Tag Archive | "Cina"

Tags: , , , , ,

La sfida economica cinese e la programmazione dello sviluppo

Posted on 08 settembre 2014 by admin

Lanceni 0Lo sviluppo costante e, per certi versi sorprendente, della Cina ha, di fatto, attirato sempre più l’interesse del mondo economico e non. Tuttavia, troppo spesso l’approccio alla realtà cinese appare viziato da stereotipi che associano la Cina unicamente alla produzione di massa di beni di consumo. Con riferimento all’analisi delle diverse politiche di esportazione e di attrazione degli investimenti diretti esteri (IDE) appare evidente come la classe dirigente cinese abbia adottato, sin dagli inizi della propria politica d’internazionalizzazione, un approccio lungimirante volto, nel tempo, ad assicurare uno sviluppo non solo sostenuto ma anche e soprattutto sostenibile.

In particolare tale approccio di pianificazione risulta chiaro alla luce delle politiche per attrarre gli IDE. Per comprendere appieno l’evoluzione economica, politica e sociale cinese è indispensabile fare un passo indietro nel tempo, più precisamente al 1978, quando, a seguito di profondi cambiamenti interni ed esterni alla Cina, il gigante asiatico ha abbandonato la propria politica di chiusura economica, intraprendendo un processo d’internazionalizzazione che ha avuto profonde ripercussioni non solo sull’economia nazionale ma anche su quella globale: dal 1980 al 2012 il PIL cinese ha difatti registrato un incremento medio annuo del 13 per cento.

Nel 1979 vennero introdotte le cosiddette Special Economic Zone (SEC), ovvero specifiche aree (tra le più note abbiamo Shenzen, Guangdong, Guangzhou), in cui le aziende che ricevevano investimenti esteri godevano di particolari vantaggi fiscali. Nonostante il successo di queste aree, le autorità cinesi, preoccupate di poter attrarre investimenti in settori a bassa intensità tecnologica, introdussero, nel 1985, le Economic and Trade Development Zone (ETDZ) con il preciso intento di attrarre investimenti nei settori dell’elettronica di consumo e nell’informatica.

In seguito nel 1995 furono istituite le High Technology Developed Zone (HTDZ) con l’intento di sviluppare ed incrementare le attività di ricerca e sviluppo cinesi attraverso gli investimenti esteri. La principale caratteristica di queste HTDZs è rappresentata dal sistema di sviluppo “tre in uno”, ognuna di queste zone, infatti, comprende un centro di ricerca universitario, un centro d’innovazione per utilizzare l’innovazione tecnologica ed un’impresa commerciale per produrre e vendere i beni prodotti.

Proprio a partire dalla seconda metà degli anni Novanta, possiamo riconoscere una seconda fase della svolta economica e politica cinese, fase volta alla concretizzazione dei primi passi per un’evoluzione strutturale che consentisse di superare il modello di sviluppo della “fabbrica globale”, al fine di riposizionarsi su un sistema il cui vantaggio competitivo non fosse più basato esclusivamente sul costo.

All’interno del processo evolutivo dell’innovazione cinese riconosciamo, ancora, un percorso e un approccio di lungo periodo caratterizzato da cambiamenti graduali. Individuiamo anzitutto una prima fase, di partenza, caratterizzata da un profondo gap tra l’innovazione made in China ed estera (in particolare di Stati Uniti e Giappone), con conseguente importazione d’innovazione e, dunque, dipendenza dall’estero. Qui i maggiori sforzi delle autorità cinesi, locali e nazionali, sono stati indirizzati principalmente alla creazione di un sistema nazionale d’innovazione ovvero di quell’infrastruttura costituita, principalmente, da aziende, università e centri di ricerca il cui fine è implementare e ottimizzare tutta l’innovazione che entra nel Paese. L’evoluzione e il progressivo sviluppo di questo sistema hanno consentito alla Cina di mutare nel tempo la propria posizione su scala globale;  da imitatore, la Cina somiglia sempre di più a un leader indiscusso dell’innovazione globale.

Osservando i più generali indicatori riguardanti l’innovazione risulta evidente il deciso e decisivo passo avanti della Cina; a titolo esplicativo consideriamo il numero degli occupati in ricerca e sviluppo, che dalle 670 mila unità del 1991 sono passati ai 3.2 milioni del 2012.

Questa analisi generale viene confermata anche dall’andamento della GERD (Gross Expenditure on Research and Development), cioè l’ammontare totale delle spese in ricerca e sviluppo  un dato paese.

Secondo fonti OCSE, la spesa in ricerca e sviluppo cinese è passata da 7.5 miliardi di dollari nel 1991 a 243 miliardi di dollari nel 2012, registrando una crescita esponenziale e un incremento medio annuo del 18 per cento, come dimostra la figura sotto.

