Stabilizzare il debito per arginare l’austerità

Riccardo Realfonzo - 07 marzo 2013

La priorità del futuro governo italiano non può che essere un dialogo nuovo con l’Europa, finalizzato ad arginare le politiche di austerità[1]. Si discute molto in questi giorni sui margini di trattativa che potremmo avere, e spesso vengono avanzate proposte come allentare i vincoli del Patto di Stabilità per gli investimenti e allungare i tempi di rientro dai deficit “eccessivi”. Idee anche utili, che però rischiano di non essere all’altezza della gravità del quadro macroeconomico e dei margini effettivi di manovra della finanza pubblica di cui disponiamo.

C’è un punto che bisogna tenere ben fermo: il Paese non è grado di fare i “compiti” che gli sono stati assegnati negli ultimi due anni. Mi riferisco al pareggio di bilancio (in termini strutturali, al netto della componente ciclica) e al sentiero di abbattimento del debito pubblico previsto dal fiscal compact. Per rispettare pienamente tutti questi impegni dovremmo – nelle ipotesi più rosee – portare l’avanzo primario (cioè l’eccesso del prelievo fiscale sulla spesa pubblica, interessi sul debito esclusi) al 5 per cento del Pil e mantenerlo su quel livello per due decenni. Insomma, il futuro governo del Paese dovrebbe prendersi la briga di spingere la spesa corrente al di sotto delle entrate fiscali per circa 80 miliardi di euro. È chiaro che una politica delle finanze di questo genere non consentirebbe alcuna riduzione della pressione fiscale né lascerebbe spazio per interventi espansivi, ad esempio nel campo delle politiche industriali. E in questo contesto, qualche limatura del Patto di Stabilità o qualche piccola concessione sui tempi equivarrebbe a una pacca sulla spalla data al soldato che va al massacro. Infatti, nelle condizioni attuali, proseguire lungo la linea del pareggio di bilancio e dell’abbattimento rapido del debito significherebbe esporre il Paese al rischio di un circolo vizioso fatto di tagli, riduzioni del Pil, peggioramento delle condizioni della finanza pubblica, nuovi tagli, che potrebbe drammaticamente concludersi con l’abbandono dell’euro[2].

È necessario dunque aprire una riflessione più profonda sulle regole e sugli obiettivi di finanza pubblica in Europa. In tale direzione sarebbe auspicabile che il Parlamento europeo avviasse una inchiesta sui reali effetti dell’austerity e si riuscisse a concordare, anche con l’avallo delle autorità monetarie, un freno a queste politiche recessive. E quale potrebbe essere allora, anche in una fase transitoria, la regola di finanza pubblica alla quale potremmo impegnarci? Una strada prudente e credibile riprende una proposta politica che avanzai già nel 2006, all’epoca del governo Prodi, e che sfociò in un appello sottoscritto da un’ampia parte dell’accademia italiana[3]. Faccio riferimento alla stabilizzazione del rapporto tra il debito pubblico e il Pil sui valori correnti, nell’orizzonte temporale della legislatura. Secondo questa proposta, il governo potrebbe impegnarsi a controllare il debito pubblico, non nella sua grandezza assoluta ma come quota del Pil, in modo che il valore attuale pari al 127 per cento del Pil risulti confermato al termine teorico della legislatura.

Si tratta di una proposta che assicurerebbe la piena sostenibilità del debito e che libererebbe nell’immediato importanti risorse rispetto al percorso alternativo dell’austerità. Infatti, per stabilizzare il debito pubblico al livello corrente del Pil, il governo dovrebbe fissare conseguentemente il livello dell’avanzo primario, date le stime prudenziali sui livelli attesi della crescita nominale del Pil e del costo medio del debito pubblico. Prendendo per buone le stime di queste grandezze contenute nella “Nota di aggiornamento” redatta dal governo Monti nel settembre scorso, per stabilizzare il debito sarebbero necessari avanzi primari inferiori al 3 per cento del Pil, contro avanzi nell’ordine dei 5 punti percentuali necessari per rispettare le politiche di austerità. Rispetto alla tabella di marcia prevista dalla “Nota di aggiornamento” di Monti (dove si prevede un avanzo che dal 4 per cento del Pil nel 2013 raggiungerebbe il 4,8 nel 2015), già quest’anno la stabilizzazione del debito libererebbe risorse per oltre 20 miliardi di euro.

