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Ambiente, energia e sviluppo. Il lavoro dimenticato

Posted on 15 aprile 2009 by admin

Rilanciando nel 2005 la “strategia di Lisbona” (nata con l’obiettivo, divenuto quasi uno slogan, di fare dell’Europa l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo), l’UE sottolinea come il perseguimento di una crescita duratura e sostenibile e la creazione di nuovi e migliori posti di lavoro debba essere ispirata da un’opportuna rivisitazione della politica industriale. In questo quadro l’UE fa emergere la necessità di una regolamentazione migliore, del perfezionamento del mercato interno, del rafforzamento della politica per la ricerca, delle politiche per l’occupazione e di quelle sociali. Questi tratti escono poi rafforzati dal vertice del Consiglio Europeo di Bruxelles dell’11-12 dicembre del 2008, nel quale si è andata delineando una più ampia e articolata linea d’intervento sui temi dell’energia, dell’ambiente e della conoscenza, a cui tutti gli Stati sono chiamati a concorrere ed ispirare le azioni volte al superamento della crisi economica internazionale. Pur nell’autonomia degli Stati, le misure per affrontare la crisi devono agire sui processi d’innovazione tecnologica e di rinnovamento del tessuto produttivo sulla spinta della “nuova” domanda che la sfida energetico-ambientale va alimentando. La riduzione del 20% delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2020, con la possibilità di traguardare il 30% nel marzo 2010, dopo la conferenza di Copenhagen, sono diventati, dunque, obiettivi centrali della “nuova” politica industriale dell’Europa[1]. La possibilità e la capacità di innovare il tessuto industriale attivando la produzione di nuovi beni capitali e strumentali orientati alla salvaguardia energetico-ambientale, è giudicata inoltre rilevante non solo nei termini delle urgenze poste dalla crisi, ma anche ai fini di intercettare una posizione competitiva nell’ambito di una nuova divisione internazionale del lavoro. Su una linea “simile” si muove anche la nuova amministrazione statunitense e il richiamo alla “novità Obama” è ormai una citazione obbligata da parte di tutta la stampa.

Se guardiamo all’Italia non tardiamo, tuttavia, ad accorgerci della divergenza che il suo modello di sviluppo produttivo mostra nei confronti di quello europeo. E, soprattutto, a sollevare seri dubbi circa la possibilità che il nostro Paese sia in grado, nel rispetto dell’ambiente e della “sicurezza energetica”, di tutelare l’occupazione e di crearne di migliore in futuro.
Da un’indagine dell’Energy & Strategy Group in Italia, presentata lo scorso 12 marzo, risulta che, nel settore dei beni ambientali e delle fonti energetiche rinnovabili, le imprese nazionali operano prevalentemente nel campo dell’installazione, che copre tra il 7% e il 17% del giro d’affari totale, essendo il rimanente da attribuire a chi opera nel campo della ricerca e produzione di pannelli solari, di apparati per l’energia eolica, ecc. E l’import di questi beni raggiunge il 98%, mentre il rimanente 2% è realizzato da imprese estere ubicate in Italia. E’ bene sottolineare come tutto questo avvenga dopo anni in cui il manifatturiero del nostro Paese non ha fatto altro che registrare un indebolimento della competitività sui mercati internazionali perdendo quote di export in termini superiori a quella dei paesi dell’Unione e inanellando progressive riduzioni degli attivi commerciali nei confronti di quegli stessi paesi, mentre, al contrario, i maggiori paesi europei hanno dato vita a una rigenerazione della propria offerta produttiva, spostando questa su beni “ad alta intensità tecnologica” secondo un opportuno allineamento con la direzione dei grandi “cambiamenti strutturali” in atto.

La questione non è marginale se si pensa che la dinamica degli scambi internazionali dei beni energetico-ambientali, ancor prima degli impegni europei del dicembre 2008, aveva raggiunto valori in aumento del 25 % all’anno tra il 1995 e il 2005. E che, ad esempio, la Germania ha raggiunto in pochi anni nelle esportazioni di beni ambientali valori pari a 56 mld di euro l’anno, ormai prossimi alla meccanica elettrica. Ma risultati commerciali fortemente positivi sono riscontrabili anche per quanto riguarda paesi come la Danimarca o la Spagna.