Lanceni 1

La crescita della GERD cinese risulta ancora più marcata se confrontata con quella degli altri paesi.

Nello stesso arco temporale considerato precedentemente, Stati Uniti, Giappone e Germania hanno realizzato incrementi medi annui rispettivamente del 5, 3.7 e 4.5 per cento, tutti ben lontani da quello della Cina, pur essendo questi ultimi storicamente considerati dei leader nell’innovazione.

Anche qui i rispettivi andamenti appaiono più chiari con un supporto grafico.

Lanceni 2

Spostiamo ancor più nel dettaglio la nostra indagine focalizzandoci su una parte delle spese totali in ricerca e sviluppo legata alle imprese. Tale dato ci viene fornito dalla BERD (Business expenditure on Research and Development) che esprime in percentuale delle spese totali, ovvero di GERD.

Analizzando questo dato possiamo notare anzitutto come il peso delle aziende nelle spese in ricerca e sviluppo sia notevolmente aumentato, passando da un 40 per cento delle spese totali nel 1991 ad un 76 per cento nel 2012 e, secondariamente, noteremo la controtendenza della Cina rispetto ad alcuni suoi competitors in cui la quota di BERD si è mantenuta pressoché stabile negli anni salvo ridursi in alcuni casi.

Lanceni 3

L’aumento del peso del BERD su GERD dimostra la maggiore propensione delle imprese a spendere, dunque ad investire, in ricerca e sviluppo e ciò è principalmente spiegabile dalla domanda delle imprese di innovazione, indispensabile in un contesto di forte concorrenza (uno dei principali effetti dell’adesione della Cina al WTO nel 2001).

L’evoluzione dell’innovazione cinese si riflette nell’evoluzione dell’industria e del sistema produttivo cinese: analizziamo il settore high-tech cinese in relazione con il resto del mondo prendendo in considerazione l’evoluzione del conto corrente high-tech cinese rappresentato dalla figura sotto.

 Lanceni 4

In linea con la nostra analisi sul percorso evolutivo dell’innovazione cinese notiamo come dal 1995 al 2005, tale conto corrente abbia registrato un disavanzo, dovuto al gap innovativo cinese e al conseguente bisogno di importare innovazione (qui sotto forma di beni high-tech), mentre dal 2005 in poi si siano verificati sempre più consistenti avanzi, dimostrando come la Cina si sia mossa dall’iniziale posizione d’inseguitrice a quella di leader, capace di creare innovazione endogena da esportare poi nel resto del mondo.

Continuiamo l’analisi dell’evoluzione cinese osservando il cambiamento nella produzione industriale: la Cina si sta sempre più spostando dalla produzione di beni di consumo (a basso valore aggiunto in cui la variabile chiave è la riduzione dei costi) a beni strumentali ad alto valore aggiunto. E’ proprio in questa categoria che risiede la maggior componente high-tech della produzione, in quanto il vantaggio competitivo in questo segmento è basato sulla qualità piuttosto che sul prezzo.

Anche qui notiamo il sorprendente balzo in avanti della Cina che è passata da una quota globale nella produzione di beni strumentali dello 0.47 per cento nel 1987, ad una quota superiore il 14 per cento nel 2012.

Lanceni 5

Mettendo in relazione questi dati con l’andamento di paesi che sono storicamente considerati leader nella tecnologia, noteremo come la progressiva crescita di quota cinese sia avvenuta proprio a discapito di questi leader storici.

Lanceni 6

Ciò che emerge dall’analisi è la dinamica strutturale dell’economia cinese: dall’esclusiva produzione di beni di consumo alla produzione specializzata in beni strumentali. Tutto ciò è stato possibile grazie ad un’attenta e soprattutto lungimirante pianificazione che si è focalizzata sull’innovazione e lo sviluppo.

*Università degli studi di Bergamo

Comments (3)

Tags: , , , , , , ,

Cronache dalla crisi

Posted on 24 agosto 2010 by admin

Vale la pena in questo scorcio finale delle vacanze – per gli italiani che se le sono potute permettere – fare brevemente il punto con nostri lettori sull’andamento della crisi e sul dibattito di politica economica.

