Monti e la salvezza italiana

Monti e la salvezza italiana

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Medicina amara, ma necessaria? Monti ne è convinto, e presenta in Parlamento il conto di una manovra di “risanamento” aspramente restrittiva. Ma ci sono molte ragioni per dubitarne. Infatti, come sostenuto da numerosi e autorevoli economisti (si rinvia a riguardo alla “Lettera degli economisti” del 2010 e al più recente documento contro le politiche di austerità, pubblicati da questa rivista), l’origine della crisi italiana non sta nell’indebitamento pubblico eccessivo, e la politica di austerità non frena ma al contrario alimenta la speculazione, in quanto determina recessione, disoccupazione e aumento delle insolvenze dei soggetti indebitati, si tratti di famiglie o imprese. D’altra parte, la speculazione e le tensioni sui tassi di interesse non si sono certo affievolite con la presentazione della manovra; al contrario nessuno più mette in dubbio le previsioni sulla recrudescenza della crisi, alimentata proprio dalle politiche di austerità.

La verità è che le medicine alla Monti, tanto invocate dalle tecnocrazie europee e somministrate a piene dosi in tutte le aree periferiche d’Europa, non servono a sospingere l’economia italiana e in generale a mettere al riparo la zona euro dal rischio di deflagrazione. L’unica strada per fermare il rialzo dei tassi di interesse e gli attacchi speculativi contro i titoli del debito pubblico dei paesi della UME e il sistema bancario europeo è una politica di intervento della BCE sul mercato dei titoli, volta ad abbassare e stabilizzare i tassi di interesse sui debiti sovrani dell’area. Certo, questa politica non risolverebbe né i problemi relativi alla disoccupazione e ai bassi livelli di attività generati dalla crisi del 2008 né i problemi strutturali dell’Unione Monetaria, principalmente connessi agli imponenti processi di divergenza in atto e agli squilibri nei conti con l’estero dei paesi membri, con la Germania che vanta un surplus commerciale più grande di quello cinese. Tuttavia, l’intervento della BCE porrebbe fine alla situazione di emergenza, ridurrebbe gli oneri della spesa per interessi nei bilanci pubblici e creerebbe le condizioni per un reale confronto democratico sulle modalità per rilanciare l’economia e il progetto di unione europea, al riparo da fanatismi liberisti.

Eppure i segnali che giungono dall’Europa vanno in direzione opposta. Sino all’ultimo vertice dell’Unione sembrava che si intendesse procedere sulla linea di un discutibile scambio implicito tra politiche di austerità e interventi della BCE. Per cui gli effetti devastanti delle politiche di austerità potevano essere almeno in parte mitigati da una politica interventista della BCE. Ma ora sembra che la linea della Merkel sia sempre più forte, peraltro sostenuta dallo stesso Monti, e che anche le possibilità di una azione meno conservatrice della BCE stiano tramontando. Pare resti dunque solo l’austerità sulla scena europea, e anche nelle bozze del nuovo accordo intergovernativo tra i 26 paesi torna la clausola che impone un obbligo rigido alla contrazione del rapporto debito pubblico/Pil di un ventesimo all’anno per tutti i paesi che superino la soglia del 60%. E accanto a ciò viene rafforzandosi il principio secondo cui tutte le Costituzioni nazionali dovrebbero introiettare l’obiettivo del pareggio del bilancio pubblico. Una linea, questa, vista favorevolmente dagli economisti ultraliberisti i quali ritengono che in tal modo si possano finalmente imporre “profonde riforme strutturali” nella direzione della flessibilità e delle privatizzazioni.

Se il quadro dovesse restare immutato, la manovra salva-Italia di Monti condannerebbe il Paese a una profonda recessione e a una crescente instabilità finanziaria – come prevedono oggi numerose analisi macroeconomiche e le stesse agenzie di rating. Gli stessi obiettivi di riequilibrio della finanza pubblica fissati dal governo, in particolare il perseguimento del pareggio di bilancio, sarebbero destinati ad allontanarsi di continuo, perché la riduzione del PIL (e quindi delle entrate fiscali) che scaturisce dal profilo restrittivo della manovra, sommandosi agli incrementi degli esborsi per il pagamento degli interessi sul debito pubblico, richiederebbe ulteriori manovre restrittive, le quali a loro volta genererebbero ulteriore recessione e speculazione. Questo è il quadro a tinte fosche che sembra di prepararsi per l’Italia, e per gli altri paesi periferici d’Europa, con il rischio di una repentina fine dell’euro, non prima che venga assestato un durissimo colpo agli elementi di socialdemocrazia ancora presenti in Europa.

