anche stando a quanto lei scrive, mi pare di poter concludere che � l�intero sistema formativo a risultare depotenziato, sia in termini di risorse, sia per quanto attiene allo status dei docenti e degli studenti.

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