No a una nuova dismissione nel Mezzogiorno

Federico Pirro* - 08 giugno 2010

Tornano a fare notizia a livello nazionale le vicende in corso all’Ilva di Taranto, sia per la ritrovata combattività rivendicativa di larga pare dei suoi dipendenti, e sia per il sempre più acceso dibattito avviato da tempo nel capoluogo ionico sull’impatto ambientale del grande sito produttivo e persino sulla prosecuzione del suo esercizio, che una frangia di ambientalisti locali vorrebbe far dismettere nella sua interezza, o almeno nell’area a caldo, mediante un referendum cittadino (peraltro consultivo) per la cui indizione da parte dell’Amministrazione comunale si stanno raccogliendo le firme necessarie.

Il 14 maggio si è svolto uno sciopero indetto dalle segreterie di Fiom Fim e Uilm per il rinnovo del contratto integrativo scaduto nel 2008. Sarebbe stata una giornata di lotta come tante altre del passato – e come tale non particolarmente memorabile – se non fosse accaduto che questa volta, dopo molti anni, la partecipazione dei lavoratori è stata particolarmente alta grazie alla discesa in campo anche di molti giovani operai assunti nell’ultimo decennio, ma poco sindacalizzati e ancor meno politicizzati, che in precedenza si erano mostrati restii a mobilitarsi. Si consideri, al riguardo, che dopo l’ingresso in fabbrica avvenuto il 1° maggio 1995 del nuovo management del Gruppo Riva all’indomani della privatizzazione – a partire dal luglio del 1997, insieme al pensionamento di molti dipendenti per raggiunti limiti di età, in applicazione delle normative sull’amianto sono stati accompagnati alla pensione altri 7.800 operai e tecnici al cui posto sono entrate – in questo che è il più grande stabilimento siderurgico a ciclo integrale d’Europa per pmp (produzione massima possibile) e la maggior fabbrica manifatturiera italiana per numero di addetti diretti – molte migliaia di giovani[1] che hanno consentito di abbassare l’età media di coloro che lavorano nell’impianto, portandola a 33 anni.

Inoltre, nel mentre proseguiva in città il confronto vivace e a tratti molto teso fra i movimenti ambientalisti, le Istituzioni locali, la Regione, l’Arpa, i Sindacati, la Confindustria e gli organi di informazione sulle problematiche prima richiamate riguardanti l’impatto sull’ecosistema del Siderurgico e delle altre grandi industrie insediate in città, (raffineria dell’Eni, cementificio della Cementir, centrali elettriche), nelle settimane precedenti lo sciopero del 14 maggio 650 operai ‘precari’ dell’Ilva – 150 interinali in scadenza e 500 con contratto a tempo determinato, al momento disoccupati – avevano manifestato presso i cancelli della fabbrica, chiedendo di esservi assunti a tempo indeterminato. Già da mesi peraltro questi lavoratori stanno premendo in tal senso, chiedendo anche l’aiuto di Comune e Provincia che hanno loro assicurato il proprio interessamento. Le Organizzazioni Sindacali a loro volta hanno avviato una trattativa con la Direzione aziendale che, da quanto si è letto sulla stampa, sarebbe disponibile – il condizionale è d’obbligo – ad assumere però solo coloro che abbiano svolto almeno 24 mesi di attività nello stabilimento.

Questi due eventi, comunque – lo sciopero per il rinnovo del contratto integrativo e le manifestazioni dei precari finalizzate all’assunzione – a prescindere dal loro esito affidato al confronto anche duro fra le controparti, delineano una dialettica che, pur essendo tornata conflittuale dopo lungo tempo, rientra tuttavia nella fisiologia delle relazioni industriali nella più grande fabbrica in esercizio nel Mezzogiorno e nel Paese, anche se al momento essa non può dispiegare al massimo le sue potenzialità produttive, a causa di una domanda di coils, lamiere e tubi in acciaio che, non solo non è tornata ai livelli massimi del 2007 e della prima metà del 2008, ma sta nuovamente rallentando dopo gli incoraggianti segnali di rilancio registrati nel primo trimestre dell’anno in corso.