I danni del mancato processo di riconversione tecnologica del sistema economico italiano sono (tristemente) noti da tempo: l’impossibilità di competere sull’alta tecnologia e, contemporaneamente, la difficoltà di competere sul costo del lavoro per la presenza delle “economie emergenti”, ha sollecitato crescenti richieste di forme di flessibilità lavorativa creando un circuito (perverso) di “precarizzazione” e di disincentivo a correggere il tiro della specializzazione produttiva.

Questo risultato è la conseguenza di una politica da sempre incentrata sulle agevolazioni e sugli incentivi, ma incapace o rinunciataria rispetto alla necessità di aggredire lo spiazzamento tecnologico presente nel nostro sistema produttivo. Uno dei tanti omaggi alla concezione liberista del mercato; tanto estremista in Italia da sfiorare l’autolesionismo. Inoltre, a questi risultati si è pervenuti nonostante la ricerca pubblica disponesse delle conoscenze per affrontare le soluzioni tecnologiche necessarie. Ma essendo il sistema industriale del tutto inadeguato, le competenze pubbliche sono rimaste “pubbliche”. L’effetto degli incentivi alla “domanda ambientale ed energetica” è stato quello di avere finanziato, di fatto, la ricerca e lo sviluppo dei paesi concorrenti, penalizzato le strutture pubbliche di ricerca, creando ulteriori deficit commerciali nella nostra bilancia commerciale. E aggravando non solo le debolezze preesistenti del nostro sistema produttivo, ma riducendo anche, in prospettiva, le possibilità di creare “lavoro buono”, nel senso di lavoro ad elevata intensità di conoscenza. Il caso delle tecnologie delle fonti energetiche rinnovabili è certamente quello più clamoroso, ma esistono precedenti analoghi ad esempio in materia di tecnologie informatiche, di tecnologie laser, elettromedicali, ecc., che avrebbero dovuto mettere in guardia qualunque autorità responsabile.

Mentre altrove si riesce a coniugare l’alta qualità del lavoro con la riconversione dei processi produttivi verso la “green economy”, da noi la politica economica dei Governi sembra dunque creare un trade-off fra tutela dell’ambiente e tutela dell’occupazione. Una politica industriale miope e l’assenza di un progetto di trasformazione della specializzazione produttiva hanno portato a marginalizzare l’Italia nel consesso internazionale. Ancora una volta il nostro paese resta estraneo alla “strategia di Lisbona”.

 

*Sergio Ferrari è economista, vice direttore Enea.

 

[1] La Commissione europea presenterà al Consiglio Ue nel marzo 2010 un’analisi dettagliata dei risultati della Conferenza di Copenaghen, in particolare per quanto riguarda il passaggio da una riduzione dal 20% al 30%. Il Consiglio UE procederà, su questa base, ad una valutazione della situazione, compresi gli effetti sulla competitività dell’industria europea e degli altri settori economici.

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Dove ci porta l’economia della conoscenza?

Posted on 01 aprile 2009 by admin

Se si analizza attentamente la produzione teorica degli ultimi dieci anni in merito alle trasformazioni che la rivoluzione digitale ha indotto nei meccanismi di funzionamento dell’economia capitalistica, sorgono tre interrogativi di fondo : 1) esistono effettivamente (e, se esistono, quali sono) elementi di assoluta novità nell’attuale fase del capitalismo, caratterizzata dall’uso intensivo delle tecnologie di rete?; 2) Quali sono le contraddizioni strategiche (e i relativi conflitti sociali) innescate da tali novità?; 3) perché i riferimenti al pensiero di Marx e Polanyi sono scarsi (se non assenti) nel dibattito teorico sulla cosiddetta “nuova economia”? Rispondere all’ultima domanda sembrerebbe il compito più agevole: i due autori appena citati sono quasi spariti dalla discussione scientifica in quanto vengono considerati “datati” e/o “politicamente scorretti” (nel caso di Polanyi vale il primo motivo, per Marx entrambi). Personalmente, suggerisco una risposta meno scontata: Marx e Polanyi vengono ignorati perché, nell’analisi del capitalismo, utilizzano concetti che “sporgono” dall’ambito economico, invadendo i territori della sociologia, della politica e dell’antropologia, concetti che, proprio a causa di tale approccio “trasversale”, mettono in crisi il punto di vista che attribuisce carattere di novità assoluta alle forme che il capitalismo viene assumendo nell’era digitale. Proverò ora a chiarire i motivi per cui sono convinto della necessità di abbandonare questa ideologia “nuovista” che ispira (quasi) tutte le analisi teoriche della società attuale.