1. Il fatto più eclatante dell’estate è stata la significativa ripresa dell’economia tedesca guidata dalle esportazioni. Queste hanno compiuto un balzo, soprattutto verso la Cina. Ciò ha fatto saltare di gioia gli economisti conservatori, pronti a suggerire che le politiche restrittive e anti-keynesiane della Merkel sono state più efficaci di quelle espansive di Obama. La verità è che la Germania ha tratto vantaggio dall’opportunismo della Merkel, dichiaratamente volto ad attendere che gli altri, Cina e Stati Uniti in primis, adottassero politiche espansive, trainando in tal modo le esportazioni tedesche. Il deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro ha fatto il resto. Tale deprezzamento è fondamentalmente scaturito dalla crisi di fiducia verso la moneta unica che ha fatto seguito all’accentuarsi dei rischi di una crisi di solvibilità del debito greco e degli altri paesi della “periferia” europea (Spagna, Portogallo e Irlanda). Fra la furbizia e il grottesco, la Germania ha così tratto beneficio sia dalle politiche espansive di alcuni che dalle difficoltà di altri, non certo dai tagli della Merkel. I paesi periferici, con la loro debole industria esportatrice, non si sono invece avvantaggiati del deprezzamento dell’euro. L’Italia un po’ sì, e la ripresa tedesca comporta pure più subforniture dal nostro nord-est, ma questo appena consente al nostro paese di “galleggiare”, anche perché i tagli fiscali cominceranno presto a mordere.

2. Già, i tagli fiscali. Qualcuno ha fatto finta di sorprendersi che la Merkel, a fronte di un aumento inatteso delle entrate fiscali, abbia ribadito i propri. Ma questa è una costante della politica economica tedesca nel secondo dopoguerra: onde impedire che una crescita delle esportazioni “ecciti” il mercato del lavoro, con conseguenti maggiori richieste salariali, si taglia la spesa fiscale (negli anni ’50 la politica di accumulare surplus fiscali per compensare l’eccesso di espansione delle esportazioni era denominato Juliusturm, dal nome della torre dove era custodito il tesoro del primo Reich). La Merkel non ha spinto affinché la BCE aumentasse i tassi di interesse – il tradizionale segnale di moderazione che il governo tedesco rivolge ai sindacati. Non si è mossa in questa direzione poiché ciò aggraverebbe il costo dei debiti pubblici e privati in Europa. E allora non le è rimasto che ribadire i tagli fiscali. Ma la ripresina tedesca durerà? La questione è che le cose in America non vanno bene, e anche la crescita cinese dà segni di rallentamento, pur mantenendosi su ritmi elevati. Il comportamento opportunista della Germania non aiuta certo, né in Europa, né a livello globale.

3. L’economia americana non va infatti bene. Non a caso il dibattito sulla politica fiscale prosegue intenso. Da un lato, gli economisti di orientamento più keynesiano che sostengono che troppo poco si è fatto, e che ancora si dovrà spingere per sostenere la domanda. Dall’altro, gli economisti più conservatori che affermano, sostanzialmente sulla base del cosiddetto “effetto Barro-Ricardo”, che la politica fiscale è inefficace [1]. Da ultimo, uno studio predisposto da un vecchio autorevole keynesiano, Alan Blinder ha mostrato come, invece, le politiche espansive adottate dall’amministrazione americana siano state assai efficaci. E a chi ribatte che la politica fiscale non è stata in grado di tirare fuori il Giappone dalle piste della deflazione, finendo solo per determinare il più elevato debito pubblico del mondo (in rapporto al Pil), replica uno studio dell’autorevole Peterson Institute for International Economics che mostra come effettive politiche espansive non siano mai state tentate in quel paese.

4. E da noi? Il governo porta avanti la linea dell’austerità fiscale, ma ciò che colpisce è la persistente assenza di una coerente proposta di politica economica alternativa da parte dell’opposizione di sinistra, moderata o radicale che sia. Il PD in queste settimane sembra non riuscire ad andare oltre una richiesta a Berlusconi di “riferire in Parlamento” – un mantra che era del PCI dei vecchi tempi – come se tale dibattito, pur doveroso, potesse sostituire una capacità di elaborazione e di mobilitazione intorno ad essa. Per ciò che qui ci preme, sarebbe importante che a settembre si rianimasse il dibattito sulla politica economica europea, a partire dalle riflessioni della ben nota Lettera degli economisti. Soprattutto, sarebbe necessario che, accanto ai tecnici, anche la politica si esprimesse con chiarezza sulle proposte della Lettera, fino a delineare i contorni di una possibile azione alternativa di governo. D’altra parte, l’ipotesi delle elezioni anticipate non è del tutto tramontata e non vorremmo che la sinistra moderata e radicale si facesse cogliere ancora una volta impreparata, cadendo vittima dell’egemonia culturale altrui. Gli economisti della Lettera sono pronti al confronto.

[1] In breve, si sostiene che se pure il governo spende di più (o tassa di meno) a scopo espansivo, i soggetti tenderanno a spendere di meno (cioè risparmiare) perché si attenderanno di pagare più tasse nel futuro quando il governo dovrà rientrare dal deficit.