Ma, come si diceva in precedenza, in queste settimane a Taranto un’associazione ambientalista sta raccogliendo le firme necessarie per lo svolgimento di un referendum (consultivo) sulla chiusura dell’impianto, o almeno della sua area a caldo; si vorrebbe cioè da parte dei promotori della consultazione far cessare la produzione, o ridurla significativamente, proprio in quello stesso sito industriale in cui, invece, i suoi dipendenti scioperano per salari più elevati ed altri lavoratori vorrebbero esservi assunti a tempo indeterminato. Insomma, non potrebbe esservi contraddizione più stridente fra la legittima domanda di un salario maggiore e il diritto all’occupazione di chi già è in azienda – o vuole ritornarvi a produrre – e chi, invece, chiede che quella stessa fabbrica venga chiusa, o almeno ridimensionata con la dismissione della sua area a caldo, che comporterebbe anch’essa una pesante contrazione produttiva e occupazionale.

Confindustria e Sindacati – ma anche la stessa Regione Puglia, con il rieletto Presidente Nichi Vendola e l’Arpa, l’Agenzia regionale per l’ambiente – si sono dichiarati contrari al referendum, sottolineando come le questioni dell’impatto ambientale della grande acciaieria stiano trovando ormai da tempo efficaci soluzioni grazie ai massicci investimenti sinora realizzati dal Gruppo Riva che – per il solo miglioramento dell’ecosostenibilità – sono ammontati fra il 1995 e il 2008 a 907,5 milioni di euro, cui si aggiungeranno quelli già programmati per i prossimi anni e che, non lo si dimentichi, sono sempre stati totalmente autofinanziati. Nel periodo 1995-2009 poi gli investimenti globali del Gruppo nel sito di Taranto – per manutenzioni ordinarie e straordinarie, revamping di singoli impianti, ammodernamento di tecnologie di processo ed inclusivi di quelli per la riduzione dell’impatto sull’ecosistema e la sicurezza sul lavoro – sono ammontati ad oltre 4 miliardi di euro[2].

Ma ci sono anche altri dati riguardanti l’Ilva su cui bisogna riflettere attentamente: Taranto e la sua provincia, qualora si dismettesse il suo sito siderurgico, possono privarsi di 11.876 posti di lavoro diretti[3], cui si aggiungono 2.703 unità fra gli indiretti? E il solo capoluogo può privarsi di 4.021 dipendenti dell’Ilva, cui si uniscono 676 indiretti residenti in città? E quali concrete alternative offre oggi il mercato del lavoro cittadino e dell’hinterland a chi perdesse il lavoro in questa fabbrica?

E la provincia può rinunciare a 219 milioni di stipendi netti[4], quanto corrisposto cioè dall’Ilva nel 2008 ed equivalenti ad un reddito medio annuo pro-capite di un dipendente di 21.222 euro, calcolato come valore medio per inquadramento ed anzianità aziendale? E il territorio può rinunciare ad un impianto che dal 1995 al gennaio 2010 ha corrisposto ben 2 miliardi e 437 milioni di euro di subforniture a favore di 929 aziende iscritte alla locale Camera di Commercio[5]?

Ed ancora, si può dismettere un opificio che alimenta il 76%, ovvero i ¾ della movimentazione del porto, che assicura gettito anche agli Enti locali per il pagamento delle imposte ad essi dovute, e le cui vendite all’estero rappresentano ormai da anni la prima voce dell’export pugliese[6], nonché il cardine di una sezione strategica dell’industria meccanica italiana?
Non sarebbe allora più giusto – raccogliendo le legittime sollecitazioni della popolazione e dei settori più accorti dell’ambientalismo locale per un ulteriore contenimento dell’impatto sull’ecosistema di questa grande fabbrica – proseguire sulla strada degli interventi impiantistici concordati con l’azienda nelle sedi competenti (Ministero dell’Ambiente, Regione) alla luce delle normative vigenti e delle prescrizioni ad esse connesse, volte a migliorarne l’ecosostenibilità, evitando veri e propri salti nel buio ai suoi dipendenti, alla città, al territorio che vi gravita intorno e all’intera economia pugliese?

Tuttavia, ove malauguratamente un determinato pronunciamento referendario – peraltro non facilmente traducibile poi in un atto esecutivo di chiusura dell’intero impianto o della sua area a caldo – concorresse comunque a determinarlo, il capoluogo ionico vivrebbe una situazione già conosciuta a Napoli con la dismissione dell’impianto siderurgico di Bagnoli, avvenuta a partire dall’ottobre del 1991, per decisione governativa ‘imposta’ dalle Autorità comunitarie, nell’ambito dei piani di ristrutturazione e privatizzazione della siderurgia pubblica italiana. Le conseguenze? Smantellamento di una grande fabbrica in cui alcuni anni prima si erano investiti circa 800 miliardi di vecchie lire per ammodernarne parte dell’acciaieria, distruzione sociale, culturale e identitaria di un forte nucleo ‘storico’ di operai, tecnici e dirigenti avviati al prepensionamento, lunghissimo processo di bonifica dell’area e suo rilancio produttivo con altre destinazioni, peraltro ancora oggi in fase del tutto iniziale, cancellazione di una grande memoria di storie e di lotte collettive che sono state tanta parte del movimento operaio partenopeo e dell’intero quartiere-città che gravitava su una fabbrica promossa, com’è noto, dalla Legge speciale per Napoli del 1904 e avviata in produzione nel 1908.