Nessuno si illude che sia semplice cambiare politica economica in Europa, non fosse altro perché non tutti i paesi subiscono gli effetti deleteri dell’austerità. Ma bisogna muoversi in questa direzione. Prima che sia tardi.

 

 

 

 

 

 

[1] Una prima stesura di questo articolo è apparsa su L’Unità del 6 marzo 2013 con il titolo “Arginare l’austerità”.
[2] Per un richiamo critico ai modelli che hanno sottovalutato gli effetti restrittivi dell’austerità si rinvia al mio articolo “Quei modelli sbagliati alla base della crisi europea”.
[3] L’analisi teorica della stabilizzazione del rapporto tra debito pubblico e Pil prendeva le mosse dal saggio di Luigi Pasinetti pubblicato nel 1998 dal Cambridge Journal of Economics, dal titolo “The mith (or folly) of the 3% deficit/GDP Maastricht parameter”. Diversi contributi sul tema della stabilizzazione del rapporto debito/Pil furono raccolti nel volume a cura di Sergio Cesaratto e mia, Rive Gauche. Critica della politica economica, edito dalla Manifestolibri nel 2006. Un primo scritto in direzione della stabilizzazione del debito pubblico in Italia fu firmato da Emiliano Brancaccio e da me nel 2004, e pubblicato dal quotidiano Liberazione.

9 Commenti per questo articolo

  1. Mattia Mattia Says:

    Caspita. 20 miliardi in più a disposizione rispetto a quanto previsto da Monti. Non sarebbero bruscolini.

  2. Arturo Elia Says:

    Conoscevo l’appello degli economisti del 2006. Una delle poche cose sensate degli ultimi anni. Continuate cosà.

  3. Lucia Says:

    Ci sono possibilità che l’Europa accolga questa ipotesi? E si ha una idea di quali sarebbero gli effetti di una simile ipotesi in Grecia? Grazie sin d’ora per la risposta.

  4. Rapisarda Salvatore Says:

    A proposito di Grecia mi risulta che la Grecia sia partita da una situazione iniziale di 300 miliardi di euro di debito di cui 70 verso creditori interni (greci sottoscrittori del debito) e si trovi in questa situazione (fortunata solo per Monti)dopo avere ricevuto aiuti per 240 miliardi di euro e più di un haircut del debito.
    Sono giusti questi dati e non ritenete opportuno un approfondimento sulla situazione greca? Dalla verità di questi dati emergerebbe che le politiche europee sono più che disastrose.
    Vi ringrazio per la eventuale risposta

  5. Riccardo Realfonzo Says:

    Invito a leggere anche il mio articolo apparso sul Sole 24 Ore dell’11 marzo 2013, con il titolo “Rischio Grecia con l’austerità espansiva” ( http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2013-03-11/rischio-grecia-lausterita-espansiva-064847.shtml?uuid=AbVJNqcH&fb_action_ids=4637064161019&fb_action_types=og.recommends&fb_source=aggregation&fb_aggregation_id=288381481237582 ).

  6. raffaele principe Says:

    Marx: èFare denaro senza la mediazione del processo di produzioneè. Ecco: non è forse quello che è accaduto, e che sta accadendo, nella parte più èattempataè del capitalismo mondiale?(Pandolfi su questa rivista).
    Mi pare che ormai ciò avvenga in tutto il mondo capitalista, Africa inclusa.
    E allora se ciò è vero, anche la proposta di stabilizzare il rapporto PIL-debito pubblico non è sufficiente, perchè il vero problema che ha il capitalismo, visto che all’orizzonte non ci sono serie alternative praticabili (non cè nessun Lenin nè rivoluzione d’ottobre in vista), è quello di distruggere la spaventosa massa finanziaria accumulata che come uno spettro rischia di travolgere tutto e tutti. Alcune misure sarebbero urgenti: separazione fra banche commerciali e di rischio, fine delle cartolarizzazioni, Basilea 3 ecc., ma non sufficienti, perchè comunque questa massa finanziaria (pari a circa 800.000 miliardi di dollari) starebbe l’ a galleggiare e a richiedere i suoi oboli d’interessi pari all’incirca al 20% annuo del pil mondiale, continuando l’effetto moltiplicatore creatosi da più di 20 anni. Se queste misure, tese a bloccare questa crescita “anarchica” ed infinita della massa finanziaria circolante, non sono accompagnate da una inflazione almeno al 5% annua per 20 anni, con aumenti dei salari e prezzi delle merci, da questa situazione non se ne esce. Il risultato di ciò sarebbe una salvaguardia nominale di questa massa monetaria, ma una reale drastica riduzione del suo valore “di mercato”, perchè si avrebbe un aggiustamento del rapporto fra questa e il PIL mondiale. Ciò spingerebbe il capitale monetario a spostarsi verso gli investimenti d’impresa e pertanto a favorire l’occupazione e i consumi.
    Certo bisogna vedere cosa ne pensano i grandi finanzieri, gli sceicchi, la Germania e la Cina.

  7. Rapisarda Salvatore Says:

    Mi scusi professore ma il suo articolo da un lato non analizza gli effetti dell’”esperimento greco” che sul piano umano (spero vivamente di sbagliarmi) avrè conseguenze simili a quelle dei campi di concentramento nazisti.
    Qui tuttavia vorrei che fosse analizzato e studiato in termini puramente economici.I risultati ottenuti mi sembrano cosà disastrosi per tutti gli attori e le parti in gioco da meritare un “nobel al contrario”.
    Infatti il “salvataggio” che pare avere avuto un costo per i contribuenti europei quasi pari all’intero debito greco (240 miliardi di euro su 300), non è riuscito nè a soddisfare i creditori che hanno subito diverse ristrutturazioni del debito, nè a ridurre lo stock del debito greco che è ulteriormente aumentato, nè ai greci di mantenere il loro tenore di vita che al contrario si è cosà deteriorato da fare parlare di disastro umanitario, con conseguente diminuzione sia della domanda interna che di prodotti esteri.
    Quanto al suo articolo pur riconoscendo il suo profetico coraggio espresso a suo tempo (che è galantuomo) nella “lettera degli economisti”, ritengo che gli aggiustamenti pur opportuni e desiderabili del pareggio del bilancio e del fiscal compact siano per effetto delle politiche di rigore divenuti “pannicelli caldi” e che i profeti del rigore ci costringeranno a riesumare presto il “peggiore” Keynes degli operai che scavano e riempiono le fosse (magari nella versione ancora più deteriore del reddito di cittadinanza).

  8. Giovanni Says:

    Le politiche monetarie liberiste (vedi trappole delle liquidità) hanno una funzione marginale delle crescite dei maggiori profitti futuri delle spese marginali delle società di impresa (gli investimenti) con una capienza totale dei consumer-spending a svantaggio delle ristrutturazioni tecniche delle scelte di portafoglio e delle minori entrate fiscali. In altre parole una riscadenza dei vincoli di debito sono funzaionali alla maggiore crescita della domanda, e quindi delle produzioni di ricchezza.

  9. Giovanni Says:

    Profitti fiscali, e la moneta

    Le scelte monetarie di deficit di spesa sono direttamente proporzionali agli aumenti di speculazione (o anche dette ragioni di scambio multipli) a svantaggio dei redditi da lavoro con conseguenza di un aumento dei differenziali da capitale e dei maggiori profitti futuri in concauteazione di minori salari. In altre parole le politiche fiscali sono marginali ad una politica accomodante fiscale e dei squilibri di bilancio pubblico.

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  1. Al Consiglio europeo l�austerit Says:

    [...] EUCO 23/13, Conclusioni del Consiglio europeo (Bruxelles 14 e 15 marzo 2013). [2] Stabilizzare il debito per arginare l’austerit

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    [...] EUCO 23/13, Conclusioni del Consiglio europeo (Bruxelles 14 e 15 marzo 2013). [2] Stabilizzare il debito per arginare l’austerit

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    [...] EUCO 23/13, Conclusioni del Consiglio europeo (Bruxelles 14 e 15 marzo 2013).[2] Stabilizzare il debito per arginare l’austerit

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