Perché non possiamo liberarci dalla mafia

Perché non possiamo liberarci dalla mafia

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È un esperimento mentale che mi è già accaduto di suggerire tempo addietro, e immutato essendo rimasto il contesto vale forse la pena di riproporlo.
Immaginate d’essere a Palermo, nella piazza dove si erge l’imponente Palazzo di Giustizia, e da lì di risalire per il corso Olivuzza, uno degli assi principali del popolare quartiere Zisa-Noce. Non avrete percorso nemmeno cinquanta metri dal luogo dove si amministra la giustizia civile e penale che vi sembrerà d’esserne mille miglia lontano. Vi trovate infatti in una zona in cui non c’è alcuna forma di controllo né per il commercio, né per l’edilizia, né per il traffico, né per altro: chiunque può allestire una bancarella e vendere quel che vuole, chiunque può occupare lo spazio pubblico con un gazebo, sedie e tavolini, chiunque può parcheggiare come e dove crede, chiunque può piazzarsi ad un incrocio con una motoape (“a lapa”, come si chiama qui) e smerciare frutta e verdura, pesce, pane, perfino ricci appena pescati.
Le autorità pubbliche non si curano di questo proliferare di attività “autogestite”, cioè fuorilegge: negli ultimi otto anni, i residenti del quartiere – tra cui chi scrive – hanno contato sei interventi della polizia municipale, cessati i quali (cioè andati via i vigili) tutto è tornato come prima. Non parliamo della polizia tributaria o dei nuclei antisofisticazioni dell’azienda sanitaria locale: gli “ambulanti-stanziali” del luogo non sanno nemmeno chi siano, come non sanno dell’obbligo di emettere gli scontrini fiscali o di regolarizzare i rapporti di lavoro. Perfino l’azienda municipalizzata che cura (così dice) la pulizia rispetta lo status quo e si guarda bene dal rimuovere nottetempo le cassette di frutta vuote di cui tutti si avvalgono per delimitare il loro “posto di lavoro”.
Essendo Palermo retta da una giunta di centro-destra, si potrebbe essere tentati di non stupirsene: fenomeni del genere non sono forse espressione di quel laissez faire, laissez passer che la destra reca inscritto nel proprio dna? E cosa è in fondo il “mercato” se non codesto brulichio di iniziative autonome, ciascuna espressione della “soggettività” di chi la realizza e sempre insofferente nei confronti dei “lacci e lacciuoli” della regolamentazione pubblica?
Sennonché, ogni medaglia ha il suo rovescio e il “lasciar fare” dell’amministrazione palermitana non fa eccezione. Il motivo sta nel fatto che nessuna attività economica può prender piede se non vi è una qualche forma di garanzia dei diritti di proprietà. Nessuno, per dirla altrimenti, può guadagnare qualche soldo pulendo i vetri ad un semaforo o vendendo chincaglierie sul marciapiede o facendo il posteggiatore abusivo se non è sicuro che nessun altro (indigeno o migrante che sia) gli toglierà quel posto. Un ordine, una “legalità”, deve dunque pur sempre emergere; la differenza semplicissima è che, in mancanza di quella assicurata dalle istituzioni pubbliche, che certo non possono ergersi a protettrici di situazioni contrarie alla legge, ne emerge una privata, basata – non meno semplicemente – sulla legge del più forte.
La mafia siciliana, la camorra napoletana, la ’ndrangheta calabrese, le triadi cinesi, la yakuza giapponese, le loro non meno temibili “consorelle” balcaniche e, più in generale, tutte le “istituzioni” di questo genere, alla cui genesi assistiamo là dove i pubblici poteri chiudono un occhio (o tutti e due) sull’osservanza della legalità costituita, assolvono primariamente a questo compito: proteggere le transazioni che si svolgono nel circuito economico extralegale, si tratti di un posto da lavavetri, di una partita di eroina o di un appalto truccato. È per questo che il variegato e multicolore suq che si inscena quotidianamente nei quartieri popolari di Palermo non degenera mai in caos: nonostante le apparenze, c’è sempre chi controlla, assegna posti, garantisce pagamenti, dirime controversie (e riscuote tributi). Ed è per questo che è sbagliato credere che la mafia sia puramente e semplicemente un’organizzazione criminale: se così fosse, ce ne saremmo sbarazzati già da un pezzo.
Ora, c’è un fatto che non è quasi mai posto in correlazione con il quadro macroeconomico sparagnino già impostoci da Maastricht e ora dai tempi di crisi e che però, a ben guardare, ne è un figlio naturale, ed è lo sviluppo delle attività economiche illegali. È un fenomeno che ha interessato anche quelle economie periferiche su cui, anni addietro, si sono abbattute le famigerate misure di “aggiustamento strutturale” dell’Fmi, e ha alla base una semplicissima motivazione: se si prosciuga l’acqua per l’economia legale, i pesci debbono trovarne altra, più sporca, in cui nuotare. Insomma, debbono “arrangiarsi”.