Anche altri centri urbani e territori del Mezzogiorno hanno conosciuto nell’ultimo ventennio smantellamenti di antichi comparti industriali che per decenni costituirono non solo punti di forza produttivi delle rispettive aree, ma luoghi di formazione e accumulazione di saperi ed esperienze di fabbrica e di forti nuclei di moderno proletariato manifatturiero, dal Crotonese – con il tracollo del suo polo chimico e di altre aziende che contribuivano a farne uno dei siti industriali più forti del Sud – all’area di Manfredonia, ove con la chiusura dell’Enichem e delle sue produzioni di caprolattame e di fertilizzanti e il crollo di tutte le attività indotte – dismissione in questo caso determinata da errori dell’Eni ed anche da forme di estremismo ambientalista – si è perduto un intero patrimonio di tecnologie, grandi infrastrutture ed esperienze professionali di operai e tecnici di livello medio-alto. Processi di deindustrializzazione, quelli appena ricordati, cui poi si è cercato di sostituire l’avvio di nuovi insediamenti favoriti da costosi strumenti della programmazione negoziata come i ‘contratti d’area’, con cui lo Stato ha tentato in qualche modo di risarcire i territori e le popolazioni delle città che erano state colpite dalle pesanti crisi industriali, in qualche caso ‘pilotate’; ma quei processi di rigenerazione economica non solo ancora oggi, a molti anni di distanza dal loro avvio, non hanno prodotto i risultati attesi in termini di occupazione e rilancio delle economie locali, ma già subiscono gli effetti negativi della globalizzazione.

Allora, anche per questa ragione, Taranto e il suo grande impianto siderurgico – con la giovane classe operaia che vi si sta formando, accanto ai tecnici e al management del Gruppo Riva – deve continuare ad essere un saldo presidio industriale della Puglia, del Mezzogiorno e dell’Italia, naturalmente in un quadro di crescente ecosostenibilità del suo esercizio.

*Docente di Storia dell’Industria nell’Università di Bari e di Politiche economiche territoriali nell’Ateneo di Lecce.

[1] Cfr. ILVA, Rapporto ambiente e sicurezza 2009, stabilimento di Taranto, p.16.
[2] Ivi, p.4.
[3] Fonte: Direzione del personale ILVA, aprile 2010.
[4] Fonte: Direzione del personale ILVA, aprile 2010.
[5] Fonte: Direzione acquisti ILVA, aprile 2010.
[6] Cfr. Banca d’Italia, L’economia della Puglia, varie annate.

6 Commenti per questo articolo

  1. porcelli mimmo Says:

    Inquinamento e lavoro a Taranto

    Il dibattito che si è sviluppato a Taranto sulle tematiche ambientali è molto interessante, anche se è al momento è una discussione che pare interessi solo la siderurgia e non le altri fonti di inquinamento che assillano la città ( traffico cittadino-raffineria-cementificio-attività artigianali che non controlla nessuno-movimentazioni marittime-naviglio militare-rifiuti urbani).

    Premesso che è desiderio di tutti vivere in situazione ambientale pulite e salubri, perè mi chiedo è giusto demonizzare l’industria siderurgica senza avere idee come risolvere questo problema, mettendo da parte la favola del turismo.

    Perchè per farsi venire le idee bisogna conoscere anche un poè lo stabilimento, altrimenti rischiamo di fare solo demagogia o nel migliore dei casi utopia senza futuro credibile.

    Ragioniamo se le proposte radicali che circolano a Taranto sono percorribili: facciamo l’ipotesi di far chiudere lo stabilimento siderurgico cosa accadrebbe a Taranto e nel paese ?

    A Taranto gran parte della sua, giè scarna economia avrebbe conseguenze gravissime, poichè non sono solo i dipendenti ILVA che avrebbero le conseguenze più drammatiche, perchè attorno a quello stabilimento ruotano e vivono i dipendenti delle banche, i settori merceologici vari, gli artigiani, i marittimi, i trasportatori, le industrie, le aziende di appalto con i loro dipendenti, il comune con le sue entrate fiscali, la sanità Tarantina (vedi IRAP) ecc.ecc.ecc, ce lo possiamo permettere ?