Tornando alla produzione teorica sull’economia dell’era digitale, una prima considerazione da fare è che molte delle definizioni dell’attuale fase del capitalismo – mi limito qui a ricordarne tre: economia della conoscenza (Drucker), capitalismo informazionale (Castells), economia dell’informazione in rete (Benkler) – differiscono fra loro soprattutto, se non esclusivamente, sotto l’aspetto terminologico, mentre, se ci si concentra sulla sostanza, si possono facilmente ridurre alla seguente costellazione di asserti: la produzione e la distribuzione di conoscenze e informazioni è divenuta la fonte principale di creazione di valore; la forma organizzativa che la produzione e la distribuzione di tali risorse strategiche hanno assunto è la forma a rete; le forme di cooperazione su cui si fondano produzione e distribuzione sono generate da processi di aggregazione sociale spontanei e spesso innescati da motivazioni extraeconomiche; l’architettura delle nuove relazioni produttive e sociali è largamente determinata dall’architettura e dai linguaggi (hardware e software) delle reti di computer.
Basta tutto ciò per affermare che ci troviamo di fronte a un nuovo modo di produzione? Per rispondere alla domanda, mi pare che la prima cosa da mettere in evidenza sia il seguente fatto: non è piuttosto curioso che i teorici della società dell’informazione – molti dei quali si dichiarano liberali e ignorano ostentatamente Marx – ricorrano a questa categoria “forte” del pensiero marxiano? Se la si adotta, questa categoria impone infatti vincoli piuttosto rigidi, nel senso che, per parlare di nuovo modo di produzione, non basta fare riferimento all’innovazione tecnologica: le reti di computer non generano (da sole) i presupposti di un nuovo modo di produrre nel senso in cui – per citare il “Manifesto” di Marx – il mulino ad acqua ci regala il modo di produzione feudale mentre il mulino a vapore genera i presupposti del modo di produzione capitalistico. Nell’impianto teorico marxiano, infatti, l’innovazione tecnologica, pur svolgendo un ruolo importante, è sovradeterminata da ulteriori fattori giuridici e socioculturali; ecco perché, per parlare di nuovo modo di produzione, occorrerebbe dimostrare: 1) che conoscenze e informazioni hanno perso o stanno perdendo il carattere di merce; 2) che la possibilità di appropriazione privata di tali risorse strategiche sta venendo meno o è addirittura in procinto di essere negata in via di principio.

Alcuni autori che, pur assumendo a loro volta una prospettiva “nuovista” – vedi, fra gli altri, un recente contributo di Enrico Grazzini[1] –, non hanno del tutto rimosso la lezione di Marx appaiono consapevoli di questa difficoltà e tentano di aggirarla così: il capitalismo, pur essendo in una relazione di virtuale incompatibilità con l’economia della conoscenza, tenta di sfruttare la sua mostruosa capacità di reagire alle trasformazioni tecno sociali, per “adattarsi” ad essa e per appropriarsene. Questa volta, però, aggiunge chi la pensa in questo modo, esso si trova ad affrontare una sfida inedita: dal momento che la conoscenza è un bene non rivale – che cioè non diminuisce ma anzi aumenta di valore se viene liberamente condiviso – la sua produzione/distribuzione non può quindi essere regolata dal mercato. Se ciò continua ad avvenire, è solo perché il capitale ha affidato alla politica il compito di creare scarsità artificiale, nel senso che l’istituto giuridico della proprietà intellettuale ha provveduto a limitare la libera circolazione delle conoscenze, consentendo none così la trasformazione in merci. Anche qui dobbiamo però domandarci: dov’è la novità assoluta? Non siamo forse di fronte all’ultima tappa di quella che Polanyi ha definito “la grande trasformazione”? L’affermazione del mercato capitalistico e la forma di merce che tutte le risorse naturali e i prodotti del lavoro umano hanno finito per assumere nel corso del tempo, non sono stati fin dalle origini (basti pensare alle “recinzioni” tardo seicentesche dei terreni demaniali) il prodotto artificiale di decisioni politiche assunte in nome di precisi interessi di classe?