È questa la ragione principale per cui l’illegalità endemica in cui vivono Palermo e il Mezzogiorno non può essere efficacemente contrastata da alcuna azione repressiva. Il problema, infatti, è che oggi le classi dirigenti possono continuare a godere del consenso dei “governati” soltanto se, in cambio dei diritti che prima erano tenute ad assicurare, sono disposte a “lasciar fare”. Detto altrimenti, esse possono evitare che i governati si ribellino alla mortificazione della loro cittadinanza sociale imposta da bilanci pubblici in costante contrazione solo garantendogli l’impunità sul versante del “sommerso” o dell’“abusivismo di necessità”.
Sta qui la vera ratio della “tolleranza” delle istituzioni nei confronti delle piccole (e spesso nemmeno piccole) illegalità di cui al Sud siamo quotidianamente testimoni; si spiega così la crescita esponenziale delle zone – quartieri, sobborghi, talora interi paesi – letteralmente sottratte all’imperio della legge. E sta qui, specularmente, la ragione del persistente (e verosimilmente duraturo) successo della mafia, della camorra e della ’ndrangheta: organizzazioni come queste, per quanto paradossale possa sembrare, svolgono un’importante funzione di mediazione sociale e di composizione delle controversie nel territorio eslege in cui operano e proprio su tale ruolo fondano quel consenso sociale diffuso che è indispensabile per la buona riuscita delle loro attività criminali. Non a caso Giovanni Falcone disse che, essendo in Sicilia la struttura statuale del tutto deficitaria, la mafia aveva saputo riempire questo vuoto a suo vantaggio, ma tutto sommato aveva contribuito a evitare per lungo tempo che la società siciliana sprofondasse nel caos. Perché mai, altrimenti, l’80% degli imprenditori siciliani pagherebbe il pizzo?
Un ruolo del genere, discreto, lontano dai clamori delle stragi, “invisibile” ma non per ciò meno significativo e lucroso, candida peraltro le organizzazioni mafiose a interlocutori privilegiati delle classi dirigenti nei loro rapporti con le classi medie e, soprattutto, con i ceti popolari. Non è certo nuova la capacità delle classi dirigenti meridionali di utilizzare la forza paramilitare delle organizzazioni mafiose come strumento di controllo capillare del territorio, da impiegare ora in funzione anticentralista ora antipopolare, ora innalzando il vessillo del “meridionalismo” ora quello dell’ordine costituito, ma è certo che, nel quadro attuale, non c’è patto elettorale coi ceti popolari che possa reggere senza una “garanzia” mafiosa: la “fine delle ideologie”, che poi è la fine di appartenenze politiche segnate da idealità e valori, rende l’elettorato erratico e ancor più diffidente che in passato verso i “politici”, e non si dà per questi ultimi alcuna possibilità di controllarlo se “qualcuno” non si fa garante che le loro promesse – per quanto miserabili – saranno mantenute.
Si obietterà che in quanto detto non c’è nulla di nuovo, ché storicamente è stato questo il rapporto fra governanti, governati e mafia nel Mezzogiorno. In certa misura è vero, purché non si dimentichi la differenza fondamentale: oggi l’illegalità diffusa è in certa misura necessitata, perché, se volessero realmente procedere lungo la strada della repressione, le classi dirigenti dovrebbero fare qualcosa che il quadro macroeconomico non consente più, cioè accordare in forma di diritti quei beni e servizi di cui i governati non dispongono e che attualmente conseguono ricorrendo ai circuiti illegali; altrimenti, scoppierebbe una rivolta. (Che poi le classi dirigenti abbiano solo da guadagnare, in termini di potere e denaro, dalla criminalità dei diseredati, e anzi storicamente abbiano usato quest’ultima come paravento per i propri crimini, è fatto ben noto e sul quale non vale certo immorare.)
Un “continuum” fra organizzazione mafiosa, concorrenti “esterni” e semplici conniventi assai simile a quello qui descritto è alla base del concetto di “borghesia mafiosa”, elaborato una quarantina d’anni fa da un marxista siciliano ormai dimenticato, Mario Mineo. In quel tempo, Leonardo Sciascia ammoniva che la “linea della palma” era salita già oltre Roma. Oggi che, complice l’incipiente desertificazione, la palma è giunta fino a Modena (e a Duisburg), quel concetto spiega l’ostilità diffusa verso il tentativo della magistratura di impiegare il “concorso esterno” per attrarre nell’ambito della rilevanza penale pratiche bipartisan che il senso comune giudica quasi “necessitate” (per fare un solo esempio: se il mafioso o il camorrista controlla voti ci debbo pur parlare, no?). Giustifica lo iato persistente fra i proclami bellicosi dei governi che si alternano a Palazzo Chigi e la realtà di un territorio che sempre più si auto-organizza secondo le uniche logiche disponibili (quelle mafiose, appunto). Conferma che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono morti ancora invano.