    Il paese, l’Italia, può fare a meno della siderurgia ? poichè la siderurgia Tartina è la siderurgia Nazionale ?

    Io penso di no, visto che l’Italia è in debito sulla bilancia di pagamento dei prodotti siderurgici e non può assolutamente essere sottoposta ulteriormente al ricatto dei costi dell’acciaio che lieviterebbe ulteriormente mettendo in crisi tutta l’Industria Italiana.

    Io credo che a Taranto, dobbiamo convivere con questo settore produttivo per i prossimi 20 è 30 anni e allora, va bene il movimento ambientalista ma che non sia radicale e distruttivo.

    E allora che fare ? bisogna continuare l’opera di risanamento degli impianti, l’adozione delle migliori teconologie disponibili per abbattere le fonti inquinanti, migliorare le modalità operative degli addetti alla conduzione e controllo degli impianti, far scoprire ai giovani dipendenti la voglia di valorizzare il proprio lavoro, la loro lotta per la difesa del posto di lavoro deve essere stimolo per l’azienda a ricercare tutte le condizioni possibili per migliorare le condizioni di lavoro, di sicurezza e ambientali, cioè, se non parte anche dalla fabbrica l’iniziativa per il miglioramento complessivo delle condizioni di vita, questo tema può essere delegato solo alle istituzioni per risolvere il problema ambientale, io penso di no.

    Apriamolo questo dibattito.

    Un saluto a tutti, a quelli che condividono e quelli che sono contrari.

  2. Rosa Says:

    Non sono con voi, il ragionamento fin qui svolto manca di un fattore principe : la questione non è più solo ambientale, E’ SANITARIA! Le malattie da inquinamento e nn solo i tumori sono in aumento parlo ad esempio di malattie cardiopolmonari, tiroiditi, allergie,malattie del sistema immunitario, dell’apparato genitale, etc.Gli allevamenti di pecore della zona sono stati abbattuti, altri 2000 lo saranno a breve, cè un divieto di pascolo finoa 20KM dalla zona industriale! Ci sono i primi controlli sull’olio extravergine d’oliva, e anche qui contaminazione da IPA! Il quartiere Tamburi nn potrè usufruire di una riqualificazione giè progettata e finanziata, xchè contaminato da berillio e nn solo, nei terreni e nelle falde!Per far fronte a tale emrgenza quei soldi serviranno alla bonifica superficiale (finoa 30cm di profondità)delle zone più contaminate, per poi cercare al più presto altri fondi e boinificare più a fondo e anche le falde che arrivano in mare!
    Ma parliamo dello stabilimento. Proprio se si conoscono gli impianti è d’obbligo affermare che l’Ilva nn è ecocompatibile, è obsoleta e troppo vicina alla città! A dimostrzione di ciò il CNR dichiara che l’impianto ad urea, di recente attivato x ridurre le emissioni di diossina, è sperimentale; la legge che tenta, o meglio fa finta, di regolare la diossina è una truffa : i controlli sono svolti 3 volte all’anno, per 15gg, solo di giorno e su preavviso! E ancora …la tecnica dei carboni attivi decantata di recente dall’Ilva, a Taranto nn è applicabile(CNR); il depolverizzatore è anch’esso sperimentale; e infine l’Ilva è a ridosso della città! O credete che la fantomatica rete che ci volevano propinare,o la piantumazione di alberi sia una soluzione?

    Il Referendum è consultivo, anche volendo nn ha alcun potere decisionale reale. Lo vogliamo definire un sondaggio? Facciamolo pure, ma è
    1è un atto democratico e quindi va rispettato, nn dimentichiamo che in 40gg (solo nei week end)si sono raccolte più di 4.000 firme!
    2è E’ un mezzo per chiedere nei tempi più stretti possibili la progettazione delle alternative economiche alla grande industria! Quali sono? Anche se nn dovrebbe essere compito dei semplici cittadini e Associazioni trovarle, bensà delle istituzioni,stiamo facendo anche questo!
    Credete che porto,industrie leggere(energie rinnovabili ad esempio),di ricicalggio dei rifiuti,di lavorazione dei ns prodotti agricoli,agricoltura stessa,maricoltura,industria cinematografica, il turismo culturale,religioso, sportivo nn siano alternative valide? Non credo! Grazie x l’opportunità.