Autori come MacKenzie[2] fanno derivare da questa contraddizione principale (cioè dall’appropriazione privata del bene comune conoscenza) tutte quelle altre contraddizioni – come il mantenimento di rigide gerarchie aziendali e la creazione di rendite monopolistiche di nuovo tipo – che attribuiscono al conflitto di classe dell’era digitale le sue peculiari caratteristiche: da un lato il capitalismo informazionale e i suoi funzionari, dall’altro i lavoratori della conoscenza ai quali viene attribuita la missione storica di traghettare l’economia oltre i limiti storici del capitalismo, verso un nuovo modo di produrre in grado di liberare il potenziale democratico delle nuove tecnologie. Un punto di vista che suona quasi “classico” dal punto di vista della teoria marxista, sennonché occorrerebbe, come ho cercato di argomentare in un lavoro recente[3], andare al di là della dimensione “oggettiva” della contraddizione.

Ammesso e non concesso che i knowledge workers rappresentino una classe sociale emergente (personalmente preferisco ritenerli un nuovo “strato” del proletariato industriale, prodotto della massificazione dei processi di istruzione superiore e della proliferazione di ruoli lavorativi che presuppongono elevate competenze comunicative) resta da stabilire se essi si percepiscano come tali. Se è vero, come scrive giustamente Aronowitz[4] che la classe è un “fenomeno contingente”, nel senso che esiste solo nella misura in cui condivide storie e tradizioni comuni, occorre ammettere che, almeno finora, i lavoratori della conoscenza non esistono in quanto classe. E allora? E’ convinzione diffusa – e a mio parere condivisibile – che difficilmente potranno mai nascere un sindacato e un partito dei knowledge workers, in quanto queste forme organizzative appaiono inadeguate ad esprimere la cultura meritocratica e individualista che caratterizza questi soggetti sociali, eppure alcuni ritengono che essi siano ugualmente destinati a usare le nuove tecnologie per costruire una inedita “sfera pubblica” che permetterà di far emergere, spontaneamente, democraticamente e dal basso, interessi e valori “rivoluzionari”. Mi piacerebbe poter condividere tale ottimismo, ma l’analisi sociologica di questa “sfera pubblica in formazione” evidenzia – almeno finora – tendenze di segno opposto: l’egemonia che i moloch della nuova economia esercitano sulle culture di rete appare sempre più schiacciante.

 

*L’autore è ricercatore di sociologia dei processi culturali e comunicativi nell’Università del Salento.

 

[1] E. Grazzini, L’economia della conoscenza oltre il capitalismo. Crisi dei ceti medi e rivoluzione lunga, Codice, Torino 2008.
[2] W. McKenzie, La classe hacker, Feltrinelli, Milano 2004.
[3] C. Formenti, Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media, Raffaello Cortina, Milano 2008.
[4] S. Aronowitz, Per la fine del lavoro senza fine, Derive Approdi, Roma 2006.

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Un supermoltiplicatore degli investimenti pubblici