Comments (2)

Tags: , , , , , , ,

Perchè conviene che l’Europa investa in istruzione e sanità

Posted on 11 giugno 2010 by admin

Mentre i Paesi europei lottano con difficoltà per cercare di uscire dal collasso finanziario che ha preso il via nell’estate del 2007, e per superare la crisi di sfiducia nell’euro, è con occhi un pò invidiosi che guardiamo ad Est. L’economia cinese resta forte e con ogni probabilità sarà una delle più grandi potenze al mondo nel giro di qualche decennio. Ciò solleva un’interessante domanda: c’è qualcosa che possiamo apprendere dalla Cina per alleviare i postumi della crisi?

Uno degli aspetti più affascinanti della recente esperienza economica in Cina è la combinazione di alti tassi di crescita economica e di una riduzione sostanziale delle disuguaglianze con gli altri paesi più ricchi del mondo. Tra gli anni sessanta e la metà degli anni novanta molti Paesi asiatici hanno compiuto importanti passi avanti in termini di crescita economica. Ma non tutti questi Paesi sono riusciti con successo a ridurre il gap con i paesi più ricchi. Per esempio, mentre alla metà degli anni ottanta il Pil pro-capite in Cina e in India era piuttosto simile, intorno a 800 dollari, nel 2008 è cresciuto fino a raggiungere i 6.000 dollari in Cina, mentre si è arrestato intorno ai 2.700 dollari in India.

In un lavoro scritto in collaborazione con Aurelie Charles e Abhinav Srivastava dal titolo “India, China and the East Asian Miracle: a human capital development path to high growth rates and declining inequalities” – che sarà pubblicato a breve sulle pagine del Cambridge Journal of Regions, Economic and Society – offriamo un contributo alla spiegazione del successo cinese.

Ben consapevoli del rilievo che hanno le dinamiche della domanda aggregata nel sostenere la crescita, nel lavoro in oggetto ci siamo concentrati sul contributo arrecato dai miglioramenti del capitale umano, che in breve è una misura della capacità produttiva dei lavoratori di un Paese. Il capitale umano viene generalmente misurato attraverso la capacità della forza lavoro di contribuire alla crescita della ricchezza di un Paese. Questa capacità viene principalmente acquisita attraverso due fattori, l’istruzione e il benessere fisico (il quale a sua volta deriva da una buona salute e dunque da una adeguata alimentazione). In sostanza, questi fattori si traducono in una vita più sana e più lunga, e tutto ciò si concretizza generalmente in un lavoro migliore e in migliori condizioni lavorative.

Nella ricerca abbiamo analizzato tre indicatori del capitale umano: il reddito personale, i benefici offerti dal servizio sanitario nazionale e quelli determinati dal livello di istruzione della popolazione, per alcuni Paesi asiatici, inclusi Cina ed India, negli ultimi tre decenni. A tal proposito, nel lavoro viene precisato che alcuni indicatori chiave dei benefici offerti dal servizio sanitario nazionale e dal livello di istruzione, come ad esempio l’aspettativa media di vita ed il tasso di alfabetizzazione , mostrano che il livello di benessere fisico ed il livello di educazione della popolazione in Cina è migliorato molto nel corso degli ultimi degli ultimi 30 anni. Viceversa l’India, come mostrano gli indicatori chiave che misurano i benefici offerti dal servizio sanitario nazionale e dal livello di istruzione indicano, è rimasta considerevolmente indietro rispetto alla Cina, sebbene anch’essa abbia conosciuto alcuni miglioramenti. Inoltre, a partire dalla metà degli anni 80, i salari reali – in altre parole i beni e servizi che è possibile comprare con il proprio reddito – dei lavoratori del settore manifatturiero in Cina sono cresciuti notevolmente, mentre in India si sono ridotti.

È interessante anche notare che nel 1980 il valore di beni prodotti da ogni persona impiegata nel settore manifatturiero – ciò che gli economisti chiamano produttività del lavoro – era tanto in India quanto in Cina appena al di sotto dei 2.000 dollari. Nel 2006, la produttività del lavoro nel settore manifatturiero ha superato la soglia di 12.000 dollari per lavoratore in Cina, mentre in India è cresciuta molto meno toccando un livello di poco superior ai 4.000 dollari per lavoratore.

In effetti, la ricerca mostra che i lavoratori manifatturieri cinesi, con più denaro nelle loro tasche, hanno investito parte del loro salario nel migliorare il livello di assistenza sanitaria e di accesso all’educazione per sé stessi e per le loro famiglie. Tutto ciò ha creato un circolo virtuoso: una forza di lavoro meglio pagata, che gode di un più alto livello di benessere fisico, di un maggior livello di istruzione, diviene più produttiva e questo rende possibile ulteriori investimenti nel settore della sanità e dell’educazione, i quali migliorano ulteriormente la produttività del lavoro. Viceversa, in India questi investimenti nel settore della sanità e dell’educazione non sono stati realizzati, ed anche per questo il Paese non ha potuto sperimentare un livello di crescita economica analogo a quello cinese.

