Perchè non va anche la seconda agenda

Perchè non va anche la seconda agenda

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…. e dopo la credibilità riacquistata in Europa e prima di quella al cospetto di Dio, venne la domanda dal popolo: che cosa hai fatto e prodotto in tredici mesi con il tuo governo che al momento del suo insediamento aveva come agenda (in ordine alfabetico) la crescita, l’equità ed il rigore ? Gli argomenti di una risposta in difesa-attacco già sentita si possono riassumere nella seguente parafrasi in prima persona.

“Ho fatto una politica di risanamento e ho messo in sicurezza l’Italia come fa la brava guida di montagna in prossimità di un baratro. Soltanto uno sprovveduto poteva credere che perseguendo tale obiettivo prioritario non si sarebbero sacrificati temporaneamente gli altri. Ho evitato l’arrivo della temuta troika che avrebbe spulciato i nostri conti pubblici e imposto condizioni-capestro. Ho combattuto l’evasione fiscale. Ho conseguito la riduzione dello spread ed il governo italiano ha riacquistato prestigio e credibilità”.

Seguono alcune mie riflessioni al riguardo e alla luce della nuova agenda.

Non ho dubbi su una prima obiezione. Al momento dell’insediamento di quel governo, si è lasciato credere alla maggioranza degli italiani che tutti e tre i comandamenti – crescita, rigore, equità – della sua agenda fossero sullo stesso piano in sede di attuazione e molti hanno pensato che anche certi presunti corollari, come occupazione e riduzione del debito pubblico, non fossero demandati totalmente a successivi governi. Erano sprovveduti tutti quegli italiani? Probabilmente lo erano, ma quel governo con alto patrocinio ha lasciato e fatto credere che così fosse, previa ammissione che alcune misure temporanee dovevano per necessità essere “impopolari”. Poi è arrivata le seconda agenda, non più in forma dello slogan “crescita, equità, rigore”, ma in venticinque pagine per un impegno comune. Alla sua pubblicazione ha risposto Renato Brunetta con recensioni sferzanti e con alcune critiche sul piano economico in parte anche condivisibili (“ahimè” devo dire, perché avrei preferito che esse venissero dal polo opposto). Certamente l’alleggerimento delle responsabilità del precedente governo Berlusconi era molto marcato in quelle recensioni e le rende sospette se ci si chiede dove vogliono arrivare, ma non faremo qui un processo alle intenzioni.

Fa piacere leggere un documento di intenti articolato, come la seconda agenda, invece di sentire ripetere fino alla noia slogan del tipo “crescita, equità, rigore”. Però una domanda va fatta all’estensore di quella agenda e/o ai suoi consiglieri-collaboratori: si tratta di un programma per un futuro indefinito o di un programma elettorale per la prossima legislatura? C’è il richiamo a un’economia sociale di mercato di tedesca memoria e c’è l’indicazione di una strada liberista per la crescita di thacheriana memoria, c’è l’appoggio alle operazioni “militari di pace” e si spende perfino una parola in ricordo del volontariato. Il primo capitolo dell’agenda contiene l’esortazione “contro ogni populismo”, ma quando sono arrivato alla fine del documento mi sono chiesto se proprio il contenuto dell’agenda non sia un segno di smaccato populismo, sebbene in stile forbito, lanciato come una rete di pesca a destra e a sinistra, oltre che al centro. Non so quante volte, ma tante, leggendo l’agenda ho trovato l’espressione “bisogna” e di seguito un obiettivo da raggiungere. Tuttavia qui la chiarezza sui tempi e sulla compatibilità dei disparati obiettivi diventa cruciale. Un elettore non sprovveduto si aspetterebbe una indicazione e quantificazione di quanto rigore, di quanta crescita e di quanta equità quel governo si impegni a realizzare negli anni della propria legislatura e con quali mezzi, in relazione a plausibili scenari internazionali. Non credo che a tale elettore interessi una discussione su un impegno comune per realizzare un mondo migliore (anche se non è un libro dei sogni) in tempi generici. Gli interessa evitare in tutti i modi leciti, anche rimettendo in discussione i trattati e lo sciagurato nuovo articolo della Costituzione che impone il pareggio di bilancio, un ristagno economico ed un continuo degrado sociale dell’Italia che si intravedono, diciamolo chiaramente, per il prossimo decennio al perdurare delle politiche di austerità.