Posted on 10 febbraio 2009 by admin

Un lungo periodo di dominio ideologico neo-liberista sta volgendo al termine. Si è trattato di un’ambigua egemonia culturale: in essa sono state incluse cose, come la difesa dei diritti di proprietà (ovvero i monopoli) intellettuali o il lasciar fare all’autoregolamentazione dei gruppi d’interesse, che poco hanno a che fare con il liberismo classico senza “nei”. Sfortunatamente, non è tanto la fine di un’inerzia intellettuale accademica ma una difficile crisi economica che spazza via questa confusa costruzione ideologica che spesso aveva identificato negli USA la sua terra promessa mentre questi portavano avanti politiche (incoscientemente e inconsciamente) keynesiane motivate, fra l’altro, dalla guerra e da un traballante consenso politico.
“Vecchie teorie” (considerate fino a un paio di mesi fa dei paria accademici, o al più dei gingilli interessanti solo per gli storici del pensiero) sembrano offrire il principale quadro intellettuale di riferimento per le politiche di comprensione e di contrasto della crisi. Indubbiamente, esse offrono un’utile base per ridare un ruolo interpretativo e propositivo alla nostra disciplina che in anni recenti ha concentrato la sua attenzione quasi esclusivamente sulle situazioni di equilibrio di mercato come se esse fossero lo stato naturale dell’economia, non un possibile momento di quiete di un complesso processo dinamico. Nella presente situazione di crisi, in cui le politiche di sostegno alla domanda non possono più essere inconsce o incoscienti, le vecchie teorie keynesiane offrono un quadro che permette di comprendere in modo più adeguato sia quanto è successo nell’ultimo decennio, sia i problemi che occorre urgentemente affrontare.
Anche se parte del quadro teorico di riferimento viene dai lontani anni trenta, nel suggerire delle politiche anti-crisi non si dovrebbe ignorare quanto sia cambiata frattanto l’economia reale. A quel tempo, l’attenzione delle politiche orientate a stimolare la domanda aggregata era rivolta principalmente alle infrastrutture tradizionali: ponti, strade, ecc.. Difficilmente le politiche di sostegno alla domanda aggregata possono avere successo se non si tiene conto del fatto che, nelle moderne economie ad alta intensità di conoscenza, la composizione dei settori produttivi e dell’occupazione è ormai molto diversa.
Le politiche anti-crisi dovrebbero sfruttare le nuove opportunità che le economie contemporanee offrono a misure di tipo keynesiano. Esse dovrebbero accettare che non tutte le buche che si scavano sono egualmente utili per stimolare l’economia e che qualcuna di esse può, talvolta, diventare una voragine che forma un buco nero da cui può diventare difficile riemergere. La “policy” proposta nei paragrafi seguenti non pretende di essere l’unica e nemmeno la più importante per affrontare la crisi. Essa vorrebbe, invece, costituire un esempio utile per mostrare che una politica di sostegno alla domanda aggregata può essere più efficace, e in senso keynesiano supermoltiplicativa, se tiene anche conto delle dinamiche microeconomiche di una società contemporanea.
Le moderne economie ad alta intensità di conoscenza sono ormai anche caratterizzate da una quota senza precedenti di conoscenza posseduta privatamente (o, in altre parole, di diritti di monopolio in forma di brevetti, copyright ecc.). Mentre le istituzioni globali (il WTO e i relativi accordi TRIPs) hanno reso più redditizia la proprietà intellettuale privata, nessuna istituzione globale ha contribuito ad aumentare la convenienza della proprietà intellettuale pubblica. Le istituzioni correnti (e ancor più quelle assenti) dell’economia globale hanno reso conveniente un eccesso di privatizzazione e di monopolizzazione dell’economia attraverso una rete intensiva di diritti di proprietà intellettuale (Intellectual Property Rights, IPR). Le lobby nazionali e internazionali non hanno poi mancato di sommare a questi perversi incentivi le loro motivazioni intrinseche, da sempre orientate ad acquisire posizioni di monopolio.