9 Commenti

  1. Finalmente qualche cosa che va oltre le omelie, i riti, sinistri e sinistrorsi, le ricette preconfezionate in corrispondenza biunivoca con gli eventi a cui tutti (destra, sinistra, centro, sopra e sotto) fanno riferimento e affronta l’inusuale.

  2. Analisi interessante, soprattutto perch� cotocircuita quella ‘macro’ – la logica finanziarista e rigorista della ‘cupola’ europea – con quella empirico-quotidiana. Fa vedere la connessione concreta – alcune conseguenze – tra quella e questa.
    Mi pare di rilevare una sorta di quasi rassegnazione da parte dell’autore rispetto alla non invertibilit� del processo in atto di ritirata della legge e del suo portatore, lo stato.
    Io ci avrei aggiunto che, nel panorama dell’offerta politica organizzata (partiti)disponibile, n� a destra ma soprattutto nemmeno a sinistra, si registrano convincenti assunzioni di impegno e una effettiva combattivit� coerenti con un rilancio di ‘legge e stato’.
    Comunque, bene il gruppo di ‘E&P’ nel tenere qualificato il livello di analisi dei processi in atto – ch� essa costituisce il presupposto sine qua non affinch� una azione politica alternativa possa essere immaginata ed elaborata.
    Andate avanti, siete davvero utili.

  3. L’analisi presentata � certamente corretta, ma, con rispetto parlando, alquanto banale. Certifica la situazione palese (assenza dello stato – presenza della mafia come stato parallelo), senza un’analisi storica, con una punta di rassegnazione (sentimento particolarmente diffuso tra noi “terroni”) e soprattutto puntando su un nesso causale che io ritengo del tutto errato: siccome non c’� lo stato (causa) c’� la mafia (effetto). In realt�, guardando alla storia, si vede bene che c’� un filo diretto e mai spezzato che collega direttamente l’Unit� d’Italia alla mafia moderna, passando per la fine della seconda guerra mondiale. L’Italia fu fondata a seguito di una guerra civile, che sui libri di storia viene sbrigativamente liquidata come “brigantaggio” (si veda “li chiamarono briganti” di Pasquale Squitieri), e di cui non posso qui andare nei dettagli, che di fatto si concluse con una restaurazione dello “status quo ante” sotto l’egida di una nuova corona (i Savoia), ma con il potere affidato nelle mani dei grandi latifondisti meridionali (vedi il Gattopardo). La mafia era il braccio armato di quel blocco di potere (col beneplacito della Chiesa, naturalmente). In seguito, l’unico vero tentativo di sradicare quel blocco sociale, e dunque la mafia che ne era espressione, fu tentato dal fascismo. Mussolini pag� quel tentativo offrendo il fianco a quella che fu l’operazione bellica che segn� la fine della sua dittatura, ovvero lo sbarco degli alleati in Sicilia, con l’aiuto della mafia appunto. La mafia in seguito venne usata anche per contrastare il comunismo e vincere le elezioni del 48. Da questo brevissimo excursus si vede immediatamente che lo stato italiano non ha mai realmente avuto potere in certe zone d’Italia. Mai nella storia, fin dalla sua fondazione. Non � pertanto corretta l’analisi di questo articolo. La mafia preesiste allo stato italiano, ed � una tipica espressione di potere coloniale. Riconosciamo che il Sud Italia � stato conquistato militarmente e che in seguito � stato mantenuto sotto controllo affidando un esercizio di violenza ad un’entit� “interna”. Personalmente, per quel poco che vale la mia opinione, credo che essa non sar� mai sconfitta finch� non si avr� il coraggio di tornare a quella epoca storica, capirne gli errori fondamentali, e rifondare l’Italia su un nuovo terreno. Un terreno di uguaglianza e rispetto reciproco.

  4. la verita ci fa male, tutto quello che tu hai scritto risulta vero da buon palermitano dico: se ognuno di noi desse un serio contributo per un vero cambiamento della realt� siciliana non sarebbemale male a volte il confrontarci ci fa bene
    carmelo

  5. analisi lucida e sconfortante della realt� palermitana e della classe politica nazionale. Vi ho appena “scoperti”, conosco il centro Impastato di Palermo, il cui presidente, Umberto Santino, ha pubblicato diverso materiale estremamente curato. Il proliferare del fenomeno mafioso � ormai radicato su tutto il territorio nazionale, solo un’azione combinata della societ� civile che vigili sul territorio e che stia accanto a magistrati coraggiosi potrebbe migliorare la situazione. Mi sbaglio?

  6. Pongo una domanda….da cittadino ignorante. L’analisi offerta in parte ne ha parlato. I governatori delle regioni meridionali devono “trattare” con mafia e camorra per limitarne l’azione????

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