  3. Clara Fornaro Says:

    SE UNO NON CONOSCE E MOSTRA DI SAPERE,E’MALE; MA CHI CONOSCE E NASCONDE CIè AL SUO INTERNO, E’ MALVAGIO. (PROVERBIO TIBETANO)

  4. Robis Says:

    Salve. Pur non conoscendo bene il territorio in questione e pur essendo ancora lontano dalla più acerba definizione di economista, mi sembra che l’analisi sia parziale. Per almeno due motivi. 1) Non vengono considerati i costi in termini di spese sanitarie, privati e pubblici. 2) Non viene considerato il costo opportunità di mantenere attivo l’impianto, ossia le alternative attività produttive conducibili nel territorio (una ragazza citava il pascolo) e che potrebbero fornire fonte d’impiego alternativa alla “nuova emergente classe operaia”, al netto dei “costi di conversione”. Probabilmente, dato il lungo periodo di attività dell’impresa, impieghi alternativi del territorio potrebbero essere compromessi ma altre soluzioni potrebbero essere percorribili. Infine, c’è da notare la tendenza economicistica di dimenticare aspetti cosà importanti nella vita di un individuo: nella funzione di massimizzazione della sua utilità viene raramente inclusa la qualità della vita. L’età media dei lavoratori sarè pure 33 anni, ma sarebbe interessante avere informazioni sull’incidenza dei tumori sul territorio e compararla con la media nazionale (meglio europea). Sembra di avere di fronte un’altra versione del finto dilemma di Pomigliano: lavoro o casa. A nessuno passa di mente quali altre possibilità concrete potrebbero essere proposte agli attuali dipendenti, nè quali di queste siano attualmente impedite dalla presenza stessa dello stabilimento.

  5. Federico Pirro Says:

    Agli amici Rosa e Robis, vorrei ricordare che le alternative produttive – che su Taranto e provincia potrebbero essere industria dell’ospitalità e filiere delle manifatture e di servizi collegati, agroalimentare, logistica, tutela dell’ambiente – in realtà potrebbero essere comparti aggiuntivi, ma non sostitutivi dell’Ilva e delle altre grandi industrie (Raffineria dell’Eni, Arsenale, Cementerie, Centrali elettriche, Aeronautica ed impiantistica presenti nell’area).
    Studi scientifici sono in corso per quantificare gli effetti occupazionali di quei comparti ‘aggiuntivi’ e dalle prime risultanze emerge che essi sarebbero notevolmente al di sotto di quelli oggi assicurati dalle grandi industrie e dalle aziende piccole e medie ad esse collegate, con un valore aggiunto notevolmente più basso e con presumibile largo ricorso a forme di lavoro interinale o sommerso.
    Bisogna pertanto lavorare per rendere sempre più ecosostenibile lo sviluppo industriale di Taranto che, pur arricchito dai settori ‘aggiuntivi’ – peraltro giè presenti – non potrè prescindere per i prossimi anni dalla presenza delle grandi imprese.

  6. Robis Says:

    Gentile Federico Pirro,
    mi scuso per l’evidente enorme ritardo nel rispondere alla sua osservazione. In ordine:
    - la complementarietà delle attività che lei cita in base a cosa è stata valutata? Esistono sicuramente attività sostitutive che non dipendono dalla grande impresa. Piuttosto, il ragionamento andrebbe spostato sui conflitti d’interesse e sui costi di transazione dall’impresa siderurgica alle altre attività. Con un adeguato peso ad entrambi i fattori.
    - l’effetto occupazionale non sono in grado di valutarlo, si aspetteranno gli studi. Tuttavia, mi permetto di notare come l’informalità del lavoro sia funzione di fattori controllabili ed indirizzabili attraverso appunto politiche del lavoro, ad esempio fiscali (fiscalità di vantaggio è una possibilità?), ed amministrative (controlli e sanzioni).
    - Infine, l’ecosostenibilità di un polo siderurgico non solo è attualmente non riscontrabile dall’evidenza empirica, per la quale non c’è bisogno di chissà quale analisi o di chissà quale expertise, ma mi sembra anche irrealistico e irrispettoso per i lavoratori proporla come soluzione nel breve, medio o quant’anche lungo periodo. Poi non capisco come l’industria dell’ospitalità o l’agroalimentare possano coesistere in un environment dominato da un polo siderurgico.
    Proporre l’ecosostenibilità della siderurgia e non valutare effettivamente l’impatto ambientale-sanitario è un modo soft per non rispondere alla mia osservazione, che concerne problemi in un certo senso qualitativi.