La strada da seguire sarebbe tutt’altra. Al riparo sotto l’ombrello di una BCE che agisse finalmente da prestatore di ultima istanza, in un quadro di politiche fiscali coordinate e finalizzate a contrastare i violenti processi di divergenza territoriale in atto in Europa e a ripristinare meccanismi anticongiunturali, l’Italia avrebbe bisogno davvero di una riforma strutturale. Far pagare le tasse a chi può e deve; ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro dipendente; promuovere un modello di specializzazione produttiva legato alla ricerca, alle nuove tecnologie, alla creazione di imprese di medie e grandi dimensioni in settori strategici per la nostra economia. Non c’è invece una emergenza pensioni – l’Inps è in avanzo, e la spesa pensionistica italiana, a differenza di quanto spesso si afferma, non è più elevata, ma comparabile a quella degli altri paesi europei (a riguardo si rinvia a un recente contributo di Pizzuti).

Si fa un gran parlare di bilanciare rigore, equità e crescita, ma frequentemente manca una corretta consapevolezza del rapporto tra questi aspetti. L’equità va nella stessa direzione della crescita: la redistribuzione del reddito verso i redditi da lavoro genera maggiori consumi, fa aumentare la domanda aggregata, sostiene il mercato interno. La crescita declinata – alla stregua della manovra Monti – come incentivi e benefici fiscali alle imprese invece non sostiene l’attività produttiva e l’occupazione: non risolve i problemi delle imprese in crisi perché non c’è mercato per i loro prodotti, fornendo al massimo un transitorio sollievo. Per questo crescita e rigore – se inteso quest’ultimo come misure restrittive, cioè austerità – sono inconciliabili, e non potremo avere crescita senza un mutamento del quadro istituzionale europeo e se non ci lasciamo alle spalle le politiche macroeconomiche restrittive.

12 Commenti

  1. che dire completamente d’accordo, manca la rappresentana politica di queste analisi e non � poco.
    per il momento si deve continuare ad insistere su queste argomentazioni e dargli la maggiore pubblicit� possibile, ed insistere insistere insistere.

  2. La “salvezza” dipende dalle equit� delle distribuzioni delle ricchezze marginali rispetto alla domanda aggregata, in altre parole, l’aumento del P.I.L. � caratteristico di una crescita dei profitti e quindi del prodotto netto inteso come equilibrio generale dei prezzi di natura privata data la differenza quantitativa dei percettori di salario (relazioni inversamente proporzionali nelle allocazioni di ricchezza a parit� di reddito), tale per cui la politica monetaria dovrebbe essere accomodante in prospettiva dei maggiori saggi di profitto di natura pubblica e privata.

  3. Come al solito economiaepolitica.it coglie nel segno. La manovra Monti sar� foriera solo di ulteriore crisi e depressione. Servirebbe una diversa poliitica della BCE e politiche fiscali espansive coordinate. Ma nessuno lo dice, tranne voi. Complimenti.

  4. Mi pare molto interessante. Ma la Bce cosa potrebbe fare? Acquistare i titoli del debito pubblico degli stati in difficolt�? Certo che non si capisce il comportamento della BCE. La Fed sembra molto pi� razionale e interessata allo sviluppo economico statunitense.

  5. Non � vero che nessuno dice queste cose. Anzi da un po anche il Cavaliere sostiene che in Europa manca una banca centrale che faccia da ultimo prestatore (come accade in altre nazioni tipo USA. Ma siamo cos� sicuri che la Bce possa fare da ultimo prestatore per economie in crisi quali l’Italia e la Spagna e il Portogallo e l’Irlanda (della Grecia non parliamo per pudore). Ma da quale cilindro dovrebbero uscire i danari per far ci�? E se invece si riducesse drasticamenete il debito con una seria patrimoniale da una parte e si ponessero in atto seri interventi contro l’evasione e interventi per la crescita dall’altra sarebbe proprio una cosa sbagliata?

  6. Analisi ficcante e, secondo me, veritiera; a prescindere dal fatto che si possa essere d’accordo o meno con il pezzo test� riportato (ed io non capisco come non si possa esserlo, ma questo � un altro paio di maniche), Economia&Politica �, ad oggi, l’unica rivista economica on-line che parla con estrema chiarezza, senza ricorrere ai “voli pindarici” di altri competitors :-)

    Analisi precise, suffragate da dati verificabili, e chiare.