I diritti di proprietà intellettuale possono essere causa di stagnazione economica. I prezzi di monopolio restringono la produzione. La corsa ad acquisire monopoli può inizialmente stimolare gli investimenti ma, dopo un po’, lo stimolo è progressivamente compensato dalla paura che l’uso di nuova conoscenza possa essere bloccato da monopoli esistenti su conoscenze complementari pregresse (la cosiddetta tragedia degli anticommons). Inoltre, gli IPR hanno effetti asimmetrici su paesi ricchi e paesi poveri. Mentre i paesi in via di sviluppo esportano i loro beni in condizioni concorrenziali, molte imprese dei paesi del primo mondo possono vendere beni ad alto contenuto di conoscenza sotto lo scudo protettivo degli IPR. Nonostante siano presentati come un ingrediente necessario per il libero commercio, gli IPR offrono una protezione più forte della più elevata tariffa protezionistica. Garantiscono una protezione totale non solo nel mercato domestico ma anche in ogni altro mercato nel mondo. Analogamente a tariffe doganali e altre forme di protezionismo, possono solo contribuire a peggiorare la crisi economica.
Anche se la crisi è partita nel settore finanziario, è probabile che le istituzioni in essere nella produzione della conoscenza possano contribuire a generare una stagnazione prolungata. Allo stesso tempo, le economie ad alta intensità di conoscenza offrono grandi opportunità per politiche keynesiane efficaci. Invece di essere utilizzate per nazionalizzare in modo inefficiente le imprese che producono beni privati o foraggiare senza limiti quelli che sono stati i principali responsabili dell’accaduto (che non stanno peraltro restituendo in termini di aumentata liquidità il foraggio ricevuto), le politiche keynesiane potrebbero essere usate per diminuire il grado di monopolizzazione della conoscenza e trasferire in modo efficiente la proprietà intellettuale dalla sfera privata a quella pubblica. Il WTO, che ha contribuito a rendere più conveniente la proprietà intellettuale privata, dovrebbe essere bilanciato dall’istituzione di un ricco e autorevole WRO (World Research Organization) che renda possibile una proprietà intellettuale pubblica laddove essa può meglio contribuire allo sviluppo globale. E’ giunto il momento di accettare anche a livello politico che la conoscenza è un bene “non-rivale” o, meglio “anti-rivale”, che dovrebbe essere trattato come la più preziosa e specifica risorsa collettiva dell’umanità. Per usare la sempre vivida immagine di Jefferson, la conoscenza è come la fiamma di una candela: accendere un’altra candela non diminuisce la fiamma delle candele già accese. Al contrario, consentire ad altri di contribuire al fuoco della conoscenza ha l’effetto di accrescere la luminosità di ogni singola candela!
Le misure anti-crisi dovrebbero includere il finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca. Questo finanziamento dovrebbe essere coordinato a livello sovranazionale per evitare problemi di free-riding tra paesi, che al momento stanno restringendo lo sviluppo degli investimenti in ricerca pubblica. Inoltre, cosa ancora più importante nella crisi presente, il finanziamento può prendere immediatamente la forma di un’acquisizione pubblica di diritti di proprietà intellettuale posseduti dalle imprese private e fungere sia da sostegno alla domanda sia da stimolo a un aumento di efficienza dei mercati. L’effetto di queste politiche andrebbe ben oltre quanto ci si può attendere da molte delle altre misure proposte per fare fronte alla crisi.