Ritornando ai Paesi europei, ed alla loro difficoltà nel superare tanto gli effetti deleteri della crisi finanziaria quanto la crisi di sfiducia nell’euro, crediamo ci siano importanti lezioni che essi possono apprendere dalla Cina. Avere una forza lavoro ben pagata, con un più alto livello di benessere fisico ed un maggior livello di istruzione, rende i lavoratori più produttivi e il paese più ricco. Insomma, mentre i responsabili della politica economica europea si concentrano esclusivamente sui tagli alla spesa pubblica, ignorando gli effetti depressivi che questi in generale hanno sulla domanda aggregata, l’esperienza cinese degli ultimi decenni ci insegna che è particolarmente importante sostenere il settore dell’istruzione e della sanità.

Naturalmente, il modello cinese non rappresenta la cura miracolosa per i nostri problemi, ma quella esperienza dimostra che ridurre la spesa pubblica in settori vitali quali sanità ed educazione certamente prolungherà i dolorosi postumi della crisi che stiamo cercando di neutralizzare. Sacrificare gli investimenti nel settore sanitario e dell’istruzione significherebbe sacrificare il futuro dell’economia europea.

*Università del Sannio e University of Leeds

Comments (2)

Tags: , , ,

Risate cinesi e debito pubblico americano

Posted on 20 giugno 2009 by admin

Certamente Timothy Geithner, il Ministro del Tesoro degli Stati Uniti, impegnato nel primo viaggio ufficiale in Cina, non si aspettava la reazione del pubblico, composto in gran parte da studenti, riunito all’Università di Pechino in occasione del suo primo discorso, lunedì 1° giugno: alla sua affermazione che gli assets, quasi totalmente titoli del debito pubblico americano, oggi in mano cinese sono totalmente al sicuro, l’uditorio ha risposto con una sonora risata.

Come si spiega la scarsa serietà con cui sono state accolte le parole del ministro del Tesoro della superpotenza mondiale?

La Cina è il maggior detentore estero di titoli del debito pubblico USA (a marzo il valore ammontava a 768 miliardi di dollari, ma alcuni analisti parlano di 900 miliardi di dollari, altri di cifre maggiori). E oggi più che mai l’amministrazione Obama, che affida ad un forte impegno in una politica fiscale espansiva il piano di salvataggio dell’economia americana, ha bisogno della “fiducia” cinese, per contribuire a finanziare i propri programmi di spesa in deficit (deficit che, secondo le previsioni, sfiorerà il 13% del PIL nel 2009), tenendo contemporaneamente a freno ogni eventuale pressione al rialzo sui tassi di interesse. Queste pressioni, a quanto risulta negli ultimi giorni, sono presenti, nonostante la politica di monetizzazione messa in atto dalla FED che, sotto l’etichetta di “quantitative easing”, si è impegnata in una campagna di acquisto senza precedenti di titoli del Tesoro per 300 miliardi di dollari (ma c’è chi pensa che questo tetto dovrà essere innalzato, se si vorranno tenere bassi i tassi d’interesse e centrare per questa via l’obiettivo di stimolare l’economia).

Mentre negli USA ferve tra gli economisti un aspro dibattito sulle conseguenze di tale mix di politiche monetarie e fiscali espansive, con i Keynesiani da un lato e i moderni epigoni della “Treasury View” dall’altro, la Cina – prosaicamente- si trova nella scomoda posizione di sedere su una montagna di assets – titoli del debito pubblico USA, come si è detto- il cui valore dipende in ampia misura dalle sue proprie azioni: se essa decidesse di disfarsene, avviando massicce vendite, il contraccolpo sulla valuta statunitense sarebbe fortissimo, e altrettanto forte sarebbe il contraccolpo sul valore dello stock di titoli del Tesoro americano in mano cinese che, comprati a suo tempo a caro prezzo con un dollaro forte, sarebbero ora “carta straccia”, deprezzata in termini delle altre valute. Senza contare che un tale rifiuto di detenere- e ampliare, come chiede Geithner- il proprio stock di titoli del debito USA equivarrebbe ad un rifiuto di lanciare una ciambella di salvataggio al mercato americano di cui la Cina, dopo tanti anni di simbiosi, ha ancora bisogno come mercato di sbocco per le proprie esportazioni. Se, al contrario, la Cina decidesse di continuare a detenere e acquistare i Treasury bonds e i Treasury bills, le chance di una ripresa dell’economia americana sarebbero rafforzate, ma sarebbero finanziate, in continuità con quanto è avvenuto nel recente passato, grazie alla destinazione americana di ingenti flussi di risorse sottratte ai consumi e al welfare della popolazione cinese.