  7. Condivido la posizione di chi dubita che un intervento della BCE quale prestatore di ultima istanza risolverebbe i problemi. Sarebbe anzi soltanto un modo per “centralizzare” l’immondizia di tutta Europa, che verrebbe per l’appunto ingoiata dalla BCE sotto forma di titoli statali di dubbia solidit�. I soldi non si creano dal nulla, signori. Se c’� un debito, tale debito VA PAGATO. Come? Riducendo la spesa, e aumentando tasse a chi pu� DAVVERO pagarle (e considerando che la stragrande percentuale di ricchezza italiana � nelle mani di pochi individui, non sarebbe certo utopistico), combattendo DAVVERO l’evasione (e non parlo di quello che evade 100 euro al mese di tasse con un affitto in nero, per arrivare a fine mese, parlo di ben altro), tagliando costi della politica, riordinando le risorse pubbliche che finiscono in quel pozzo senza fondo chiamato Sud Italia, tassando i beni ecclesiastici…
    Altro che BCE, Ici, umenti dell’Iva etc.
    La verit� � che, per ovvi motivi, il debito non si VUOLE pagarlo. E la Germania, un paese dove se ti do 10 euro tu mi fai un lavoro che vale veramente 10 euro, non ha tutti i torti a prendere le distanze da paesi meno virtuosi (per usare un eufemismo), come Italia, Grecia e company.

  8. Ma come si fa a consolarsi del fatto che l’INPS sia in avanzo? L’INPS non produce soldi ma li distribuisce soltanto. Fintanto che lo stato provveder� a coprire la spesa corrente dell’istituto pensionistico, tipicamente tramite nuovo debito pubblico, l’INPS sar� sempre in avanzo. Lo stato per� sar� in deficit.

  9. Sottoscrivo in pieno l’articolo. La migliore dimostrazione delle tesi in esso contenute � il permanere dello spread tra il Btp decennale italiano e il corrispondente titolo tedesco ad oltre 500 punti base, malgrado il cambio di governo.
    Ci� vuol semplicemente dire che sono prima di tutto i mercati a bocciare politiche economiche recessive che non innescano nessun reale processo di incentivazione della domanda interna e dei consumi delle famiglie.
    Bisogna tornare a studiare Marx, Keynes, Malthus e Schumpeter, ed abbattere il mainstream monetarista che ha condotto l’Occidente al declino economico e anche morale e culturale.

  10. Chi porter� queste idee in Parlamento?
    Il dramma tutto italiano sta qui: sta nel fatto che il governo Monti � appoggiato da tutti quelli che siedono a Montecitorio (la Lega � un triste avanspettacolo ormai invecchiato e Di Pietro si arrabatta come pu�).
    Chi racconter� le ingiustizie che subiscono giovani, pensionati, operai, impiegati?
    Chi racconter� alla Fornero che pi� che l’art.18, quello che grida vendetta presso Dio sono i 50 contratti atipici (unico caso in Europa) che umiliano tanti lavoratori?
    Chi chieder� a Monti come mai s’era pensato di togliere la copertura contro l’inflazione ai pensionati con 500 euro al mese, mentre non s’� fatto niente per i tanti Guarguaglini (Finmeccanica) d’Italia che dopo pochi anni se ne vanno con buonuscite milionarie?
    Perch� il lavoro straordinario di un dipendente deve essere tassato del 38% mentre chi guadagna una barca di soldi in borsa pagava fino a ieri il 12.50%
    Perch� si spendono miliardi in Val di Susa per una ferrovia che avr� pochissime ricadute sul miglioramento dei trasporti del Paese e poi si tagliano quasi completamenti i collegamenti con il sud strozzando l’economia di questa parte d’Italia gi� in difficolt�?
    Perch� si sprecano 15 miliardi per acquistare aerei militari di cui nessuno sente il bisogno e poi si negano i fondi per la scuola, per la ricerca, per la sanit�?
    Chi parler� in Parlamento per quella parte d’Italia che paga i costi pi� alti della crisi?
    Chi?

  11. Nell’economia assistiamo quotidiamente ad una fattorizzazione del digital divide; infatti le dinamiche di profitto sono basilari ad una segmentazione delle economie di mercato ma rispetto alle produzioni passate oggigiorno sono strumentali alle dinamiche dell’economie di informazione. Speriamo che i nostri policy-makers si rendano conto di questo squilibrio strutturale e che intervengano con la garanzia di almeno un bene pubblico.

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