In primo luogo, l’acquisizione proposta non comporta la nazionalizzazione dell’impresa o l’uso di denaro dei contribuenti senza contropartita. Al contrario, l’IPR è pagato a un prezzo corrispondente al suo valore privato ma viene trasferito all’arena pubblica dove ha un valore molto maggiore e può ridurre i costi di produzione di molti produttori. Solo un monopolista in grado di discriminare perfettamente fra i consumatori (che è ovviamente solo un’utile astrazione teorica) potrebbe ottenere dalla sua proprietà intellettuale un beneficio privato pari a quello sociale che si otterrebbe quando essa fosse messa gratuitamente a disposizione di tutti i concorrenti. Inoltre, i diritti di proprietà intellettuale sono al momento sottovalutati (insieme ai valori azionari delle imprese che li detengono) e questo rende possibile pattuire dei prezzi molto vantaggiosi sia per il venditore monopolista sia per la comunità che acquista il diritto di proprietà intellettuale.
In secondo luogo, si garantisce sostegno finanziario a quelle imprese che si sono mostrate più innovative. Un forte stimolo per nuovi investimenti viene, così, dato su due fronti alle imprese che vendono alla comunità i loro diritti monopolistici. Da una parte tali imprese ricevono nuovi fondi, dall’altra, avendo venduto loro diritti di proprietà intellettuale, affrontano una competizione nettamente più dura. Pertanto, esse avranno sia i mezzi finanziari sia un forte incentivo, dovuto alla pressione della concorrenza, a investire in innovazione stimolando così la domanda aggregata. Tutta la catena del processo innovativo sarebbe così accelerata con conseguenze benefiche per la crescita dell’economia e l’efficienza delle singole imprese. Per esempio, nel settore farmaceutico, le ditte alla frontiera del processo innovativo metterebbero subito in produzione dei nuovi prodotti, mentre altri produttori potrebbero iniziare a produrre dei farmaci divenuti generici dopo l’acquisto pubblico dei diritti di proprietà intellettuale.
In terzo luogo, un prezzo di monopolio viene sostituito da un più basso prezzo concorrenziale. Anche questo ha un effetto positivo sulla domanda aggregata, non inferiore a quello che si avrebbe con altri provvedimenti tesi ad abbassare i costi di produzione come, per esempio, degli sgravi fiscali.
Infine, viene alleviato il problema degli “anti-commons” di cui si diceva; ciascuna impresa può ora investire in nuova conoscenza con la consapevolezza che è meno probabile che la conoscenza pregressa (complementare e necessaria per beneficiare dell’innovazione) sia posseduta e monopolizzata da altre imprese. La politica suggerita diminuisce il costo del rischio delle transazioni future necessarie a utilizzare i frutti dell’attività innovativa. Dunque, se da una parte dei fondi vengono immediatamente acquisiti dalle imprese che sono state più innovative in passato (che spesso appartengono ai paesi più ricchi), dall’altra l’aumento della conoscenza liberamente disponibile per tutti ha effetti diffusi e contribuisce allo sviluppo complessivo dell’economia mondiale. Per di più, in tutti i paesi indipendentemente dal loro grado di sviluppo, gli imprenditori dovrebbero superare un numero minore di barriere monopolistico-proprietarie per fare investimenti innovativi preziosi per la stagnante economia mondiale.
Gli effetti moltiplicativi che abbiamo indicato vanno ben oltre quelli tradizionalmente associati alle canoniche politiche keynesiane; gli effetti totali sono più forti sia sul lato domanda che in termini di aumento di efficienza dell’economia. In un’economia ad alta intensità di conoscenza é possibile far funzionare un “super-moltiplicatore” degli investimenti pubblici. Ai tradizionali effetti moltiplicativi che hanno questi investimenti in tempi di depressione economica si potrebbero sommare quelli che ha la conoscenza umana quando il suo uso non é artificialmente limitato dal monopolio intellettuale.