Evitiamo la magia di certe parole e di certe immagini. Anche la Spagna ha visto ridurre lo spread e i suoi leader sono accolti a Bruxelles senza risolini. E’ allora “risanato” quel paese? Si è risanata l’Italia in quest’ ultimo anno ed è pronta a ripartire? Agli elettori e, purtroppo, ai mercati spettano le rispettive ardue sentenze, non alle visioni ottimistiche di una luce in fondo al tunnel. Corruzione, evasione fiscale ed un certo tipo di finanza sono mali contro cui si oppone la seconda agenda, additando la loro correzione come precondizione per la crescita. Corruzione ed evasione fiscale esistevano però in Italia prima, durante e dopo il miracolo economico del dopoguerra. Corruzione c’è in India e c’è in Cina oggi e ciò non ha impedito né impedisce per ora una crescita impressionante delle economie di questi paesi. Credo che la riduzione di quei mali sia un obiettivo altamente meritevole ma, al di la’ del necessario controllo e riduzione della criminalità organizzata, non vedo una stretta correlazione fra corruzione-evasione-mala finanza e mancata crescita.

Esprimo infine alcune speranze, forse pii desideri, ed alcune fondate insinuazioni. Spero che quei poteri abbastanza forti che stanno dietro la vergognosa occupazione degli spazi televisivi (oltre ai canali RAI 1-2 e Mediaset ora anche i telegiornali di canale 7, Rainews24 e Rai 3) e dei quotidiani più blasonati, a cui assistiamo in questi giorni, abbiano sopravvalutato il numero degli elettori sprovveduti. Spero che la gente cambi canale quando sente notiziari al limite della schizofrenia, dove nella prima parte si sprecano interventi basati su indimostrabili controfattuali del tipo “se il governo non avesse attuato la sua politica del rigore, saremmo caduti nel baratro”, mentre nella seconda parte si forniscono con commozione le statistiche impressionanti sulla disoccupazione crescente, sulle imprese che falliscono e sui consumi in calo, come se non esistesse un nesso fra quella politica e tali effetti. Questo cambio di canale sarebbe sì un proficuo “silenziare”, invece di quello che è stato raccomandato nei confronti di certe ali invise. Spero che gli italiani non si facciano intimidire da quel terrorismo verbale, né dall’ascesa in campo dell’Osservatore Romano, né impressionare da atteggiamenti arroganti o puramente mediatici: l’incedere ecclesiastico a piccoli passi, le movenze ieratiche della mani, il sorriso sdegnoso con bocca leggermente piegata all’ingiù, qualche parola in inglese che fa molto gran mondo dell’economia per i poveri allocchi, le battute non tanto sottili da goliardia meneghina.