Perché la Cina ha inizialmente accumulato quella montagna di titoli USA, che oggi si presenta come un’arma a doppio taglio nelle sue mani? La ragione di fondo sta nel ruolo del dollaro come moneta internazionale: in breve, di “valuta chiave”. Il dollaro USA è la moneta in cui vengono effettuati i pagamenti internazionali e la valuta di riserva. Le Banche Centrali accumulano riserve per far fronte ai pagamenti internazionali, ma sempre più frequentemente anche come assicurazione contro il rischio di repentini deflussi di capitali speculativi, soprattutto dopo la lezione delle crisi finanziarie nei paesi asiatici alla fine degli anni ’90. Inoltre, un Paese può accumulare riserve in dollari a fini di competitività, cioè per impedire l’apprezzamento della propria valuta rispetto al dollaro. Queste motivazioni stanno dietro la decisione della Cina e di altri paesi (Giappone, Paesi esportatori di petrolio, Brasile….) di detenere montagne di dollari USA.

Questa vasta “artificiale” domanda internazionale di dollari conferisce al Paese “chiave” una serie di privilegi (per una analisi più approfondita, e un piano alternativo, leggi un mio articolo qui): tra questi, il beneficio del “signoraggio” e l’allentamento del vincolo estero, che “morde” in maniera molto soft: basterà “stampare” più dollari per far fronte a qualunque difficoltà nei pagamenti internazionali (“deficit senza lacrime”, li definiva De Gaulle). L’altro straordinario vantaggio è che i dollari che escono per pagare le importazioni tornano sotto forma di capitali, dal momento che le Banche Centrali estere, piuttosto che detenerli infruttiferi nei propri forzieri, preferiscono razionalmente investirli, tipicamente in titoli del debito USA. L’ulteriore, finale vantaggio è che, quando la montagna del debito estero diventa troppo grande, il deprezzamento del dollaro può provvedere, provvidenzialmente, a ridurne il valore….(provate a immaginare invece le conseguenze disastrose per qualunque altro Paese indebitato in dollari, quando la propria valuta si deprezza rispetto al dollaro…).

Per questo Geithner ha tenuto a rassicurare la Cina sull’impegno degli USA “ad un dollaro forte”, con il risultato che abbiamo visto all’inizio. Ma, nonostante l’ilarità degli studenti cinesi, la preoccupazione espressa qualche mese fa dal Premier cinese Wen Jabao, e la ventilata ipotesi di sostituire al dollaro i Diritti Speciali di Prelievo del FMI, è improbabile che la Cina diversifichi molto le proprie riserve, specie in questa fase di crisi. Ne fa fede per esempio la dichiarazione di Mr Luo, direttore generale della China Banking Regulatori Commission: “Mr. Luo, whose English tends toward the colloquial, added: ‘We hate you guys. Once you start issuing $1 trillion-$2 trillion [$1,000bn-$2,000bn] . . .we know the dollar is going to depreciate, so we hate you guys but there is nothing much we can do.’ (Financial Times, 11 febbraio 2009).

Il circuito internazionale del dollaro funziona insomma come una grande pompa, che succhia merci e capitali dai Paesi che entrano con gli USA in un rapporto di simbiosi. L’euro dava appena due o tre anni fa forti segnali di poter diventare una valuta di riserva alternativa. Ma la crisi, con il grande fabbisogno del Tesoro USA per rimettere in moto la “locomotiva” del mondo, sposterà probabilmente –a meno di cataclismi impensabili- la domanda nuovamente a vantaggio del dollaro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*Professore ordinario di Macroeconomia ed Economia del lavoro nell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.

Commenti disabilitati

Tags: , , , , ,

Keynes a Pechino

Posted on 09 aprile 2009 by admin

In un recente intervento, Zhou Xiaochuan, governatore della Banca Centrale della Repubblica Popolare Cinese (People’s Bank of China), ha rilanciato ancora una volta il tema della riforma del sistema monetario internazionale, proponendo l’istituzione di una moneta mondiale (global currency) svincolata da qualsiasi rapporto con una entità statale emittente. Qualche giorno prima il premier cinese Weng Jiabao aveva espresso preoccupazione sulla crescita del debito pubblico americano. Se le due dichiarazioni si leggono sinotticamente l’interpretazione è univoca: i cinesi temono il collasso del dollaro e sono terrorizzati dall’idea di polverizzare i proventi dei loro surplus commerciali, investiti, come è noto, prevalentemente in titoli di stato USA (Treasury Bond), dei quali sono diventati il maggior detentore.