 

*L’autore è professore ordinario di politica economica nell’Università di Siena.

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L’istruzione italiana invischiata nella trappola della conoscenza

Posted on 27 gennaio 2009 by admin

In questi ultimi mesi il dibattito sull’istruzione in Italia si articola su due grandi temi: la qualità dei risultati (scarsa) e la dimensione della spesa (eccessiva). Tale dibattito è stato stimolato dalla pubblicazione di rapporti che illustrano il mondo dell’istruzione con l’ausilio di numerosi indicatori e confronti internazionali. La pubblicazione di libri scandalistici, pamphlet informativi, articoli scientifici ha coinvolto molti economisti e sociologi, i quali hanno spiegato compitamente dimensione e caratteristiche del problema. L’intervento più sconcertante è stato però quello del Governo italiano che ha deciso a priori tagli alla spesa pubblica e al personale, giustificandoli poi, a qualche mese di distanza, con motivi riconducibili alla scarsa produttività didattica e scientifica delle nostre scuole e università. Il dato negativo sulla qualità dell’istruzione italiana è inserito in un quadro mondiale che vede le capacità di apprendimento dei giovani arretrare ovunque tra i paesi avanzati dell’OCSE, ma che colpisce in modo particolare l’Italia, che parte da posizioni di retroguardia. Il punto dolente è proprio questo. Perché l’Italia si trova quasi sempre in coda alle classifiche dei paesi avanzati, quando l’argomento è lo stato dell’istruzione e soprattutto della conoscenza? La risposta che si può suggerire è che il coordinamento istituzionale è assolutamente deficitario. Ognuno degli attori in gioco (il sistema politico, quello dell’istruzione, quello delle imprese e il sistema sociale) sembra agire sulla base di finalità indipendenti, se non addirittura contrapposte. Guardando all’istruzione dal punto di vista di un economista, la scelta dell’investimento in istruzione ha un unico obiettivo, quello di migliorare le prospettive di reddito e di favorire l’aumento del livello di sviluppo umano ed economico. Leggendo invece le analisi condotte dal Governo e quelle che derivano dalle indagini sulle preferenze delle imprese nelle assunzioni, il livello dell’istruzione degli individui non risulta essere un investimento altamente produttivo, ma solo un aggravio di costi. Il coordinamento tra mondo dell’istruzione e quello della produzione pubblica o privata che sia, appare molto labile. La scarsa valorizzazione del capitale umano nazionale è evidente nel settore privato, quando si analizza l’indagine Excelsior di Unioncamere sulle esigenze occupazionali delle imprese. Gli imprenditori, infatti, non ritengono l’istruzione una caratteristica importante sia ai fini della selezione del personale, che per gli scopi della produzione. Il 60% delle imprese considera il titolo di studio poco o per nulla importante al fine della scelta del candidato idoneo all’assunzione, mentre nelle previsioni delle piccole imprese (il 95% circa del totale delle imprese italiane) l’assunzione di un laureato è un evento che tocca solo il 5% del totale del turnover annuo. Se il settore privato non premia l’istruzione, quello pubblico e quello delle “libere professioni” usa la laurea come una sorta di barriera all’entrata, dato il valore legale della stessa, più che come utile strumento di segnalazione di capacità individuali. Le famiglie, infine, costituiscono il luogo più alto di coordinamento tra gli incentivi misurati in termini di salari relativi dell’istruzione, che provengono dal sistema della produzione, e incentivi privati all’incremento della capacità di apprendimento come strumento di emancipazione sociale. Entrambi i segnali risultano distorti in Italia e il risultato è un livello di spesa delle famiglie modesto, anche se sconta il fatto che la spesa per l’istruzione primaria e secondaria è per lo più spesa dello Stato e non delle famiglie, che in totale ammonta comunque a poco più dello 0.5% del PIL (vedi Tavola sottostante).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il risultato è più soddisfacente se visto in termini quantitativi, infatti, il livello dell’istruzione aumenta tra gli italiani e i laureati costituiscono poco meno di un terzo degli occupati, ma è la popolazione in età lavorativa compresa tra i 25 e 64 anni ad essere ancora poco scolarizzata (solo il 13% è in possesso di una laurea, contro una media OCSE del 27% e UE del 24%) che male si attaglia ad un sistema di produzione di frontiera tecnologica proprio degli altri paesi avanzati [1], in cui l’istruzione specialistica è il fattore chiave. Un Paese come il nostro nel quale i costi del coordinamento istituzionale sono elevati e in cui i risultati della formazione sono modesti, non può che presentare un sistema di istruzione prevalente di tipo generico e non specialistico, proprio dei paesi avanzati. L’Italia non è in grado quindi di sfruttare quei vantaggi di produttività attribuibili ai lavoratori con profili di specializzazione elevati che compensano la scarsa produttività dei lavoratori manuali. Il problema reale è che questi lavoratori altamente specializzati sono troppo pochi e gli incentivi individuali troppo ridotti per promuovere un vero cambiamento del sistema. Il fatto più grave è che gli attori principali politici, economici e sociali non riescano ad avere una visione unica del problema rappresentato dal debole legame tra produttività e capitale umano e che offrano come soluzione la riduzione della spesa, sperando che in una situazione di scarsità di risorse passa emergere spontaneamente un equilibrio economico migliore. Il risultato del mancato coordinamento è preoccupante. Se nel 1997 potevamo affermare con soddisfazione di aver raggiunto e superato il livello di reddito pro capite medio dell’Europa a 27 Paesi di ben 19 punti, oggi le previsioni Eurostat ci pongono in netto svantaggio rispetto agli altri partner (vedi grafico) sia rispetto alla variazione del PIL pro capite (-17,8% tra il 1997 e il 2008), sia rispetto al valore di parità. Fatto 100 il valore di parità UE a 27 Paesi l’Italia segna oggi un misero 97,8.

 

 

*L’autrice è professore associato di politica economica nell’Università di Trieste.

 

[1] Si veda Oecd (2008), Education at Glance.

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