Io non credo che la coalizione che si presenta all’elettorato sbandierando quell’agenda piena di seducenti obiettivi sia in grado, attraverso una nuova e più grande coalizione postelettorale, di attuare quegli obiettivi prioritari che la maggioranza del popolo italiano condivide e che sono sussunti dal binomio crescita-equità, lasciando che il rigore e l’austerità siano trattati come discutibili strumenti da demandare al dibattito scientifico-ideologico. Naturalmente tutte le alleanze post-elettorali sono immaginabili. Apparentemente, la coalizione portatrice della seconda agenda si presenta alle elezioni con la premessa “chi ci sta ci sta” con quell’elenco di meravigliosi obiettivi in essa contenuti, ma allo stesso tempo l’agenda si apre e si chiude come una fisarmonica all’approssimarsi delle elezioni. Per esempio la politica del rigore ivi enunciata viene edulcorata in fase elettorale da promesse di alleggerimenti e ristrutturazioni fiscali, come l’IMU sulla prima casa da redistribuire a favore dei Comuni ma, come si dice, a saldi invariati per le tasche dei cittadini. Sappiamo anche che quella coalizione è pronta ad allearsi, naturalmente per il “bene del Paese”, con il partito che uscirà vincitore relativo alle prossime elezioni, nella presunzione che esso al Senato avrà bisogno di numeri e che dichiari l’adesione alla seconda agenda. Poi, grazie alla natura di agenda-fisarmonica, si addiverrà a qualche suo ritocco chè sarà necessario per salvare la faccia nei confronti dei rispettivi elettori. Sappiamo infine che molti, appartenenti a quel probabile vincitore, stanno facendo un pensierino al riguardo…. Per ora guardiamo ai fatti, cerchiamo di ragionare con calma e non lasciamoci intimorire da chi annuncia l’apocalisse se prevarrà il “populismo” delle forze politiche che intendono contribuire, non solo con messaggi elettorali, ad un tipo di Europa diverso da quello attuale. Certamente siamo un paese democratico con le frontiere aperte e nulla impedisce ai suoi cittadini di arrendersi e di emigrare altrove, anche grazie alla maggiore flessibilità in uscita del mercato del lavoro. Un ritorno, dopo decenni, all’emigrazione coinvolgerebbe tutte le categorie di capitale umano . Cerchiamo di evitarlo.

5 Commenti

  1. Sul binomio crescita-equit� esistono i dati empirici dell’ultimo Rapporto Annuale dell’Istat (capitolo 4), che mostrano come i paesi europei pi� egualitari siano cresciuti di pi� negli ultimi anni.

  2. Il professore nella sua analisi puntuale, sottile e amara prospetta quanto pi� io temo come cittadina:un’emigrazione di capitale umano, a tutti i livelli, che sarebbe quanto di pi� devastante possa verificarsi. L’Italia ha gi� perso. L’impoverimento culturale e formativo di questo ultimo decennio, che stiamo vivendo (e vivremo ancora di pi� se si continua in questa ottica miope) � segno subdolo e sottile di una iniqua redistribuzione della ricchezza e di un’immobilit� sociale di memoria prebellica. La crescita, lo sviluppo partono dai banchi di scuola, dal sostegno allo studio, dalla ricerca, dal merito, dal lavoro, non dalle parole inutili.

  3. @Marco di Marco: “non vedo una stretta correlazione fra corruzione-evasione-mala finanza e mancata crescita”.
    Non mi sembra che tale articolo confuti il binomio equit�-crescita, tanto che vi si legge “Io non credo che la coalizione che si presenta all�elettorato sbandierando quell�agenda piena di seducenti obiettivi sia in grado di attuare quegli obiettivi prioritari che la maggioranza del popolo italiano condivide e che sono sussunti dal binomio crescita-equit�, lasciando che il rigore e l�austerit� siano trattati come discutibili strumenti da demandare al dibattito scientifico-ideologico.”

  4. A parte le analisi pi� o meno corrette che un comune cittadino pu� compiere, lontano dai “veri conti” che solo alcuni hanno il privilegio-onere di vedere, ritengo che oggi qualunque funamboleria politico economica o qualunque binomio o trinomio si voglia tirare in causa, sia un inutile e capziosa attivit� dialettica, che come visto non ha prodotto alcun risultato tangibile. Oggi, come non mai, bisogna agire sul monomio “riduzione della spesa pubblica” in tutti i gangli della pubblica amministrazione, a qualunque livello essa sia presente, dal piccolo contributo inutile a una qualunque causa, fino ai maxi-sprechi che ad oggi il cittadino deve assistere come passivo fruitore di pellicole viste e riviste. Non ci sono altri modi, signori. La realt� � questa. Senza questi doverosi interventi, l’emorragia di denaro che l’Italia ha, rester� tale, e i cicatrizzanti alle ferite dei conti pubblici che il governo cerca di tamponare maldestramente, avranno l’unico effetto di ritardare il “Grande Evento”, di questa Italia depredata dalla miopia, dal solipsismo e dall’egoismo estremo dei politici che rappresentano lo “Stato”.

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