Che Pechino stia ormai elaborando da tempo una strategia di uscita dalla dipendenza dal dollaro è noto (dal 2005 lo yuan renmimbi è ancorato ad un paniere di monete e non più alla sola divisa Usa), ma è una novità che la Cina abbia indicato con estrema chiarezza le linee di riforma dell’ordine monetario internazionale che proporrà in sede internazionale, dichiarando di puntare alla costituzione di una moneta mondiale svincolata dalla sovranità statale e affidata interamente al controllo del Fondo Monetario Internazionale (IMF), opportunamente rinnovato e potenziato. Una posizione che spiazza la proposta di riforma oggi più accreditata, avanzata qualche anno fa dal premio Nobel Ernest Mundell che punta alla costituzione di una moneta internazionale “paniere” (basket currency), indicata come DEY (dollaro, euro, yen), che dovrebbe essere composta da diverse monete con la partecipazione essenziale di quelle oggi dominanti (appunto dollaro, euro, yen), e che dovrebbe essere istituita con un percorso istituzionale simile a quello che ha caratterizzato la nascita dell’euro, cioè individuando, in una prima fase di attuazione, bande di oscillazione controllate tra le tre monete aderenti, per poi giungere nella fase finale alla definizione di parità fisse. L’assetto dell’ordine monetario internazionale, secondo questa proposta di Mundell, dovrebbe prevedere l’esistenza di un nucleo di monete forti legate tra loro da accordi di currency peg (cambio fisso) intorno al quale si muoverebbe una periferia di divise più deboli mantenute entro bande di oscillazione più o meno ristrette (con meccanismi di parità mobile – Crawling peg – o di fluttuazione manovrata Manged floating). L’approdo definitivo dovrebbe essere l’istituzione dell’INTOR, una moneta paniere mondiale basata per il 50% sulle cinque divise più forti (il cui peso verrebbe così ripartito: 22,5 % dollaro USA, 14,5% euro, 7,5% yen, 5,5% sterlina inglese) e per il 50% legata all’oro. Accordi di cambio fisso generalizzati regolerebbero poi il rapporto tra l’INTOR e le altre monete. L’INTOR sarebbe sostanzialmente controllato dai paesi con maggior peso economico e quindi ricondotta agli interessi di specifiche sovranità nazionali. Per questo non sfuggirebbe al noto Dilemma di Triffin, secondo cui il paese che emette moneta internazionale deve accettare crescenti disavanzi delle partite correnti al fine di soddisfare la domanda mondiale di moneta di riserva, ma nello stesso tempo i crescenti deficit indeboliscono la fiducia nella solidità della moneta nazionale usata come standard internazionale. Pertanto: o il sistema monetario internazionale crolla per una crisi di fiducia nella moneta di riserva internazionale, o l’economia mondiale si trova di fronte ad una grave deflazione per l’insufficienza di mezzi di pagamento internazionali. La proposta di Mundell non elimina questa contraddizione, ma la divide tra diversi centri di responsabilità, configurando soltanto la prospettiva una politica monetaria internazionale più condivisa. Il peso del 50% del valore dell’INTOR affidato all’oro, aggraverebbe inoltre la situazione, in quanto reintrodurrebbe nel sistema monetario internazionale tutti i problemi legati all’uso di una moneta merce (commodity money) con fluttuazioni del suo valore che finiscono per essere esogenamente determinate.

La soluzione per evitare le contraddizioni generate dall’uso di una moneta nazionale come standard internazionale fu fornita dallo stesso Triffin già all’inizio degli anni Sessanta (quando con estrema lucidità aveva previsto la fine del sistema basato sulla convertibilità aurea del dollaro) con la proposta di istituire una moneta mondiale indipendente da ogni sovranità nazionale sul modello del bancor, l’unità di conto che Keynes aveva definito nel suo piano presentato alla conferenza di Bretton Woods (1944), che appunto doveva configurarsi come una moneta sovranazionale.

Per il governatore Zhou Xiaochuan, il modello ideale di moneta mondiale, “capace di rimanere stabile nel lungo periodo”, resta ancora il bancor keynesiano, ma riproporre la sua attuazione in tempi brevi, richiederebbe una coraggiosa e “straordinaria visione politica” che oggi non è ancora maturata. E allora Zhou Xiaochuan propone un percorso intermedio, di breve periodo, che punti ad una riforma dei diritti speciali di prelievo (DSP, Special Drawing Right, SDR nell’acronimo inglese). Istituiti nel 1969 per individuare uno strumento di liquidità internazionale alternativo al dollaro, proprio sulla base della critica di Triffin, i DSP sono particolari unità di conto, il cui valore è basato su un basket delle cinque principali valute (secondo i seguenti pesi: 45% dollaro USA, 29% euro, 15% yen, 11% sterlina inglese) e sono assegnati a ciascuno dei 185 paesi aderenti all’IMF in proporzione alle loro quote di partecipazione. Il legame dei DSP con le monete che ne costituiscono il valore è solo indiretto, poiché la loro esistenza è determinata soltanto in base ad un accordo associativo (le quote di partecipazione). La loro gestione è affidata alle autorità dell’IMF che così dispongono di uno strumento di liquidità internazionale interamente sotto il loro controllo e che è utilizzabile per correggere gli squilibri tra i paesi membri. Qualsiasi paese dell’IMF che registri un deficit può cedere i DSP di cui è in possesso ad un altro paese che è obbligato ad accettali, cedendo in cambio propria valuta. Entro certi limiti (pari a tre volte la quota netta assegnata) gli squilibri commerciali possono essere corretti da un paese senza far ricorso alle riserve accumulate o all’indebitamento estero e i DSP nella sostanza hanno lo stesso ruolo che riveste un’apertura di credito da parte di una banca. Con la loro istituzione l’IMF accettò sostanzialmente il principio che la creazione e la gestione della liquidità internazionale non possono essere affidate interamente alle politiche dei paesi che per determinate circostanze si trovano ad emettere la moneta accettata come riserva internazionale, ma devono essere governate da istituzioni internazionali che rispondono ad una logica di cooperazione.

Zhou Xiaochuan riconosce che i DSP possono costituire, per le caratteristiche che posseggono, il nucleo da cui è possibile gradualmente sviluppare un vera e propria moneta mondiale (nello stesso senso si è espressa recentemente anche una Commissione di Esperti dell’Onu). Per raggiungere questo scopo egli propone innanzitutto di consentire ai privati l’uso dei DSP come mezzo di pagamento nelle transazioni commerciali e finanziarie, abolendo la regola restrittiva che fino ad oggi ha impedito la loro trasformazione in una vera e propria moneta internazionale. Per questa limitazione i DSP rappresentano attualmente soltanto l’1% delle riserve in valuta dei paesi membri dell’IMF. Propone poi l’approvazione immediata del cosiddetto IV Emendamento al Trattato costitutivo dell’IMF (Articles of Agreement), proposto nel 1997, durante la crisi “asiatica”, che prevede il raddoppio dei DSP in circolazione (portandoli al valore nominale di 42,8 miliardi) e la loro utilizzazione su criteri paritari da parte di tutti i membri (attualmente i paesi che hanno aderito all’IMF dopo il 1981, circa un quinto del totale, ne sono rimasti esclusi. La proposta è stata già in parte recepita dal recente vertice londinese dei G20). Un ulteriore passo dovrebbe essere la creazione di assetti finanziari denominati in DSP per incentivare la loro utilizzazione. Ovviamente l’istituzione dei nuovi DSP sarebbe accompagnata da una riforma dei pesi con i quali attualmente è calcolato il loro valore. Per Zhou Xiaochuan è necessario innanzitutto allargare il paniere di riferimento includendo “le monete di tutte le maggiori economie”, e senza dirlo direttamente il governatore della People’s Bank of China di fatto candida la divisa cinese, lo yuan renmimbi, ad assumere un ruolo fondamentale nel nuovo sistema monetario internazionale. L’IMF dovrebbe poi accentuare il suo carattere di deposito (pool) di riserve monetarie utilizzabili dai vari paesi per far fronte ai propri squilibri senza far ricorso al mercato dei cambi, evitando così di generare instabilità sistemica. Insomma l’IMF in prospettiva dovrebbe assumere il ruolo di una stanza di compensazione (così come Keynes stesso aveva inizialmente proposto), dotata di una propria unità di conto, i DSP appunto, utilizzata esclusivamente per le transazioni internazionali. Sarebbe così superata quella che Zhou Xiaochuan definisce una situazione eccezionale, poiché l’uso di una moneta fiduciaria sotto il controllo e la responsabilità di un’unica autorità statale, così come avviene dal 1971 (data della dichiarazione di inconvertibilità del dollaro) costituisce un evento unico nella storia monetaria.

È evidente che con questa proposta la Cina intende assumersi un ruolo decisivo nel nuovo ordine monetario internazionale, senza però passare attraverso le incertezze del mercato dei cambi. Da sempre, infatti, le autorità cinesi temono che l’abbandono del controllo politico del cambio possa incentivare attività di speculazione portando alla destabilizzazione della loro l’economia. Del resto hanno fino ad ora avuto ragione, visto che l’economia cinese è rimasta immune dall’ultima tempesta valutaria che nel 1997-1998 ha colpito l’Est asiatico e la Russia.

Il peso che i cinesi ormai ricoprono nell’economia mondiale e il ruolo che essi hanno assunto, come principali detentori di riserve valutarie internazionali (1950 miliardi di dollari), rendono estremamente rilevanti queste affermazioni per le scelte sul futuro assetto dell’ordine monetario internazionale.

Comments (4)